Giovedì, Agosto 17, 2017

 

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Parchi giochi per tutti, una proposta che nasce dal basso

pu 47 01L’idea è nata sulla rete, in particolare sul social network Facebook dove è stato creato un gruppo apposito. Parliamo delle necessità di realizzare, a Giulianova, un parco gioco utilizzabile anche da bambini diversamente abili, ampliando una delle strutture esistenti (magari la bambinopoli comunale situata nel Parco degli Eucalipti) in modo che, nello stesso spazio, possano divertirsi anche i piccoli costretti in carrozzina o con difficoltà motorie o sensoriali. Un parco giochi per tutti, quindi, che favorisca i residenti ma anche i turisti, riqualificando, nel contempo, quella parte del parco che adesso sembra abbandonata a se stessa. Giostrine e altalene dove è possibile far salire i bimbi con la loro carrozzina, scivoli e tappeti dove chi ha difficoltà di movimento può divertirsi in sicurezza, percorsi sensoriali per ipovedenti; le possibilità del mercato sono infinite, ed i costi sono, tutto sommato, minimi, tenuto conto degli enormi vantaggi per la collettività. Ma, qualcuno potrà obiettare, siamo in tempi di difficoltà economiche per le amministrazioni e reperire i fondi è sempre più difficile! E’ comunque una questione di priorità, che ogni bravo amministratore deve saper individuare, e in ogni modo un progetto del genere potrà, sicuramente, essere finanziato, con il sistema del “crowd founding” (letteralmente “finanziamento della folla”, cioè un processo di finanziamento di opere e progetti che parte dal basso, dal cittadino), raccogliendo fondi tra cittadini e associazioni, in modo da poter acquistare i primi elementi (un’altalena per carrozzine costa circa 2.000 euro) da integrare nel parco giochi esistente. Una sfida impossibile? Sicuramente il grande cuore dei giuliesi dimostrerà il contrario, e molti raccoglieranno l’appello contribuendo alla riuscita quello che, prima ancora di un progetto, è un segno di civiltà.

È indispensabile fare squadra

PES 46 01Arriva l’estate, forse una tra le più complicate che Giulianova si sia mai trovata ad affrontare, climaticamente in clamoroso ritardo, una crisi economica difficile come mai avevamo ricordato, una conseguente condizione morale poco propensa a gioia, divertimento e relax, insomma sarà impegnativo il compito per tutti noi, operatori turistici.
Saremo alle prese con persone che magari erano abituate a un mese di vacanza e sono costrette a fare 10 giorni, qualcun altro che gli anni passati andava a Porto Cervo e adesso gli tocca la costa abruzzese e così via in uno scenario poco entusiasmante.
Proprio perché le difficoltà sono tante bisogna che noi giuliesi facciamo squadra, dobbiamo fare dell’accoglienza turistica il nostro principale scopo lavorativo, più del guadagno immediato ci deve interessare la soddisfazione del turista; dal vigile urbano al benzinaio, dal ristoratore al tabaccaio, dall’edicolante al tassista, tutti devono pensare che prima del loro prodotto specifico stanno vendendo “Giulianova” perché il turismo è la principale, se non unica, risorsa che abbiamo, l’unica che potremo lasciare, se saremo virtuosi, ai nostri figli.
E’ davvero indispensabile che si ragioni come fossimo un’unica azienda perché se passa il concetto che a Giulianova si mangia bene tutti i ristoranti ne trarranno beneficio, se il mare e la spiaggia sono puliti gli stabilimenti balneari prospereranno, se la città è curata, se è bello passeggiare i negozianti faranno affari, se tutto questo funziona magari riempiremo gli alberghi anche a giugno e settembre.
I concorrenti del ristorante Beccaceci per dirla tutta non stanno a Giulianova e forse neanche a Tortoreto o Roseto ma stanno magari sul Conero o sul Gargano.
Troppo spesso ci siamo fatti concorrenza da soli in questa città, è ora di venderci come un unico prodotto, è ora che Giulianova tutta diventi sinonimo di qualità della vita, di bellezza del paesaggio, di accoglienza sincera da parte di tutti per far si che il turista racconti in giro della sua bella vacanza al mare.
Riproponiamo la ricetta del piatto simbolo di Giulianova e dell’Abruzzo intero, il nostro Brodetto e che sia di buon auspicio per una stagione turistica vincente.

Brodetto tradizionale alla giulese
 
INGREDIENTI * PER 4 PERSONE :

Gallinella (mazzolina) - razza - scorfano - palombo -triglia -rana pescatrice - seppia - sogliola - scampo - tracina - vongola -cozza -
1,5 kg di pomodori maturi
1/4 di un peperone verde di media grandezza
1 spicchio d’aglio
1 ramo di prezzemolo
1 dl di olio extravergine d’ oliva
mezzo cucchiaino di sale
1 peperoncino (facoltativo)

PREPARAZIONE **

Dopo aver pulito accuratamente il pesce ,soffriggere leggermente in una padella l’aglio triturato nell’ olio, aggiungere il pomodoro, il peperone il sale e,  se gradito, il peperoncino.
Unire le seppie tagliate a listarelle e dopo 4/5 minuti aggiungere i pesci a seconda delle loro dimensioni e caratteristiche. I pesci a carne più coriacea per primi (scorfano, gallinella, palombo e tracina) gli altri successivamente. In ultimo aggiungere i frutti di mare. Servire direttamente dal tegame guarnendo con del pane tostato ed il prezzemolo tagliuzzato.

* Nel brodetto non sono codificate le varietà di pesce e le quantità.

E’ un piatto determinato dal mercato. tutti i pesci concorrono in maniera utile, nessuno di essi in maniera indispensabile. Lo stesso principio vale per le quantità.

** E’ necessaria una capiente pentola d’alluminio o un altrettanto capiente tegame di coccio. L’alluminio è preferibile per la qualità della cottura; il coccio privilegia la tenuta della temperatura durante la degustazione del piatto . Noi usiamo entrambi.

La Provenza in auto

ADV 46 01Mentre l’abitacolo dell’automobile risuona delle chiacchiere di cinque donne l’aria si fa carica di profumi di erica, di timo, di sale e di stallatico e ci riporta a tempo e luogo reali: siamo in Camargue e già appare la sagoma del torrione-campanile della chiesa di Saintes Maries de la mer, sotto il quale riposano le spoglie delle pie donne Maria Giacoma e Maria Salomè, che la leggenda vuole approdate in questa laguna nel 40 d. C.; accanto a loro Sara, la protettrice dei gitani che ogni anno a maggio, da ogni parte del mondo, vengono ad onorare in una festa sfrenata di colori e danze.  La Camargue è un angolo di natura compreso tra le foci del piccolo e del grande Rodano, dove cavalli camarguesi e tori dalle corna ritorte pascolano in libertà ai bordi di stagni nei quali fenicotteri rosa dragano incessantemente con il becco l’acqua salmastra. Ci lasciamo appagare i sensi da colori, profumi e sapori intensi; una visita all’ufficio informazioni turistiche, a me, per la prima volta in Francia, lascia stupefatta: giriamo liberamente tra scaffali colmi di brochure, depliant, piccole guide relative ai siti, alle città, ai villaggi di un qualche interesse turistico, pagine ricche di immagini, spiegazioni: indicazioni chiare, complete, tutto è gratuito e disponibile in più lingue, perfino in italiano! E non siamo in una grande città! Nelle successive tappe ho potuto constatare come tutto ciò non fosse un caso; ovunque disponibilità,  gentilezza, competenza e pazienza hanno segnato la differenza rispetto agli uffici turistici italiani. Avere deciso di fermarci a Nimes per i primi tre giorni del viaggio, si rivela una scelta azzeccata perché abbiamo la possibilità di assistere all’”encierro”, una corsa di tori lungo il viale principale della città, guidati dai “gardianes a cavallo” (i butteri della Camargue) che li conducono alle Arènes, l’anfiteatro romano che ci si offre con un notevole colpo d’occhio: ha la forma perfetta di un’ellisse con  due ordini di sessanta arcate sovrapposte; è uno degli anfiteatri meglio conservati e viene ancora oggi utilizzato potendo contenere, come allora, 24 mila spettatori. All’altro capo del viale sorge il gioiello di Nimes, quella che i francesi chiamano la Maison Carrèe. Si tratta di un tempio romano quadrangolare in perfetto stato di conservazione; di modeste dimensioni ma estremamente elegante e armonioso nelle proporzioni. La finissima fattura delle colonne corinzie che sorreggono l’architrave gli conferiscono una piacevolissima leggerezza. L’indomani ci lascia senza fiato la straordinaria potenza del Pont du Gard, una parte dell’acquedotto fatto costruire da Agrippa, genero di Augusto, per portare acqua a Nimes. E’ costruito con enormi blocchi squadrati disposti su tre ordini di arcate sovrapposte fino a raggiungere più di 50 metri di altezza e circa 300 di attraversamento del fiume Gardon. Nelle vicinanze, una nuova tipologia di Museo ci sorprende per la chiara e puntuale organizzazione dell’esposizione che ricostruisce tutto il percorso, dal progetto alla realizzazione e manutenzione dell’acquedotto. Durante gli spostamenti in automobile tra le chiacchiere sono inevitabili i paragoni tra l’Italia e la Francia (almeno quella che stiamo visitando). Anche nei piccoli centri troviamo aperti i Musei, che hanno un giorno di chiusura settimanale (segnalato sulle guide, sui depliant di cui sopra), tutti hanno avuto, più o meno recentemente, un riallestimento che rende più facilmente fruibile e leggibile il materiale esposto. E il pensiero va ai nostri Musei, a quelli dei nostri paesi che troppo spesso sono trascurati, mal tenuti, con esposizioni mal organizzate e peggio segnalate, senza cartelli esplicativi o, quando ci sono, leggibili solo dagli addetti ai lavori. Un discorso simile vale per la segnaletica stradale che qui è puntuale e dettagliata tanto che perfino un ponte isolato  tra i campi coltivati è segnalato abbondantemente, e prevede una comoda piazzola di sosta arricchita da pannelli esplicativi. Si tratta di Pont Julien, a tre arcate, costruito tra il 27 e il 14 a.C..  Dovremmo raggiungere Aix en Provence e decidiamo di non utilizzare l’autostrada, girovaghiamo tra campagne coltivate a vigna e olivo, incontriamo piccoli gioielli come Vaison–la Romaine, antico borgo celtico-ligure con un sito archeologico molto curato o Les-Beaux de Provence, borgo medievale spettacolarmente arroccato su di uno sperone di roccia; in entrambi , nonostante la bassa stagione, incontriamo moltissimi turisti e ci stupisce la conservazione e la valorizzazione di ogni più piccolo borgo. Prima di raggiungere Aix per la cena e il pernottamento, facciamo sosta sullo strategico altopiano di Entremont dove i bellicosi Saluvii, tra il III e II secolo a.C., costruirono la loro città fortificata e vi dominarono fino a quando, nel 123 d.C., i Romani lo saccheggiarono e distrussero.  A tavola le chiacchiere convergono verso qualche riflessione: in Italia lentamente sta prendendo piede la convinzione che abbiamo tante di quelle ricchezze paesaggistiche e culturali che non c’è alcun bisogno di farne tesoro, salvaguardarle, tutelarle, valorizzarle e purtroppo  non è la crisi la vera causa del problema. Tra gli anni 50 e 70, l’Italia era al 1° posto nella classifica delle prime dieci mete turistiche mondiali; poi gradatamente, quando il turismo è diventato una delle principali industrie del pianeta, per l’Italia è cominciata una continua e inarrestabile discesa, tanto che nel 2009 eravamo al 5° posto, mentre la Francia, dall’inizio della nostra caduta detiene il primo. Eppure il nostro Paese ha un potenziale turistico universalmente riconosciuto. Per capirne le ragioni, basta leggere le Leggi Finanziarie degli ultimi vent’anni per capire come, in questa materia, sia in caduta libera l’impegno di spesa per gli investimenti senza che si levino gli scudi da nessuna parte. E non parliamo di quanto accade a livello locale, dove basta avere la vocazione turistica, per cui non c’è bisogno di accoglienza, di offerta valida, disponibilità, competenza, buona organizzazione: tutte le colpe sono della crisi. Nel suo libro “Il Bel Paese maltrattato” Roberto Ippolito scrive: ‘Un odioso incantesimo sembra riservato alla memoria ed alla bellezza…non si tratta semplicemente di un’offesa ripetuta al passato o al paesaggio: è un’offesa all’identità nazionale, al patrimonio che caratterizza il Paese, all’anima della vita quotidiana, ai tesori che rappresentano il cammino da ieri a oggi e sui quali si dovrebbe saper costruire anche il futuro. Un’offesa alla creatività e all’imprenditorialità. E quindi anche al turismo e all’economia’.
Domani raggiungeremo Carombe, al centro della Vaucluse delimitata ad ovest dal corso del Rodano e a sud da quello della Durance e perciò terra di storia e d’acqua. L’abbondante produzione di vino, tartufi, frutta magari candita, lavanda o argille nella vasta gamma di sfumature ocra e i famosi mercati di Provenza promettono sicuramente una prosecuzione del viaggio senza tema di annoiarsi ma sicuramente con qualche pensiero per le nostre ricchezze maltrattate.

