Giovedì, Ottobre 19, 2017

 

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Vincenzo Cermignani, un giuliese a Montmartre

LPDC 18 01Ho avuto la fortuna di conoscere il pittore Vincenzo Cermignani negli anni ’60. Era da poco tornato dalla Francia a bordo di un sidecar nero - tutt’ora nel sotto-belvedere - quando un mio zio falegname, che gli faceva le cornici, una sera mi portò da lui nel locale che il munifico avvocato Cerulli gli aveva messo a disposizione.
Inutile dire che fui subito affascinato dagli oggetti dello studio e dalla personalità di quell’uomo che era stato a Parigi per una quarantina d’anni e mostrava nello stile bohemien un vissuto anticonformista fatto di arte e impegno politico. Queste componenti della sua biografia erano implicite nei fatti connessi col suo esilio nei primi anni del fascismo - costretto a emigrare dopo una sparatoria di cui era stato ingiustamente accusato - e con la ricca produzione pittorica durante gli anni parigini e dopo. D’altronde, il suo impegno antifascista non venne meno neanche negli anni dell’occupazione tedesca della città e, immediatamente dopo la liberazione, nel 1944, fece parte di una commissione alleata che doveva indagare sull’eccidio nazista di Oradour-sur-Glane dove 642 abitanti erano stati uccisi per rappresaglia e l’intero paese dato alle fiamme. Conservava, in una campana di vetro, alcuni frammenti nerastri della chiesa incendiata e non senza emozione ci raccontò il triste scenario del luogo. Anche la sua pittura, naturalmente, aveva caratteristiche plastiche e coloristiche in grado di emozionare e comunicare un livello superiore di verismo rispetto alla tradizionale scuola abruzzese del paesaggio. Cresciuto nel confronto con le tendenze postimpressioniste francesi, Cermignani padroneggiava l’uso della spatola e della pennellata “grassa”, una tecnica che, unita all’impiego di toni cromatici svincolati dal naturalismo, rendeva i suoi quadri astratti rispetto all’immagine, sia pure in un contesto riconoscibile e figurativo. Alcuni dei suoi quadri sono conservati nella “casa” che il Comune ha trasformato in museo poco dopo la sua morte, nei primi anni ’70, ma parecchi sono di ornamento nelle case private di amici che sperimentarono la sua generosità e il suo disinteresse per i rapporti venali; infatti, spesso li scambiava con servizi e aiuti nella quotidianità sostanzialmente sobria che caratterizzò i suoi ultimi anni giuliesi. A scorrere il suo catalogo si può notare la coerenza di un’arte rivolta alla pittura di paesaggio con soggetti prevalentemente rurali e montani, legati comunque alla provincia francese o al circondario della nostra città, vale a dire la messa in pittura di un mondo più semplice e differente, soprattutto se pensiamo alla sua permanenza in una dimensione metropolitana e cosmopolita. Un altro tema saliente della sua produzione è ravvisabile nei “ritratti” che con vena quasi espressionista dipingeva con forti effetti di verosimiglianza e caratterizzazione. Sono ancora nel suo studio-museo un autoritratto a figura intera con pennelli e tavolozza e quello di un cane boxer che gli era stato particolarmente caro, raffigurato in posa solenne alla maniera dei cavalli di Stubbs. Seguono ritratti femminili e quello di “Papà Nestor” un imponente volto popolano dipinto con una partecipazione si direbbe epica che ne sottolinea la virilità e la forza d’animo. Dobbiamo soltanto augurarci che queste opere siano ben conservate e alla giusta temperatura, perché alcuni materiali deperiscono e non siamo sicuri che l’umidità non abbia già prodotto i suoi guasti. Non vorremmo che, come accaduto per Emilio Vedova, quarant’anni di oblio possano danneggiare anche le opere di questo pregevole artista giuliese. È chiedere troppo se diciamo che il museo avrebbe bisogno di una verifica strutturale e di un inventario per capire come valorizzarlo e tenerlo aperto al pubblico almeno nei mesi estivi?

Cesare deve morire

IA 17 01L’andamento economico, surclassato da (ri)tensioni e continui sbalzi di mercati, non lascia scampo neppure ai botteghini. Un cinema italiano in continuo calo da almeno due anni, stando alle analisi formulate dagli statistici a fine febbraio, che vede nel 2010 l’ultimo periodo soddisfacente per i locali cinematografici in cui registrarono un incasso totale di 735 milioni di euro.
Nel 2011 sceso a 662 milioni. Quest’anno già in calo del 31%. Colpa dell’effetto Zalone, che lo scorso anno fece registrare incassi da record con la sua bella giornata. Eppure l’anno italiano è iniziato nel migliore dei modi grazie ai fratelli Taviani e la loro rilettura del Giulio Cesare Shakespeariano, affidato a detenuti, in Cesare deve morire.
Titolo ostico per un progetto difficile quello di Paolo e Vittorio Taviani (rispettivamente 81 e 83 anni) ma che li scaraventa nell’olimpo berlinese con la vittoria dell’Orso d’Oro lo scorso febbraio. La recita che si mescola con la vita, le sbarre di una prigione si sgretolano sotto i colpi (dolorosi) di un’arte libera da facili sottomissioni. Zalone perde, l’arte vince. Ma come spesso accade il cinema d’autore è sottovalutato, poco capito e molto bistrattato ed ecco che a piangere sono le casse cinematografiche lamentando una sonora sconfitta paragonabile a quella del 2010, l’anno di Avatar (il blockbuster americano di James Cameron). Comunque, che sia cinema in formato zelig o tutto effetti speciali la storia insegna che al botteghino, il cinema d’autore, non fa la gioia degli esercenti (già dai tempi del dualismo Lumière/Méliès) ma non credo che la colpa sia di Cesare, seppur in fin di vita, capace ancora di etichettare il cinema come settima arte. La realtà va ricercata nei tagli del governo, nella tassa sul cinema che avrebbe dovuto incrementare il costo del biglietto di un euro e che doveva servire a coprire la proroga degli sgravi fiscali al settore del cinema ma che sarebbe stata anche “una vera e propria stangata per le tasche dei cittadini” come ha affermato il Presidente Codacons Carlo Rienzi il quale prosegue “già oggi i cinema italiani sono tra i più cari del mondo e il costo medio di un biglietto è pari a 7,50/8,00 euro, mentre per le visioni di film in 3D può arrivare a 12 euro. Si tratta di prezzi improponibili, che hanno avuto come effetto quello di tenere i cittadini lontani dalle sale cinematografiche, con enorme danno per gli stessi esercenti”.
Un cinema sempre nell’occhio del ciclone quello italiano, che porta con se strascichi di crisi radicata anche in altri settori non considerati artistici, dove il futuro incerto predilige il riempimento del frigorifero piuttosto che il benessere dell’anima, considerato in Italia, da sempre, uno svago. La cultura, ormai declassata in un Paese che artisticamente non ha eguali al mondo, dovrebbe essere mezzo di tramite tra realtà quotidiana e simbolo di evasione.
Mentre Cesare, agonizzante, resta a guardare.

Una mostra nel segno della devozione mariana

LPDC 16 01Al Museo d’Arte dello Splendore, si inaugura, alla presenza del vescovo, S. E. Michele Seccia, il 20 aprile alle ore 17.30, la mostra Credere la luce La forma dello Splendore, frutto di un impegnativo progetto che ha coinvolto artisti, la maggior parte dei quali giovani, provenienti da molte regioni italiane.
La manifestazione ideata e realizzata dal Centro culturale San Francesco della Piccola Opera Charitas, rientra nel Progetto culturale della diocesi di Teramo Atri ed ha il patrocinio del comune di Giulianova e della provincia di Teramo.
Quanto sia stata feconda e produttiva l’alleanza tra arte e Chiesa lo testimonia l’immenso patrimonio artistico italiano che si deve per buona parte definire di genere “sacro”. Tale alleanza, soprattutto a partire dal XIX secolo, si è andata, per una pluralità di motivi, sgretolando in modo tale che purtroppo le nostre chiese hanno finito per riempirsi di arte meramente oleografica.
Ma per volontà del Concilio Vaticano II, di Paolo VI e dei suoi successori, la Chiesa ha cercato e sta cercando di ricomporre questa alleanza, con un atteggiamento di ascolto e di accoglienza di fronte all’arte contemporanea, anche di fronte a quella caratterizzata da più forti accenti di tormento e di dubbio.
Proprio in sintonia con i suggerimenti della Chiesa Cattolica, il Centro culturale San Francesco ha inteso iniziare lo scorso anno, un cammino di pastorale per l’arte e per gli artisti prevedendo un complesso e articolato seminario con docenti di fama nazionale che hanno introdotto gli artisti all’arte sacra e in particolare alla comprensione teologica della figura mariana. I relatori sono stati: Mariano Apa, docente di storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Roma e curatore del nuovo Lezionario voluto dalla CEI; Oscar Meo, docente di estetica all’Università di Genova; Alberto Valentini, docente di mariologia all’Università Gregoriana di Roma; Alessandro Beltrami, storico dell’arte e giornalista de “L’Avvenire”; Massimo Lippi, artista. poeta e docente di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Solo dopo aver frequentato questo seminario, gli artisti A. Antonelli, P. Bernacchia, R. Biaggi, I. Branella, M. Cappucci, R. Celommi, R. Dallara, A. De Marini, G. Di Carlo, G. Di Giovannantonio, D. Grasso, T. Guerrini, C. M. Lippi, G. Mancinelli, A. A. Mariotti, P. Pisano, L. Pompei, A. Porfiri, E. Spadoni, S. Spallanzani, M. Tentarelli, S. Vallese, A. Zechini hanno realizzato le opere della mostra Credere la luce. La forma dello Splendore, che si presenta nel suo insieme una sorta di “riflessione artistica” sulla figura di Maria e, in particolare, sull’apparizione della Madonna dello Splendore.
La mostra sarà visitabile, tutti i giorni, dal 20 al 29 aprile dalle 17.00 alle 20.00 al Museo d’Arte dello Splendore.

