Mercoledì, Maggio 24, 2017

 

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25 anni fa, RockRoads

NAS 42 01In una delle prime scene di Control, il bel film del 2007 dedicato da Anton Corbijn alla breve vita di Ian Curtis, cantante e figura carismatica dei Joy Division, compare John Cooper Clarke nel ruolo di se stesso. Un poeta punk. Per chi ha avuto il piacere di vivere gli anni ’70 e ’80 in età giovanile, e seguire con passione l’evoluzione della grande musica (ma non solo) di quegli anni, John Cooper Clarke può farci tornare alla mente RockRoads. Lui c’era al parco Chico Mendes. Lui si esibì a Giulianova in una di quelle calde serate estive.
Eh sì, sono passati 25 anni dalla terza ed ultima edizione di un festival che vorremmo amabilmente definire seminale. Tre edizioni in crescendo, per numero e qualità degli artisti coinvolti, ma anche per partecipazione del pubblico. Poi, nel momento in cui sembrava si potesse puntare ad un grosso sponsor per gli anni a venire, tutto finì. Si dice che pezzi della politica che inizialmente avevano sostenuto la manifestazione si tirarono indietro, probabilmente condizionati dal bilancio e da campagne di stampa negative. Era il 1988, vi immaginate che piacere per certi perbenisti locali poter affermare o scrivere che a Giulianova si erano raccolti solo gruppi di capelloni e drogati? Per chi viveva con i paraocchi “culturali” di Sanremo e dintorni, vi immaginate il gusto nel gettar fango su un festival di e per i giovani, che proponeva il combat folk dei Gang, il british pop degli Housemartins, il sound chitarristico dei Dream Syndicate, il reggae di Desmond Dekker, il soul-jazz di Carmel, la durezza east-coast dei Fleshtones, il rock d’autore di Elliott Murphy e l’ex-bambola di New York, Johnny Thunders? Non tutte, ma davvero molte le strade del Rock rappresentate. E dire che in sala Buozzi, alla conferenza stampa di presentazione di quell’ultima edizione, c’erano giornalisti di Repubblica, Mucchio Selvaggio, Melody Maker, New Musical Express. E subito dopo l’evento, recensioni molto, molto positive delle serate, qualcuna ancora rintracciabile in rete.
Seminare, si diceva: in realtà, per altri. Per Giulianova solo un’occasione sprecata, anche in prospettiva turistica. Basti vedere cosa è accaduto, molti anni dopo, in città come Arezzo e Pistoia, tanto per restare in Italia. Basti vedere lo splendido cartellone estivo di Lucca, per il 2013, ed il proliferare di Festivals un po’ dappertutto. A Giulianova, 25 anni fa, sono passate bands ed artisti che hanno contribuito a fare la storia della musica dell’ultimo quarto di secolo. E si sarebbe potuto continuare, facendo diventare RockRoads una manifestazione di grande richiamo, in risposta a tutti coloro che sostengono (anche giustamente) che la nostra è una città frequentata principalmente da anziani.
Eh sì, perché si suonava in luglio in uno scenario incantevole. Un bel parco con pineta di fronte al mare, ed il 90% del pubblico era forestiero. Alcuni ricordi sono inevitabilmente sfumati, altri rimangono sempre ben vivi. Specie il terzo anno la macchina organizzativa era diventata pregevole, e divertente per chi ne faceva parte. L’Assessore alla Cultura aveva coinvolto un bel gruppo di volontari, ventenni ma anche più stagionati, ognuno con proprie responsabilità; nei giorni del festival si dormiva non più di 3 ore a notte, tra la pizza obbligata dopo il concerto e la preparazione della serata successiva la mattina presto. Una goduria, per chi ha potuto vivere quell’esperienza.
Pillole di ricordi sparsi: “Il cantante dei Woodentops vuole la Gatorade, ma cos’è sta’ Gatorade?”. “Siamo OK con la miscela per chi va ad attaccare manifesti e locandine a tappeto da San Benedetto a Pescara?”. “Chi va a prendere i Wedding Present a Fiumicino? Bastano il pullmino e una Dyane?”. “Hanno fischiato Michelle Shocked, ma perché? E’ stata grande!”. “Che partita (di calcio, al Parco) tra Italiani e Weather Prophets/Primal Scream!”. “C’è un dipendente comunale che pretende di entrare gratis con moglie e suocera, che dobbiamo fare?”. “Dove si mette Remo a riprendere i concerti con la telecamera?”.
Per quest’ultimo ricordo, peccato che all’epoca non esistesse ancora You Tube.
I camerini erano costruiti con simil-tende da campo, dietro il palco del Chico Mendes. Lì potemmo apprezzare la gentilezza di Martin Stephenson, il carisma del grande John Martyn, la simpatia hip-hop di Norman Cook. Tranne qualche vivace atteggiamento di alcuni skinheads amanti di reggae, tutto filò liscio anche sul versante dell’ordine pubblico. L’edizione dell’88 vide oltre tremila paganti nelle tre serate. Non male.
Cosa rimane? Molto, se per esempio i Gang hanno deciso di mettere in copertina del loro album “Dalla polvere al cielo”, tra altri oggetti, anche il pass d’ingresso di RockRoads. Molto, se nel 2006 ad un concerto primaverile di Elliott Murphy al teatro Flaiano a Pescara, quasi la metà del pubblico era giuliese. Molto, se vedere John Cooper Clarke in un film, per pochi secondi, stimola il ricordo di sensazioni bellissime.

Precariato e altri disastri: il 1° Maggio al cinema

IA 42 01Mentre una nutrita schiera di giovani partecipa al Concerto del 1° Maggio a Roma per festeggiare i lavoratori, non si può non ricordare che sempre più persone, in questo periodo di crisi, perdono il lavoro o addirittura non riescono a trovarlo. Anche il cinema sottolinea questa tendenza ed ecco che escono sul grande schermo alcuni film in tema con l’argomento più scottante degli ultimi anni: il precariato. Il regista Paolo Virzì si è cimentato con una pellicola dal titolo decisamente profetico, Tutta la vita davanti , che, proiettato nel 2008, dà l’idea di una situazione non proprio rosea per i giovani in cerca della prima occupazione. Protagonista è Marta, una ragazza laureata in filosofia con 110 e lode che, nell’attesa dei risultati del concorso come ricercatrice all’università, si fa assumere come telefonista presso un’azienda di elettrodomestici. Marta viene, così, a conoscenza delle discutibili tecniche per fissare gli appuntamenti, allo scopo di vendere i prodotti. Il lungometraggio di Virzì fa luce su una realtà che ha preso sempre più piede nell’ambito lavorativo italiano e ci ha mostrato anche il lato oscuro del fenomeno, fatto di riunioni motivazionali esagitate, incontri che si avvicinano ai riti d’iniziazione delle sette e metodologie che utilizzano veri e propri ricatti emotivi nei confronti degli impiegati. Inoltre, per qualche tempo sono state portate avanti delle inchieste sul caso, raccontato da Virzì, che ha svelato una situazione a dir poco agghiacciante all’intero dei call center. Sempre nel 2008, Silvia Lombardo dirige La ballata dei precari, un film di denuncia, diviso in episodi, che racconta le difficoltà dei lavoratori precari a costruirsi una famiglia e ad entrare nel mondo del lavoro, nonché la necessità di portare avanti più lavori per arrivare ad uno stipendio dignitoso, le condizioni incredibili degli stage e il passaggio obbligato attraverso i master. Dal film della Lombardo, inoltre, è stato tratto l’omonimo libro, una vera e propria guida per i giovani alle prese con il mercato sempre più complesso del lavoro. Del 2012 è Disoccupato in affitto, un documentario di Luca Merloni e Pietro Mereu che affronta l’avventura di un disoccupato. Quest’ultimo, per trovare lavoro, gira ben nove città d’Italia portando addosso un cartello con la scritta “disoccupato in affitto”. La pellicola di Merloni e Merleu è un nuovo modo di raccontare il fenomeno dilagante della mancanza di lavoro ed è una sorta di sfida nei confronti del ben pensare comune. La riflessione più importante da compiere è capire dove ci stanno portando le attuali circostanze e come essere preparati al peggio. Il cinema dunque, con inventiva e originalità, ci offre dei singolari suggerimenti per affrontare la piaga sociale che stiamo vivendo.

La gloriosa linea Giulianova-Roma della “Romanelli”

LPDC 42 01Giulianova è stata sempre un importate centro viario e commerciale fin da quando il suo litorale fu attraversato dalla strada “regia” o “consolare”, iniziata nel 1817 e terminata nel 1827, che collegava la sponda destra del Tronto a Pescara, e nel 1863 dalla ferrovia Ancona-Lecce, che comportò la costruzione della stazione di II classe. La sua importanza si accrebbe quando dal 1914 si costituì la prima linea automobilistica pubblica, che da Giulianova conduceva a San Benedetto, ad Ascoli, a Pescara e a Teramo. Il servizio di trasporto era effettuato dalla Società Trasporti Abruzzo (STA), che era subentrata alla Aemilia, alla quale il Ministero dei Trasporti aveva revocato la licenza d’esercizio per difficoltà finanziarie.
Mancava il collegamento con Roma, che i passeggeri erano costretti a raggiungere col treno, passando per L’Aquila e Rieti. Ad evitare i disagi all’utenza di Giulianova e della Valle del Tordino intervenne un geniale imprenditore, Domenico Romanelli (1900-1980), che dal 1927 gestiva la linea Teramo-Civitella del Tronto-Offida-Villa Lempa-Molino Vallone (oggi Valle Castellana)-Ascoli Piceno, e dal 1930 acquisì anche la linea Teramo-Ascoli in società con la Ditta Mazzanti e Orlandi.
Romanelli nel 1934 con un colpo geniale favorito direttamente da Mussolini, col quale aveva parlato, riuscì ad ottenere la linea Teramo-Roma, strappandola all’INT (che operava in Abruzzo e che sarebbe confluita nell’odierna ARPA), controllata nientemeno che da Galeazzo Ciano, e alla non meno potente Società Amiternum.
Il servizio sulla linea Teramo-Roma iniziò regolarmente il 1° settembre 1934. Le corriere partivano da piazza Vittorio Emanuele a Teramo (oggi Piazza Martiri della libertà) e aveva il capolinea in Via Marsala a Roma.
Nel primo anno c’erano due sole corse a settimana, dal 1935 tre e dal 1936 una al giorno. Secondo gli orari indicati in un manifesto dell’epoca, la corriera partiva alle 7 e arrivava a Roma alle 12; ripartiva alle 13 e arrivava a Teramo alle 18. Tutto dipendeva, ovviamente, dalle condizioni atmosferiche. D’inverno, a causa della neve, il tempo di percorrenza poteva essere anche di 10 ore, dovendo i mezzi transitare per Ascoli Piceno, Arquata del Tronto e Antrodoco, per evitare il valico delle Capannelle.
I giuliesi per prendere la “Romanelli” si recarono con la corriera dell’INT a Teramo fino al 1946, allorché il proprietario ottenne la concessione anche per la tratta Giulianova-Teramo. Sorse così la gloriosa linea Giulianova-Roma, che negli anni ‘60 effettuava ben tre corse giornaliere di andata/ritorno, portate a quattro nel periodo estivo. Dagli anni ‘70 effettuò regolarmente la quarta corsa in tutti i mesi dell’anno.
Diretta dal rag. Giorgio Pichini dal 1962 al 1979, quando fu assunta dall’ARPA con altre autolinee pubbliche e private, la “Romanelli” si distinse sempre per la puntualità del servizio e per la valentia degli autisti, tutti accuratamente selezionati (in genere ex autotrenisti), espertissimi sulla neve e sul ghiaccio.
Chi scrive ne ricorda alcuni di Giulianova, come Riziero Mastromauro, i fratelli Renato e Andrea Tribuiani, Alfonso Di Sante, Ernino Speca, Bruno Pimpini, Pierino Rastelli, Luciano Manari, Raniero Curioso ed Ezio De Ascentiis, che per le loro capacità davano sicurezza ai viaggiatori su strade strette e rese ancor più anguste da centinaia di tornanti.
Talvolta i viaggi diventavano imprese eroiche. Mi è rimasta scolpita nella mente una retromarcia sulla neve, in discesa, per far transitare un autocarro. La manovra riuscì perfettamente, e il tutto si concluse con un applauso liberatorio. Ulteriori autisti furono Alceo Venanzi e Giovanni Catasta di Roma, Pietro Merlini di Teramo, Sabatino Donnini di Roseto.