Biologicamente corretto

AEB 45 01Le motivazioni che ci portano a scegliere il cibo biologico sono molteplici: esse rispecchiano il nostro modo di vedere il mondo, rappresentano le nostre aspettative, raccontano le tensioni e le speranze attraverso le quali ci figuriamo il futuro dei nostri figli. La salute dei cibi infatti è strettamente legata a quella del territorio, perciò rifiutare i pesticidi e gli ogm significa, oltre che allontanare i cibi avvelenati, amare profondamente l’ambiente naturale.
Ricordarci dei pericoli insiti nei pesticidi e negli ogm è quindi un esercizio utile per non abbassare la guardia nella quotidianità dei nostri gesti.
Sono 118 i pesticidi attualmente in uso nel nostro paese, 150.000 sono state le tonnellate utilizzate in Italia nel solo 2010. Il diserbante più venduto al mondo è il glifosate (10 milioni di tonnellate nel solo 2010). Il fitopatologo statunitense Don Huber studia i bovini e gli ovini morti di emorragia gastrointestinale perché venuti in contatto con il veleno. In Argentina si stanno moltiplicando le denunce di cittadini nei quali l’insorgere del cancro sembra avere stretta correlazione con l’uso del diserbante. I contadini che utilizzano questo come altri pesticidio sono una categoria particolarmente a rischio, è per questo motivo che finalmente lo scorso anno la Francia, con un gesto che dimostra la grande forza di questo paese, ha rconosciuto il morbo di Parkinson come malattia professionale per quei contadini che hanno utilizzato i pesticidi nel loro lavoro.
I residui di pesticidi poi restano nel cibo che viene messo in vendita. Questi veleni una volta ingeriti si accumulano esplicando sull’organismo un effetto tossico a lungo termine.
La raccomandazione  ci arriva da medici, naturopati e igienisti alimentari; uno di questi è il messaggio lanciato dai ricercatori dell’università di Berkeley: “consumate cibo biologico quando è possibile perché in questo modo si può ridurre l’esposizione ai pesticidi degli alimenti” (newscenter.berkeley.edu)
L’agricoltura biologica attraverso pratiche agricole ecosostenibili riesce a fare a meno dei tanti e pericolosi pesticidi di sintesi in uso nell’agricoltura industriale e questo spiega perché nel sangue dei bambini che consumano cibo da agricoltura industriale si trovano i residui dei temibili insetticidi organofosfati, mentre in quello dei bambini che mangiano cibo biologico  questi veleni sono assenti. Di questo argomento parla diffusamente Dominique Belpomme, professore di oncologia clinica all’università di Parigi, nella presentazione del film “I nostri figli ci accuseranno” (visibile su youtube), dove in sostanza si afferma che le prove scientifiche della nocività dei pesticidi ci sono, quello che manca è la volontà politica di discutere la questione.

Miglio e quinoa con taccole, carote e cipollotti in crema di sedano e mandorle
1 tazza di miglio, 1 tazza abbondante di quinoa, 2 carote grandi, 2 manciate di taccole, 8 cipollotti novelli, 3 cucchiai di olio, 1 cucchiaio di timo e maggiorana freschi tritati, sale
ingredienti per la crema: 2 cucchiai di mandorle tritate, 6 cucchiai di olio, 1/4 di spicchio d’aglio, 2 gambi di sedano con foglie
Sciacquate i cereali e poneteli in due casseruole separate. Coprite con abbondante acqua, salate e cuocete a fuoco medio ( la quinoa richiede circa 12 minuti, il miglio 15).
Mondate le verdure, affettate le carote e le taccole a losanghe, tagliate i cipollotti a rondelle. Scaldate due cucchiai d’olio in un wok e saltate le verdure facendo attenzione che non cuociano troppo: devono restare croccanti. Nel frattempo versate nel mixer l’olio per la crema, l’aglio e le mandorle, e frullate. Mondate il sedano e aggiungetelo avendo cura di utilizzare anche le foglie (conferiranno alla crema un bel colore verde acceso). Una volta cotti i cereali scolateli e mescolate. Scaldate nella padella un cucchiaio di olio con le erbe aromatiche, aggiungete i cereali e saltateli aggiustando di sale. Trasferiteli in una ciotola schiacciandoli bene con l’aiuto di un cucchiaio. Rovesciateli nel piatto da portata per formare una cupoletta, coprite i cerali con la crema e unite le verdure. E buon appetito!

Energie verdi per professionalita’....verdi

aes 43 01Giovedì mattina 18 aprile, nell’Aula Magna dell’I.I.S. Crocetti-Cerulli, il polo scolastico guidato dalla dirigente Nilde Maloni, si è svolto il primo convegno sulle energie rinnovabili “Green energy for green jobs”.
Il convegno, organizzato dai docenti Franco Occhino, Sara Solipaca e Giuliana Calzonetti e rivolto alle classi quinte delle tre scuole Cerulli, Crocetti e Pagliaccetti costituenti il polo scolastico, è stato articolato in due momenti paralleli: nell’atrio le esposizioni di ben 7 aziende leader del settore: ognuna rappresentativa di un segmento delle applicazioni delle energie rinnovabili: Amadori, Coenergy, Cordivari, Di Silvestro, Faraone, Felicioni, Monti, mentre contestualmente in Aula Magna si svolgeva il convegno.
Moderato dalla dirigente del Comune di Giulianova, ing. Maria Angela Mastropietro, il convegno è stato aperto proprio dagli alunni delle scuole: dapprima una presentazione di apertura in inglese sulla Green Revolution a cura degli alunni dell’ITT,  poi la presentazione di tre progetti dell’IPSEDOC di Simulimpresa e infine un progetto dell’IPIAS sulla costruzione di una piccola  pala eolica con materali di scarto. Dopo il benvenuto  della collaboratrice Di Berardino a nome della dirigente assente per un piccolo infortunio e i saluti dell’Amministrazione comunale rappresentata dall’assessore Forcellese, i relatori hanno affronato temi attualissimi: dagli aspetti legislativi illustrati da Francesco Marconi della Provincia di Teramo, per passare al Patto dei Sindaci, esperienza che l’Europa guarda con grandissimo interesse e che è stata illustrata da Graziano D’Eustachio dell’Agena. Dopo il coffee break, mentre gli alunni affollavano gli stand incuriositi e a caccia di gadget, l’incontro tra alunni, docenti, imprenditori, politici e amministratori di Giulianova ma anche di Teramo e di Roseto degli Abruzzi.
Alla ripresa il film girato dagli alunni dell’ITT “Cerulli” sulla situazione delle rinnovabili in Italia e in Abruzzo, in particolare l’esperienza di Collarmele con le sue attuali 18 pale eoliche, a seguire l’intervento più atteso: il giovanissimo sindaco di Peglio (PU) Daniele Tagliolini che, ad appena 37 anni, al culmine della sua seconda legislatura, ha trasformato Peglio, un comune di appena 700 anime, in una smart city all’avanguardia nelle energie rinnovabili... Fiore all’occhiello un asilo in legno, con altissimi coefficienti termici e riscaldamento a pavimento. Progetti come “Towers”, premiato a livello nazionale, hanno cambiato il volto della cittadina e...i pannelli fotovoltaici sono stati proposti con successo come pensiline anti-infiltrazioni  persino nel cimitero! “Smart Peglio”...le sue 10 mosse sostenibili possono essere  replicabili!
A seguire, in videoconferenza, il seminario web di Roberto Calabresi di Kyotoclub in diretta da Roma sulle pratiche di sostenibilità. Hanno chiuso i lavori la prof. Francesca Morgante di Legambiente Giulianova che ha offerto collaborazione e disponibilità per la realizzazione dei progetti scolastici e l’architetto Alessandro Tursi di Eolika Srl che ha parlato agli studenti delle nuove professionalità nelle energie rinnovabili e i requisiti professionali fondamentali per entrare in questo mondo:preparazione e flessibilità.
Nel pomeriggio, nel parco dell’ITT “Cerulli”, “drive test”: prove gratuite delle biciclette elettriche messe a disposizione dall’azienda Monti di Giulianova.
A conclusione, tutti al lunch a tema offerto dall’istituto alberghiero. Tutto verde...naturalmente.
Con l’augurio che questo evento, il primo a Giulianova, possa trasformarsi in un appuntamento annuale...

Il metodo Bates

seb 43 01I difetti della vista sono in aumento in tutto il mondo industrializzato, tanto che una recente indagine effettuata negli USA ha rilevato che nel nord America la popolazione che porta gli occhiali è ormai superiore a quella che non ne ha bisogno. Tuttavia non sempre gli occhiali o le lenti a contatto possono risolvere i problemi visivi, e l’aumento degli interventi di chirurgia refrattiva dimostra che anche quando costituiscono una soluzione efficace spesso risultano compagni scomodi. Tutto ciò, unito all’attenzione sempre maggiore per le cure “dolci” e naturali tipica della nostra epoca, ha riportato in auge alcune terapie alternative finora poco note ma non per questo inefficaci, come il metodo Bates per la cura dei disturbi visivi.