Giochi di parole e rose

IA 16 01Poetessa e scrittrice. Binomio esplosivo che le ha regalato la medaglia del Presidente della Repubblica, il titolo di Donna Città di Teramo per la Letteratura e la Poesia e la nomina di Socio Onorario dall’Associazione degli Scrittori Italiani. La giuliese Giuliana Sanvitale, laureata in Lettere presso l’Università di Urbino, ne ha vinti oltre 18 di riconoscimenti. Poco importa, perché a parlare non sono i premi o i titoli, ma le sue opere (tra le quali ricordiamo E le donne…, I cibi della memoria, Angeli), divise tra poesie e romanzi, unite dalla passione per la scrittura. Dopo aver dato alle stampe quattro raccolte poetiche, due romanzi storico-autobiografici ed una raccolta di racconti brevi, esce in questi giorni la sua ultima creazione. Un libro di prosa dal titolo “ROSA”.
Ti si conosceva soprattutto come poeta. Come mai questo passaggio al romanzo?
Pur continuando a sentirmi poeta nel profondo, amo tuttavia sperimentare nuove forme di scrittura. Del resto non vi è mai stata una divisione netta tra i miei scritti. La mia è stata spesso definita una prosa poetica.
Chi è Rosa?
Rosa, la bella ed emblematica “donna del Sud”, racchiude nella sua storia, articolata attraverso lo scorrere generazionale di una famiglia, i sogni, le pulsioni, i desideri inespressi di ogni donna, le sue titubanze e la capacità decisionale, la testardaggine e la sensazione di sospensione. Una donna attraversata dalla vita, ancora giovane, ricca di promesse, che intraprende un viaggio reale, metafora di quello virtuale alla ricerca di se stessa, della sua identità. Attraversa lo scorrere del tempo e degli eventi, mai si “consegna” nelle mani del destino e resta ad osservarsi con cuore trepido.
C’è qualcosa di te nel personaggio di Rosa? O ti sei ispirata a qualcuno in particolare?
In Rosa è presente ogni donna con le sue sfaccettature, le contraddizioni, i suoi sogni, quindi essa ha anche qualcosa di me. Probabilmente tiene fede al fatto che i personaggi servono anche a rappresentare ciò che nella vita reale l’autore avrebbe voluto dire o fare. I personaggi nascono dalla penna dell’autore ed inevitabilmente conservano qualche traccia del suo carattere, tendono ad identificarsi con lui e viceversa. Fra i due si instaura spesso un rapporto di osmosi.
Secondo te, la scrittura ha ancora presa sui giovani in tempi in cui molte altre forme di comunicazione stanno soppiantando il libro, inteso come portatore classico di cultura?
Purtroppo hai toccato un tasto dolente. È noto che si legge poco, soprattutto i giovani hanno un rapporto molto sporadico con i libri. È anche il linguaggio degli autori della mia generazione che non li attrae. Inoltre se oggi entri in una libreria buona parte dei libri in vista sono scritti da attori, cantanti, persone di spettacolo, assai note al pubblico, anche grazie alla tv. È l’epoca del gossip e questo ruba l’attenzione dei lettori che, viziati dal linguaggio visivo della televisione, preferiscono non impegnarsi troppo nella lettura.

Estella Canziani, una viaggiatrice inglese in Abruzzo

LPDC 15 01Non inganni il nome, sebbene di origini italiane - era figlia di un ingegnere milanese emigrato a Londra e della pittrice Louisa Starr - Estella Canziani nasce nella capitale inglese nel 1887. Dopo un’educazione artistica che la vede frequentare la Royal Academy, i suoi interessi cominciano a includere l’antropologia e gli studi etnologici esperiti sul campo. L’Abruzzo, di cui erano noti l’isolamento e l’economia sostanzialmente feudale, appare ai suoi occhi dotati di immaginazione un luogo incantato nel quale studiare, con una ricerca di prima mano, gli usi e i costumi della regione in larga misura ritenuti primitivi da precedenti viaggiatori come Edward Lear, Keppel Craven, Anne Mc Donnell. In particolar modo le leggende e le tradizioni dell’Appennino che, unite a un paesaggio pittoresco e sublime, rientravano a pieno  titolo nell’estetica romantica prevalente in tanta parte della letteratura e della pittura inglese da Edmund Burke all’ Ottocento. La caratteristica principale del diario “Through the Appenines and the Lands of Abruzzi Landscape and Peasant Life”- un titolo che è già un riassunto dell’opera - è la parallela presenza (in un periodo in cui esisteva già la fotografia) di acquerelli, oli e disegni dei luoghi visitati, che impreziosiscono le già notevoli notizie ricavate dalle sue escursioni. Gli oggetti preferiti per l’analisi demografica e antropologica sono i paesi più piccoli e isolati, le fiere e i mercati, l’artigianato e le leggende popolari infarcite di elementi soprannaturali, oltre ché la povera civiltà materiale dei contadini dell’area tra Scanno, Celano, Villalago, Isernia, Sulmona, S. Stefano di Sessanio, Cocullo e altre località. Estella Canziani è impressionata dalla persistenza -- ancora agli inizi del Novecento - di  attività femminili afferenti al modo di filare la canapa, la lana e altre fibre, dal modo di trasportare sulla testa enormi ceste con pomodori e formaggi, dai colori accesi degli abiti e dal modo (maschile stavolta) di condurre gli animali alla semina e all’aratura, ma soprattutto dalle cerimonie religiose cattoliche (la ‘Perdonanza’ a L’Aquila e ‘S. Domenico’ a Cocullo) che, secondo la scrittrice, contengono numerosi riferimenti pagani a una tradizione in cui persiste la credenza nelle streghe, negli spiriti e nei folletti e nella necessità da parte dei fedeli di dover ottemperare a complessi ex-voto, come per esempio a Cocullo dove la scrittrice assiste a riti autopunitivi e all’esposizione dei serpenti insieme al santo patrono. Anche le danze popolari, ovviamente, sono oggetto dell’attenzione della studiosa inglese che nel 1914 pubblicò quest’ampia documentazione sull’Abruzzo interno, oggi tradotta anche in italiano dall’editrice Synapsi (2009).

Agorà

IA 15 01Il centro storico: carta d’identità di ogni paese, impronta artistica di città condannate a vivere in eterno. Pieno di odori,  colmo di storie e carico di vite: la storia passa di qua. Tra simboli e funzione ogni vicolo, portone o volto sembra rappresentare un’opera d’arte: libri che raccontano passati, film senza effetti speciali e colonne sonore per affetti speciali.
Molti sono i titoli che si sono rifatti ai centri storici per raccontare storie di vite ai margini del vissuto o testimoniare avvenimenti realmente accaduti e non sempre bisogna aggrapparsi alla memoria per riportare a galla quello che fu (fine anni ’50 neorealismo italiano con, tra gli altri, De Sica, Rossellini, Visconti) ma basta scorgersi di poco per trovare in qualche vicolo il regista Roberto Giannarelli (Centro storico, 1992) o Alejandro Amenàbar (Agorà, 2010). Che poi sia Roma, la vecchia Alessandria d’Egitto o Giulianova il teatro da rappresentare, è ininfluente.
Tutti i centri storici hanno le stesse sensazioni e gli stessi sguardi da raccontare.
Vecchi set da allestire o pagine da (ri)scrivere, le città hanno influenzato da sempre la tela di ogni paese, tanto che passando da regione a regione sembra di assistere ad una Babele culturale carica di condizionamenti artistici.
Anche la nostra Giulianova non si tira indietro, allestendo set per vere e proprie rappresentazioni teatrali chiedendo in prestito arti di un Paese che è sempre disposto a donare, basti pensare al live cittadino che ogni Natale viene allestito per rivivere la nascita di Gesù con il Presepe o quello pasquale preparato in occasione della sua morte, la Passio Christi.
Ecco allora che i cittadini si improvvisano attori, vicini di casa che scopriamo cantanti per un giorno, piazze e strade che normalmente siamo abituati a vedere nella realtà quotidiana, diventano teatri per nutrire di pensieri e sentimenti l’anima e il cuore.
Qualche anno fa, invece, il centro storico giuliese è stato testimone di un evento caratteristico che ha trasformato cantine e soffitte in botteghe contenenti oggetti d’artigianato artistico.
Una manifestazione inusuale ma capace di rivitalizzare un centro storico che stava perdendo di vista la propria natura evocativa.
Il 22 aprile 2008, infine, durante i festeggiamenti in onore della Madonna dello Splendore, ogni quartiere adottò una banda musicale per il Festival Internazionale Bande Musicali Giulianova.
Questi sono solo alcuni esempi di una città che, anche culturalmente, ha dato i natali al musicista Gaetano Braga, allo scultore Raffaello Pagliaccetti, al pittore Gigino Falconi e che non vuole arrendersi davanti ai propri cittadini. Basterebbe ricordarglielo.