Jimmy Bobo – Bullet to the head

Il ritorno degli anni ’80, in tutta la loro freschezza.

IA 41 01Jimmy Bobo, killer a pagamento, è costretto a collaborare con la giustizia dopo l’uccisione del suo amico d’affari. Il poliziotto Taylor Kwon, infatti, lo invita a cooperare con lui per sgominare una gang malavitosa che ha ucciso anche il suo socio.
Dopo quasi 10 anni torna al cinema Walter Hill con un film violento, scurrile e sempre sopra le righe. Il regista de I guerrieri della notte e 48 ore, azzecca un film che, seppur danneggiato da imperfezioni e situazioni al limite, riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo grazie ad una sceneggiatura coinvolgente e ad un attore settantenne. Sylvester Stallone, infatti, nei panni di Jimmy Bobo ci sta benissimo, dopo le ultime pellicole passate ad ironizzare su se stesso, continua la sua carriera in modo diverso ma sempre su certi stilemi che hanno contraddistinto le sue performance. Non ci si possono aspettare ragionamenti filosofici né in Sylvester Stallone né nel film di Walter Hill, e questo il regista lo sa bene, confezionando una pellicola che mette in risalto i muscoli dell’attore americano e coinvolge lo spettatore con scene d’azione a non finire, fiumi di proiettili e, se tutto queste dovesse risultare ripetitivo, regalandogli qualche donnina disseminata qua e là, durante la visione. Chiaramente è un film per appassionati del genere, amanti delle battute al vetriolo di Stallone e invaghiti degli action movie hollywoodiani; il risultato è uno dei migliori film del genere negli ultimi anni: divertente, psicotico e altamente infuocato. Jimmy Bobo è un film che ha la capacità di ridare vita a due artisti che nel tempo si erano spenti: Walter Hill e Sylvester Stallone. Il primo, a distanza di anni, era ricordato per le sue pellicole anni ’80 dove tutto veniva preso troppo sul serio, mentre il secondo era perseguitato da ruoli predefiniti come Rambo o Rocky che esaltavano le sue doti fisiche (danneggiate poi da steroidi) riducendolo ad una macchina. Insieme sono riusciti a confezionare un film che rilancia le loro sorti. Jimmy Bobo, chiaramente, non è immune da difetti. Scene al limite del credibile, effetti speciali che riescono a far saltare in aria praticamente di tutto e una trama abbastanza scontata sono quelli che più vengono sottolineati durante la visione. Ma, la mano esperta del regista si vede e la scarsa originalità viene rimpiazzata dalle sue doti, come successe a John Carpenter con The Ward.

L’Abruzzo selvaggio e pittoresco di Anne Mcdonell

LPDC 41 01Dopo il periodo pionieristico dei primi viaggiatori inglesi (Colt Hoare, Keppel Craven, Edward Lear) in un periodo più vicino alla modernità, nel 1907, arriva in Abruzzo una giovane studiosa londinese, Anne Macdonell, che viaggia insieme alla pittrice americana Amy Atkinson. L’anno successivo pubblica In the Abruzzi con 12 illustrazioni dell’amica e un ricchissimo corpus di riflessioni e note di viaggio su un territorio sostanzialmente ancora immerso in una realtà pre-moderna, segnata dall’analfabetismo e da un sistema produttivo più vicino al Medioevo che al Novecento europeo. Inutile dire che è proprio questo aspetto romantico e primitivo ad affascinare le due amiche in cerca di scenari romanzeschi ed epici dove i pastori sono sospettati di essere complici dei briganti e il paesaggio è quello sublime di una regione come dirà “al di sopra di ogni sospetto di malaria”. E tuttavia la scrittrice non può non notare la contraddizione fra tale natura salubre e incontaminata e la sua più alta percentuale di decessi in Italia, dovuti agli stenti e alla povertà. Negli anni del viaggio di Macdonell le comunicazioni con Roma sono decisamente migliorate rispetto alle precedenti descrizioni ottocentesche, poiché nel 1888 era stata inaugurata la ferrovia Terni-L’Aquila-Sulmona e la Via Valeria collegava la capitale fino al mare Adriatico. Da Roma, l’Abruzzo appare alle due amiche un luogo mitico, fra i più alti d’Europa, e perfettamente inseribile in una fantasticheria neogotica fatta di “storie su castelli fatati e manieri merlati” dai nomi esotici come Tagliacozzo, Roccacasale, Villalago, mentre en route si presentano sullo sfondo montagne come figure imprecise, “simili a nuvole immerse nel blu”. Non siamo tuttavia al cospetto di una psicologia ingenua e digiuna di cognizioni storiche e geografiche. Anne Macdonell è studiosa raffinata che ha tradotto da Benvenuto Cellini e San Francesco d’Assisi, perfettamente consapevole della storia dei luoghi visitati -- si pensi all’ampia descrizione della classicità e del Medioevo della Marsica, da Alba Fucens alle lotte fra Svevi e Angioini, alle considerazioni sull’inesistenza di qualsiasi custodia del patrimonio artistico e alla perfetta conoscenza di personalità come Pasquale de Virgilii, F.P. Michetti, D’Annunzio, i Rossetti e perfino dei “poderosi volumi di Bindi” citati per dire che l’Abruzzo “non è solo cielo, montagne e aria splendida”. Dagli acquerelli di Amy Atkinson che accompagnano il libro, notiamo anche la sostanziale alleanza fra scrittura e immagini che si completano in uno sforzo descrittivo teso a evidenziare il carattere “eccezionalmente pittoresco” di località come Roccaraso (che l’autrice distingue nettamente dall’imprenditorialità alpina degli albergatori svizzeri) e S. Stefano di Sessanio, Villalago, Pacentro, Scanno e Sulmona, per dire il piacere derivante da luoghi minacciati da una modernità incombente, come il prosciugamento del lago di Celano (così chiamato dagli inglesi anche dopo lo sforzo ingegneristico dei Torlonia) e l’inevitabile utilizzo – che l’autrice non si sente di escludere per il bene delle popolazioni poverissime – dell’energia idroelettrica proveniente dai numerosi corsi d’acqua. Nonostante queste considerazioni di una figlia del capitalismo di Manchester e dell’orgoglio, ogni tanto riaffermato, di appartenere a una civilissima e sviluppatissima nazione, prevale nel libro, ottimamente tradotto da Chiara Magni in versione digitale (www.viaggioadriatico.it), il tono di una continua ricerca dell’autenticità di una popolazione fatta di ‘improvvisatori’ e artisti spontanei come nelle ‘serenate’ e nei versi appassionati di pastori e contadini innamorati. Il luogo dove l’autrice raggiunge il massimo della condivisione lirica e del godimento intellettuale è nella Valle del Sagittario, “una valle selvaggia che suscita stupore e orrore”, con i suoi incantatori di serpenti e un territorio “che non sarà mai domato”. A Pacentro e Pettorano parla di romanzesche lotte feudali fra baroni provenienti dalla Provenza con Carlo d’Angiò, i Caldora e i Cantelmi, il Chronicon casauriense e le reliquie di San Domenico. Quando da Sulmona arriva al mare nota anche qui l’endemica povertà dei luoghi in una costa, dirà, che non ha un porto per novanta miglia e Castellamare Adriatico appare ai suoi occhi un posto senza alcuna attrazione turistica. Diverso il parere su Francavilla, che descrive come un cantuccio con delle potenzialità turistiche per la sua “aria fresca e il mare” coniugati alla presenza della collina e di attrazioni come il ‘convento’ di Michetti e D’Annunzio.