Nel 1896 un medico e insegnante di oftalmologia del New Jersey, William Horatio Bates, decise di rinunciare agli impegni ospedalieri della sua professione per dedicarsi alla sperimentazione di un metodo innovativo per la curadei disturbi visivi: una scelta che cambiò non solo la sua vita, ma anche quella di migliaia di persone che da allora si sono sottoposte a questo nuovo tipo di terapia.
Bates sosteneva infatti che i difetti della vista (miopia, astigmatismo, presbiopia, ma anche cataratta o strabismo) possono essere curati - e spesso guariti - rieducando il paziente a vedere in modo corretto. La visione è infatti un processo molto complesso che coinvolge non solo gli occhi ma anche la mente, entrando in comunicazione con tutto il nostro essere a livello sia organico sia psichico.  La terapia dei disturbi della vista deve perciò intervenire sulla persona nel suo complesso, per consentirle, grazie alla riacquisita capacità di mantenere in uno stato di rilassamento dinamico il sistema occhiomente, di imparare nuovamente ad utilizzare nel modo più naturale le proprie capacità visive.
Come si può raggiungere questo risultato?  La risposta deve innanzitutto tenere conto di un’osservazione fondamentale: non è possibile costringere volontariamente il sistema visivo a “lavorare” correttamente, ma lo si può fare in modo indiretto, per mezzo di tecniche particolari.
Bates interveniva in modo personalizzato su ogni paziente e consigliava sempre a tutti di non “sforzarsi” di vedere meglio: ciò avrebbe infatti impedito il processo di rilassamento provocando nel sistema occhio-mente una tensione nociva, col risultato di ostacolare il processo di rieducazione visiva.
Come Bates sottolineava è necessario continuare a mettere in pratica le tecniche finché il sistema visivo sarà in grado di applicare in modo permanente il metodo di visione corretto,facendo sì che esso si sostituisca in modo totale e completamente automatico alle scorrette abitudini instauratesi in presenza del disturbo visivo.
Esistono numerose testimonianze dell’efficacia del metodo Bates nella cura dei disturbi visivi;
Ancora oggi il metodo Bates ha molti detrattori, ma la visione olistica dell’uomo e la particolare attenzione alle cure “dolci” e naturali tipiche dei nostri tempi hanno provocato un positivo ritorno di interesse nei suoi confronti. Inoltre, il fatto che queste tecniche possano portare ad un miglioramento della vista ma non sempre al suo totale recupero è oggi accettato con più facilità rispetto all’epoca di Bates, poiché la nostra cultura attuale valuta in modo positivo tutto ciò che contribuisce al miglioramento della qualità della vita, sfatando il mito dell’uomo “perfetto” a favore dell’idea di un benessere giudicato in modo soggettivo e individuale.
Nel 1919 Bates descrisse il suo metodo in un libro intitolato “Perfect sight without glasses” (“Vista perfetta senza occhiali”), A quest’opera se ne sono aggiunte, col tempo, molte altre, scritte da coloro che misero in pratica - come medici o come pazienti - questo metodo: uno dei libri più scorrevoli ed interessanti è certamente “Help yourself to better sight” (tradotto in italiano con “Vedere meglio senza occhiali”) di Margaret Darst Corbett, che fu assistente del dottor Bates,  “L’arte di vedere” di A. Huxley racconta invece l’esperienza dello scrittore che ri
continua da pag. 7
uscì a guarire da una grave malattia della cornea.
Ma William Bates non fu solo l’inventore di questo rivoluzionario metodo di rieducazione visiva. A lui si deve l’introduzione, nel 1886, di un innovativo intervento chirurgico per la sordità permanente, che consisteva nel praticare piccole incisioni sulla membrana del timpano. La sua scoperta più importante avvenne nel 1894, quando, mentre studiava l’effetto esercitato sull’occhio dai principi attivi delle ghiandole endocrine, identificò per primo le proprietà dell’adrenalina.
L’aspetto forse più particolare della figura del dottor Bates consiste però nella sua straordinaria passione per la medicina intesa soprattutto come ricerca del benessere della persona. Egli curava i suoi pazienti con un’attenzione amorevole, mirando non solo a correggere i loro difetti visivi, ma anche e soprattutto a “farli star bene”. Fu proprio a questo scopo che scelse coraggiosamente di discostarsi dalla medicina ufficiale del tempo, rinunciando alla carriera per dedicarsi alla sua originaria vocazione di medico nel significato più alto del termine, cioè come colui che intende la cura come strumento per far vivere meglio le persone.
Alcuni siti utili per sapernedi più sul metodo Bates
e sulla sua applicazione: www.visionebenessere.it
www.metodobates.it su FB il gruppo VISIONE NATURALE E METODO BATES

Le virtù

PES 42 01Al primo di maggio noi usiamo di cucinare insieme ogni sorta di legumi, fave, fagiuoli, ceci, lenti, ecc. con verdure ed ossa salate, orecchi e piedi pure salati di maiali; e questa minestra chiamiamo Virtù ...” (Giuseppe Savini- Lessico del dialetto teramano)
Questo piatto della cucina teramana, ha una storia controversa: molti paesi abruzzesi ne rivendicano la primogenitura perchè in realtà lo si ritrova tra le locali ricette, seppure con altre denominazioni e caratterizzato da sostanziose varianti.
E’ certamente un cibo dalle origini antichissime, da alcune ricerche sembra che l siano addirittura romane, ma senza risalire alla notte dei tempi, affidandosi alla tradizione orale, le Virtù hanno sicuramente una connotazione storica legata a tanti altri piatti regionali a base di legumi. Di oggi possiamo dire che, a Teramo, un comitato formato da ricercatori storici, esperti di cucina, antropologi, rappresentanti della Camera di Commercio e dell’A.r.s.s.a., della stampa e degli organi di controllo, hanno redatto un disciplinare, un rigido elenco di ingredienti e di modalità di preparazione perchè possa essere registrato nell’Atlante dei Prodotti Tradizionali d’Abruzzo, in modo da avere una linea guida imprescindibile e insindacabile per le “vere Virtù teramane”. Lo stesso Carlo Pedrini, presidente internazionale Slow Food, ha assaggiato questo piatto e ne ha elogiato il gusto ricco e delicato. Un piatto che celebra l’arrivo della primavera, un piatto virtuoso, quasi rituale che evoca le tradizioni legate ai cambi di stagione che cadenzavano la società contadina e tradizioni che mai andrebbero dimenticate. E comunque è senza ombra di dubbio il piatto della convivialità, da condividere con amici, parenti, col vicino: guai a dimenticare il pentolino per il vicino di casa, potrebbe incrinarsi un’amicizia (mi raccomandava la nonna di mio marito)! Una leggenda narra che le Virtù dovessero contenere sette tipi di legumi, sette tipi di pasta, sette tipi di erbe e che il tutto dovesse essere cucinato da sette vergini per sette ore; sette come le sette pietanze della cena della vigilia di Natale e del pranzo della trebbiatura, sette come le virtù cristiane.
Certamente virtuosa era la massaia che praticava la “cultura dell’avanzo”: alla fine dell’inverno, nella madia restavano quantità di cibo sicuramente scarse, in parte rancide o rinsecchite ma per fortuna , la primavera era lì come la voglia di lasciarsi dietro le ristrettezze dell’inverno.
E allora ecco la grande virtù delle donne contadine, non c’era una ricetta da seguire, ma la ricerca di come sfruttare al meglio quei rimasugli e tanta pazienza come solo la vita dei campi può insegnare.
Dapprima la ricerca nei campi delle erbe e delle verdure selvatiche, la raccolta dei primi prodotti dell’orto e poi, mentre il paiolo bolle e bolle, togliendo il sapore di rancido alle cotenne, all’osso di prosciutto, all’orecchio di maiale rimasti nel fondo della madia, nella pentola i legumi ammollati borbottano facendosi morbidi; nel secchio colmo dell’acqua del pozzo, si toglie la terra agli spinaci e alle bietole selvatiche, si fa rinvenire la “nnita” e si prepara la borragine sfiorando appena con lo sguardo l’azzurro dei piccoli fiori. Infine gli odori nella giusta miscela, nella giusta quantità, tutti gli ingredienti si devono sentire, ma nessuno deve prevalere; così ciascuno aggiunge quello che ha cercando e trovando un equilibrio di sapori e profumi che rendono questo piatto un trionfo di prelibatezza.
Non c’è dubbio che questo piatto del primo maggio, le Virtù, sono un piatto legato alla vita contadina, un piatto capace di creare nuove speranze per la stagione che inizia, allora, buon primo maggio a tutti!

Il Piano dimenticato

SA 42 1Esiste, in provincia di Teramo, un piano, tuttora vigente, che interessa anche il territorio di Giulianova e che sembra essere stato dimenticato dai Comuni interessati. Parliamo del Piano d’area della media e bassa Valle del Tordino, strumento attuativo del Piano Territoriale Provinciale, approvato dal Consiglio provinciale nell’aprile del 2009 dopo un complesso percorso di condivisione e partecipazione con i Comuni interessati, con le associazioni presenti sul territorio e con tutti i portatori di interesse istituzionali e non.
Nuclei produttivi organizzati come aree ecologicamente attrezzate, un sistema di viabilità alternativa con piste ciclo-pedonali, stazioni di interscambio per incentivare l’intermodalità “treno-auto-bici-pedone”, il potenziamento di alcune aree urbane con la localizzazione di servizi pubblici, l’attuazione di politiche di distretto per le aree rurali, queste alcune delle azioni del Piano che analizza una serie di componenti del territorio (economiche, sociali, ambientali, produttive, urbanistiche, infrastrutturali, ecc.) proponendo soluzioni generali e di dettaglio, individuando anche alcuni progetti pilota.
Tra questi ultimi, due ricadono interamente nel territorio di Giulianova: si tratta dell’APEA, Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata, di Colleranesco e del Parco Fluviale della foce del Tordino con il percorso ciclabile che dovrebbe collegare la costa con l’entroterra, fino a Teramo, unendo Giulianova Spiaggia a Colleranesco. Due progetti, quindi, con degli studi di dettaglio che permetterebbero una progettazione esecutiva immediata, mettendo a sistema una serie di analisi e considerazioni di “area vasta” che interessano non solo il territorio di Giulianova ma tutta la vallata del Tordino, con i Comuni di Roseto degli Abruzzi, Mosciano Sant’Angelo, Notaresco, Bellante, Castellalto, Canzano e Teramo.
Ma esaminiamo i due progetti nel dettaglio: il progetto per la zona produttiva di Colleranesco punta a creare quella che viene definita Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata, cioè un’area destinata all’insediamento di attività economico-produttive (industriali, artigiane, di servizi, commerciali) caratterizzate dalla presenza di servizi e infrastrutture comuni, gestite unitariamente, finalizzate a ottimizzare l’utilizzo delle risorse e del suolo; prevenire e/o ridurre le emissioni inquinanti; razionalizzare le reti di trasporti, collegamenti e servizi generali specifici per l’area nel suo complesso e per le aziende presenti; gestire efficacemente la prevenzione dei rischi e delle emergenze.
Gli indirizzi per le “aree ecologicamente attrezzate”, in realtà, non sono una novità introdotta dal Piano d’Area, ma sono stati individuati dalla Regione con Delibera Giunta Regionale n. 1122 del 10.10.03 pubblicata sul BURA n. 16 del 11.06.04, ma il progetto per Colleranesco li mette in pratica con una visione ambiziosa che potrebbe rivitalizzare un’area produttiva oggi praticamente dismessa, favorendo l’insediamento di nuove realtà imprenditoriali, in linea con le più moderne concezioni urbanistiche relative alle aree produttive, già sperimentate in Piemonte ed Emilia Romagna, con risultati più che positivi.
Lo schema urbanistico generale prevede la ripianificazione dell’area adiacente il fiume Tordino, creando un nuovo sistema di viabilità incentrato su un viale principale alberato dal quale si diramano le strade di servizio ai vari lotti. Il verde è presente in maniera consistente, sia con funzione paesaggistica che ambientale, con filari alberati verso il fiume e lungo le strade e ampie aree destinate a verde pubblico attrezzato. Previsti anche specchi d’acqua per la fitodepurazione e l’approvvigionamento idrico, e una centrale di cogenerazione che garantirebbe, insieme agli impianti fotovoltaici da posizionare sulle coperture delle nuove strutture, l’indipendenza energetica dell’insediamento. I vari lotti sono pensati per permettere la costruzione di edifici con orientamento nord-sud, ottimale per sfruttare appieno la luce e l’energia solare, mentre per la realizzazione dei manufatti edilizi si prevedono una serie di norme per l’isolamento termico ed il risparmio energetico. Il piano prevede anche che venga realizzata la stazione ferroviaria di Colleranesco, con funzione di rivitalizzazione della tratta ferroviaria Teramo-Giulianova come metropolitana di superficie, creando un punto di intermodalità tra trasporto su gomma, su ferro e ciclopedonale. Completano il progetto un centro servizi comune e una sistema di piste ciclopedonali che si ricollega alla pista ciclabile Teramo-Giulianova, lungo il fiume Tordino, unendo Colleranesco con Giulianova Spiaggia.
Tale percorso di mobilità “dolce” fa da filo conduttore con l’altro intervento, di natura più “ecologica” che prevede la realizzazione di un parco fluviale alla foce del Tordino. Questo ambito, considerato di rilevanza ambientale e paesaggistica da tutti gli strumenti di pianificazione sovracomunali, viene riqualificato creando un vero e proprio parco fluviale, di rilevanza provinciale, che arricchisce la dotazione di aree verdi del quartiere Annunziata di Giulianova e della frazione Cologna spiaggia di Roseto degli Abruzzi. Con un attento studio della flora ripariale e dell’ambiente fluviale vengono inseriti percorsi ciclabili e pedonali e punti di osservazione dell’avifauna. Il percorso ciclabile si ricollega alla pista del lungomare permettendo, così, un collegamento alternativo a quello automobilistico con il quartiere di Colleranesco, utilizzabile sia a fini turistici che per gli spostamenti quotidiani.
L’area, attualmente, è interessata da previsioni di rifacimento degli argini danneggiati dall’alluvione del marzo 2011 e, in quella occasione, si potrebbero mettere in atto le previsioni del parco fluviale realizzando i percorsi ciclabili sopra i nuovi argini; inoltre le previsioni del piano d’area ben si collegano con il progetto di riqualificazione delle aree verdi dell’Annunziata, previsto dall’attuale amministrazione, di cui, ad oggi, non si hanno più notizie.
Due progetti importanti per la città, all’interno di un piano che tiene in considerazione un territorio più vasto, studiando diversi aspetti e soluzioni di problemi di scala intercomunale, che andrebbero ripresi e sviluppati, per far si che il Piano d’Area non rimanga un “piano dimenticato” e per dare nuove opportunità di sviluppo alla città.
Le Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate, in altre zone d’Italia, hanno contribuito alla rinascita di attività imprenditoriali locali e all’insediamento di nuove imprese; la riqualificazione della foce del Tordino con la realizzazione di un percorso ciclopedonale verso Colleranesco permetterebbe di unire il quartiere periferico con il lungomare, favorendo lo sviluppo, anche verso l’interno, di attività turistico-ricettive, e arricchendo le aree verdi dei due quartieri. I due progetti, insieme, costituirebbero un rilancio delle economie della città e un miglioramento della vita dei cittadini.
Ma c’è di più: recenti norme in campo urbanistico (LR 49/2012 modificata e integrata dalla LR 62/2012) permettono di integrare le destinazioni produttive quali: industriali, artigianali, direzionale e servizi, con attività commerciali di vicinato, ricettività alberghiera ed extra - alberghiera, attività relative alla cultura e comunicazione. Quindi la zona produttiva ecologicamente attrezzata potrebbe arricchirsi di attività non strettamente industriali e/o artigianali ma anche di locali per l’intrattenimento e lo spettacolo, business hotel, sale conferenze, ecc., e diventare un polo di servizi non solo per Giulianova ma anche per le città limitrofe.
In conclusione, quando si parla di strategie, progetti, visioni e programmi bisognerebbe ricordarsi che un piano già esiste, basterebbe tirarlo fuori dal dimenticatoio.