Passio Christi 2012

IA 14 01La Santa Pasqua è da sempre ricordata e rappresentata con devozione, a volte maniacale, dalle più disparate forme e correnti artistiche: Giovanni Papini nel 1921 (letteratura), Tiziano Vecellio nel XVI sec. (pittura), Christus di Giulio Antamoro nel 1916 (cinema) sono solo alcuni esempi di quella figurazione storica che contraddistingue il cammino cristiano. Ma per ritrovarla non bastano i vecchi libri, gli antichi dipinti o i più recenti film; ecco allora che Giulianova si prepara a rivivere quelle toccanti pagine del Vangelo con una rappresentazione vivente della Passione di Cristo. L’associazione culturale “Gruppo Corale G. Braga”, capitanata dal Presidente Gaetano Torresi, organizza l’ottava edizione della Passio Christi il 31 marzo e il primo aprile nel Parco di Casa Maria Immacolata. Nonostante le difficoltà economiche il Patron Torresi, grazie agli sponsor e ai Caferza, è riuscito anche quest’anno a riportare l’evento che, prima il cambio di scenario e poi l’anticipo dell’evento alla Domenica delle Palme, aveva fatto temere un calo delle presenze. Se il cambio di scenario – spiega Gaetano Torresi – ha facilitato la fruizione ai disabili ed alle mamme con figli in carrozzine l’aver anticipato le date ha pregiudicato la visione ai tanti turisti ma soprattutto ha eliminato la scena della Resurrezione.
Per i locali la Passio Christi è diventata, invece, un appuntamento immancabile grazie agli oltre 120 figuranti che ne animano lo spirito, ai giochi di luce capaci di ricrearne le antiche atmosfere, ai canti dal vivo recitati dal gruppo corale G. Braga che coinvolgono e rendono partecipe il pubblico ricreando attimi che possano maturare nello spettatore il proprio credo mentre il cammino verso le scene finali sarà caratterizzato dal buio spezzato solo da torce e poco più, per rendere il momento rispettoso per quanto concerne la rappresentazione del dolore e comprendere il significato del sacrificio estremo di Cristo. La manifestazione non si ferma il primo aprile ma continuerà anche il 2 aprile (dalle 8.45 alle 13), quando, sempre presso la Casa di Maria Immacolata, si terrà la conferenza con dibattito e visione di diapositive su “Il mistero della Sindone” presieduto dal Professor Bruno Barberis, direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino.
La conferenza con Barberis è dedicata principalmente alle scolaresche, che ogni anno sono sempre più numerose, ma anche ai cittadini che vogliono partecipare ad un discorso scientifico basato sulla fede – continua Gaetano Torresi – un’occasione per concludere al meglio il cammino di preparazione verso la Santa Pasqua per una manifestazione sempre più completa. Grazie quindi alla Croce Rossa, l’Unitalsi, agli amici di Casa Maria Immacolata, l’associazione Unica Stella, il Comune di Giulianova, la Provincia e la Regione che hanno permesso questa straordinaria esperienza.

San Giuseppe a Colleranesco

LPDC 13 01Nella memoria degli anziani, il 19 marzo a Colleranesco risuona come la prima festa patronale dell’anno, la prima occasione per mettere il vestito più bello. Compiamo un balzo fino agli inizi, ai primi festeggiamenti che seguirono di qualche mese l’inaugurazione della novella Chiesa. Giuseppe Trifoni donò gratuitamente il terreno il 22 ottobre 1949, offrendo la base di quella social catena della cooperazione e dell’entusiasmo, della speranza e della dedizione a cui, ciascuno a suo modo, offrì il proprio contributo. La Chiesa avrebbe consentito agli abitanti della piccola frazione di assistere regolarmente alle Sante Messe, sino ad allora celebrate solo nelle ricorrenze più significative nella piccola cappella privata dei Giordani, poi Paoloni, nella chiesetta rurale di Santa Lucia dei Cerulli o in quella di villa Trifoni.
La Chiesa di San Giuseppe, progettata dall’ingegner Giuseppe Iannetti, mostra, in stile romanico, una struttura ad unica navata con una ritmicità dello spazio data dalle ripetute finestre incassate ai lati e dal rosone centrale all’entrata recante il simbolo di Monsignor Gremigni; la parete terminale espone un vetro istoriato raffigurante San Giuseppe con in braccio il bambino Gesù, ai lati due nicchie che andranno a contenere le statue del Santo Patrono e della Madonna. La pianta si estende in un unico e lungo volume longitudinale; l’impatto visivo è dato dalla massiccia facciata in mattoni con un portone in legno incorniciato da mattoni incassati e in rilievo, e poco più in alto, domina il rosone centrale.
All’ombra del Gran Sasso, in odore di salsedine e sotto lo sguardo assopito del “gigante addormentato”, c’erano davvero pochi insediamenti in quella campagna prospera e gravida di nuovi eventi: era il 1951 quando la buona volontà ed il sacrificio dei primi abitanti della zona riponevano le loro speranze e la loro Colleranesco sotto la protezione e la buona luce di San Giuseppe. Nel mese di settembre ci fu la visita del Vescovo con la cerimonia dell’atto di benedizione e d’apertura al culto dell’edificio; il rituale religioso vide la consacrazione della pietra dell’altare e della campana alla presenza dell’icona della Madonna dello Splendore, pellegrina per tutto il territorio di Giulianova. Nei primi tempi l’Arciprete di San Flaviano inviava occasionalmente alcuni frati a dir messa ed il primo cappellano ufficiale fu il compianto Padre Serafino, mentre il primo Sacerdote mandato stabilmente dalla Diocesi fu don Giovanni Nello Leonardi. Emozione, fermento e gioiosa attesa riempivano l’aria della prima onorificenza sotto i raggi di un tiepido sole primaverile, quello del 19 marzo 1952. Nelle menti in cui sono orgogliosamente conservati i ricordi di quella giornata si rincorrono le iniziative religiose e sociali: i fuochi d’artificio all’uscita del Santo dalla Chiesa e la processione per il paese accompagnata dalla banda. La festa divenne, con il tempo, l’occasione per richiamare i parenti lontani, una usanza per rivedersi e pranzare assieme in allegria, assistere alla classica gara di biciclette, alla salita sui “pali della cuccagna” eretti con tanto di prosciutto in cima; tante la bancarelle allestite con lupini, noccioline, palloncini, girelle e stecche di liquirizia, oltre alla carruba ed alle sigarette vendute ad un soldo l’una!
Progressivamente il palinsesto si è arricchito di ulteriori iniziative ludico-ricreative: i balli ed i giochi in piazza, cabarettisti e cantanti noti, mostre e raduni, gincana e teatro, orchestre e musical, esibizioni ed intrattenimenti per tutte le età, non ultima l’esilarante corrida. A partire dal 1997 il Comitato festa ha proposto una rivista contenente, al di là del Programma e degli sponsor, inedite ricerche di storia locale a cura di Sandro Galantini prima, del sottoscritto poi, un’iniziativa editoriale, questa, che ha progressivamente assunto spessore storico e riconoscenza popolare.

Arte rivoluzioni GiuliaViva e fiamme

IA 13 01C’è chi, leggendo questo numero di GiuliaViva, resterebbe sorpreso dall’apertura di una nuova rubrica dedicata all’arte e alla cultura, in una società in cui non c’è spazio per argomentazioni definite, dai tempi che corrono, superflue. Chi, si sbaglierebbe. Le difficoltà che il nostro Paese, e di conseguenza province e comuni, sono chiamate ad arginare, devono necessariamente passare attraverso i risvolti culturali e artistici che in ogni periodo di debolezza economica hanno caratterizzato la storia di ciascuna nazione. Si pensi alla grande crisi post bellica che alla fine degli anni ’50 portò alla (ri)nascita del cinema italiano con la conseguente consacrazione della commedia all’italiana esportata in tutto il mondo, ed ora rimpianta in tempi di magra. In America, dalle ceneri della grande depressione degli anni ’70, si creò la consacrazione di Hollywood, con pellicole come Taxi Driver di Martin Scorsese e Nashville di Robert Altman, mentre la dittatura cinese che afflisse il Paese fino agli anni ’70, fu il pretesto di una rinascita culturale che esplose negli ’80 con la caduta di Mao Tse-tung e la banda dei quattro. Il fatto che l’arte possa essere di grande aiuto alla conoscenza dei mali che affliggono un periodo storico, viene dalla voglia di evasione di uno spettatore inerme alle conseguenze disastrose che, nel periodo in cui vive, dettano abitudini e condizionamenti economici e psicologici. La dimostrazione non è tardata ad arrivare.
Il mese scorso, infatti, la novità culturale ha preso il nome di Leonardo Live, creando un connubio artistico tra due forme apparentemente distanti: pittura e cinema. Anzi, pittura al cinema. Se già negli anni ’40 il critico Carlo Ludovico Ragghianti, si serviva della forma cinema per sviscerare la forma pittura, con i suoi articoli di “critofilm”, questa tendenza lo scorso 16 febbraio è tornata in auge in occasione della mostra dedicata a Leonardo da Vinci inaugurata presso la National Gallery di Londra. Grazie alla Nexo Digital è stata diffusa nei cinema di tutto il mondo e trasformata in una sorta di visita guidata multimediale a cui ha potuto assistere anche chi, a Londra, non c’era. E scavando ancora all’indietro, scopriremmo che questa forma di gemellaggio artistico non è il primo, ma che negli anni ’80 il regista Peter Greenaway portò al cinema la sua visione de Il cenacolo, sempre del maestro di Vinci. Se i corsi e ricorsi storici sono lo specchio di una controtendenza culturale dalla quale si sviluppa un cambiamento politico, come lo sono stati il crollo del nazismo in Italia, l’avvento di Reagan in America o il crollo della dittatura comunista in Cina, sembra che questo processo stia maturando grazie alle nuove tecnologie che ispirano l’arte e di conseguenza rompono quegli specchi bramosi di illusioni in cui si riflettono i grandi della storia contemporanea. Speriamo solo che l’uscita dalle sabbie mobili, in cui veniamo giornalmente sprofondati, non tardi a ripristinare il collegamento tra la cultura, l’arte e la realtà, quest’ultima, troppo spesso deludente.
Nel frattempo, continuiamo a leggere GiuliaViva

Piazza della Misericordia, quella notte del ‘44

Il 29 febbraio 1944, a mezzogiorno, una bomba sganciata da un aereo alleato cadde in piazza della Misericordia (oggi piazza Dante) uccidendo 24 persone, tra cui due bambini. Il 29 Febbraio 2004, alle ore 12 in punto, le campane di tutte le chiese di Giulianova suonarono all’unisono in loro onore.