Intervista a Gaetano Torresi

IA 40 01In occasione della nona edizione della Passio Christi, che si terrà presso Casa Maria Immacolata sabato 23 e domenica 24 marzo, incontriamo il Presidente e organizzatore della manifestazione: il prof. Gaetano Torresi.
Quando e come è nata la Passio Christi a Giulianova?
E’ nata nel 2005 grazie all’incontro con alcuni amici. Durante una fredda serata in loro compagnia decidemmo di organizzare quella che fu la prima edizione della Passio Christi presso le scalette della salita Montegrappa. Negli anni le cose sono andate sempre meglio e la splendida cornice di Casa Maria Immacolata ora ospita anche l’edizione 2013, così gruppi più numerosi possono entrare ogni 15/20 minuti godendo di un panorama unico a Giulianova.
Quali sono le atmosfere di una rappresentazione sacra?
L’aria che si respira durante le due serate di rappresentazione è colma di rispetto e spiritualità. Tutto si svolge in toni soft e anche i canti dal vivo dei figuranti richiedono un interesse maggiore da parte del pubblico che si immedesima nella sacralità del racconto sia visivamente che acusticamente. Lo scenario che propone Casa Maria Immacolata ci agevola in tutto questo grazie al suo silenzio e ai suoi giochi di chiaroscuro.
Possono esserci dei cambiamenti nel riprodurre visivamente le Sacre Scritture?
I cambiamenti che possono essere apportati sono veramente minimi. A volte qualcuno muove delle considerazioni sulla staticità delle scene, ma è impossibile cambiarle dal momento che tutto è già stato scritto. In che modo si può cambiare una scena come l’ultima cena? Mettendoci 15 Apostoli? Oppure vogliamo eliminare la scena della crocifissione? Sono tutte cose impossibili. Le uniche novità verranno introdotte nella scena iniziale che quest’anno non sarà dedicata al Padre Nostro ma alla figura di San Tommaso. Per il resto solo qualche ritocco alle scenografie.
Oltre alla Passio Christi vengono allestite anche altre manifestazioni correlate al tema pasquale. Quali?
Sotto la Cripta di San Flaviano veniva messa in mostra una riproduzione ufficiale della Sacra Sindone, l’allestimento è stato spostato da due anni nella Cappella di Casa Maria Immacolata, avvenimento, quest’anno, che anticiperà l’ostensione della vera Sindone che si terrà a Torino la settimana successiva alla nostra Passio Christi. Come lo scorso anno, sarà presente il professor Bruno Barberis che terrà una conferenza proprio sulla Sacra Sindone dal titolo Un mistero ancora da svelare.
In tempi di crisi, come avviene la raccolta fondi per organizzare tutto questo?
La crisi, in tempi come questi, ti fa toccare con mano la realtà. Le difficoltà economiche riscontrate quest’anno stavano per far saltare la Passio Christi concentrando gli sforzi solo sulla conferenza di Bruno Barberis. Fortunatamente gli aiuti di amici e conoscenti hanno contribuito all’edizione 2013 di una manifestazione che se da un lato è povera economicamente, dall’altra è ricca di soddisfazioni.

Un’idea geniale…..

LPDC 40 01…..l’ebbe P. Paolino Potalivo, del convento dei Frati Cappuccini di Giulianova. L’umile, ma lungimirante, frate, un bel dì pensò di realizzare la “Via Crucis”, presso il Santuario della Madonna dello Splendore e vi riuscì magnificamente. Per conoscerne l’evoluzione, gli ho rivolto delle domande, alle quali ha risposto di suo pugno, con la cortese collaborazione di P. Virgilio.
REV.mo P. Paolino, quando e come le balenò la geniale idea della “Via Crucis”?
L’idea mi venne nel Novembre del 1986: un giorno, mentre scendevo per Via Bertolino, con un sacerdote italiano missionario in Perù, lui mi dice: ”Ma questa è una Via Crucis naturale!” Lì per lì non diedi molto peso a questa frase; però si era accesa una luce nella mia mente, tanto che predicai di voler realizzare una Via Crucis, lungo V. Bertolino. Molti si misero a ridere, perché conoscevano bene la strada, tutta fossi e rovi! Qualche giorno dopo, però, una Giuliese mi consegnò 1 milione di lire e mi disse.” Questo è per la “Via Crucis”! Pensai: quest’opera si farà!
Certamente ha dovuto superare molti problemi!
Naturalmente! Poco dopo, però, si mosse la macchina organizzativa, per trovare i tecnici, l’artista e i fondi: il Signore, per intercessione della Madonna dello Splendore, fece trovare tutto: per l’opera muraria ci fu un grosso finanziamento statale e per le 15 sculture ci furono le offerte dei fedeli.
Quale criterio si seguì per realizzarle?
Non fu seguito un ordine, ma si realizzava il gruppo scelto dall’offerente.
Entro quali anni si completò la monumentale “Via Crucis”?
La prima stazione, ”L’incontro di Gesù con la Mamma”, si realizzò nel 1991; l’ultimo, ”L’incontro di Gesù con le pie donne” nel 2005.
Chi ne fu lo scultore?
Fu Ubaldo Ferretti, allievo del famoso Pericle Fazzini.
Concluse così le risposte, ringrazio P. Paolino per la cortese disponibilità riservatami e mi avvio per la “Via Crucis”, che si snoda su un’ampia strada panoramica, ricoperta da porfido e travertino di Tivoli. Dotata di ampie piazzole, per la collocazione dei gruppi scultorei, è ricca anche di scivoli e di panchine.Il tutto si sussegue in un contesto verdeggiante e altamente spirituale. Le figure, a grandezza più che naturale e pervase da intenso dinamismo, sprigionano sinceri sentimenti umani, in momenti quanto mai drammatici e si soffre, per l’ingiusta condanna di Gesù, per la Sua atroce sofferenza, per lo straziante dolore di Sua Madre, impotente a soccorrerLo… Ed ecco il Sepolcro, sul cui bordo poggia un Angelo, dal timido sorriso, che c’informa che Gesù non è più lì. Egli, infatti, squarciata la pietra tombale, rifulge di vivo splendore, sul piazzale antistante la Chiesa: Gesù è risorto!
È la vittoria della vita sulla morte!
L’emozione è intensa e invita a riflettere…ma io riesco anche a realizzare che, Lassù, Qualcuno ami veramente Giulianova che, inserita in un contesto naturale invidiabile, può vantare, sinora, anche tre guide spirituali speciali: P. Serafino, P. Paolino e Monsignor Lucantoni.

…e ancora primavera

IA 39 01Con l’allungarsi delle giornate e il progressivo aumentare delle temperature, sembrano sciogliersi anche pensieri e problemi legati alle conseguenze economiche/sociali che, speriamo temporaneamente, assillano le nostre menti. Purtroppo non è così. Distraiamoci, allora, con qualche intramezzo cultural/artistico che si leghi almeno all’arrivo della primavera, da sempre preludio della bella stagione.
Se il regista coreano Kim Ki-duk con il suo Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera ha un approccio filosofico verso i cambiamenti stagionali, sono molte le pellicole consigliate per accantonare il grigiore invernale e sciogliere cuore e mente attraverso vitalità e freschezza di idee. Lasciamoci alle spalle, quindi, film troppo impegnativi o cervellotici depennando dalla lista registi come David Lynch o Lars von Trier per ripescare, invece, un Marc Webb che con il suo (500) Giorni insieme riesce a mescolare sentimenti a fortunate vicissitudini vitali. Il film del regista statunitense, infatti, è un’altalena appassionante d’ironica brillantezza, sulla quale sedersi e lasciarsi cullare per estinguere debiti con l’amore perduto in inverno. Passando per la Francia, poi, terra da sempre riconosciuta culla di sentimenti amorosi ed affettivi, andiamo a ripescare un film del 2003 di Yann Samuell dal titolo propiziatorio Amami, se hai coraggio capace di aprire animo e corpo per riacquistare fiducia in noi stessi.
 Dialoghi brillanti e invenzioni effervescenti ci faranno uscire, almeno per un’ora e mezza, dalla scatola impolverata nella quale c’eravamo rinchiusi per proteggerci dalle torture dei governanti ed evitare nuove tasse.
Bene, conclusa la fila alle poste per pagare la bolletta del metano, con il quale ci siamo scaldati in inverno, rimettiamoci comodi in poltrona perché in questa breve lista di film primaverili non può mancare un film divertente come Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet, che fa star bene grazie a trovate fantasiose e colorate. Non crediate che faccia miracoli, certo, facendovi dimenticare le elezioni appena concluse, ma sicuramente vedere Amélie che passeggia per le strade di Parigi aiutando personaggi bizzarri o immaginari farà sicuramente bene al nostro ottimismo. Lo spazio stringe, e allora non mi resta che invitarvi al cinema (metaforicamente, non che paghi io) per consigliarvi un film che da poco è uscito nelle sale: Il lato positivo di David O. Russel.
Dietro una storia di malattie mentali si cela un racconto amoroso condito d’ironia.
Comunque sia, buona visione.
E buon inizio di primavera

Strada “secata” e ponte demolito in difesa del centro storico

LPDC 39 01La strada statale n.16, detta anche Nazionale Adriatica, un tempo, fino al 1861, fu denominata Regia o Consolare. Iniziava dalla riva destra del Tronto, che dal 1852 segnò l’inizio del Regno delle Due Sicilie (che prima si estendeva nel territorio limitrofo alla sponda sinistra, cioè a settentrione) e terminava nella sponda sinistra del fiume Pescara. Prima della costruzione dell’attuale variante, la strada Consolare scorreva nel litorale, parallela al mare, collegandosi alla strada Distrettuale che conduceva a Teramo in un punto a est dell’antica chiesa della SS. Annunziata e dell’annesso ritiro dei Passionisti la cui costruzione, iniziata nel 1856, era terminata nel1858.
Nei pressi dei fiumi Tordino e Vomano la viabilità era assicurata da ponti di legno. Un ponte era stato costruito anche nel tratto che attraversava la contrada giuliese di Terravecchia, a nord della predetta chiesa, poiché vi scorreva un piccolo torrente che alimentava il molino della famiglia Partenope. Sia la carrozzabile che il cavalcavia furono oggetto di manomissioni e danneggiamenti da parte di un gruppo di giuliesi che, armati di “schioppi” e di zappe, demolirono il ponte e “secarono”, cioè interruppero scavando un piccolo fossato, la strada in due parti per evitare ai “legni” (cioè ai carri e alle carrozze) di potervi transitare.
L’azione avvenne il 23 marzo 1848 ed era finalizzata a costringere tutti i mezzi a transitare per Giulianova alta, raccordandosi alla Consolare per mezzo della “Strada dei Cappuccini”, denominata anche “traversa”, che dal largo S. Flaviano si dirigeva verso la Distrettuale per Teramo e da qui, scendendo verso il litorale e costeggiando la chiesa della SS. Annunziata, proseguiva sulla Consolare.
L’obiettivo era quello di favorire “maggiore smercio di vettovaglie e commercio più animato” nella zona alta di Giulia scongiurando i timori di una sua possibile o futura perdita di centralità.
Tra i cittadini che parteciparono all’impresa, si segnalano Camillo Massei, Daniele Cavarocchi, e Gaetano Paolini, figlio di Ciriaco (fratello di Antonio Paolini, ”dottore fisico” che tra l’8 e il 9 luglio del 1859 molto probabilmente ospitò e curò San Gabriele). Sia costoro che gli altri conterranei appartenenti al gruppo dei “guastatori”, furono denunciati alla Procura del Re presso la Gran Corte Criminale di Teramo con l’accusa di distruzione di beni di pubblica utilità.
Il Tribunale, per quantificare l’entità dei danni, fece ispezionare i siti interessati dal perito giurato, il quale nella sua relazione dichiarò che erano stati effettuati i seguenti tagli per un danno di ducati 19 e grana 39:
a) uno di palmi 48 di lunghezza, 6 di larghezza e di 4 di profondità;
b) un altro di palmi 46 di lunghezza, 8 di larghezza e 3 di profondità.
Il processo fu celebrato a Teramo il 29 maggio 1850.
La sentenza ritenne colpevoli gli imputati che però furono rimessi all’autorità giudiziaria locale, esercitata dal Giudice Mandamentale di Giulia, al quale spettava convalidare o meno l’arresto degli imputati o convertirlo in libertà vigilata, secondo il codice penale borbonico.
Per un breve periodo, quello tra la denuncia, l’ispezione e la riparazione, l’azione sortì il suo effetto poiché la viabilità fu effettivamente deviata in direzione obbligata verso la parte alta di Giulia.