Le classifiche avulse

PES 41 01Tutto quello che avviene su internet è ormai entrato a far parte del nostro quotidiano in maniera dirompente; la politica, l’informazione, gli eventi, le relazioni sociali passano attraverso quei grandi calderoni  di parole ed emozioni in rete che sono diventati i computer, gli smartphone e i tablet. Strumenti che ci seguono ovunque, sono nelle nostre tasche ed in ogni momento ci consentono di accedere ad una notizia, vera o falsa che sia, o, peggio ancora, ci permettono di crearla, vera o falsa che sia.
La gastronomia non sfugge a questo perverso meccanismo, una volta erano o le guide o il vecchio sistema del “passaparola” (compreso, giunti in un luogo nuovo, l’accostare la macchina e chiedere consiglio ad un vigile urbano) a determinare la forza mediatica di un ristorante; ognuno aveva i suoi critici di riferimento tra quelli che mettevano su carta le loro impressioni o tra gli amici a cui  riconoscevano competenza ed esperienza nel settore. Adesso è tutto cambiato: digiti il nome di un’azienda qualsiasi e puoi  trovare informazioni che affermano di tutto e il suo contrario, leggere opinioni di critici estemporanei che si approcciano ad un Mc Donald come se andassero a cena da Cracco o Bottura e, malauguratamente, anche viceversa.
Inoltre c’è anche chi ne approfitta, sempre più spesso infatti arrivano mail che promettono - previo pagamento - recensioni positive sui principali siti del settore, in modo da porre l’esercizio commerciale ai vertici delle classifiche e convogliare di conseguenza i flussi di clientela che a questi siti si rivolgono.
Naturalmente con ciò non voglio dire che si debba in qualche modo limitare la libertà che corre in rete, ma - questo sì - recepirla e  filtrarla con capacità di discernimento.  
Resta validissima, soprattutto in campo eno-gastronomico, la vecchia formula del provare (con le papille gustative) per credere!

Nella nuova Russia di Putin

 ADV 41 01Se avessi saputo cosa mi sarebbe accaduto dopo l’atterraggio a Mosca, non ci sarei mai andato, perché la nostra compagnia di bandiera Alitalia mi spedì la valigia a Londra anziché in Russia. A causa di questo incidente, mi recai nei mercati rionali della periferia per acquistare il necessario per la mia permanenza, immedesimandomi in una realtà fatiscente; una faccia diversa della odierna e ricca Russia che sta scalando vertiginosamente l’economia mondiale. Povertà, alcolismo e degrado erano le caratteristiche dei tanto osannati sobborghi “lineari” socialisti, in cui le alte torri svettavano tra innumerevoli ed enormi “polmoni” verdi, ma che non erano il degno specchio della tanto decantata terra degli zar. A controbilanciare questa falsa partenza, ed a farmi identificare nella nuova opulenta nomenklatura russa ci pensava il mio amico Claudio Cattolica, nato a Montecosaro (Marche), ma oramai russo d’adozione, e così in gamba da essersi inserito celermente all’interno della rigida società russa, tanto che i suoi atteggiamenti ed i suoi lineamenti, sono oramai più vicini al popolo russo che a quello nostrano. Mosca parla italiano, ed ama fortemente il nostro design in tutti i suoi aspetti e la forte presenza dei nostri connazionali ne è grande testimonianza. Una città che corre a due velocità, una ricca ed oserei dire quasi oligarchica e borghese che predilige Putin al comando, ed un’altra in antitesi con quest’ultima e che sta cercando di scalzare il Presidente con diverse manifestazioni. Grazie al mio “Virgilio” marchigiano, che fungeva anche da Cicerone, e che pazientemente si divideva tra il suo lavoro ed il mio soggiorno, potei vedere diverse aree di Mosca, da quelle più periferiche a quelle centrali. Per raggiungerle rapidamente prendevamo la metropolitana, metronomo della città, tra gli underground più belli mai visti, per le sue peculiarità estetiche, in cui si respira aria di “Secessione viennese”, ed illuminata da lampadari fin de siècle. Se negli anni della Seconda guerra mondiale il metrò moscovita fu un riparo contro i raid aerei nazisti, attualmente è una vera e propria”trappola” a causa degli attentati ceceni. Tanta è la paura, che terminata la corsa, la gente si precipita velocemente all’uscita. Anch’io mi affrettavo, ma per un motivo ben diverso: volevo risparmiare tempo per poter respirare i sogni ed i desideri del popolo moscovita, e così da piazza Puskin cominciava la mia passeggiata lungo tutto il boulevard fino alla meravigliosa Piazza Rossa. Un quadrilatero, in cui mi sono ritrovato sperduto tanta era la vastità, circondato da diversi palazzi, ed in cui emergevano la bellezza del Cremlino e della Chiesa di San Basilio,  eretta da Ivan il Terribile per celebrare la conquista del khanato del Kazan. A destra ai piedi del Cremlino, il mausoleo di Lenin, realizzato con una rigida forma geometrica cubica che si metteva in contrapposizione alla Chiesa di San Basilio, unica per la sua originalità, che invece con la sua forte asimmetria, imprevedibilità architettonica e con le sue guglie a spirale senza motivi ornamentali, caratterizzava la testata finale della Piazza Rossa. Entusiasmante. A differenza della disomogeneità esterna, la chiesa internamente si presentava ordinata, e dalla pianta centrale si articolavano otto vestiboli laterali, riccamente decorati, con sempre diversi dipinti murali dalle forti tonalità. La chiesa terminava con la torre campanaria che dalla sua notevole altezza mi permetteva di poter ammirare la Piazza in tutta la sua interezza. Ma “La Terza Roma”, come amava chiamarla Ivan il Terribile, non la si può descrivere solo con qualche riga tanta è la sua magnificenza. Non mi restava, dunque, terminare anche questa volta il mio viaggio e prima di percorrere la strada dell’aeroporto chiedevo al tassista di poter ammirare le guglie dorate del Cremlino al mattino. Il mio sguardo, però, si posava verso il mausoleo del Padre della Piccola Patria e non riuscivo che mormorare tra me e me “Spassiba Mockba”.

Arriva la Pasqua … facciamo pulizia!

BEA 40 01La Pasqua è una festa di origine pre-cristiana e il simbolismo legato all’uovo è universalmente condiviso nella sua interpretazione:  per qualsiasi popolazione a qualsivoglia latitudine del nostro pianeta l’uovo è il simbolo misterioso della vita che rinasce. Questa rinascita implicitamente segue ad una “morte”,  un inizio che segue ad una  fine,  la soluzione di continuità di un ciclo che si conclude ed uno nuovo che ricomincia. Muore l’inverno; ricomincia la stagione più vitale, la stagione generatrice, la primavera .
In questo momento di passaggio, quanto avviene per la natura tutta, con il suo ritmato ciclo stagionale, si riflette nel microcosmo delle nostre vite, nel nostro corpo e nel suo complesso mondo interno: così come per l’albero dopo la lunga quiete invernale, anche per noi avviene il momento della rinascita, ma bisogna arrivare preparati a questo appuntamento.
L’energia richiesta da quest’atto di rinascita è enorme, sia sul piano fisico che su quello psicologico; Il nostro fisico ci segnala lo sforzo in atto con i frequenti episodi di sonnolenza che si avvertono a primavera. Tutto il grande lavoro che affrontiamo è un processo di rigenerazione nel quale si rende necessaria una depurazione (la quaresima).
La fitoterapia ci viene in soccorso offrendoci tantissimi medicamenti.  Come sempre anche questa volta è proprio dalla natura che ci arrivano i rimedi più efficaci e mai come in questo periodo dell’anno essa è più generosa: ecco allora la bardana per ripulire la pelle, il cardo – citato nella Bibbia e coltivato nei monasteri durante il medioevo – e il carciofo, tanto amato dagli antichi romani, entrambi di estremo aiuto per fegato e cistifellea; la betulla, considerata l’albero cosmico per eccellenza dai celti, quale diuretico volumetrico e selettivo che aumenta la diuresi del 30-40% ed elimina i composti azotati  (urea e acido urico) e i cloruri; il preistorico equiseto, ottimo per  ridare nutrimento ai terreni impoveriti è anche per noi un eccellente rimineralizzante; il ginseng  conosciuto in estremo oriente come pianta curativa per ogni male (la “Panakeia” dei greci, ovvero l’erba divina capace di curare tutto), ottima contro l’affaticamento e lo stress, costituisce un valido coadiuvante nell’attività sportiva; e poi ancora l’ortica, il ribes nero, l’aloe, l’argilla ventilata e tantissimi altri ancora.
Per depurarci a tavola potremmo invece cimentarci con un alimento insolito nella nostra cucina eppure importantissimo. Mi riferisco alle alghe di mare, vegetali poco conosciuti in Italia ma di uso comune in estremo oriente e anche in Gran Bretagna, Norvegia e America del nord. Queste “insalate di mare” contengono una lista lunghissima di elementi tra minerali e  vitamine che,unite alla clorofilla, offrono un prezioso aiuto nella cura delle anemie e sono un ottimo chelante per le sostanze tossiche.
La ricetta che vi propongo contiene l’alga dulse, un’alga ricca di proteine,  potassio, magnesio, iodio, fosforo e ferro (quest’ultimo minerale  conferisce loro il caratteristico colore rosso porpora):

Tofu saltato con dulse e cipolle al profumo di finocchio
Ammollate 15 g di alghe dulse in acqua per 20 minuti,  sciacquatele sotto acqua corrente fredda, scolatele bene e tagliatele a pezzetti. Bollite 300 g di tofu naturale in acqua salata per  5 minuti e tagliatelo a cubetti.  Scaldate a fiamma vivace 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva assieme ad un cucchiaino di tamari in una padella dal fondo pesante, fatevi appassire 2 cipolle dorate tagliate a rondelle sottili ½ cucchiaino di semi di finocchio pestati, 100 ml d’acqua, 3 carote medie tagliate a mezzelune, 1 pizzico di sale marino integrale e fate cuocere per  3-4 minuti, rimestando di tanto in tanto. Unite 1 cucchiaio di malto di riso, il tofu e 1 cucchiaino di zenzero essiccato in polvere, mescolate, aggiungete le dulse e saltate ancora per qualche minuto, allungando, se occorre, con 2 o 3 cucchiaio di acqua filtrata.
Proseguite la cottura fino a quando il fondo non si sarà asciugato, togliete dal fuoco e servite.