LPDC 12 0129 Febbraio 1944. Sono passati 68 anni. Proviamo a chiudere gli occhi e restiamo così, in silenzio, nel buio che chiude lo spazio del Presente e predispone l’anima all’abbraccio del Ricordo. Non sentiamo freddo: l’inverno è mite nella nostra città e la guerra, pur se tutto riesce a strappare all’Uomo, certo non può sottrargli il Cielo, le Stelle, la Luna. Chissà se quella notte, quella che precorse l’Evento, in cielo brillavano le stelle… se la luna, presaga dell’imminente dolore, aveva mandato un fascio di luce bianca ad ascoltare il battito del cuore della Piazza tra le antiche pietredelle sue viuzze…Di sicuro nei balconcini in ferro battuto, lavorato dalle mani esperte dei nostri maestri artigiani, il
colore acceso dei gerani avrà lottato contro il grigiore della disoccupazione, della fame, della paura ed avrà colorato l’oscurità in attesa del Niente e del Tutto che incombono su tutte le creature della terra. Dentro le case, ignare ed assopite, uomini, donne, bambini, animali, oggetti del quotidiano erano immersi in una inconsapevole quiete attraversata da stati d’animo e condizioni di spirito, emozioni e suggestioni di diversa natura. Nessuno poteva prevedere quel che sarebbe accaduto in quella piazza, dentro quelle case, nelle vie intorno: un filtro sottile tra il Prima e il Dopo dentro cui si sarebbe inserito qualcosa di imprevedibile che tutto avrebbe cambiato e consegnato alla Storia. Ed è proprio da lì, da quella invisibile traccia tra il Presente e il Futuro, nella quale le passioni umane avrebbero gettato una fatalità che avrebbe travolto l’esistente, è da lì che affiora e si impone alla nostra riflessione la precarietà della condizione umana e si conferma in tutta la sua importanza il valore della solidarietà nella lotta contro gli assalti di una Natura matrigna. Memori, allora, della lezione leopardiana, possiamo affermare che nella storia di questa piazza, colpita al cuore dal bombardamento del 29 Febbraio 1944, fatta Memoria, perché divenuta Coscienza del suo popolo, dobbiamo guidare i nostri ragazzi a ricercare il senso della vita. Ognuno di noi lo faccia con i mezzi a sua disposizione e nell’ambito delle sue competenze. Se lo faremo, quelle 24 persone non saranno morte invano.

La Giornata del Ricordo per le vittime civili di Giulianova è nata nel cuore e nella ostinata volontà di “Zio James”.
Lo chiamavo così quell’ometto calabrese venuto dal Nord, inconfondibile per la voce, l’enorme anello con la falce e martello e il caratteraccio che più insopportabile non si può, ma con un amore per questa città che lo spingeva ad iniziative e gesti estremi che gli procuravano non pochi nemici. A Michele Corbo, recentemente scomparso, al suo amore per la gente di Giulianova, alla intelligente tenacia della sua ricerca storica, devo l’incitamento a comporre le 54 liriche (tante quante le vittime civili del ‘44 e degli altri eventi bellici tra il ‘40 e il ’44 cui sono dedicate) raccolte nel volume “Antologia della Memoria” edito dalla Casa Editrice “Il Filo” di Roma. Un mio caro ex alunno, il regista Gianluca Marcellusi ne trarrà, con il suo giovane gruppo di lavoro, una pièce teatrale che sarà rappresentata in primavera nella Piazza dell’evento.

Si chiamavano
Anna Capriotti . Antonio Cerasari . Orazio D’Ambrosio . Francesco D’Ilio . Dina Di Gianmichele . Eleonora Ettorre . Giulia Ettorre . Rosa Ferroni . Dovina Fidanza . Giuseppe Fidanza . Amina Gammelli . Attilio Gianuari . Berarda Gianuari . Giovanni Iaconetti . Francesco Ianni . Giovanni Leone . Francesco Manocchia . Aloisio Maranesi . David Parere . Antonio Pedicone . Anna Quitar . Renato Ridolfi . Giovanni Saliceti . Elisa Salvata
Erano Innocenti

Novità per le scuole giuliesi: nascono gli Istituti comprensivi

A partire dal prossimo settembre, gli Istituti comprensivi sostituiranno gli attuali  due circoli didattici di elementari e  materne, e la presidenza della Bindi Pagliaccetti. Un Istituto comprensivo, diretto da Vincenzo Avolio, amministrerà materna, elementare e media del lido; l’altro, guidato da Berarda Ciccocelli, riguarderà le stesse scuole, ma nella parte alta della città.

PS 12 01Una delibera regionale dello scorso dicembre stabilisce la nascita, a settembre 2012, di due Istituti comprensivi, uno al Lido e l’altro al Paese. Un istituto comprensivo è una struttura che raggruppa in un’unica entità giuridica amministrativa la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la secondaria di primo grado e la scelta, che è una competenza della Regione, non può essere vista solo come una soluzione organizzativa, una scelta burocratico-gestionale: deve evocare un progetto, un’ambizione pedagogica. È necessario dunque andare oltre il dimensionamento e cogliere il possibile valore aggiunto dell’Istituto comprensivo. Come dice il dottor Vincenzo Avolio, dirigente del 2° circolo di Giulianova, “l’Istituto comprensivo può essere un contesto organizzativo coerente, in cui vengono assunte decisioni comuni e coordinate in materia di organizzazione: orari scolastici, tempi distesi, classi-laboratori, formazione in servizio dei docenti, investimento di lunga durata sulla partecipazione dei genitori. Certamente, a Giulianova, la nascita degli Istituti comprensivi non è stata una scelta della scuola e del territorio, ma una decisione a livello regionale legata al dimensionamento che si va attuando negli ultimi anni, ma, rileva la dottoressa Berarda Ciccocelli, dirigente del 1° circolo “rappresenta una scelta ricca di potenzialità e di speranze che salvaguarda l’identità dei tre gradi di scuola, coordinandoli in un percorso educativo con un’unica regia. Questo può aiutare i ragazzi nel momento di passaggio da un gradino all’altro, affinché una necessaria e utile richiesta di nuove competenze non diventi per loro un ostacolo: questa è la missione più autentica e, nello stesso tempo, più difficoltosa dell’Istituto comprensivo”.
“Questa nuova Istituzione - aggiunge il dottor Avolio - può, inoltre, rappresentare un’occasione di maggiore tranquillità per le famiglie che vedono consolidarsi il rapporto con la scuola, attraverso la continuità di presenza dei docenti e degli organi scolastici. I docenti di un Istituto comprensivo possono conoscere e seguire il processo educativo di ogni alunno, dall’ingresso nella scuola dell’infanzia alla licenza media; il confronto continuo tra i docenti consente di agevolare il passaggio da un livello scolastico all’altro, di impostare progetti didattici comuni, di valorizzare gli interessi dei ragazzi. Si prefigura un unico profilo formativo che lavora nell’idea di un ragazzo autonomo nello studio, intellettualmente curioso, motivato, dotato di strumenti per pensare, capire, esprimersi”. Essere vicino alle scuole, offrire risposte puntuali in termini di strutture e di servizi: questo è ciò che i nuovi Istituti comprensivi si aspettano dal proprio Comune, non soltanto pensando a documenti burocratici e formali, ma ad un’ideale stretta di mano tra il dirigente scolastico (che rappresenta l’unitarietà della scuola) ed il Sindaco (che rappresenta la città).

Che fine ha fatto la biblioteca “Bindi” ?

LPDC 11 01Il visitatore che dalle scale, piuttosto anguste, si avviava verso il primo piano di palazzo Bindi sul corso di Giulianova per farvi ricerche bibliografiche, era già deliziato durante il percorso da una serie di piccoli quadri di Consalvo Carelli per lo più – di cui Bindi aveva sposato una figlia – che introducevano subito a un clima fatto di cultura e arte. Si trattava di una tecnica innovativa del pittore napoletano che mescolando gesso e inchiostro di china otteneva paesaggi intrisi di prospettiva, realismo e giochi di luce in bianco e nero. Nella stanza che fungeva anche da ufficio-prestiti, tra l’altro, si poteva osservare sulla parete uno splendido quadro a olio di Giuseppe Carelli, figlio di Consalvo, il cui soggetto era un paesaggio silano dipinto con grazia e verismo notevoli. La biblioteca, sebbene piccola, offriva allo studioso, ma anche a decine di ragazzi che vi andavano per quelle che una volta si chiamavano ‘le ricerche’, una sala di lettura dove spiccavano delle ottime scaffalature in legno chiaro, ordinate secondo la classificazione decimale detta ‘Dewey’. L’anima buona che dopo la guerra aveva avuto il coraggio e l’abnegazione di realizzare tale ordine in una sorta di magazzino librario conservato alla rinfusa, fu un signore di Teramo, Raffaele Aurini, che univa la passione per l’abruzzesistica (suo è un famoso dizionario bibliografico della gente d’Abruzzo) allo spirito civile di dover servire una istituzione benemerita. Erano gli anni dei Sindaci Grue, Trifoni e Franchi, ma vorrei ricordare anche l’opera tenace di promozione della cultura fra i più giovani dell’assessore Mario Di Dionisio che volle realizzare una sezione ragazzi nelle stanze attigue. Tuttavia il palazzo aveva problemi strutturali dovuti alla vetustà e ai materiali obsoleti risalenti al periodo in cui era una residenza privata. Il pavimento era sconnesso e  con numerosi mattoni letteralmente staccati dal terreno, mentre gli  stessi solai “a cannicciata” non offrivano una sicurezza ottimale per i notevoli pesi da sostenere.
Dopo parecchi progetti risalenti a una trentina di anni fa, si arrivò col sindaco Ruffini a mettere mano all’edificio. Ebbene, a distanza di nove anni il patrimonio librario è ancora nella diaspora di tre sedi diverse – Biblioteca Delfico a Teramo, palazzo Re e Istituto Gualandi a Giulianova – e non si capisce la tempistica quasi decennale di un lavoro da fare, tutto sommato, all’interno di un appartamento. Tanto più che in questi anni sono stati macinati parecchi milioni di euro per opere discutibili che sono sotto gli occhi dei giuliesi. Allora vogliamo provare a dire come stanno le cose? Con la speranza di riavere almeno in tempi pre-elettorali questo tempietto della cultura dove parecchie generazioni di giuliesi, dal lascito generoso e nobile di Bindi nel 1937, hanno potuto formarsi e studiare.    