Quando la politica siede al cinema

IA 38 01Le campagne elettorali si svolgono nelle piazze, certo, ma è nei cinema che vengono raccontate le storie più vicine alla realtà, con cineasti che non hanno dimestichezza con la vita politica ma che vogliono comunque portare il loro contributo (ri)aprendo capitoli di storie passate e spesso dimenticate. È questa la strada intrapresa negli ultimi anni dal cinema, non solo italiano, che nutre una certa affezione a tal proposito, ricucendo strappi polemici, portando a galla verità nascoste o taciute e presentando biografie di politici che furono o che sono. Seppur il cinema sia un mezzo di finzione, non sono pochi i registi che scambiandosi per reporter agguerriti e in cerca di notizie realizzano pellicole portando alla luce fatti di cronaca o pagine insanguinate della storia italiana. L’ultimo nato sotto questa stella è Diaz - Non pulire questo sangue di Daniele Vicari che, dopo aver studiato gli atti dei processi e visionato centinaia di ore tra interviste e materiale visivo, riesce a ricostruire una delle pagine più sanguinose della protesta contro la politica e i suoi artefici (in attesa di vedere The Summit di Franco Fracassi che tratta gli stessi argomenti). Ora, nelle sale, è uscito il nuovo film di Roberto Andò Viva la libertà, tratto dal suo libro Il trono vuoto, dove un Toni Servillo sempre pronto alla causa (vedi Il Divo o La Bella Addormentata), sostituisce il fratello gemello, sottosegretario di partito, caduto in crisi politica, tornando a gremire le piazze. Negli anni passati sono stati molti i titoli che hanno affrontato, al cinema, il discorso politico tra film di denuncia spietata (Francesco Rosi) o civile (Carlo Lizzani) e schede di personaggi che ne hanno caratterizzato gli anni come Il Divo di Paolo Sorrentino (biografia di Giulio Andreotti) o Il Caimano di Nanni Moretti (incentrato su Silvio Berlusconi), regista, quest’ultimo, considerato il principale fautore e fruitore di questo filone. Lasciando le coste italiane, anche all’estero si trovano titoli che indagano su fatti strettamente legati alla politica o ai suoi personaggi. Nel 2008 Oliver Stone presentò W. con tono denigratorio sull’ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, mentre qualche anno prima riaprì il discorso sulla morte di Kennedy con JFK - Un caso ancora aperto (1991). Ron Howard continua la carrellata sui fautori della politica americana con Frost/Nixon - Il duello incentrato sullo scandalo Watergate.
Questa breve carrellata di titoli (ripescati a caso nel mare della memoria) non sarebbe completa se non venissero riportati alla luce altri capolavori che con il tema politico hanno fatto successo, ed è per questo che piace ricordare le figure di Totò con il candidato Antonio La Trippa in Gli Onorevoli (Sergio Corbucci, 1963) o di Antonio Albanese che interpreta Cetto La Qualunque in Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011).
E se a vincere fossero loro?

Zombie, cioccolatini e San Valentino

ia 37 01San Valentino è alle porte e già si sente l’atmosfera romantica di questa festa tanto cara a innamorati e commercianti, senza dimenticare che rose rosse e cuori imbottiti di cioccolatini abitano da sempre il grande schermo che vanta numerosi titoli di pellicole romantiche. Ma i tempi cambiano e i costumi sociali si evolvono creando nuovi stili e conformazioni impensabili, così anche il concetto di romanticismo, che all’inizio era legato a Via col vento o Casablanca, assume aspetti differenti modellandosi attraverso i periodi storici e trasformandosi di conseguenza. Di decennio in decennio il pensiero di un sentimento che al cinema riscuote sempre consensi, perché spesso legato anche alla commedia (Harry ti presento Sally, Se mi lasci ti cancello, 500 giorni insieme), cambia col cambiare delle abitudini giovanili e delle mode che la tv crea. Così, arrivati ai giorni nostri, abbiamo faticato nel vedere che vampiri e licantropi potessero combattersi una ragazza umana per amore, oppure che i classici cioccolatini o mazzi di fiori, legati alla tradizione festaiola, sono stati soppressi da mondi apocalittici e zombie.
Proprio questa sembra essere l’ultima frontiera che unisce cinema e sentimento, grazie anche all’uscita (proprio degli ultimi giorni) del film Warm Bodies, di Jonathan Levine. I produttori della saga di Twilight con Warm Bodies alzano il tiro raccontando una storia con gli esseri verdi, putrefatti e barcollanti che tanti anni fa imparammo ad amare grazie al loro papà cinematografico George A. Romero. Ora sono loro che amano noi, in particolare R (Nicholas Hoult) che aggirandosi tra aeroporto e città incontra la vivente Julie (Teresa Palmer). Sboccia, così un sentimento forte che li porterà ad innamorarsi e a contrastare le ostilità del padre di lei, interpretato da John Malkovich, e il contagioso virus di lui. Levine confeziona un film intelligente partendo dall’omonimo romanzo di Isaac Marion, che ha curato la sceneggiatura assieme al regista, mettendo in scena divertimento, amore e zombie, equilibrando gli elementi in un mix riuscito e mai banale, dove la sensazione straniante di uno spettatore incredulo viene accantonata già dalle prime sequenze, nelle quali il giovane infetto, a modo suo, gli si presenta.
Un film sull’amore, a differenza dei (pochi) precedenti L’alba dei morti dementi e DeadHeads, dove gli zombie fanno da corollario ad un sentimento capace di risvegliare cuori addormentati o addirittura apparentemente morti. L’amore visto anche come rappresentazione e salvezza di un certo disagio giovanile, come nella sequenza iniziale in cui R si sente perso e solo in un mondo che non è poi così diverso da quello “reale” e dal quale si può fuggire grazie all’incontro con la persona giusta. Sostanzialmente è un teen movie dedicato ai più giovani, come lo era la trilogia di Twilight, ma anche quelli che hanno superato la fase adolescenziale sapranno divertirsi grazie ad una rilettura fresca e intelligente di un vecchio classico qual è R(omeo) e Julie(t).

La pittura di Lorenzo Di Lucido

lpdc 37 1Il giovane pittore pennese, attualmente impegnato in una mostra a Lissone e con precedenti interventi a Bagnacavallo, Rimini, al “Celeste Prize” e finalista del premio “Combat” a Livorno,  è certamente uno dei più maturi artisti contemporanei operanti nella sfera di un tradizionalismo dei supporti e nell’uso materico di pigmenti misti. Se pensiamo alla incontrollabile diaspora dell’arte contemporanea verso una nebulosa di media e approdi semantici spesso oscuri e apodittici, non possiamo che rallegrarci di una pittura che non perde l’ancoraggio al voler dire del segno sulla tela, sia pure al cospetto di un figurativismo inafferrabile e inquietante. La pittura di Di Lucido, mentre rifiuta la smaterializzazione di altri media, insiste su un tipo di iconicità che occulta la rivelazione del tratto naturalistico, deformandone la comunicazione immediata, ma alludendo a una comunicazione seconda pertinente a un messaggio implicito, vale a dire il rifiuto di un’arte gastronomica e narcisistica di stretta rilevanza mercantile. I suoi quadri hanno l’obiettivo di disturbare una tranquilla fruizione inseribile nel vasto campo delle ri-scritture e dell’accademia, per abbracciare un nichilismo che deve negare l’originale, deformandone ai limiti dell’illeggibilità i contorni e gli stessi contenuti. Ecco allora figure senza volto, o con volti deformati, che sembrano ectoplasmi e mere concessioni all’arte dell’abbozzo e del disegno. Questo per dire che Di Lucido in fondo non nega la storia dell’arte, dalla quale riprende temi classici come ‘la sacra famiglia’, la ritrattistica e una addolcita e più enigmatica versione di Francis Bacon, ma proprio perché la conosce può trarne una personalissima vena sconsolata e denegante che riduce la pittura a una serie di cancellazioni e di omissioni, all’affermazione del non-detto e del perturbante. Se in un quadro come “Puppeturgy” di Francis Bacon il volto deforme, non esente da qualche influenza cubista, appare mostruoso, colorato e tuttavia riconoscibile, nei volti di Lorenzo Di lucido invece si osserva una sorta di non-essenza che ne cancella l’identità e l’anima si direbbe. Solo in pochissime tele compare il colore come macchia, pura e minimale concessione a una estetica, di solito disperata, la cui gamma cromatica non concede che qualche rosso, grigio, bianco e carta da zucchero a un osservatore ansioso di conoscerne la portata discorsiva. Considerando che si tratta di un giovane meno che trentenne, non possiamo che augurarci esiti ancora più interessanti e intellettualmente coinvolgenti

La lunga strada delle donne verso il diritto di voto

mds 37 1È mia intenzione ricordare con questo contributo la vicenda dell’affermazione del suffragio universale per sottolineare il valore degli strumenti della partecipazione democratica e caldeggiarne l’esercizio.