Giulianova. Cosa è stato fatto per la mobilità sostenibile?

AEB 40 01Il programma Giulianova 2020 era chiaro: nella voce “Infrastrutture e mobilità” venivano riportate le azioni che l’amministrazione avrebbe messo in atto per favorire una mobilità più a misura d’uomo. Tra queste la riqualificazione, già progettata dalla precedente amministrazione, di Piazza Dalmazia, delle pinetine circostanti, di via Nazario Sauro e piazza Fosse Ardeatine, collegando il tutto con l’area della piazza ex Golf Bar. Nel 2010 veniva dato ampio risalto all’annuncio della imminente pedonalizzazione di Via Sauro, che però ad oggi è ancora aperta al traffico. Il programma continuava con una serie di interventi per incrementare e favorire la mobilità ciclistica, oltre che pedonale, come la riqualificazione del tratto di strada tra lo stabilimento Caprice e via Mantova attraverso la creazione di anse sul lato est, con verde attrezzato, panchine e attrezzi ginnici; la realizzazione di nuovi parcheggi di interscambio con altre forme di mobilità (treno, bus e bici); la realizzazione di marciapiedi in strade sprovviste con priorità a quelle con maggiore densità di traffico e in prossimità di scuole (come la SS80 e il bivio Bellocchio); la redazione di un progetto di riqualificazione di Via Veneto (con la speranza che tale progetto non preveda il taglio dei pini esistenti); la messa in sicurezza delle piste ciclabili esistenti; l’applicazione sistematica della legge 366/98 sulla mobilità ciclistica (obbligo di realizzare la viabilità ciclabile in tutte le nuove infrastrutture stradali e nella manutenzione delle esistenti); la costruzione del raccordo tra le piste sui lungomari sud e nord; lo sviluppo di una rete ciclabile comunale (con priorità ai percorsi che conducono agli edifici scolastici); l’adesione al progetto della Teramo – Mare ciclabile (con priorità alla realizzazione del tratto Giulianova-Colleranesco); la realizzazione del sistema bike sharing (coinvolgendo i comuni limitrofi della fascia Adriatica e della Val Tordino) mettendo a disposizione dei cittadini biciclette dislocate in vari punti della città; lo sviluppo di un sistema di mobilità intermodale tra biciclette e mezzi di trasporto pubblico; la realizzazione di parcheggi attrezzati coperti per biciclette nella stazione FS; la realizzazione di itinerari ciclabili, anche in collaborazione con i Comuni limitrofi e la posa in opera di cartelli segnaletici. Di tutti questi propositi, però, nulla si vede in città: la pista sull’argine del fiume Tordino è ancora interrotta dopo l’alluvione del marzo 2011; manca il tratto centrale del percorso ciclabile costiero (tante le promesse di passaggio all’interno del porto, rimaste purtroppo tali); in città non è stato realizzato neppure un nuovo metro di ciclabile (tantomeno il collegamento con Colleranesco) e il promesso “biciplan” (piano regolatore della mobilità ciclistica) rimane chiuso in qualche cassetto; di parcheggi pubblici per biciclette neanche l’ombra; il bike sharing non è mai partito (eccettuato il prestito estivo che poco incide sulla mobilità urbana); a parte Colleranesco le altre parti della città non hanno visto la realizzazione di nuovi marciapiedi, che sarebbero utilissimi sulle statali, anche per collegare quartieri come Villa Pozzoni al lido... Manca circa un’anno alla fine del mandato. Riusciranno a portare a termine quanto promesso? O dovremo aspettare, come annunciato nel titolo del programma, il 2020?

La TV che si mangia

PES 39 01Il grande paradosso di questi tempi nel mondo della ristorazione è quello di avere i ristoranti vuoti e la televisione piena di chef che cucinano; da un lato la crisi impone una contrazione di consumi che inevitabilmente tocca pesantemente il nostro mondo, dall’altro in televisione chef professionisti, dilettanti prestati alla gastronomia e semplici appassionati, a tutte le ore ed in tutte le televisioni - dalle più grandi alle più piccole - propongono ricette, cucinano pietanze e parlano di cibo in generale con audience e gradimento garantiti e sempre crescenti. Masterchef, il programma di Sky, ha ottenuto un successo notevole, La prova del cuoco da anni cattura l’interesse di milioni di telespettatori, Benedetta Parodi con i suoi semplici e spesso banali menu oltre a garantire un’audience televisiva alta ha venduto migliaia di copie dei suoi libri di ricette. Ed anche per noi ristoratori, nel nostro piccolo, ogni apparizione televisiva ha significato un bel ritorno di immagine ed i molti si sono mostrati interessati a ciò che in TV avevamo illustrato. In tanti casi, però, quella che viene proposta è un’immagine artefatta del mondo della ristorazione. Spesso le ricette mostrate mancano dei passaggi fondamentali, non sempre viene dato il giusto risalto agli ingredienti ed alla loro provenienza, i tempi di preparazione il più delle volte non coincidono con quelli realmente occorrenti e può accadere anche di sentire delle affermazioni che sfiorano l’ assurdità: mi è capitato di vedere uno spezzone di Masterchef in cui un giudice, Bastianich, maltrattava un concorrente per aver servito dei calamaretti crudi, contestandogli che serviti crudi non erano commestibili, e così buttando nel secchio in un attimo decenni di tradizione gastronomica abruzzese e, più in generale, marinara. Comunque ben venga questo successo mediatico se riesce ad ampliare le conoscenze enogastronomiche, se suscita curiosità e interesse, se riesce ad aiutare un settore come il nostro che, come tanti altri di questi tempi, soffre una contrazione che sembra inarrestabile e necessita di trovare nuove ragioni per continuare a credere nella qualità e nell’identità di una cucina che si esprime assieme al suo territorio.

Una ricetta di Carlo Cracco chef a Milano nell’omonimo ristorante e giudice di Masterchef.

PES 39 02Risotto mantecato ai pomodori verdi, gamberi e pinoli  tostati
Ingredienti Per 4 persone
-  240 g riso Carnaroli del pavese
-  1+1/2 scalogno intero tritato
-   acqua bollente
 -  40 g grana padano
 -  20 g olio extravergine
 -  20 g pinoli tostati
 - 16 gamberi rossi piccoli
 - 100 g burro
 -  60 g brunoise di pomodori verdi
il burro al pomodoro verde:
  -  500g burro
  -  650g pomodori verdi sardi
Preparazione:
Per il riso. Soffriggere lo scalogno in metà burro, unire il riso e tostarlo leggermente. Aggiungere a poco a poco l’acqua bollente.

Per il burro al pomodoro verde:
Tagliare i pomodori a pezzi, metterli in una casseruola coperti con il burro fuso. Cuocere per 2 ore circa a fuoco lento. Terminata la cottura scolare e filtrare il burro e conservarlo in frigorifero.

Terminata la cottura del riso, fuori dal fuoco, aggiungere i pinoli tostati, pomodori verdi a cubetti ed il grana padano, il burro normale e mantecare. Aggiustare di sale e pepe. Unire 4 cucchiai di burro al pomodoro verde. Mantecare nuovamente. Disporre il riso in un piatto da portata, erminare adagiandovi sopra i gamberi crudi.
Guarnire a piacere con della polvere di barbabietola.

Pulito che più sporco non si può

AES 38-01Come puliamo le nostre case?
Fermiamoci un momento a riflettere su quali e quante sostanze chimiche introduciamo quotidianamente nei nostri ambienti domestici, nelle scuole, sul posto di lavoro e cerchiamo di capire se questi “indispensabili” prodotti siano davvero così innocui.
Un tempo bastava il sapone per lavare biancheria e indumenti; ingredienti semplici rendevano le case dei nostri nonni luoghi sani e puliti. Oggi l’inquinamento indoor, ovvero quello che respiriamo all’interno delle mura domestiche, sembra avere grandi responsabilità per l’impennata delle allergie e delle dermatiti, cresciute esponenzialmente tra la popolazione ed in particolare nei bambini negli ultimi anni. È detta sick building syndrome, ovvero sindrome da edificio malato. La bioarchitettura se ne occupa da anni e ha individuato le cause di questa patologia in più famiglie di inquinanti: l’inquinamento elettromagnetico, quello da radon, la formaldeide e infine i COV (composti organici volatili). L’industria chimica è riuscita ad introdurre nelle nostre case, con prodotti pubblicizzati da massaie che sembrano realizzare il sogno di una vita felice grazie all’uso dell’ultimo sgrassatore per rubinetti, vere e proprie bombe chimiche capaci di mettere in crisi l’intero ecosistema. Come al solito noi Italiani vogliamo strafare e così strappiamo al resto del mondo il primato in fatto di consumo di detersivo: il nostro record è di 25 kg di detersivo pro capite all’anno contro ad esempio i 4 kg di uno scandinavo.
Tutta questa passione nel lustrare casa fa sì che annualmente riversiamo in mare un milione di tonnellate di sostanze di sintesi derivate dal petrolio e utilizzate per la pulizia delle case, delle scuole, degli ospedali e dei luoghi di lavoro. La lista di quello che un detersivo medio contiene è tristemente lunga e sembra nata dalla mente perversa di uno scienziato pazzo che voglia conquistare un mondo distrutto dagli agenti inquinanti: formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici, benzene, PVC e ftalati, solventi, sostanze mutagene e cancerogene, nichel, cadmio, cromo e piombo, sbiancanti ottici, polimeri acrilici, parabeni e TAED, fosfati e sequestranti amminofosfonici e molto ancora.
Sugli scaffali dei supermercati vengono sempre più pubblicizzati prodotti contenenti biocidi e antibatterici. La guerra all’ultimo batterio è tuttavia persa in partenza, visto che già dopo un’ora e mezza dal lavaggio non c’è più alcuna differenza significativa nel numero dei microbi presenti sulle superfici lavate; col risultato però di creare sempre più batteri resistenti agli antibiotici. Il triclosan ad esempio, ha prodotto già tre nuove generazioni di escherichia coli e diverse varianti anche per quanto riguarda lo staffilococcus aureus.
Uno studio recente condotto in Norvegia ha trovato tracce di triclosan nel latte materno del 60% delle donne prese sotto esame. L’alternativa a tutte queste porcherie c’è e viene dalla detergenza biologica e dal fai da te, efficace ed economico.
Con pochi gesti possiamo contribuire attivamente a salvare questo mondo!

Detersivo per lavastoviglie:

3 limoni, 400ml d’acqua, 200 g di sale, 100 ml di aceto bianco.
Fare a pezzi i limoni, togliere i semi e frullarli con un po’ d’acqua e sale. Far bollire con il resto dell’acqua e l’aceto per 10 minuti. Invasare ancora caldo per creare un sottovuoto che lo farà durare parecchi mesi. Utilizzarne due cucchiai da minestra nella vaschetta del detersivo.

Questione di cuore

pes 37 1Vito Pepe, ventottenne pugliese, è lo chef del ristorante “Beccaceci” e ci racconta, attraverso un dessert, del suo amore per la cucina.