Il museo nella didattica, la didattica nel museo

LPDC 10 01Gli attuali orientamenti didattici considerano la visita ad un museo come parte di un percorso organicamente inserito nel curricolo scolastico. Ne sono consapevoli i docenti delle scuole materne e della primaria di Giulianova,  che, già da anni, accolgono le proposte degli operatori del Museo d’Arte dello Splendore, in un’ottica di reciproca collaborazione. Dirigenti e docenti hanno adottato nel piano dell’offerta formativa i progetti presentati dal Mas, giudicandolo come punto di riferimento didattico, culturale, sociale. Nell’anno scolastico 2007-2008, con le opere in mostra temporanea di Mimmo Palladino su “Pinocchio” è iniziato questo cammino nel quale gli esperti museali hanno messo in campo competenze tecniche, conoscenze pedagogiche, strategie stimolanti, oltre ad una paziente dedizione nel guidare i bambini, prima all’osservazione finalizzata, alla riflessione personale, e poi nell’indurli a manipolare materiali, sperimentare abilità, a produrre la propria “opera d’arte”. Nei successivi progetti,  “Il mare nell’arte”,  “Emozioni a colori”,  “Smascheriamo le emozioni”, mediante visite animate, i bambini sono stati portati  a scoprire la capacità dei colori e degli oggetti di evocare stati d’animo, e a servirsi di tali acquisizioni nei loro “quadri” per esprimere il senso del bello e le emozioni. La vista di tutti i partecipanti veniva catturata dalla “Casa delle Emozioni”, una grande casa di cartone, molto colorata e ricca di elementi e di spunti. Anche la proposta dello scorso anno, “Che combiniamo al museo”, ha riscosso molto successo. I partecipanti, ispirandosi alle opere di Antonio Del Donno che combina la pittura con oggetti e immagini di uso quotidiano, hanno impiegato la particolare tecnica del “combine painting” per manifestare il proprio pensiero su alcune tematiche. Un treno di cartone attraversava lo spazio espositivo trasportando materiali diversi di cui i bambini scoprivano le caratteristiche visive e tattili e il legame con i temi trattati dall’artista. I progetti di quest’anno, “Fantasia in forma” e “Io scultore”, sono impostati sulla conoscenza della potenzialità espressiva della scultura astratta che si concretizza nella realizzazione di una propria scultura, dopo aver disegnato il bozzetto dell’opera. In fase di progettazione sono a disposizione aiuti visivi, nel momento dell’esecuzione sono utilizzabili strumenti e colori.
Accattivante è il tornio di cui ogni piccolo scultore si serve nel dare forma e colore al suo pezzo di argilla grigio. In tutte le attività proposte nel corso degli anni, i piccoli artisti hanno dimostrato vivo interesse, hanno dato sfogo alla loro creatività e alla loro fervida fantasia, favoriti dal contesto accogliente e dall’atmosfera giocosa. Se i progetti hanno avuto ed hanno grande successo, se le adesioni aumentano di anno in anno, coinvolgendo non solo le scuole locali e raggiungendo quest’anno circa 4.000 unità, il merito va soprattutto a Federica De Lucia e ad Alessandro Braccili, che, con rigore organizzativo, con lavoro instancabile e con la passione di chi crede fermamente in quello che fa, riescono a rendere fattibili “imprese” quasi impossibili.

Letteratura, cinema, documentario: realtà e immaginazione nell’arte di Simone Del Grosso

LPDC 09 1Come formazione è uno studioso di anglistica, avendo conseguito un dottorato sulle traduzioni intersemiotiche tra letteratura e cinema la cui tesi è stata poi pubblicata dall’editrice Aracne con il titolo “Sequenze” nel 2008. Tuttavia, Simone Del Grosso è certamente più noto negli ambienti del cinema per una notevole produzione nel campo della regia documentaria. Dopo un’ esperienza di qualche anno nel  montaggio e una collaborazione con un maestro come Luigi Di Gianni, la sua ricerca si rivolge ad una sorta di documentario di  “creazione” o autoriale che spazia dalle condizioni indicibili dei tagliatori di canna nell’isola di Haiti (“Azucar Amargo”) al lavoro dei pescatori giuliesi, da “La vera storia dell’uomo Plasmon” per Rai 2 alle struggenti riprese antropologiche dei culti di Villa Badessa nel pescarese. In realtà la sua produzione è molto più ampia e comprende “La malattia dell’Arcobaleno, appunti sul cinema di Luigi Di Gianni” presentato nel 2006 come evento speciale al “Ficc Festival” di Matera  e al “Bella Basilicata Film Festival” di Potenza , per citare l’opera più nota ai giuliesi, poiché fu proiettata al cinema Moderno in occasione di una manifestazione dell’associazione culturale “Veliero”.
Nel campo letterario ho potuto apprezzare le qualità critiche di Simone Del Grosso, prima come studente e poi come collaboratore in alcune ricerche collettanee, ad esempio su J. Joyce, W. Blake, Dickens, benché la sua indole immaginativa lo abbia ricondotto spesso nell’ambito di una produzione cinematografica pressoché assente in Italia: quella del documentario ad un tempo puntigliosamente realistico, ma creativo nelle sue scelte espressive, cromatiche e fotografiche. Attualmente a Madrid, contrattista in tale università , nei suoi lavori di documentarista collabora  con l’operatore Antonio Rosano, direttore della fotografia e addetto alla macchina, mentre per la colonna sonora si avvale di musicisti locali come Graziano Caprioni e Gianni Di Clemente. Da qualche tempo Del Grosso sta lavorando ad alcune produzioni molto impegnate nella ricerca sociale insieme ad una ineludibile componente estetica, una per la Logic Film dal titolo “La vera storia dell’uomo Plasmon” (soggetto di Albert Pepe, musiche di Graziano Caprioni, animazioni di Andrea Fresnot, disegni di Ugo Pepe e fotografia di A. Rosano e M. Fracassa) finalista nel premio Solinas, e le altre rispettivamente sulla marineria locale (“Venga Medusa”) osservata in chiave socio-poetica e su un documentario che affronta il tema delle mutilazioni genitali femminili tra gli immigrati in Abruzzo.
In questa breve nota che tocca solo parzialmente la sua produzione, si può dire che Simone Del Grosso, più che un giovane e promettente autore sia ormai un valido professionista che maneggia con abilità i linguaggi dell’immaginario letterario e filmico, con risultati apprezzati negli  ambienti specializzati dell’arte documentaria, sia in Italia sia all’estero, come mostra, ad esempio, l’interessamento dell’Università di Teramo per il suo lavoro sulle comunità alloglotte diretto da Henri Giordan.