“Se temeste che il suffragio universale delle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il confessionale, il catechismo nelle scuole e…la democrazia opportunista!!”  Immaginate con quanto coraggio Anna Maria Mozzoni, nell’anno 1881, ha pronunciato quest’accorata perorazione  del suffragio femminile.
Sul pianeta Terra in ogni epoca, ad ogni latitudine e longitudine ci sono state e ci sono delle donne che fronteggiano violenze, soprusi e pregiudizi e che lottano per affermare i loro diritti, per il cambiamento.
Se guardiamo alla storia dell’emancipazione femminile, in Italia, quella del godimento dei diritti politici è stata per decenni la più vasta e radicale delle questioni. Nell’Italia unita le donne vennero sin dall’inizio escluse dal voto: nonostante il dibattito fra i sostenitori ed i contrari fosse già acceso, la Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta dell’onorevole Morelli volta a modificare la legge elettorale che escludeva dal voto politico e amministrativo le donne “al pari degli analfabeti, interdetti, detenuti…”. Seguirono anni in cui le istanze delle donne trovarono forma anche in associazioni orientate al raggiungimento dei diritti politici e civili: ma il conseguimento del titolo di studi non garantiva l’accesso alle professioni e l’autorizzazione maritale era ancora in vigore.
Nel 1912 in occasione della discussione del progetto di legge per la concessione del voto agli analfabeti maschi fu proposto un emendamento in favore del voto alle donne, ma Giolitti trovò il modo di rimandare la questione. Nel 1919 Papa Benedetto XV dichiarò pubblicamente che i tempi erano maturi per estendere il voto alle donne, aprendo così nuove discussioni a livello istituzionale; nello stesso anno fu abrogata l’autorizzazione maritale con una norma sulla capacità giuridica della donna che innovò il quadro sociale dell’Italia nel primo ’900.  Ma la strada verso il voto era ancora lunga: sempre nel 1919 iniziò l’iter per l’approvazione della legge sul suffragio femminile che, però, non si concluse.
Con l’avvento del regime fascista ogni speranza di emancipazione svanì; e le suffragiste che avevano appoggiato Mussolini attribuendogli una capacità di rinnovamento dovettero ben presto riconoscerne il tratto reazionario e illiberale. Bisognerà attraversare gli orrori della guerra e della dittatura perché il risultato fosse raggiunto: il 31 gennaio del 1945, con l’Italia divisa e il nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne.
Il 2 e il 3 giugno del 1946 ebbe luogo il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica: le cittadine e i cittadini italiani votarono con il suffragio universale; già nelle elezioni amministrative fra marzo e aprile 1946 le donne avevano esercitato il diritto all’elettorato attivo e passivo, con un apprezzabile numero di elette nei consigli comunali.

Il Grand Hotel Don Juan apre le porte al teatro Brunella Cinquegrana e Leonardo Buttaroni intervistati da Pietro Carrozzieri

IA 36 01In occasione del quarantennale il Grand Hotel Don Juan ha ospitato una rassegna teatrale con tre appuntamenti denominata “Don Juan Theater” e apericena con gli artisti.
Siamo con la direttrice dell’hotel Don Juan, Brunella Cinquegrana. Come è nata l’idea di abbinare l’ospitalità di un grande albergo con il teatro?
(BC) E’ nata perché quest’anno abbiamo festeggiato i 40 anni del Grand Hotel Don Juan e avevamo detto che avremmo aperto l’albergo al territorio. La mia grande passione per il teatro mi ha portato ad ideare queste serate, che abbinano l’aperitivo ad una rappresentazione teatrale.
Parli di amore per il teatro. Vieni da una città, Chieti, in cui il teatro è una realtà importante.
(BC) E’ vero, a Chieti abbiamo il teatro Marrucino, famoso nel mondo. Ha una storia importante e rassegne teatrali bellissime. Abituata ad andare a teatro fin da piccola, per me è stato un dolore il momento in cui a Giulianova hanno chiuso il teatro Ariston. Non vogliamo certo sostituirci all’ATAM, però il teatro è vita, il teatro è bello, il teatro è cultura, e ciò che vogliamo fare è mettere a disposizione gli spazi del Don Juan per riportare il teatro a Giulianova. Per tale motivo abbiamo voluto chiamare questa piccola rassegna “Don Juan Theater”.
Sicuramente un’idea valida. Condividiamo il fatto che una comunità senza un teatro è una comunità povera. Ci auguriamo che la vostra iniziativa possa decollare.
(BC) La nostra è una piccola rassegna, ma crediamo di qualità. Dopo “Horsehead”, che ha vinto il Fringe Festival di Roma e poi andrà anche a New York, ci sarà “Vivo nel vuoto” fatto con ragazzi disabili, e poi la replica di Horsehead. Ma se il territorio risponderà bene, siamo prontissimi ad andare avanti.
Al regista della compagnia Cattive Compagnie, Leonardo Buttaroni, chiediamo: come siete arrivati a questa rappresentazione?
(LB) L’idea è partita dalla signora Brunella, e ci siamo trovati d’accordo nel creare un teatro all’interno dell’hotel Don Juan. Penso che anche l’effetto finale sia piacevole a vedersi. Lo spettacolo è andato bene, e siamo contenti.
E’ la prima volta in un palcoscenico così insolito?
(LB) All’interno di un hotel è la prima volta, ma ci adeguiamo a tutti i palchi ed alle situazioni che ci si presentano. Siamo del teatro off, flessibile verso qualsiasi situazione. Non ci spaventa nulla.
Il prossimo spettacolo al Don Juan?
(LB) Sarà di una compagnia di Giulianova, e parlerà del famoso trapezista funambolo che passò tra i due grattacieli, le Torri Gemelle. Sarà uno spettacolo improntato sul sociale. Avremo in scena persone con handicap, insieme ad attori professionisti. Credetemi, sarà uno spettacolo molto commovente.

La Chiesa della Santissima Annunziata in una relazione inedita del canonico Niccola Palma

LPDC 36 01Prima che fossero avviati i tentativi di restaurare l’antica Chiesa di Santa Maria a mare, denominata anche della SS. Annunziata, tra il 1840 e il 1841, due componenti della Deputazione delle Opere Pubbliche di Giulianova, Francesco Ciafardoni e Lino De Dominicis, decisero di tagliare corto, proponendone nel 1834 al Sindaco, Francesco Comi, la demolizione, poiché era stata ridotta dal “barbarismo dei contadini” (che avevano asportato dalle pareti “pietre conce” e altro materiale) ad uno stato di turpe e irreparabile degrado.
I due deputati suggerivano al Sindaco di preservare solo il magnifico portale, “capo d’opera, d’ordine corinzio”, estraendolo dalla facciata e portandolo, insieme con la pregevole campana di bronzo, nella chiesa di San Francesco, un tempo officiata dai Minori Conventuali. Aggiungevano, con una genialità degna di miglior causa, che i laterizi conseguenti alla demolizione potevano essere impiegati per costruire canali di scolo e sistemi di drenaggio dell’acqua piovana che con il ristagno procurava un fastidioso intralcio alla viabilità, soprattutto pedonale; essi infine affermavano che il Decurionato avrebbe dovuto edificare un’altra Chiesa, di analoghe dimensioni, nei pressi della strada “Consolare” (oggi SS16). Per fortuna la balzana proposta, che pur aveva convinto il Sindaco Comi, fu respinta dall’Intendente (oggi Prefetto) di Teramo, Bonaventura Palamolla, che sospese la deliberazione adottata dal Decurionato l’8 aprile 1834. Prima di assumere la decisione, l’Intendente prese tempo, consultandosi con il Vescovo Alessandro Berrettini (1830-1849) e con il noto storico, canonico Niccola Palma (1777-1840), il quale aveva visto la Chiesa come “convisitatore” nel corso della visita pastorale eseguita a Giulianova il 10 agosto1834, redigendo una breve relazione storico-artistica. Il Palma fornisce le seguenti informazioni: 1. La chiesa fu donata da San Berardo di Pagliara al Capitolo aprutino che ne deteneva la proprietà, istituendovi una “rettoria” e talora dei “prebendati”; 2. Della chiesa si appropriarono i duchi di Atri nel sec. XV, dichiarando che era stata costruita sul loro dominio; 3. Il vescovo Montesanto aveva tentato di rivendicarne la proprietà senza riuscirvi; 4. L’estinzione della dinastia ducale acquaviviana, con la morte di Rodolfo XVII, comportò il passaggio dei suoi beni al Regio Fisco, cioè alla Corona, e successivamente ai sovrani che si alternarono sul trono del Regno di Napoli.
Degna d’interesse è l’interpretazione artistica del portale, necessariamente parziale a causa dei guasti che ne rendevano difficile la lettura, prima che fossero rese visibili le diciotto formelle dal restauro iniziato nel 1918, al quale accennò il vescovo Alessandro Beniamino Zanecchia Ginnetti nella visita pastorale compiuta il 21 agosto dello stesso anno.
(anticipazione tratta dal libro I Passionisti a Giulianova (1858-1866), di prossima pubblicazione, S. Gabriele edizioni, ndr).

Adriana Martini racconta l’archeologia

ia 35 01Il 3 gennaio scorso, presso la sede di GiuliaViva in Piazza Buozzi, si è tenuto il primo di una serie di appuntamenti a tema riguardanti l’archeologia, dal titolo Nell’immaginario femminile: dal mito della Dea Madre… alla Befana.
L’incontro è stato organizzato dalla nascente associazione culturale Gruppo archeologico del Medio Adriatico con finalità di conoscenza e sensibilizzazione rispetto al patrimonio archeologico, paesaggistico e culturale del territorio e che ha in programma altri quattro appuntamenti sul medesimo tema.
L’idea è nata grazie all’incontro di appassionati che hanno dato vita ad una vera e propria associazione i cui soci fondatori: Irene Lattanzi, Pasquale Tucci, Aldorino Di Gaetano e Valeria Cantarini hanno invitato, per il primo incontro che ha richiamato un folto pubblico, l’archeologa Adriana Martini, docente presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Ferrara e presidente del Forum Europeo Archeologico. “L’associazione nascerà” – spiega Irene Lattanzi – “grazie all’incontro e la passione di un gruppo di persone che ha a cuore quella che è la cultura a portata di tutti intendendo tutte quelle che sono le ricchezze del territorio, non soltanto l’archeologia ma anche l’ambiente, le tradizioni e tutto quello che fa parte della nostra storia”. Questi i prossimi appuntamenti organizzati dall’associazione:
sabato 2 febbraio Nozioni mediche e pozioni magiche a cura di Ferdinando Valle,
sabato 2 marzo Anfore, spezie e commerci antichi di Antonio Stievano,
sabato 4 aprile Racconto di uno scavo con Luisa Migliorati,
sabato 4 maggio La pratica di uno scavo: Ischia di Castro con il relatore Ilario Di Nardo.
I prossimi incontri si svolgeranno alle ore 15 a Giulianova Alta in Piazza Buozzi presso la sede di GiuliaViva con ingresso gratuito.