Per me il mondo della cucina è una terra lontana dalla quotidianità, in cui ogni giorno bisogna mettersi in discussione, andare avanti, sviluppare un’idea e lavorare perché diventi un piatto da degustare. Penso che nulla deve essere lasciato al caso nell’inventare un nuovo piatto; generalmente parto da un’intuizione semplice, come un abbinamento particolarmente intrigante, un gioco di consistenze o - perché no - un ricordo d’infanzia e a questo aggiungo tanta esperienza tecnica: forse sarà quest’ultimo l’ingrediente speciale che utilizzo per ponderare le mie scelte, poiché non vi è innovazione senza conoscenza, studio e approfondimento. La cucina tradizionale, in fondo, non è altro che l’esperienza tramandata di generazione in generazione, la mano che incontra quotidianamente i prodotti locali; spetta alla nostra generazione non solamente custodirla ma, soprattutto, valorizzarla aggiungendo il valore della tecnica.

pes 37 2Tiramisù rivisitato
Per San Valentino 2013 ho pensato al dessert rinvigorente per antonomasia, il tiramisù, dove la cialda al cacao dona una forma e una croccantezza inaspettate.

Ingredienti (per 4 porzioni)
Biscotto al cacao: uova 2, zucchero 80 gr, farina 20 gr, fecola 50 gr, cacao 20 gr.
Cialda: burro fuso 50 gr, farina 40 gr, cacao 10 gr, zucchero a velo 50 gr.
Caffè concentrato: zucchero 100 gr, caffè espresso, 80 gr zucchero.
Crema al mascarpone: crema pasticciera 150 gr, mascarpone 250 gr, panna montata 130gr, marsala.

Procedimento
Per il biscotto al cacao montare a neve gli albumi con lo zucchero, unire i tuorli leggermente sbattuti ed amalgamare con i restanti ingredienti. Su un foglio di carta forno stendere uno strato di 1 cm e cuocere in forno a 200°C per 7 min. Ritagliare dei dischi di biscotto (va bene il diametro di un bicchiere) e bagnarli leggermente con del caffè zuccherato.
Per le cialde amalgamare tutti gli ingredienti e formare dei rettangoli molto allungati su un foglio di carta forno. Cuocere 4 min in forno e, ancora caldi, arrotolarli dandogli una forma cilindrica; se dovessero indurirsi prima del tempo riscaldare nuovamente.
Per il caffè concentrato far bollire il caffè con lo zucchero fino a 105°C o, comunque, finché non raggiunge una viscosità adeguata.
Per la farcia incorporare alla crema il mascarpone, successivamente la panna e aromatizzare con il marsala. L’utilizzo della crema pasticciera è un ottimale adattamento per evitare il consumo di uova crude e scongiurare eventuali pericoli.
Per il montaggio disporre la cialda nel piatto, farcire alternando la crema al mascarpone con i dischi di biscotto e del caffè concentrato. Spolverare con cacao.

Crescere giovani Chef

PES 36 01Sabato scorso Marco Lodoli al Kursaal ci ha spiegato molto dei meccanismi dell’apprendimento contemporaneo, di come i ragazzi e i professori si predispongono ai propri ruoli, di come la fruibilità della conoscenza e la formazione dei ragazzi passino anche attraverso strumenti nuovi che non sempre vengono recepiti e usati nei modi migliori. Insomma ci ha lasciato un’istantanea, a tratti critica, dell’istruzione oggi ed insieme la speranza di un cambiamento verso una scuola che doti i ragazzi di saperi e saper fare.
Anche nella ristorazione sono sempre di più i giovani che arrivano dagli istituti professionali e devo dire che la loro qualità migliora costantemente: conoscono meglio le tecniche di cottura, hanno buona manualità e le conoscenze di fondo acquisite sono più che accettabili. Però non basta. Un diciottenne appena diplomato in un istituto alberghiero non può essere pronto per il mondo del lavoro, necessita del passaggio successivo: la formazione sul campo. Essere un cuoco comporta una serie di conoscenze che purtroppo la scuola non può dare: conoscenza del mercato intesa come capacità di discernimento tra gli infiniti prodotti utilizzabili, capacità di rapporti con i fornitori, creazione e innovazione della carta delle vivande, padronanza nella gestione delle “comande” durante un servizio e tante altre cose che solo un’esperienza duratura e consapevole presso strutture professionalmente capaci potrà dare. A tal riguardo va valutato molto positivamente un bando della Regione Abruzzo, che nelle prossime settimane diventerà operativo, atto proprio ad instradare, in maniera competente e moderna, i ragazzi che vogliono entrare nel mondo della ristorazione. La formazione avverrà attraverso due momenti ben distinti: il primo nelle aule con i migliori chef abruzzesi che trasmetteranno la conoscenza dei prodotti soprattutto regionali e delle più idonee tecniche di cottura, con sommelier che tratteranno di vini e abbinamenti, con maitre che parleranno di accoglienza e servizio e di tanto altro; il secondo momento, quello fondamentale, avverrà nelle cucine dei ristoranti abruzzesi dove i ragazzi faranno il tirocinio decisivo al completamento della loro formazione e lo faranno - ottima notizia - retribuiti con i fondi europei che il bando mette a disposizione. Insomma, finalmente in Abruzzo decolla un progetto formativo per il settore enogastronomico atto a dotare la nostra regione di giovani consapevoli e capaci, in grado di sviluppare e promuovere nell’immediato futuro quella molteplicità ed unicità di gusti e sapori del nostro territorio che troppo spesso sono stati trascurati.
Con piacere propongo un grande classico della cucina abruzzese, interpretato dalla famiglia Tinari del ristorante Villa Maiella di Guardiagrele.

Chitarra al ragù di agnello e ricotta affumicata al ginepro

Ingredienti. Per la pasta: 250 gr. di farina 00, 150 gr. di semola, 4 uova, sale q.b.
1 coscio d’agnello, sedano, prezzemolo, aglio, pomodoro, olio extra vergine, ricotta affumicata al ginepro.
Procedimento.
la pasta
Impasto le farine, le uova, il pizzico di sale e faccio riposare per mezz’ora. Poi la stendo con il matterello allo spessore di 2 mm e la passo sulla chitarra o altrimenti la stendo con la macchinetta e la passo alla taglierina. La sistemo su un vassoio e lo copro con un torcione.
il ragù d’agnello
Prendo la coscia di agnello la taglio in modo da ricavare 2 fazzoletti della larghezza di 15 e lunghezza 10 dello spessore di 1 cm. circa, la restante parte la taglio a dadini da 1 cm. per lato. Appoggio sui due fazzoletti i bastoncini di sedano, le foglie di prezzemolo, l’aglio tagliato a listarelle, condisco con sale e pepe. Poi li arrotolo e li lego con lo spago a forma di salame.
Prendo una casseruola verso l’olio e faccio rosolare a fuoco dolce i due involtini e le ossicine del collo.
Aggiungo poi il fondo tritato, continuo a far rosolare e poi aggiungo i dadini di agnello, porto anche questi a rosolatura e bagno con il vino bianco.
Aspetto che evapori ed infine aggiungo i filetti di pomodoro e porto a cottura per 1 ora e 30 a fuoco dolce. Nell’eventualità la salsa si restringa troppo durante la cottura aggiungo dell’acqua.
Cuocio la pasta in abbondante acqua salata, la scolo e la faccio saltare insieme al ragù e la servo velocemente con una grattata di ricotta affumicata al ginepro.

Riutilizzare gli avanzi

aeb 35 01Con la crisi economica che imperversa siamo spesso costretti a pensarci bene prima di mettere  mano al portafoglio,  questa situazione però può anche darci modo riflettere su quanto ci circonda e magari farci scoprire che viviamo dentro un modello di società che vuole a tutti costi venderci sempre qualcosa, anche quando non ci serve ma solo perché “costa poco”.  Riempiamo così le nostre case di oggetti non sempre utili, destinati prima o poi ad essere buttati via.
Per questo Natale vi porto in dono un po’ di cifre sulle quali possiamo provare a riflettere in questi giorni di festa. Nel suo ultimo libro, Economia a colori (ed. Feltrinelli), Andrea Segrè ci parla, tra le tante cose, dei numeri dello spreco: ogni anno nel mondo circa 1,3 miliardi di cibo vengono prodotti e sprecati solo nel passaggio dal campo alla tavola. In Italia nel 2011 lo spreco di cibo a livello domestico è costato ad ogni famiglia poco meno di 1600 euro all’anno, ovvero il 27% dei 5.724 euro spesi ogni anno per l’acquisto di beni alimentari. In termini di PIL (2011) lo spreco alimentare rappresenta il 2,4% della ricchezza nazionale.
Nonostante questi numeri poco gratificanti, possiamo provare a tirar fuori qualcosa di buono anche da un momento difficile come questo per riappropriarci di un tempo nostro, svincolandoci dall’ossessione dei consumi, pensando a come recuperare quello che c’è già disponibile. Ad esempio possiamo applicare la buona pratica del riciclo anche nella nostra tavola: nel bel libro La cucina a impatto (quasi) zero (ed. Gribaudo), Lisa Casali e Tommaso Fara scrivono che ogni giorno ognuno di noi produce in media 1,5 kg di rifiuti, di cui circa il 20% è costituito da scarti alimentari commestibili.
Oltre agli sprechi diretti, intesi cioè come cibo che viene buttato nella spazzatura, vi sono poi tutta una serie di altre variabili che determinano ancora altri sprechi come, per  esempio, la strada percorsa dal luogo di produzione fino alla nostra tavola dal cibo che acquistiamo ; l’energia e l’acqua impiegate per produrlo; le sostanze chimiche utilizzate e quelle disperse nell’ambiente; l’impoverimento del suolo; la distruzione di habitat acquatici e terrestri ecc.
Sempre i nostri autori Casali e Fara riportano un interessante studio svolto dall’Istituto Tedesco per la Ricerca sull’Economia Ecologica (IoeW), pubblicato nel 2008 da Foodwatch, che ha confrontato le emissioni di gas serra dovute al cibo consumato da una persona per un anno. La conclusione dello studio premia naturalmente la dieta vegana a base di prodotti biologici che oltre ad essere sorprendentemente salutare, riduce del 94% le emissioni di gas serra rispetto alla dieta onnivora a base di prodotti convenzionali.
Ecco quindi una ricetta per utilizzare gli avanzi che da sola non basterà a salvare il pianeta ma ci aiuterà forse a vedere gli avanzi di cucina da un punto di vista differente:

Pudding all’ex spremuta:
Ingredienti
– gli avanzi di 4 arance spremute (polpa
     e scorza)
– 1 banane troppo matura
– 2 cucchiai di zucchero di canna inte-
    grale
– 1 bicchiere di farina
–1 cucchiaino di lievito per dolci
– 2 cucchiai di olio extravergine di oliva
Preparazione
Frullate la polpa delle arance, eliminando i semi. Schiacciate la banana con la forchetta e unitevi lo zucchero e gli altri ingredienti assieme ad una grattuggiata di scorza di arancia. Amalgamate fino ad ottenere un impasto consistente. Ungete quattro stampini, riempiteli con l’impasto ottenuto e cuoceteli in pentola a pressione, nel cestello della cottura a vapore, per 15 minuti. Nel frattempo ricavate delle striscioline dalla scorza di un’arancia o di un limone. Lasciate intiepidire i pudding e decorateli a piacere con le scorze d’arancia, fresche o caramellate e con fili di caramello.