Il culto di Santa Maria dell’Arco a Giulianova

LPDC 8 1Accanto ai più antichi noti luoghi di culto di Santa Maria a Mare e di San Flaviano, Giulianova può annoverare anche un originario culto per Santa Maria dell’Arco, Chiesa un tempo nel tenimento di Giulia e di cui oggi si conserva la sola memoria documentaria. Sita sul confine con Mosciano Sant’Angelo, nell’attuale Villa Volpe (villa Giordani), essa risultava essere fra le dipendenze di S. Salvatore a Bozzino (Tordino), storico monastero nel territorio di Cologna subordinato alla Badia di S. Salvatore maggiore della Contea di Rieti; con la dicitura di “Ecclesia S. Marie ad Arcum” la troviamo nella relazione delle decime del 1324 accanto alle nostre “Ecclesia S. Flaviani cum cappellis suis videlicet” e “Ecclesia S. Marie ad mare”. L’inedito documento archivistico di cui si anticipa in questo articolo l’individuazione è presente nella sezione dei Catasti antichi di Teramo, Chiese e Cappelle (Archivio di Stato di Teramo, busta 6 pezzo 7) e risale al 1644. Il passo riporta un terreno con uliveto intestato al titolo S.TA Maria del arco: “Haue oliueto soda in cont.a delle case di sant Angelo con quaranta cinque piede d’oliue justa da capo Rodomonte di vini.o et compagno da piede santo Domenico dauno lato ed l’altro Mutio Mutij per tomoli tre…”, p.72v).
Altro novello riferimento è stato trovato all’interno dei rilievi napoleonici per la formazione del nuovo Catasto per la Contribuzione fondiaria relativi a Teramo. Alla voce n.178 compare il “Beneficio della Madonna dell’Arco in Forcella” con le seguenti proprietà: capannato (5 tomoli), querciato buono (sic!) (3 quarte) e Pascolo (2 quarte), tutte in località “Taddocco”, aventi una rendita totale di ducati 119 e grana 46. Ciò ad indicare come la Chiesa avesse beni-fondi anche lontani dal territorio moscianese e giuliese, probabilmente frutto di donazioni e quindi indizio di devozione.
La Chiesa è inoltre presente sia all’interno del catasto onciario di Giulia, Libro degli apprezzi (1742) in cui è menzionata la contrada della Madonna dell’Arco, ma non più il sito religioso; ed ancora nel catasto di epoca francese (1812) in cui dà il nome alla Terza Sezione detta, appunto, di Santa Maria dell’Arco. Gli ultimi documenti che menzionano il luogo pio risalgono agli inizi del 1800 e sono conservati nell’Archivio vescovile di Teramo, vi si legge: “…nel tenimento di Giulia…vi ha un esteso Territorio del Beneficio padronato della M.V. sotto il tit.o di S. Maria dell’arco, che si trova affittato da un tal Villano per nome Giambernardino Gualà (che poi venderà casa e proprietà alla famiglia Giordani), costui si è avanzato demolire una antica sontuosa fabrica di Chiesa del tit.o suddetto la quale per ingiuria del tempo, e per qualsivoglia incuria si trova in difetto, quantunque in esserle ben fondate e grosse muraglie…”.
Una indagine storica conduce non solo a scoprire curiosità ed aspetti sconosciuti, ma rende meritevoli di una antica appartenenza, rende alla comunità una preziosa memoria, accresce, rievocandolo, sia il vissuto delle passate generazioni che il nostro patrimonio di usi e costumi. Il culto per Santa Maria dell’Arco, oggi professato solo nel napoletano, potrebbe tornare in vita, a ragion veduta, anche nel nostro territorio.

11 Agosto 1998: a Giulianova, ultime luci per De Andrè

NAS 8 1Due mesi fa, sul piccolo palco del Kursaal,  Antonello Persico ha cantato De Andrè. Il concerto, inserito nel cartellone 2011 del premio “Paolo Borsellino”, era stato pubblicizzato nei giorni precedenti da grandi manifesti in bianco e nero con il volto del cantautore genovese. Vedere Fabrizio De Andrè sorridere sui muri della città ha ricordato, e credo non solo a me, che Giulianova ha inconsapevolmente avuto una parte importante nella vita dell’unico cantante italiano entrato di diritto nella storia culturale italiana. A Giulianova Fabrizio De Andrè si è esibito l’11 agosto 1998 nel parco “Chico Mendez”, in una delle tappe del tour “Mi innamoravo di tutto”, partito a febbraio dal teatro Brancaccio di Roma. Dopo Giulianova, Roccella Jonica, quindi Saint Vincent, dove il palco fu montato ma il concerto non si tenne. La malattia che lo avrebbe portato alla morte, il 9 gennaio dell’anno successivo, gli aveva dato i primi segnali.  Il concerto giuliese è quindi la penultima esibizione in pubblico del cantante: un’occasione che chi mancò (per distrazione, pigrizia o semplice coincidenza) ancora va rimproverandosi. Il pubblico non era foltissimo: tutti occupati i posti a sedere, poi, oltre le transenne, una discreta cortina di spettatori in piedi. Solo l’anno prima, sulla stessa erba, il concerto di Franco Battiato. Quello  di De Andrè, che chiuse di fatto la stagione dei grandi appuntamenti musicali al Chico Mendez, confermò la volontà del cantante di non blandire i presenti  con la riproposizione delle canzoni più celebri, ma di fare della sua esibizione un personale percorso a tema,  scegliendo i brani migliori del repertorio, anche il meno noto. Nel silenzio del parco esplosero alle nove le prime note di “Dolcenera”, poi ancora alcuni pezzi di “Anime salve”,  fino ai capolavori della “Buona novella”, di “Creuza de ma” e delle vecchie raccolte. Di De Andrè resta la lezione di chi non ha mai ceduto alle tentazioni del mercato: la sua storia di grande autore vive su un crescendo di forme e contenuti, un esercizio intellettuale instancabile compiuto da un uomo in perenne ricerca, mai contento di se stesso,  meticolosamente attento all’ assenza di sbavature, di dettagli brutti o inutili. De Andrè amava raccontare storie  o dipingere memorabili affreschi di paese (come nel caso di “Bocca di rosa”), ma sempre evitando di dare giudizi: il messaggio finale o il paradosso, nelle sue canzoni, restano nella memoria perché evocati da una costruzione leggera, nitida, praticamente perfetta. In platea potevano sedere per questo anziane signore altoborghesi e giovani anarchici. Giulianova ha avuto l’onore di aver acceso, per una serata,  le ultime luci su Fabrizio De Andrè. Mario Luzi lo ha chiamato “poeta”, ma a chi gli chiedeva se si considerasse appunto un poeta o un cantautore, rispondeva: “precauzionalmente preferisco definirmi un cantautore”. Il perché lo affidava ad una frase di Benedetto Croce: “prima di 18 anni - diceva - tutti scrivono poesie. Dopo i 18 restano i poeti e i cretini”. Una considerazione che non dimentico e che credo scoraggerebbe molti di quelli che oggi scrivono e pubblicano, sentendosi, purtroppo per noi,  eredi di Montale. O di De Andrè.

La cultura a servizio dell’uomo

LPDC 07 1Il 16 dicembre per la Piccola Opera Charitas continua ad essere un giorno di festa nel ricordo gioioso della nascita del suo fondatore che ebbe la straordinaria intuizione di unire due campi apparentemente distanti come il sociale e la cultura. In entrambi i campi tutto partiva dall’attenzione alla persona, sempre unica e irripetibile; nel sociale si è concretizzata nell’accogliere e accompagnare i ragazzi diversamente abili nel loro cammino di vita e di lavoro e nel campo culturale in una attività di promozione della cultura come elevazione spirituale dell’uomo. Se già alla fine degli anni Cinquanta prendeva avvio l’azione sociale della Piccola Opera Charitas anche attraverso l’apertura di case-famiglia nel territorio, bisognerà aspettare gli anni Ottanta perché fosse istituita una biblioteca aperta alla città all’interno di un Istituto di riabilitazione per ragazzi portatori di handicap, e questo solo qualche anno dopo l’entrata in vigore della Legge Basaglia che aboliva i manicomi. Forse un azzardo, forse una provocazione: si entrava in biblioteca dall’ingresso principale e inevitabilmente ci si trovava a contatto con i ragazzi ospiti della struttura. Anche i ragazzi ospiti frequentavano la biblioteca per crescere nel loro lavoro che si svolgeva  e si svolge tuttora nei laboratori di artigianato artistico sotto la guida di maestri laureati presso l’Accademia di Belle Arti. Ma la biblioteca non è solo un luogo di studio, è un luogo di socializzazione e padre Serafino anche in questo ha sicuramente lasciato un segno nella memoria di tanti studenti. Inizialmente la biblioteca era piccola, il patrimonio librario contenuto, ma il progetto era decollato: quello di una biblioteca a servizio degli studenti della città di Giulianova. Così è stato. Oggi è un intero padiglione per conservare, valorizzare, rendere fruibile, cioè mettere a disposizione degli utenti (negli ultimi anni in media oltre dodicimila l’anno) e dei visitatori, tutto il patrimonio bibliografico e artistico che la Fondazione Piccola Opera Charitas raccoglieva e promuovere iniziative culturali che affinassero le sensibilità artistiche, musicali e letterarie. E il campo nel quale è più facile destare una curiosità, cercare e trovare un contatto con l’interlocutore è soprattutto quello dell’arte. Ed è dall’arte, dalla spiritualità dell’arte che può partire il messaggio cristiano.  E così ancora oggi le iniziative del Centro culturale prendono avvio dall’arte. Con lo stesso spirito è nato il Museo d’Arte dello Splendore, oggi instancabilmente impegnato nella didattica, che coinvolge ogni anno oltre duemila alunni delle scuole primarie della provincia.  Tra i vari insegnamenti che padre Serafino ha lasciato alla città di Giulianova sicuramente predominante è l’idea che la persona abbia sempre e comunque bisogno di attenzione e che la cultura sia un mezzo per prevenire il disagio soprattutto nei momenti di crisi economica e valoriale come quelli che stiamo vivendo.