Polidoro da Lanciano, pittore misconosciuto e ritrovato

lpdc 35 01Vorrei segnalare la bella monografia di Vincenzo Mancini Polidoro da Lanciano (Rocco Carabba editore) finanziata dalla Banca Popolare di Lanciano e Sulmona, che getta luce su un esponente del tardo Rinascimento abruzzese e nazionale, attivo a Venezia intorno alla metà del ’500 e ingiustamente relegato fra i tanti minori che popolano la nostra ricca storia dell’arte. Lungi dall’essere un “madonnaro”, come venivano chiamati i pittori indigenti, esclusi per lo più dai ruoli pubblici e istituzionali, Polidoro si distinse, come ci ricorda Mancini, nell’ornamento di case e palazzi privati, al punto che quando la repubblica di Venezia decadde al rango di territorio occupato, nel periodo napoleonico, parecchie delle sue opere presero la via dell’Inghilterra in una diaspora che ne accentuava il carattere epigonico di “scolaro del Tiziano” e dell’arte veneta. Secondo alcuni critici sarebbe evidente la filiazione da Raffaello e Tiziano riconoscibile nel classicismo del primo e nel colore del secondo presenti nell’opera del lancianese; con ciò adottando la prospettiva che tiene conto, riduttivamente, dell’appartenenza di Polidoro a una “bottega”, che sostanzialmente ne scredita l’originalità. Ad esempio, in quadri come La sacra famiglia con angelo e Sacra Famiglia con S. Caterina e donatore - il primo di ubicazione ignota e il secondo oggi a Kassel - appare evidente il debito col Vecellio e con un quadro dello stesso soggetto di Bonifacio Veronese esposto al Louvre: mi riferisco al paesaggio, al disegno di soggetti naturali come alberi e foglie, ai volti e ai panneggi.
E tuttavia, fatta questa doverosa premessa, il pittore lancianese, è presente, secondo un elenco fornito da Modestino Romagnolo, nelle più autorevoli collezioni pubbliche e private europee (Kassel, Berlino, Dresda, Monaco, Londra, Cambridge, Zagabria, Vienna, Budapest, Parigi, Edimburgo etc., oltreché, naturalmente, alla galleria dell’Accademia di Venezia, Vicenza, Brescia, Napoli, Conegliano e Lanciano) e in altrettante americane a Baltimore, Cleveland, S. Francisco, Malibu (Getty Museum) etc., per dire di una fama postuma che ne riconosce il carattere inter pares con i più accreditati artisti del Cinquecento.
La sottovalutazione del pittore lancianese è avvertita già nel ’600 da uno storiografo come Carlo Ridolfi che scrive: “Ma tuttoché Polidoro fosse convenevole Pittore, fu di lui tenuto poco conto nel tempo suo, per esservi all’hora molti eccellenti Artefici…” [Mancini, p. 23], ma la rivalutazione più obiettiva arriva nel ’900 con diversi studi fra i quali Berenson, Robertson, Fletcher, Wethey, Merkel et alii, che sottolineano l’appartenenza del pittore alla grande stagione del “secolo d’oro” ricercatissimo da antiquari e conoscitori in ogni angolo del mondo.
Il bel libro di Mancini, in grande formato e carta patinata, si lascia apprezzare per l’ampio apparato iconografico e documentale, contenente 22 tavole a colori e 103 in bianco e nero, vale a dire quasi tutto il corpus conosciuto dell’autore. Il quasi è d’obbligo per un artista che ha disseminato le sue opere in centinaia di case private in Italia e all’estero.

Acciaio

IA 34 01Anna e Francesca, amiche quattordicenni di Piombino, crescono in casermoni respirando l’odore delle fabbriche. Tra padri violenti, madri depresse e fratelli rabbiosi sognano un giorno di poter cambiare il proprio destino. Magari trasferendosi all’isola d’Elba: un posto pensato solo per turisti.

Il documentarista Stefano Mordini torna dietro la macchina da presa dopo il film d’esordio Provincia meccanica e lo fa prendendo spunto dall’omonimo libro di Silvia Avallone. La sceneggiatura, curata dal regista e dalla stessa scrittrice, viene abbondantemente levigata e rivista, rispetto al libro, per essere trasposta su pellicola e dar vita ad una storia dove tutto viene meno. Se all’uscita del libro la scrittrice fu incolpata di aver dato un’immagine sbagliata degli operai di Piombino, in bilico tra adolescenti cupe e consumo di droga prima dei turni, il film di Mordini si concentra dapprima sul degrado sociale e poi sulla crisi adolescenziale delle due ragazzine Anna (Matilde Giannini) e Francesca (Anna Bellezza) che, seppur brave, non riescono nell’intento di dar vita ad un film, perché è proprio l’idea di cinema che manca all’opera di Mordini. Ecco allora che i protagonisti in carne e ossa diventano pian piano spiriti fluttuanti destinati a diventare figure marginali rispetto ai protagonisti di cemento (nel libro avviene l’esatto contrario) ed il peso delle fabbriche rischia di far passare in secondo piano anche la meravigliosa prova attoriale di Michele Riondino (fatta, non a caso, di poche parole e tanta gestualità) proprio per documentare lo stato d’animo degli operai e far sentire la puzza delle acciaierie che sovrasta anche la natura piombinese, dove la spiaggia si trasforma tristemente in una landa desolata capace di ospitare solo detriti industriali.
La crisi esistenziale delle ragazzine, adolescenza mischiata a sogni, poteva e doveva essere la strada giusta da seguire basandosi sulla promiscuità dei rapporti, il cambiamento esteriore e la scoperta della sessualità ma le tematiche sociali spostano il baricentro su di esse facendoci assaporare solo un po’ di ferro.
Mentre l’acciaio del libro era ben altra cosa.

Biblioteca e pinacoteca comunale

L’atmosfera delle casa-museo donata da Vincenzo Bindi violata da un restauro che lascia sgomenti.

LPDC 34 01Tutto qui? È la domanda che ogni giuliese si pone dopo aver visitato la biblioteca civica “Vincenzo Bindi” recentemente riconsegnata alla città di Giulianova dopo sette lunghi anni di ristrutturazione costata, complessivamente, 1.420.000 euro.
La cerimonia di riconsegna è avvenuta insolitamente sottotono; e si è compreso anche il perché. Al di là della decantata “sobrietà”, parola fortemente abusata e utilizzata spesso impropriamente, l’emozione di salire la vecchia scalinata di ingresso della dimora della famiglia Bindi è innegabile.
Ma dov’è la sobrietà? Nei nuovi pavimenti luccicanti? Nelle belle porte nuove della biblioteca che mal si accostano agli infissi dipinti di grigio? Occhi sbarrati, sguardi attoniti, ma cosa è successo? Dov’è quel profumo di Ottocento che i cittadini di Giulianova conoscevano tanto bene?
Certamente nella ristrutturazione dello stabile il rispetto delle norme legislative sulla sicurezza costituisce la priorità, una priorità che non è in contrasto con il concetto di “conservazione” ma che si sarebbe dovuta compenetrare con esso restituendoci un luogo “nuovo” sicuro, fruibile ma riconoscibile nella sua atmosfera, nei suoi segni principali, non “snaturato”.
Per sette anni la città di Giulianova è stata privata della sua biblioteca comunale, un fulcro di indubbia importanza per la sua crescita culturale. Ora si ricomincia, e si parte praticamente da zero nella riorganizzazione di tutti quei servizi che una biblioteca comunale deve assolvere come dovere nei confronti di tutti i cittadini.
Che dire poi della pinacoteca? Si apre uno scenario da trasloco non terminato: il mobilio è sistemato all’interno di un “cubo bianco” (pavimento bianchissimo e lucidissimo e mura bianche dipinte di fresco) che rende l’insieme molto, molto lontano dall’ambientazione originaria forse definitivamente persa.
Per quale motivo l’attenzione si sofferma sugli interventi strutturali? Semplicemente perché sono quelli irreversibili, quelli che, una volta compiuti, difficilmente si potranno correggere (e di esempi nella nostra città ce ne sono diversi) e che ci lasciano un forte sentimento di dispiacere e l’amarezza per un’altra occasione persa.

Nuovo appuntamento di Polis, con Marco Lodoli

Polis 34 01“Salve, mi chiamo Marco Lodoli, insegno in una scuola professionale di Roma e da circa vent'anni scrivo poesie, racconti e romanzi, perché da sempre penso che le parole possano avvicinarmi meglio ai miei limiti. Credo che, in fondo, sia proprio questo il senso della letteratura e di ogni attività umana: bisogna esplorare se stessi fino ai propri confini estremi per vedere che cosa c'è oltre [...]”. (Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche).

Marco Lodoli, giornalista e scrittore, è nato nel 1956 a Roma dove vive e lavora come insegnante di lettere in un Istituto professionale del tuscolano, popoloso quartiere della periferia romana. Ha esordito nel 1978 come poeta con Un uomo innocuo per proseguire nel 1986 con il romanzo Diario di un millennio che fugge. Il suo successivo lavoro romanzesco, Snack bar Budapest è stato anche ispiratore dell’omonimo film diretto da Tinto Brass.
Nel 1989  a partire dall’opera Le ragioni del cuore e la nudità dello sguardo sulla vita Marco Lodoli ha tenuto una serie di conferenze tra Roma, Torino, Bari e Firenze.
L’accorta analisi dei rapporti sussistenti tra l’io e gli altri, insieme al viaggio e alla morte, sono fra i temi più ricorrenti nelle sue opere, che hanno meritato nel 1990 i Premi Piero Chiara per Grande raccordo e nel 1992 il Grinzane Cavour. Vince il Premio Palazzo al Bosco nel ’96 con il romanzo Cani e Lupi; sette storie d’amore, sette confronti tra il cane e il lupo, l’uno ragionevole addomesticatezza l’altro incontrastabile ferocia. L’anno successivo si aggiudica di nuovo il Grizane Cavour con Il vento.
Da ricordare fra le sue opere più famose i nove racconti I professori e altri professori e Grande Circo Invalido appassionante storia di tre amici anarchici.
Lo scrittore da anni collabora con “la Repubblica”, trattando tematiche riguardanti scuola e insegnamento, quest’ultimo caposaldo della sua passione. Critico cinematografico del settimanale “Diario” le cui recensioni sono raccolte nel volume Fuori dal cinema.
Non limitandosi solo alla mera scrittura, esplora altre forme di comunicazione come La puntualità fu un mio capolavoro opera radiofonica.
Marco Lodoli sarà ospite del prossimo appuntamento di POLIS il 19 gennaio al Kursaal di Giulianova per presentare e dibattere sul tema della scuola e delle problematiche giovanili, prendendo spunto dal suo noto libro Il rosso e il blu.
Abbandonando la finzione narrativa attraverso brevi e illuminanti osservazioni, vengono affrontati nell’opera i molti “cuori ed errori”: limiti e passioni della scuola italiana.
Lo scrittore esprime il suo punto di vista sulla questione dell’educazione scolastica e le annesse problematiche quali bullismo, droga, gite d’istruzione ed esame di maturità. Tra gli altri temi, esposti con naturale familiarità, egli focalizza la sua attenzione sull’angoscia dei giovani per il loro futuro e sulla possibile sintonia studente- professore.
Si delinea così un percorso mai scontato, dove chiarezza espressiva e profondità giudizio trovano un perfetto equilibrio.