La scelta del vino

PES 34 01In questo periodo dell’anno tanto è il tempo che passiamo a tavola, si incontrano più volentieri gli amici, ci si trova con i colleghi di lavoro, c’è la cena della Vigilia poi il pranzo di Natale, il Cenone dell’ultimo dell’anno e per alcuni anche il pranzo di capodanno.
Allora viene naturale impegnarsi in cucina per rendere questa convivialità il più piacevole e ghiotta possibile: i più ripropongono piatti natalizi della nostra ricca tradizione, qualcuno coglie l’occasione per sperimentare nuove ricette, tutti godono del piacere di assaporare cose buone e gustose.
Ma non è di cucina che voglio parlare bensì di abbinamenti, perché alle prelibatezze che andiamo a preparare dobbiamo affiancare vini e spumanti all’altezza dei nostri piatti.
Un primo consiglio - che per molti sarà scontato - è di non chiudere la cena con lo spumante o lo champagne; usateli piuttosto per accogliere i vostri ospiti, insieme a qualche piccolo stuzzichino, per un fresco aperitivo. Così preparerete le papille gustative ad accogliere meglio i cibi che andrete a proporre, stimolerete la cosiddetta “acquolina in bocca”. Scegliete poi i vini in abbinamento seguendo la loro natura: i bianchi leggeri prima, i vini strutturati ed i rossi importanti dopo.
Non fate diventare la vostra cantina un deposito di reliquie, non aspettate troppo i vini: se un produttore ha deciso di commercializzare il suo vino vuol dire che secondo lui è pronto per essere bevuto; non è raro trovarsi a bere vini ossidati e decrepiti solo per un malinteso senso dell’invecchiamento e non sono molti i vini capaci di reggere e migliorare nel corso del tempo. Abbiate cura di scegliere i bicchieri adatti: una flute per i vini mossi - e non la coppa, come da errata credenza - un calice medio per i bianchi, uno più capiente per i rossi importanti: darete così modo ai vini di esprimersi al meglio. Tenete d’occhio la temperatura: 8/10° per le bollicine ed i bianchi, 16/18° per i rossi e per questi ultimi non fatevi ingannare dalla classica “temperatura ambiente”, le nostre case, sopratutto le sale da pranzo, hanno temperature ben superiori ai 20/22° e nei vini portati a tali temperature si percepiscono eccessivamente la tendenza dolce e l’alcool e la bevibilità ne risulta compromessa. In chiusura dei vostri pranzi, insieme al dessert, servite un passito dolce o, se non volete rinunciare alle bollicine finali, un Moscato d’Asti.
In occasione delle feste è doveroso il tributo ad un piatto stupendo della grandissima cucina della nostra provincia, il tacchino alla canzanese. Gustatelo insieme ad un tipico Cerasuolo d’Abruzzo.

Tacchino alla canzanese

PES 34 02Una tradizione e una ricetta originale tramandata di generazione in generazione, fin dalla casuale scoperta (a metà del 1800) che il brodo di tacchino, preparato al mattino la sera stessa era diventato gelatina ed esaltava il sapore della carne. Si utilizza solo la femmina del tacchino, che ha carni più tenere e saporite e un peso lordo di circa 6/7 Kg, peso che si ridurrà di un paio di chili dopo la fase iniziale di disossatura. Infatti, dopo aver pulito bene ed eviscerato l’animale, inizia la delicata fase di separazione delle carni dalle ossa, partendo dalla parte dello sterno. Anche la legatura della parte più grande (il busto) è un rito di solo apparente semplicità: movimenti precisi ed armonici disegnati con grazia ed eleganza antica.
Una volta legato, il busto viene sistemato nella teglia con le sovracosce disossate, i filetti di petto, le cosce e le ali (che per praticità verranno disossate dopo la cottura). Vengono sistemate nella teglia anche le ossa della carcassa, rotte e frantumate per dare maggior intensità al brodo. Si aggiunge acqua - senza coprire del tutto le carni - aglio, alloro, pepe a chicchi e sale.
La cottura è una via di mezzo tra arrostitura e lessatura e inizia a fiamma molto alta, per avere una iniziale,decisa rosolatura. Una volta girato il pezzo, infatti, la cottura prosegue per otto/nove ore,durante le quali le carni vengono girate spesso. Al termine, la quantità di brodo residua viene separata dalla carne, sgrassata e filtrata da tutte le impurità. Si disossano anche ali e cosce.
Il brodo così preparato, ancora caldo, viene fatto raffreddare insieme alle carni a temperatura ambiente e poi lasciato in frigorifero dove diventerà gelatina. In origine la preparazione avveniva senza disossare l’animale, con notevoli difficoltà di consumo a fronte di una maggior semplicità e velocità di preparazione.

Il verde perduto di Giulianova

SA 34 01Il verde urbano, nel corso dei secoli, è sempre stato elemento importantissimo nelle strategie di sviluppo urbano di piccoli e grandi città. La quantità e la qualità del verde urbano, auspicate anche in ambito europeo da Agenda 21 e dalla Carta delle Città Europee per uno sviluppo durevole e sostenibile, sono elementi qualificanti di riconosciuto valore per assicurare adeguati livelli di qualità della vita ai cittadini. Sebbene a livello di politica comunitaria la superficie delle aree verdi, e la relativa diffusione di specifici strumenti di gestione, siano considerati un indicatore di sostenibilità ed un elemento chiave per la riqualificazione del tessuto urbano, in Italia non è in vigore alcuna specifica politica di settore.
A questa carenza hanno sopperito diversi Comuni, approvando Regolamenti e Piani Regolatori del verde, e anche Giulianova, con Delibera di Consiglio Comunale numero 25 del 12.02.2010, si è dotata di apposito Regolamento che ha fatto seguito ad un puntuale e utilissimo censimento del verde, realizzato negli anni ’90 dall’Amministrazione Arboretti. Purtroppo tale censimento appare ormai superato e anche il regolamento viene spesso disatteso eseguendo potature senza alcun criterio scientifico, e abbattimenti, spesso inutili, non seguiti da sostituzioni (emblematico il caso di Piazza Buozzi, dove la vetusta pianta che abbelliva la piazza, uno dei pochi esemplari presenti in centro storico, è stata eliminata e mai più sostituita, nonostante le numerose rassicurazioni dell’Amministrazione comunale).
E così, poco alla volta, Giulianova sta perdendo un patrimonio culturale, sociale, ambientale ed anche economico, la cui scomparsa impoverisce ogni cittadino oltre a rendere la città meno attrattiva da un punto di vista turistico. La poca cura nella gestione delle aree verdi (si vedano le condizioni dei parchi pubblici) fa seguito alla piantumazione di specie non adatte al clima marino, alle pavimentazioni “soffocanti” con asfalto o cemento che poi provocano la fuoriuscita di apparati radicali con conseguente rovina del manto stradale, ecc. facendo diventare Giulianova la patria del “verde perduto”, con buona pace di proclami e promesse. Soluzioni? È comunque una questione di cultura, che nessuna norma o regolamento riuscirà mai a rendere obbligatoria, ma visto che una norma esiste (il citato regolamento del verde) e esistono anche norme non scritte di buona pratica, occorre, da subito, seguirle (organismi comunali e partecipate in primis).
Poi, come d’altra parte promesso dall’attuale Amministrazione, sarebbe utile un piano regolatore del verde, da coordinare con gli altri strumenti di pianificazione comunale (PRG, Piano traffico, Regolamento Edilizio, ecc.) e, cosa più importante, bisogna considerare il verde come un valore aggiunto e non come un fastidioso costo per la comunità. Ma quest’ultima avvertenza, come già scritto, è questione di cultura…

Svelata l’identita dell’alieno

LPDS 34 02Numerosi testimoni raccontano di aver avvistato l’alieno che gira in bici alla ricerca di un distributore d’acqua gassata. Dopo averlo incontrato in Via del Campetto (qui le testimonianze discordano, c’è chi dice alle 10, chi alle 16,45 – o forse hanno ragione tutti vista la difficoltà di superare quel labirinto stradale) molti lo hanno visto fermo al semaforo intelligente di Via del Popolo. Non si sa che fine abbia fatto, pare che qualcuno lo abbia incrociato nei pressi dell’agenzia delle entrate con in mano alcuni 740 mentre ripeteva ossessivamente “trasparenza, trasparenza…..”.

Polemica Filipponi-Di Giacinto

LPDS 34 02Fonti bene informate ci riferiscono che nell’ultima riunione di maggioranza il presidente del consiglio Nello Di Giacinto ha dovuto affrontare un durissimo attacco frontale portatogli dall’assessore Gabriele Filipponi. Quest’ultimo lo ha accusato apertamente di essere uno dei maggiori responsabili dello sviluppo del punteruolo rosso nella nostra città.
Inconfutabile la prova presentata a sostegno di questa disonorevole accusa.

Giulianova Comune “comunicone” 2012

Dopo comune “riciclone” nuovo riconoscimento per la nostra città

Il sindaco: “Risultato eccezionale, ma non è una sorpresa” 

LPDS 34 01Giulianova si aggiudica la prima edizione del premio “Comune comunicone”, destinato all’amministrazione pubblica che, nell’anno solare, ha prodotto il maggior numero di comunicati stampa.
Con 265 comunicati in meno di dodici mesi (la classifica è stata stilata allo scorso 17 dicembre, ndr) il Comune di Giulianova ha sbaragliato la concorrenza, : rispetto ai 178 comunicati del 2011 l’incremento è stato di quasi il 50%, un risultato stupefacente. Ancora più impressionante il confronto con le realtà limitrofe: il vicino Comune di Roseto, al secondo posto in provincia di Teramo, non è andato oltre i 154 comunicati nel corso del 2012, poco più della metà di quelli sfornati dal gabinetto giuliese.
“Abbiamo raggiunto un livello di vera e propria eccellenza” ha commentato il coordinatore dello staff del sindaco, Sandro Galantini “riuscendo ad emettere comunicati stampa anche sulle questioni più inutili. È un’enorme soddisfazione aver battuto realtà molto più grandi della nostra, ma siamo certi di poter ancora migliorare”.
Incontenibile la gioia del sindaco Mastromauro: “Sono sempre stato convinto che a parole la mia amministrazione sia imbattibile e questo risultato non fa che darmi ragione. Ho soltanto un rammarico: se il crampo dello scrivano non avesse bloccato per quasi due settimane il nostro validissimo Sandro Galantini oggi saremmo qui a commentare numeri ancora migliori”.
Il premio verrà consegnato al sindaco nei primi giorni del prossimo anno (la data è ancora incerta), direttamente presso il palazzo comunale, dal presidente dell’associazione “Quanta carta sprecata!” che ha organizzato l’evento.
(*) i dati relativi ai comunicati stampa dei Comuni di Giulianova e Roseto sono assolutamente reali

Riga a Natale

ADV 33 01Parlare della mia esperienza a Riga prima del 25 dicembre è sicuramente azzeccato e ve ne spiegherò subito il motivo.
Riga una città tremendamente calda ad agosto, e pensavo che quel finto abete natalizio posto in mezzo alla piazza del Municipio fosse un miraggio dovuto alla tremenda calura. Non mi sbagliavo, invece, perché tradizione vuole che fu posto proprio qui il primo albero di Natale, anche se il luogo della nascita viene conteso con la città di Tallinn. I lettoni ne sono orgogliosi; durante i festeggiamenti nel centro storico si svolgono dei mercatini dove le bancarelle espongono diversi pezzi di artigianato locale, come gioielli di ambra del Baltico, candelieri in legno, e soprattutto diverse prelibatezze culinarie tipiche; concerti di canti tradizionali lettoni rendono ancora più piacevole l’atmosfera.
Sono stato due volte consecutive nella città anseatica, ma non per festeggiare il Natale, ma perché conosciuta una simpatica ragazza del luogo, fui invitato a partecipare ad un’altra festa folcloristica nell’ultima settimana di maggio: il GoBlonde, “presieduto” dalla simpatica e goliardica signora Marika Gederte, presidente dell’associazione con cui ho avuto un lungo rapporto interinale.
Come prima sensazione, sceso dall’aeroporto e girando con il bus, la capitale lettone, da un punto di vista urbanistico mi ricordava il “Ring” di Vienna. Anche il suo fiume Daugava, a mio avviso ne è un gran protagonista, perché è un enorme barriera liquida che taglia fisicamente e cronologicamente la città: infatti se da una parte abbiamo il centro direzionale con diverse costruzioni contemporanee, dalla parte opposta della riva abbiamo il centro storico (che l’Unesco dal 1997 considera Patrimonio dell’Umanità) che è il cuore pulsante della capitale baltica. Le acciottolate vie, spesso sconnesse e prive di cura non rendono giustizia ad un centro storico che davvero vale la pena visitare e che farà divenire Riga, nel 2014, Capitale Europea della Cultura.
Superata la piazza principale, dove fu eretta una colonna commemorativa alla Libertà e in cui confluiscono molte arterie pedonali della città, il centro storico si presenta in tutta la sua bellezza con il suo tessuto urbano medioevale originario in cui sono ubicati innumerevoli edifici di stile Art Noveau che corrono parallelamente alle lastricate vie. Difficile non perdere l’orientamento, e nemmeno le forti colorazioni delle costruzioni aiutano; ma grazie alle cupole delle chiese che possono essere prese come punti di riferimento, si riesce ad andare nei luoghi d’interesse desiderati. Spiccano come altezza e bellezza le cupole della chiesa di Santo Stefano e quella del Duomo;  la prima, in stile gotico con un meraviglioso quanto complicato coronamento barocco, ha una cupola così alta che è possibile ammirarla da buona parte della città.
Interessante è anche il palazzo delle “Teste Nere”, realizzato nella piazza del Municipio, costruito originariamente, con un impianto medievale e sede della Confraternita da cui prende il nome (le “Teste Nere” erano dei mercanti chiamati in tal modo per i loro copricapi scuri e presenti anche nella città di Tallinn) e che è un bizzarro miscuglio di stile gotico e barocco e dove le eleganti lesene di colore bianco, oltre alle raffinate rifiniture, creano un’eleganza senza pari ritmando con un sapiente gioco di nicchie la facciata. Di Riga mi sono innamorato subito per quella sua magica atmosfera bohemien di fine Ottocento, per i suoi monumenti che uniscono con una particolare originalità diversi stili architettonici.