Una vita dedicata alla cultura

LPDC 6 01Domenica 27 novembre è morta Maria Braga, maestra di scuola elementare, come ha voluto si scrivesse di lei sugli avvisi funebri.
La sua scomparsa ha stupito molti perché ha vissuto con riservatezza, come d’altra parte tutta la vita, questa dura malattia, dal velocissimo e definitivo epilogo.
Maria Braga è stata una maestra di quelle che non si scordano: alla scuola si è dedicata con la convinzione che fare questo sia consegnare le chiavi della vita ai giovanissimi. Quando come per un miracolo - ma miracolo non è - i bambini imparano a cogliere le corrispondenze tra segni e significato e il rapporto tra i numeri, si apre loro tutto un mondo diverso: è il maestro che consegna loro la possibilità di leggere questo mondo e di possederlo. Maria ha sentito con forza l’importanza del suo straordinario lavoro ed ha consegnato infinite chiavi ai bambini giuliesi. Ha riempito il suo lavoro di consapevolezza civica.
È vissuta riservatissima, schiva, amante della semplicità nella vita quotidiana ma insieme innamorata e appassionata del bello, della natura e dell’arte. Ha amato Giulianova curando la formazione dei suoi giovanissimi cittadini e poi proteggendo le testimonianze del suo passato. A lei si deve la fondazione della sezione giuliese dell’Archeoclub di cui è stata presidente e che ha finito per identificarsi quasi con la sua persona. Ha partecipato a tutte le campagne di scavo effettuate sul territorio di Giulianova ed ha seguito la costituzione del museo archeologico del Torrione La Rocca, curandone l’allestimento. Suo cruccio era che i musei non potessero essere fruiti e quindi spessissimo era lei stessa a supplire la carenza di personale e quindi gestire l’apertura dell’archeologico. Socia dell’associazione Veliero - Riccardo Cerulli era presente a tutte la manifestazioni culturali più importanti.
Proprio in relazione alla sua profonda conoscenza della storia della città e alle sue battaglie, condotte per la salvaguardia del suo patrimonio culturale, ha fatto parte della Commissione comunale per la Toponomastica ed è stata lei a proporre che la piazza dietro il Municipio sia denominata “29 febbraio”, in ricordo di un episodio che aveva vissuto direttamente.
La figura di Maria Braga è una figura di operatrice culturale a tutto tondo che esemplifica quanto sia importante la cultura per migliorare la vita delle comunità: forse il miglior ringraziamento per quanto ha fatto è continuare sulla sua strada. Pochi annunci eclatanti e molti fatti, eseguiti con professionalità e discrezione.
Però forse Maria può essere ancora qui con noi se è vero quello che ha scritto Isabelle Allende cioè che “Non esiste separazione definiva fino a quando c’è il ricordo”!

La ferrovia adriatica e la valigia delle Indie

LPDC 05 01Quella che oggi appare un fastidio per le città rivierasche dell’Adriatico, sia per gli attraversamenti sia per la divisione in due del nucleo urbano, circa 150 anni fa servì a far uscire dall’isolamento una porzione dell’Abruzzo, detta ‘Ultra’, che per i suoi passi impervi e le sue zone malsane rappresentava una sorta di ‘enclave’, non priva di fascino per i suoi aspetti romantici e paesaggistici ma difficilissima da attraversare. Alcuni viaggiatori inglesi dell’Ottocento (Keppel Craven, Lear) tentarono invano di passare da Rieti a Teramo e solo dal meridione, non senza fatica, pervennero a Chieti, Atri, Giulianova e Teramo. Questo per dire che quando nel 1862 fu firmata la convenzione per la ferrovia adriatica da Ancona a Otranto (con banchieri fra i quali figuravano anche i Rothschild e lo Stato italiano appena unificato) si apriva per la nostra provincia e l’intero Abruzzo una nuova era. Cos’era accaduto per indurre la politica post-unitaria a intraprendere una simile opera infrastrutturale – ciclopica per allora – in una delle zone più depresse economicamente e collocata al di fuori degli stessi percorsi turistici del Grand Tour? Nelle opere storiche successive è stata sottolineata la positiva e amichevole relazione esistente allora fra lo stato italiano e l’Inghilterra della Regina Vittoria, al punto da assistere a un nuovo corso nelle relazioni economiche e postali fra i due paesi negli anni 1861-1870. Non altrettanto si può dire per le relazioni che intercorrevano fra i due colossi imperiali Regno Unito e Francia, impegnati in una frenetica spartizione dell’Africa che culminerà nel famoso ‘incidente di Fashoda’ tra il Sudan inglese e l’Africa centrale francese.
Non si dimentichi inoltre che in quegli anni stava per essere inaugurato il canale di Suez (1869), fondamentale via d’acqua per l’India inglese e il sub-continente asiatico. Ora, se la Francia di Luigi Filippo non aveva alcuna intenzione di scontrarsi con l’Inghilterra, quella del secondo impero mostrava un atteggiamento ostile e risoluto nelle questioni coloniali. In breve, come scriveva il Times del 2 ottobre 1862, fra l’Italia e l’Egitto (between Ancona and Alexandria) “devono essere stabilite relazioni economiche e postali” in grado di accorciare, per gli inglesi, la cosiddetta ‘valigia delle Indie’ e nello stesso tempo aprire all’Italia una via verso il Mar Rosso. In quegli anni se ne occupavano la Società Italiana di Navigazione Adriatica Orientale e per gli inglesi la Palmer Brothers. Si capì subito che alla vecchia linea, che attraversava la Francia fino a Marsiglia, gli inglesi – date le nuove relazioni - preferivano il territorio italiano, via Moncenisio e la pianura padana.
Fu in quel dibattito che si decise, fra le due diplomazie, di estendere la linea ferrata fino a Brindisi e da qui imbarcarsi direttamente per Alessandria. Inutile dire che sia i dispacci della posta sia i passeggeri guadagnavano, attraverso questa nuova via, alcuni giorni per raggiungere Bombay. Per gli italiani fu una grande occasione che consolidava il tessuto unitario della penisola, gli scambi tra nord e sud, fino ad arrivare, con Depretis nel 1905, alla nascita delle Ferrovie dello Stato.
Il nazionalismo italiano ne trasse un’indicazione a inseguire, velleitariamente diciamo noi, il sogno di una penetrazione nell’Africa orientale che sfocerà, come è noto, nel disastro di Adua e in seguito nella conquista dell’Eritrea.

Un eminente giuliese

LPDC 04 01Pur non essendo nato a Giulianova, possiamo ritenere il notaio Francesco Contaldi (Popoli, 1865) una  personalità profondamente integrata e coinvolta nel tessuto culturale della città, sia per una sorta di evidente e reciproca adozione sentimentale sia per i contributi letterari e la notevole attività di pubblicista che qui ha voluto porre in essere. Dopo la laurea in legge conseguita a Macerata si stabilisce a Giulianova per praticarvi il notariato e nei brevissimi 38 anni della sua esistenza - morì a Sulmona nel 1903 dopo una operazione chirurgica - produce una serie di traduzioni dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo e perfino dal norvegese e dal serbo-croato insieme ad alcuni saggi critici di penetrante consapevolezza circa le letterature straniere e il dibattito italiano di quegli anni. Vorremmo ricordare che è sua l’iscrizione posta sul frontone del cimitero “Qui nei secoli posano affetti, vanità e speranze” che contiene una struggente e quasi presaga consapevolezza del destino personale e una laica visione del mondo. Fra i suoi interventi sulle riviste locali “Il Fuoco” e “Rivista Minima” si può leggere un omaggio alla città che conferma la sua convinta appartenenza a uno spirito del luogo che lo accompagnerà fino alla fine: “V’è nel Mezzogiorno fra un sorriso di luce e di cielo, un cantuccio di terra sul mare, di fronte ad altre spiagge dove suona dolcissima la favella d’Italia. Quel cantuccio queto e modesto, gaio e gentile, porta il nome di Giulianova”. Fu autore di un profilo di altri due eminenti concittadini come Gaetano  Braga e Raffaele Pagliaccetti, contenuto in Arte Giuliese (1894), dove si apprezza la volontà di legare la storia dell’arte locale a un respiro più vasto che includa una proiezione cosmopolita. Ciò avviene, nel saggio, sia attraverso la ricostruzione del percorso di Braga all’estero e di Pagliaccetti in Toscana e a Vienna, sia implicitamente, attraverso la compresenza di tali autori in un corpus contaldiano rivolto alla letteratura mondiale. Me ne sono occupato qualche anno fa a proposito della traduzione della Rima dell’Antico Marinaio di S. T. Coleridge da parte di Contaldi, comparandola con quella di Enrico Nencioni, Maria Luisa Cervini, Emilio Cecchi e Mario Praz. (“Traduttologia”, n. 8) dove il nostro autore non solo non sfigura al confronto con una lunga serie di traduttori illustri, ma li anticipa tutti pubblicando già nel 1892 la  sua versione del poemetto. Contaldi si cimentò anche con temi più vicini alla realtà cittadina, confermando la volontà di aderire, nel vissuto quotidiano, ad una realtà  giuliese profondamente condivisa. Inoltre, parlando della mentalità progressista e laica di Contaldi, Riccardo Cerulli nel suo Giulianova 1860 ci ricorda i legami con Giovanni Cermignani e le battaglie condotte su “Il Fuoco” contro il sindaco Francesco Ciafardoni “che si trovava a fronteggiare l’animosa opposizione entrata in consiglio con le elezioni parziali del 1899: opposizione che riconosceva suo leader il dottore in legge Giuseppe de’ Bartolomei, radicale, ed era appoggiata dal notaio Francesco Contaldi, da Luigi Migliori, dal socialista Donato Pedicone e dallo scultore Raffaele Pagliaccetti.” (p. 318). Questo per dire che la personalità di Contaldi oscilla tra il tono encomiastico degli  scambi più affettuosi di minore e periferica circolazione in un contesto che lo vede impegnato nella politica locale e una realtà culturale sovrannazionale che gli consente di avere dimestichezza con poeti - per restare all’anglistica - come Coleridge, Whitman, Poe, P. B. Shelley, Moore, Tennyson, Longfellow. Va ricordato che l’ultima discendente diretta, la nipote Mimmina Di Michele, è scomparsa appena qualche mese fa nella sua casa di Via San Francesco.