Fine del mondo permettendo

IA 33 01Il 23 dicembre il sottoscritto compie gli anni. Lo scorso anno i nati nel periodo natalizio dovevano fare i conti solo con la crisi economica e con un manipolo di tecnici che prometteva tasse e riduzione di stipendi e pensioni; quest’anno, pur continuando a ricevere le fortune di cui sopra, subiranno anche la beffa: oltre a non ricevere regali per mancanza di soldi, molto probabilmente non riusciranno a spegnere neppure le candeline. Eh già, perché il 21 dicembre 2012 il mondo finirà di girare. I Maya, popolo col pallino dei calendari, millenni fa finirono le loro scorte di carta e, lasciando incompiuto il loro ultimo calendario alla data 21.12.2012, passarono al più sano hobby delle farfalle (e non riuscirono a prevedere neanche la loro, di estinzione).
Ora, detto questo, tutti i più illustri personaggi nel campo della scienza, astrologia e fisica si sono avvicinati a tale teoria. Partiamo dall’esperto: Roberto Giacobbo, colui che ha organizzato le Crociate, colui che al dito non porta la Fede ma l’Unico Anello e che in vacanza va all’Area 51. Ogni puntata di Voyager ha come argomento principale gli alieni e la fine del mondo; d’altronde per partecipare come ospite d’onore alle sue trasmissioni basta dire di essere venuti dal futuro e conoscere tutti i film di Terminator. A lui non serve altro. Continuiamo con Roland Emmerich; il professore nel suo ultimo kolossal dal titolo brillante e fantasioso, 2012, ci spiega i fattori determinanti che causeranno forti devastazioni come l’innalzamento della crosta terrestre con successive crepe e deformazioni, crateri che erutteranno spargendo lava ovunque, tsunami altissimi che arriveranno fino alla vetta dell’Himalaya distruggendo l’unica casetta di un povero monaco tibetano; ma altri registi hanno continuato gli studi grazie a Lars von Trier con Melancholia e Lorene Scafaria con Cercasi amore per la fine del mondo.
Come se questo non bastasse Enzo Braschi, che dopo Drive In è diventato un astrofisico di fama mondiale, ha scritto un libro nel quale dichiara che fra qualche giorno alcune creature incorporee faranno la loro apparizione sulla Terra.
E se lo dice anche Braschi è indubbio che la profezia sia veritiera! Cosa rimane, allora, a noi poveri nati nel periodo natalizio? Privati dei regali e delle candeline non ci resta che smontare queste “fondate” tesi alla scoperta di qualche falla di sistema, oppure… cominciare a parcheggiare la macchina in strada e preparare in garage il bunker sotterraneo che ospiterà tutti gli invitati, festeggiare il compleanno il 20 dicembre visto che la mattina del 21 saremo troppo impegnati a trovare le chiavi del garage e convincere un alieno che Roberto Giacobbo non è umano (basterebbero pochi secondi).
In caso dovessimo risentirci: Buon Natale.

La grande abbuffata (per sopravvivere alla crisi)

IA 32 01Che il 25 dicembre fosse una giornata particolare ce lo avevano insegnato al catechismo. Che il periodo natalizio inizi a novembre, invece, lo scopriamo da anni nei supermarket o centri commerciali con pedane cariche di panettoni, pandori e addobbi tanto da arrivare a stento all’immancabile appuntamento con il pranzo di Natale. Per chi dovesse sopravvivere, infine, nessun problema: ci penserà la cena di Capodanno. Anche il cinema, così, si è calato nel meccanismo-sistema che vuole un periodo florido economicamente (!) in grado di far spendere con sorriso stipendi o addirittura tredicesime.
Ecco allora che il regista Alessandro Genovesi ha pensato bene di battere sul tempo la concorrenza uscendo con il film Il peggior Natale della mia vita addirittura il 22 novembre scorso (qualcuno aveva ancora i lumini-zucche a casa) continuando le avventure tragicomiche del protagonista Paolo dopo il film d’esordio La peggior settimana della mia vita. Il 29 novembre, invece, è stato il turno degli americani con il film d’animazione Le 5 leggende dove a sconfiggere il male è Babbo Natale in persona (affiancato dal coniglio Pasquale: gli americani si portano sempre più avanti di noi).
Si continua, la settimana prossima, con una commedia americana molto promettente di Julian Farino dal titolo Scusa, mi piace tuo padre che promette allegria senza sfociare troppo in facili sentimentalismi. La trama è semplice: la figlia dei coniugi Ostroff torna a casa per le vacanze e i genitori spingono per un suo avvicinamento verso il figlio dei loro amici vicini Toby Walling. Lei, invece, perderà la testa per il padre.
Il 13 dicembre comincia la scalata al botteghino con due titoli: il kolossal firmato Peter Jackson Lo Hobbit e il cinepanettone targato Neri Parenti Colpi di fulmine (che apre l’imbarazzante trittico italiano assieme ad Antonio Albanese con Tutto tutto niente niente e il duo Biggio-Mandelli con I 2 soliti idioti).
Il primo è il prequel della trilogia Il Signore degli Anelli tratto dall’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien mentre il secondo è il classico film natalizio che ogni anno ci regala De Laurentiis, quest’anno, però, condito con un nuovo ingrediente: Arisa. In rapida successione, inoltre, i titoli che affolleranno i cartelloni dei cinema nei giorni successivi: il film d’animazione Ralph Spaccatutto, Love is all you need della regista danese Susanne Bier e Ernest e Celestine, altro film d’animazione però francese. Gli unici titoli degni di nota, in mezzo a tutto questo marasma, sono due: Vita di Pi del regista taiwanese Ang Lee e La bottega dei suicidi del francese Patrice Leconte.
Il primo è un viaggio, quasi mistico, alla riscoperta della fantasia mentre il secondo è un cartoon fuori dagli schemi dove una famiglia per sopravvivere alla crisi decide di aprire un negozio che vende gli strumenti più adatti per futuri suicidi. La coppia ha tre figli Vincent, Marilyn e Alan (il primo come van Gogh, la seconda come la Monroe e il terzo come Mathison Turing: tutti personaggi morti suicidi) ma sarà il terzo a portare grane alla famiglia con il suo spirito solare e gioioso. Insomma, una commedia esilarante lontana dai soliti clichè.

I Passionisti a Giulianova, nel prossimo libro di Giovanni Di Giannatale

LPDC 32 01Forse sono in pochi oggi a sapere che l’area in cui sorge la chiesa dell’Annunziata, S.Maria a Mare, fu sede un tempo, dal 1858 al 1866, di un importante ritiro dei Passionisti, appartenenti alla provincia monastica di Maria SS. della Pietà. Un rigoroso e ampio studio del prof. Giovanni Di Giannatale, noto storico teramano, in corso di elaborazione, la cui pubblicazione è prevista per la primavera del 2013, a cura della predetta provincia, e col concorso dei Parroci di S.Flaviano e dell’Annunziata, ne ricostruisce le origini e gli sviluppi con ricchezza di dati attinti da vari archivi statali, privati ed ecclesiastici, tra cui quelli della Curia provinciale e Generale dei Passionisti.
La scoperta delle piante consente oggi di delineare la fisionomia del ritiro e di tutta la parte attigua alla “contrada Marina”, offrendo elementi conoscitivi finora poco noti della storia giuliese del XIX secolo. Fu edificato dal benefattore don Valentino Cozzi, Arciprete di S.Flaviano, che conobbe i Passionisti durante una missione popolare tenuta a Giulianova nel 1852.
Attratto dalla loro austerità e dallo stile di vita povero e penitente, chiese il permesso al Vescovo di Teramo e al Generale dei Passionisti, p.Antonio di S.Giacomo, che acconsentì nel 1854 alla fondazione del ritiro, dopo che il Re di Napoli ne aveva dato la preventiva autorizzazione, secondo la legislazione del tempo. I lavori , a spese del Cozzi, che mise a disposizione 3000 ducati, furono iniziati nel 1854, ma interrotti nel 1855, a causa di un’epidemia colerica, ripresi nel 1856 e parzialmente conclusi nell’ottobre del 1858, allorché il p.Fausto di S.Carlo ne prese il canonico possesso con altri tre religiosi. Dotato di un appezzamento di terra, donato dal Decurionato di Giulianova, che acclamò la loro presenza, ebbe una comunità fiorente, che dal 1860 contò in media 12 religiosi, amati dalla popolazione per lo spirito di carità mostrato, per l’attaccamento alla chiesa, per l’assiduità del servizio pastorale e per l’istruzione serale prestata ai fanciulli di contadini e pescatori, che non frequentavano la scuola pubblica. Sottoposto alla soppressione dal Prefetto di Teramo che, sospinto da liberali ostili ai passionisti (accusati ingiustamente di fomentare nel popolo l’avversione al governo nazionale), applicò la legge crispina dei “sospetti”, decretando l’espulsione dei religiosi il 28 maggio del 1866, prima che fosse approvata la legge di soppressione degli ordini religiosi (cosa che avvenne il 7 luglio 1866). Iniziò la diaspora dei Passionisti, nove dei quali furono “concentrati” a domicilio coatto nell’ex convento dei Liguorini di S.Angelo a Cupolo (BN) e tre autorizzati a tornare nelle città di origine. Il libro, in 5 capitoli, fornisce tante altre preziose informazioni sulla storia religiosa e civile della città, in gran parte inedite. Attendiamo perciò con desiderio la stampa del volume, auspicando che avvenga a Giulianova.
Da ultimo ci piace rilevare che l’appendice è dedicata alla Presenza di San Gabriele a Giulianova, in cui si spiega come vi arrivò, sostando per due notti (8 e 9 luglio 1859) nel ritiro della SS.Annunziata, nella cui chiesa pregò e recitò i “cori” prescritti dall’osservanza, compreso quello “notturno”, e come da Giulianova raggiunse Montorio al Vomano, passando per la “distrettuale”, che attraversava Teramo da Porta Reale al piazzale fuori le mura, ora denominato Piazza Garibaldi. Dunque il giovane Gabriele per una volta di passaggio poté ammirare, dopo Giulia, anche la città di Teramo.