Li caggntt

PES 33 01Ritorno alla tradizione? Ma questa a dire il vero non ha mai avuto soste; forse qualche tempo fa, c’è stato un periodo in cui era considerato un dolce  troppo “popolare” per essere presentato sulle tavole più sofisticate!  In effetti, la poca disponibilità di tempo delle donne, i tempi di realizzazione davvero lunghi, avevano un pò relegato questo dolce tradizionale in un angolo.
Parliamo de “li caggntt’ “sempre molto diversi tra loro,  secondo il gusto  di chi li prepara e le diverse tradizioni familiari e, secondo il paese, cambia la dizione del nome: caggiunitt, calciò, caggnitt, caggntt. Nascono tra le montagne del teramano, ne fanno fede le castagne, le mandorle, le noci, ma poi arrivano in città e in tutta la provincia.
Con nomi simili è possibile trovarli anche nel chietino, con ingredienti appena diversi. In alcune zone al posto delle castagne si usano i ceci da soli o con uguale quantità di castagne: è inutile negare le differenze anche se risultano comunque ottimi dolcetti.  Il ricordo va a quando si era bambini e questa preparazione di un dolce prettamente natalizio  impegnava soprattutto le nonne e i nipoti. C’erano castagne da sbucciare, lessare e pelare, gusci di noci e .mandorle da rompere e poi cedro profumato e cioccolato fondente da ridurre in piccoli pezzi. Quale migliore occasione per i piccoli di approfittare per golosi assaggi! Poi stava alle nonne miscelare sapientemente e con un tocco di mistero, tutti gli ingredienti. L’aggiunta di profumati liquori, cacao e miele, ma soprattutto il dosaggio dei singoli ingredienti, rimaneva un segreto da trasmettere da madre in figlia. Non da meno era la preparazione della pasta per avvolgere il ripieno che veniva tirata in una sfoglia sottilissima, davvero un velo; ed anche qui ciascuna famiglia aveva il suo segreto per raggiungere il risultato migliore.  Una volta pronti c’era lo scambio di almeno un cestino per l’assaggio . . .e poi via alla critiche , non sempre benevoli.
Il periodo natalizio giustificava la notevole quantità di calcionetti prodotti in ciascuna famigli, d’altra parte nel corso dell’anno non erano molte le occasioni per mangiare dolci così buoni ( e allora a buon prezzo ) se non a Pasqua, momento in cui si riproponevano le sfide famigliari con le “ciammell’ “.Ora sembra tornata la voglia di cucinare e fare da soli le buone cose da portare in tavola e sono molte le giovani signore, ma anche signori che si cimentano nella produzione di calcionetti e oggi come allora è difficile resistere alla tentazione di assaggiarne e poi “ è come li cerasc, un tir nandr” .

Giulianova all’interno del progetto Ve.Le.

AES 32 01Si è tenuto mercoledi 14 novembre, presso la sala tesi della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, il primo incontro di presentazione del progetto Ve.Le. -ciclovia adriatica Venezia Lecce- nato all’interno del Dipartimento di Teorie e Politiche dello Sviluppo Sociale-dottorato internaz. di ricerca in Sociology of regional and local development- dell’ateneo teramano.
Ma cos’è il progetto Ve.Le.? Si tratta di un ambizioso progetto di animazione sociale che ha lo scopo di mettere insieme i diversi attori del territorio (istituzioni, enti, associazioni, cittadini) per condividere una visione comune che, nello specifico, riguarda la realizzazione di un collegamento ciclopedonale da Venezia a Lecce, (parte del ramo 5 e ramo 6 della rete BicItalia FIAB) attraversando tutte le 6 regioni adriatiche (Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia), incontrando luoghi di interesse storico, culturale, ambientale e paesaggistico. L’incontro, organizzato, oltre dall’università, dall’Ordine Architetti PPC della Prov. di Teramo, dalla SISTUR, FIAB, CCiclAT, associaz. ITACA, ha visto una serie di relazioni incentrate sulle tematiche della mobilità ciclistica e del cicloturismo in particolare, e delle sue relazioni con le economie del territorio. Tra le diverse persone presenti in sala, oltre a studenti e rappresentanti delle diverse associazioni (WWF, Legambiente Giulianova, PescaraBici, ForBici Fano, Consorzio Tutela Montelpulciano d’Abruzzo Colline Teramane, ecc.) alcuni amministratori, tra i quali il sindaco Monticelli e l’ass. Alonzo di Pineto, l’ass. D’Ignazio di Teramo, il vicesindaco Fiorilli di Pescara, l’ass. Forcellese di Giulianova, i consiglieri Montebello e Mercante della prov. di Teramo, l’ass. Natale di Fossacesia, oltre a docenti universitari e tecnici di enti locali e aree protette.
L’arch. Di Marcello e l’ing. De Marcellis hanno illustrato il progetto evidenziando i tratti realizzati e quelli in corso di realizzazione, mostrando anche le criticità del percorso. In particolare, nel territorio di Giulianova, occorrerebbe una maggiore uniformità delle tipologie di piste ciclabili, una segnaletica adeguata e il collegamento nella zona portuale, oltre al ripristino del collegamento, nella parte sud, con il ponte di legno sul Tordino, interrotto dall’alluvione del 1 marzo 2011.
Il progetto ha riscosso molto successo, tanto che numerosi sono i contatti, anche da altre regioni e province interessate, per la prosecuzione del progetto. Il comune di Giulianova, per la sua posizione, potrebbe diventare un punto strategico del progetto, grazie anche al percorso ciclabile Teramo-Mare, adiacente il Tordino, che prolungato, con opportuni accorgimenti, oltre il Gran Sasso, potrebbe unire l’Adriatico al Tirreno costituendo una sicura attrattiva per i tanti turisti in bicicletta italiani e stranieri.

Il nome è una garanzia?

PES 32 01Meritoriamente la nostra Regione ha iniziato una campagna pubblicitaria per promuovere il Montepulciano d’Abruzzo, in modo da favorirne ed incrementarne il consumo sulle tavole degli italiani. Inutile stare qui a dire quanto buono ed unico è il nostro vitigno a bacca rossa per antonomasia, quanto sia competitivo con i grandi vitigni storici italiani come il Sangiovese ed il Nebbiolo, quanta capacità abbia di esprimersi ecletticamente sia come vino quotidiano di facile beva sia come grande rosso da invecchiamento. Proprio questa sua duttilità, questa capacità di essere all’occorrenza buon prodotto economico da bere tutti i giorni o costoso vino per le grandi occasioni è, paradossalmente, il suo grande limite.
Agli occhi dei mercati fuori regione, ad eccezione quelli di nicchia, la denominazione “Montepulciano d’Abruzzo” è identificata, troppo spesso, con il vino da scaffale di supermercato, bottiglioni da 1 litro e mezzo venduti a 3 euro, quasi il prezzo della Coca Cola, svilendo un marchio, un’identità regionale, il lavoro di tanti bravi viticoltori che lavorano in vigna ed in cantina con passione e sacrificio. Non fraintendetemi, non voglio dire che i vini economici non debbano essere prodotti in regione, anzi costituiscono un segmento vitale per le nostre aziende, sopratutto per le cantine sociali; un segmento che crea ricchezza e posti di lavoro e i vini rispetto ai loro concorrenti mondiali sono spesso più buoni. Dico solo che bisognerebbe lavorare sulle denominazioni, renderle funzionali ed identificative del tipo di vino prodotto. Esistono già delle sottozone, penso alla D.O.C.G. “Colline teramane” o alla dicitura “Riserva”, su alcuni vini messi in commercio dopo 4 anni dalla vendemmia, ma resta il fatto innegabile che tutti i consumatori continuano a chiedere il Montepulciano senza distinzione alcuna.
Per essere più chiari: citavo prima Sangiovese e Nebbiolo come grandi vitigni italiani e risalta il fatto che questi, chiamati così, suscitano un’attenzione limitata ma se li pensiamo come Brunello di Montalcino , Barolo o Barbaresco il prestigio è ben differente.
Uscire da questa situazione non è semplice, la nostra denominazione è tra le più estese d’Italia: copre l’intera regione Abruzzo ed organoletticamente i prodotti sono estremamente diversi l’uno dall’altro; si potrebbe, allora, lavorare sulla diversità di ognuno e connotare maggiormente vini e luoghi. Torano e Controguerra, Loreto Aprutino e Ofena, per citare alcuni tra i siti più vocati in regione, dovrebbero essere denominazioni assestanti, con disciplinari ben codificati atti a creare “micro identità eccellenti” così da permettere, ovviamente nel lungo periodo, il grande salto di qualità del vino abruzzese per eccellenza.
A proposito di luoghi, a Civitella Casanova si celebra uno dei matrimoni d’amore più riusciti tra i grandi rossi d’Abruzzo e le animelle d’agnello della famiglia Spadone, ristorante La Bandiera, orgoglio d’Abruzzo.

Animelle di agnello glassate al mosto cotto e scalogni al vino rosso

Ingredienti per 4 persone
400g. di animelle; 30g. di topinambur; 30g. patate violette; 20g. di burro; 50g. di olio; buccia di limone; 50g. di riduzione di mosto cotto; 70g. di fondo di vitello; timo; aglio; rosmarino; aceto; dragoncello; 8 scalogni; vino rosso; taccole; carote.
Procedimento
Bollite le animelle con uno spicchio d’aglio e l’aceto per 5 minuti, pulite e togliere le pellicine, fatele saltare in padella con il burro ed il cipollotto tritato fino a cottura, unire la riduzione di mosto cotto e il fondo di vitello e il dragoncello, continuate la cottura per altri 5 minuti circa ed aggiungete la buccia di limone grattugiata. In una padella fate imbiondire la cipolla aggiungete il vino e il rosmarino e fate ridurre a fiamma bassa per 3/4 del volume.
Per le verdure dopo averle mondate tagliatele e fatele bollire per 3 min., poi saltatele in padella con olio pepe e sale. Nel microonde alla massima potenza mettete gli scalogni fino a cottura, aggiungeteli alla riduzione di vino rosso e continuate la cottura per altri 3 min. Nel piatto mettete, le animelle glassate, gli scalogni al vino rosso e decorate con le verdure le patate violette fritte e i topinambur fritti.

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