Cresce l’attesa per la riapertura della biblioteca Bindi

LPDC 1 1La riapertura della biblioteca comunale “Vincenzo Bindi”, fulcro culturale della città, è fortemente attesa: chiusa da ben oltre un quinquennio per ristrutturazione, dovrebbe essere riconsegnata alla città molto presto.
Le biblioteche vivono, nel momento storico attuale, grandi difficoltà: sono continuamente oggetto di tagli diretti e indiretti di fondi che ne penalizzano fortemente il servizio ai cittadini. Ne è un esempio la biblioteca provinciale “M. Delfico” di Teramo ultimamente umiliata dalla scarsa sensibilità degli amministratori che spesso non comprendono, talvolta neanche conoscono né hanno interesse a farlo, sia la funzione sociale e culturale delle biblioteche sia la loro organizzazione interna e quindi le professionalità necessarie al buon funzionamento di esse.
All’accorato appello del suo direttore Gigi Ponziani, l’amministrazione ha risposto  assegnando alla biblioteca alcuni ragazzi del servizio civile; la stampa ha titolato: “Riparte la biblioteca Delfico”. Ma veramente crediamo che la biblioteca possa “ripartire” solo con l’ausilio dei volenterosi e disponibili ragazzi del servizio civile? Oppure crediamo che per far funzionare una biblioteca basti tenerla aperta e tenere i libri sugli scaffali? Una biblioteca, nel nostro caso la biblioteca comunale “V. Bindi”, ha dei doveri nei confronti dei cittadini il primo dei quali è il servizio: è necessario rendere fruibile, nel più breve tempo possibile, il patrimonio bibliografico raccolto e per troppo tempo nella polvere. Rendere fruibile non significa parlarne e descriverlo a parole: tutto questo è stato già fatto. Significa renderlo tecnicamente fruibile, significa mettere in piedi reti e servizi attivi da subito e duraturi nel tempo, non solo per l’inaugurazione. Di sicuro apprezzeremo i nuovi locali e un allestimento ben studiato per massimizzare gli spazi; certamente sarebbe stato opportuno recuperare e collegare al palazzo Bindi due appartamenti attigui che il Comune, con una oculata operazione acquistò alla metà degli anni Ottanta proprio a questo scopo, nei quali collocare il fondo moderno (o almeno una parte di esso) lasciando il fondo Bindi (l’unico legato al lascito testamentario) nel palazzo omonimo. Questa soluzione, probabilmente non considerata percorribile per motivi ignoti, avrebbe sicuramente evitato lo smembramento della biblioteca che, qualora risultasse inevitabile visti gli spazi angusti, comporterà un peso economico maggiore nella gestione ordinaria della biblioteca: due sedi diverse = doppio personale, doppi costi di gestione.
Sarebbe stato sicuramente più semplice trovare i soldi per un restauro di tutti i locali anziché scegliere di gravare l’amministrazione di spese di gestione ordinaria notevolmente maggiori.
L’attesa per la riapertura della biblioteca è grande e i cittadini confidano che i lunghi tempi siano legati allo sforzo economico che l’amministrazione deve intraprendere per organizzare una biblioteca moderna ed efficiente con personale qualificato. Seguiremo con attenzione.

Quando a Giulianova c’erano Summa, Nannucci, Vedova…

LPDC 3 1Circa due anni fa, fu data enfaticamente notizia del rinvenimento in Sala Buozzi, oggetto di restauro da parte dell’Amministrazione Comunale, di un’opera di grande pregio di Emilio Vedova. Anzi, si rese pubblica anche una prima incredibile e fantasiosa attribuzione al fotografo marchigiano Mario Giacomelli. Incredibile perché tantissimi giuliesi sapevano dell’esistenza e dell’ubicazione dell’opera di Vedova, conservata, non in un polveroso scantinato ma in un luogo dove si sono fatte tante mostre, conferenze e dibattiti. Evidentemente a non sapere che fosse lì erano i nostri amministratori che, per fortuna, pur non avendo trasferito l’opera prima di iniziare i lavori in luogo più sicuro, almeno l’hanno “rinvenuta” o meglio hanno appurato di cosa si trattasse e non l’hanno buttata via assieme a calcinacci e ad altri materiali di scarto. Apprendiamo comunque con gioia che adesso l’Amministrazione comunale ha contezza di quest’opera e che la farà restaurare.
Quest’opera faceva parte di un progetto artistico di Enrico Crispolti dell’inizio degli anni settanta, “Operazione 24 fogli, Dissuasione manifesta” nella quale il critico romano propose a otto artisti, tra i quali Vedova, di realizzare immagini per manifesti di 6 metri per 2,80 di altezza, da inserire in diverse situazioni urbane col fine di modificare il messaggio del mezzo pubblicitario per eccellenza cioè il manifesto.
Qualche anno dopo, un allora giovanissimo consigliere Franco Arboretti delegato alla cultura della nostra cittadina, diede vita a Giulianova ad una manifestazione estiva, “Agorà”, che anticipò di qualche mese la famosa “Estate Romana” di Nicolini e, come questa, intendeva portare in strada, anzi meglio, in piazza, fuori dai soliti luoghi ufficialmente deputati alla cultura, eventi di qualità. Gianni Gaspari fu il direttore artistico della sezione cinema, Silvio Araclio della sezione teatro e Franco Summa, direttore della sezione arti visive. E fu proprio Franco Summa
( in quegli anni presente alla Biennale di Venezia) a trasformare l’estate giuliese in un fantastico laboratorio artistico e culturale nel quale operarono, con produzioni originali per Giulianova, personalità del calibro di Andrea Branzi, oggi uno dei maggiori architetti italiani, Alessandro Mendini grande innovatore del design, Maurizio Nannucci, artista oggi riconosciuto a livello internazionale. Fu sempre Franco Summa a chiedere ed ottenere da Emilio Vedova un’opera per “Agorà”. Lo stesso Summa ricorda che l’artista veneziano non venne personalmente ma inviò la sua opera, appunto un esemplare di “Dissuasione Manifesta”, accompagnata dalle indicazioni per l’assemblaggio delle diverse parti. La “Dissuasione Manifesta” di Emilio Vedova fu posizionata e fotografata in diversi luoghi di Giulianova e poi rimontata su pannelli e collocata in Sala Buozzi.
Parlare di quest’opera certo ci fa andare col pensiero a quanto creativa e fertile sia stata Giulianova negli anni settanta-ottanta e crea rimpianti per una manifestazione che, non adeguatamente sostenuta, terminò e che oggi potrebbe avere quel risalto nazionale di cui gode per esempio il progetto culturale Castelbasso nato ben più di dieci anni dopo.
Ma data l’importanza che quell’esperienza ha avuto per molti giovani artisti giuliesi, operatori culturali, studiosi di arte e di estetica, e non solo per questi, compito delle istituzioni potrebbe essere quello di curarne la memoria, proponendo la pubblicazione di un volume che ne dia conto attraverso l’attenta e puntuale documentazione conservata dall’allora direttore artistico Franco Summa.

“Aprire gli occhi.. liberare la felicità”

LPGC 2 1Tenuto in vita dalla promessa di una riorganizzazione complessiva, il forum delle associazioni attende che l’amministrazione comunale concretizzi la costituzione di un “albo”. Trentacinque, le sigle che operano da anni sul territorio, in molteplici campi: assistenziale, culturale, medico-sanitario, sportivo.  L’ albo, dividendo in settori le varie esperienze, dovrebbe dare nuove motivazioni alle attività d’incontro e confronto, per il momento sospese, e disegnare una fisionomia condivisa. La riattivazione delle riunioni in sede segnerà probabilmente la fine del letargo. Malgrado la pausa, undici associazioni ( Agesci, Anffas, Archeoclub, Caritas, Dono di Maria,  Ecologica G, Eidos, Madre Teresa, Poc,  Unitalsi, Via del sole)  e 3 scuole (il Liceo Scientifico “Curie” , l’ Istituto Alberghiero “Crocetti” ed il Liceo Classico “Saffo” di Roseto) hanno condiviso il progetto “Aprire gli occhi…liberare la felicità” (“Aprire gli occhi” sul mondo dei giovani per superare false credenze e dare vita alla speranza; “Liberare la felicità” perché nel dono del tempo, di un gesto, di un’attenzione, si trova sempre una risposta anche alle domande più difficili). L’iniziativa ha coinvolto ragazze e ragazzi degli ultimi anni di scuola superiore e si è concretizzato nella proposta, fatta tramite gli istituti scolastici, di vivere un’esperienza di volontariato presso una delle associazioni aderenti, per almeno sei mesi. “Desiderio del forum - spiega la presidentessa Grazia Corini -  è stato quello di mettere al centro della propria azione l’universo giovanile, convinto che tra il mondo del volontariato e le giovani generazioni possa attuarsi uno scambio virtuoso, dando, da un lato qualche idea alla ricerca di “senso” che ancora si legge negli occhi dei ragazzi, e dall’altro apportare nuova linfa ed entusiasmo nella vita associativa. Gli obiettivi del progetto- spiega ancora la Corini -  sono stati l’educazione alla gratuità,  come dono del proprio tempo e delle proprie abilità; abitudine alla corresponsabilità, alla lettura della realtà, all’analisi dei bisogni presenti nel territorio; la diffusione della cultura del volontariato”. Settanta i ragazzi che hanno sperimentato la realtà delle associazioni, affiancati da un tutor. Al termine del percorso è stata fatta una verifica ed una giornata è stata dedicata alla testimonianza del lavoro svolto. Il progetto è stato premiato in occasione dell’ undicesima edizione della “Festa del volontariato”, tenutasi a Teramo il 24 settembre. Il riconoscimento ha confermato che questa esperienza sarà importante per la formazione dei giovani, nella speranza che qualcuno di loro, in qualche caso, possa continuare nell’adesione ad un’associazione. “Siamo grati - conclude la presidentessa - a quanti hanno contribuito a portare avanti l’ iniziativa, dimostrando che è possibile lavorare insieme e bene, che si può parlare ai giovani in maniera diversa aiutandoli ad esprimere tutta la propria positività, che la nostra Giulianova è ricca di belle e, a volte, silenziose iniziative che l’arricchiscono.”

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