La leggenda svelata

IA 31 01Abbiamo incontrato il M° Galileo Di Ilio violoncellista e direttore artistico dell’associazione culturale “G. Braga” onlus per parlare della importante pubblicazione che lo vede autore insieme al prof. Giovanni Di Leonardo.
C’è un nuovo lavoro realizzato dalla tua associazione. Di che si tratta?
Abbiamo pubblicato un nuovo libro che illustra delle sorprendenti novità attorno alla famosissima Serenata Leggenda Valacca di Gaetano Braga, frutto degli ultimi studi e ricerche condotti dall’associazione culturale “Braga” onlus, più esattamente, dallo storico prof. Giovanni Di Leonardo e da me.
Il volume di 160 pagine dal titolo La Leggenda svelata. La Serenata, Leggenda Valacca di Gaetano Braga. Fonte letteraria, titolo e successo verrà presentato il prossimo 24 novembre presso la sala Trevisan della Piccola Opera Charitas, a partire dalle ore 17.00, con la partecipazione del M° Piero Di Egidio (docente di Storia della Musica e già vicedirettore presso L’I.S.S.M. “Braga” di Teramo), degli autori e il coordinamento della dott.ssa Marialuisa De Santis (responsabile della sala Trevisan).
Seguirà un concerto con le musiche di G. Braga che saranno interpretate dai maestri Amor Lilia Perez, (mezzosoprano del coro della Scala di Milano), Corrado Di Pietrangelo (al pianoforte) e me medesimo (al violoncello). Il libro è dedicato al compianto p. Serafino Colangeli, cittadino benemerito che tanto ha fatto per la cultura e il sociale a Giulianova, e che è stato socio fondatore e presidente onorario della nostra associazione.
Si può anticipare qualcosa sulle novità principali del libro senza togliere la sorpresa al lettore?
Come dice il titolo del libro si fa luce, finalmente, su alcuni aspetti della Serenata che risultavano poco chiari, a cominciare dallo stesso titolo Leggenda Valacca.
La novità più importante, infatti, riguarda la fonte letteraria. Di Leonardo col suo metodo d’indagine estremamente scientifico, che ci ha già mostrato nei suoi precedenti lavori, ha fatto una scoperta sensazionale, quella cioè che il testo poetico, musicato da Braga, da tutti e sempre attribuito a Marco Marcelliano Marcello, non era altro che una libera traduzione, sia pur reinterpretata e musicalmente ben resa, di una lirica di Ludwig Uhland, grande poeta del romanticismo tedesco.
Ci sono, inoltre, altri aspetti della composizione di Braga che vengono chiariti: dalla data esatta di composizione alla vicenda editoriale, a quella dei diritti d’autore, passando per le varie denominazioni, le numerose trascrizioni, le edizioni musicali e discografiche in ogni continente, che si sono susseguite per più di un secolo, attraverso i nomi di grandi interpreti del passato.
Stiamo parlando di un brano che, addirittura, anche oggi continua ad essere pubblicato da noti editori musicali.
Nella seconda parte del libro io, invece, mi sono addentrato nell’analisi della partitura, facendo notare oltre agli aspetti tecnici (più per gli “addetti ai lavori”), anche lo stretto legame che la musica ha col testo poetico e i significati metaforici che essa nasconde dietro le note, i quali sono a fondamento anche del racconto Il Monaco Nero di Anton Cechov. A proposito di quest’opera del famoso scrittore e drammaturgo russo, che molti conoscono per esservi menzionata la “nota Serenata di Braga”, faccio notare, infatti, come Cechov non si sia limitato a citare la Leggenda Valacca ma l’abbia resa parte integrante del proprio racconto.
Più avanti nel nostro libro il lettore scopre anche in che maniera entrambe le opere abbiano suscitato l’interesse del celebre compositore D. Šostakovic.
Come in un cerchio ideale i concetti metaforici nascosti dietro la partitura della Serenata di Braga ed il racconto Il Monaco Nero rimandano all’idea e al ruolo della musica nel pensiero dei filosofi romantici tedeschi e quindi rinviano ancora una volta, inequivocabilmente, all’origine della fonte letteraria: la cultura del primo romanticismo tedesco.

Alessandro Valignani missionario in Giappone


LPDC 31 01Il Giappone del XVI secolo è il teatro di lunghe e sanguinose lotte feudali, con eserciti personali che condizionano le scelte dell’imperatore e dei cosiddetti shogun, potentissimi signori in grado di controllare la stessa nomina imperiale. In un simile pericolosissimo clima istituzionale arriva dall’Italia un umile sacerdote di Chieti, gesuita della Compagnia di Gesù, per predicarvi la dottrina cristiana, dopo essere stato a Goa, Macao, in Malesia e alle Molucche. Si può dire che nella seconda metà del ‘500 l’attività religiosa coincida in larga misura con quella esplorativa tout court trattandosi di un lontano Oriente sul quale esistevano una scarsa cartografia e solo alcuni diari di precedenti viaggiatori. Valignani, figlio di Giambattista e di Isabella del Sangro, aveva avuto una giovinezza turbolenta: era stato accusato, forse ingiustamente, di aver pugnalato una donna e quindi rinchiuso in carcere a Venezia. La storia romanzesca di Valignani assomiglia strutturalmente a quella di padre Cristoforo nei Promessi Sposi di Manzoni in quanto anche nella biografia del chietino, ma stavolta in una versione realissima, interviene il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, per liberarlo dopo parecchi mesi di carcere duro. L’anno seguente entrò nel Collegio Romano per studiarvi teologia e quindi ordinato sacerdote dopo pochi anni. Nel 1572 fu incaricato come responsabile delle missioni nelle Indie Orientali, un termine generico per dire tutto ciò che riguardava i territori a est di Gerusalemme. Nella missione in Cina e in Giappone si divise i compiti con l’altro grande viaggiatore italiano in Oriente, Matteo Ricci di Macerata, che riuscì, nonostante l’ostilità dell’intellighentsija cinese, a fissare la sua residenza a Pechino. Valignano e Ricci compresero che per farsi accogliere a corte e penetrare nella coscienza degli abitanti bisognava mantenere in una grande considerazione la cultura locale, ragion per cui raccomandarono di apprendere usi e costumi dei paesi che li ospitavano, diventando essi stessi maestri della lingua, della storia e della filosofia della Cina e del Giappone. Inutile dire che si tratta di studi pionieristici che apriranno agli europei la possibilità di conoscere la ricca filologia di questi paesi, ritenuti geograficamente remoti e culturalmente impenetrabili.
Da un punto di vista più strettamente teologico, le gerarchie ecclesiastiche non capirono l’importanza di questo sincretismo fra religioni e culture diverse, l’ecumenismo “ante litteram” che faceva coesistere il buddismo e il confucianesimo col cristianesimo, la filosofia Zen con la Vulgata cattolica. In Giappone, la predicazione del Cristianesimo diede ottimi frutti, come scrive Vittorio Volpi nel suo Alessandro Valignani. Un grande maestro italiano in Asia (Milano, Spirali, 2011) e produsse una notevole comunità cristiana. Qui, “fondò chiese, collegi e ospedali”, e scrisse un “Cerimoniale per i missionari in Giappone”, ma lo sviluppo di tale proselitismo durò fino al 1587, quando si verificò la grande persecuzione contro i cristiani per mano dello Shogun Hydeyoshi.
Il numero dei martiri toccò 1200-1600 convertiti e la decadenza della comunità cristiana coincise con l’avversione di altri missionari più ortodossi (francescani e domenicani per lo più) per i metodi di Valignani, ritenuti idolatrici, in quanto rispettosi delle pratiche locali. Fino al punto che il papa Benedetto XIV proibì la pratica dei cosiddetti “Riti Cinesi”. Sicché, solo oggi si capisce l’intuizione di un grande uomo di cultura come Valignani, che aveva compreso la necessità dell’incontro e del rispetto reciproco fra i popoli.

James Bond. Pericoloso cinquantenne

IA 30 0150 anni suonati, e un po’ sbiaditi dall’abuso di alcool, bellissime donne e macchine superveloci (tutte cose che logorano col tempo), ma comunque portati bene. Era il 1962 quando sugli schermi cinematografici usciva il primo film di Bond (,James Bond!) l’agente segreto costretto a diventare l’icona più famosa della letteratura prima, e del cinema poi. Si, perché nasce dieci anni prima dalla penna britannica dello scrittore Ian Fleming che, a detta sua, logorato dalla noia coniugale, inventò un personaggio capace di ridargli vitalità.
Ora, che sono passati cinquant’anni da Dr. No – da noi conosciuto come Agente 007 Licenza di uccidere – esce nelle sale il nuovo capitolo: Skyfall. Ha cambiato volto più di una volta, dall’indimenticabile Sean Connery all’ultimo Daniel Craig, e nel portafogli la licenza di uccidere rischia di rimanere offuscata dalla carta d’identità ma rimane comunque un personaggio carismatico e fuori dagli schemi preferendo, dopo 50 anni, la birra al famoso Martini. “Ma non è vero che Bond ora beve solo birra – tranquillizza Daniel Craig – 007 beve di tutto: birra, Martini e Champagne. E anche se paga, Heineken non ci ha chiesto di fare smorfie di apprezzamento quando io bevo la sua birra.” Sarà, ma i fan più vicini al personaggio cartaceo si sono sentiti un po’ traditi, cosa passata subito in secondo piano dal contratto miliardario strappato dai produttori alla famosa ditta produttrice di birra.
D’altronde Daniel Craig non sarebbe piaciuto neppure al suo creatore vista la somiglianza con...Putin, dopo che Bond e Fleming stesso hanno combattuto i russi durante la guerra fredda, ma capirebbe che, nella nostra cultura attuale, lo scrittore è un modello svalutato. Critiche da marketing allora, perché non c’è tempo, durante i festeggiamenti per un compleanno così importante, di annoiare gli invitati con banali argomentazioni e così, biglietto alla mano, prendiamo posto nella sala buia. E’ qui che l’ospite d’onore non si fa attendere, ma scopriamo ben presto che la sua figura viene oscurata da quella di un personaggio che incarna il villain: Raoul Silva.
Il fratellastro cattivo e gay di Bond, interpretato da un magistrale Javier Bardem, ruba lo schermo al festeggiato che, per poco, non rischia di rimanere lontano perfino dalla Bond Girl di turno (la bellissima Bérénice Marlohe).
Poco importa però, perché finalmente arriva il momento tanto atteso: il brindisi con Champagne. Ah no, era birra.

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