Lunedì, Maggio 21, 2018

 

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La ferrovia adriatica e la valigia delle Indie

LPDC 05 01Quella che oggi appare un fastidio per le città rivierasche dell’Adriatico, sia per gli attraversamenti sia per la divisione in due del nucleo urbano, circa 150 anni fa servì a far uscire dall’isolamento una porzione dell’Abruzzo, detta ‘Ultra’, che per i suoi passi impervi e le sue zone malsane rappresentava una sorta di ‘enclave’, non priva di fascino per i suoi aspetti romantici e paesaggistici ma difficilissima da attraversare. Alcuni viaggiatori inglesi dell’Ottocento (Keppel Craven, Lear) tentarono invano di passare da Rieti a Teramo e solo dal meridione, non senza fatica, pervennero a Chieti, Atri, Giulianova e Teramo. Questo per dire che quando nel 1862 fu firmata la convenzione per la ferrovia adriatica da Ancona a Otranto (con banchieri fra i quali figuravano anche i Rothschild e lo Stato italiano appena unificato) si apriva per la nostra provincia e l’intero Abruzzo una nuova era. Cos’era accaduto per indurre la politica post-unitaria a intraprendere una simile opera infrastrutturale – ciclopica per allora – in una delle zone più depresse economicamente e collocata al di fuori degli stessi percorsi turistici del Grand Tour? Nelle opere storiche successive è stata sottolineata la positiva e amichevole relazione esistente allora fra lo stato italiano e l’Inghilterra della Regina Vittoria, al punto da assistere a un nuovo corso nelle relazioni economiche e postali fra i due paesi negli anni 1861-1870. Non altrettanto si può dire per le relazioni che intercorrevano fra i due colossi imperiali Regno Unito e Francia, impegnati in una frenetica spartizione dell’Africa che culminerà nel famoso ‘incidente di Fashoda’ tra il Sudan inglese e l’Africa centrale francese.
Non si dimentichi inoltre che in quegli anni stava per essere inaugurato il canale di Suez (1869), fondamentale via d’acqua per l’India inglese e il sub-continente asiatico. Ora, se la Francia di Luigi Filippo non aveva alcuna intenzione di scontrarsi con l’Inghilterra, quella del secondo impero mostrava un atteggiamento ostile e risoluto nelle questioni coloniali. In breve, come scriveva il Times del 2 ottobre 1862, fra l’Italia e l’Egitto (between Ancona and Alexandria) “devono essere stabilite relazioni economiche e postali” in grado di accorciare, per gli inglesi, la cosiddetta ‘valigia delle Indie’ e nello stesso tempo aprire all’Italia una via verso il Mar Rosso. In quegli anni se ne occupavano la Società Italiana di Navigazione Adriatica Orientale e per gli inglesi la Palmer Brothers. Si capì subito che alla vecchia linea, che attraversava la Francia fino a Marsiglia, gli inglesi – date le nuove relazioni - preferivano il territorio italiano, via Moncenisio e la pianura padana.
Fu in quel dibattito che si decise, fra le due diplomazie, di estendere la linea ferrata fino a Brindisi e da qui imbarcarsi direttamente per Alessandria. Inutile dire che sia i dispacci della posta sia i passeggeri guadagnavano, attraverso questa nuova via, alcuni giorni per raggiungere Bombay. Per gli italiani fu una grande occasione che consolidava il tessuto unitario della penisola, gli scambi tra nord e sud, fino ad arrivare, con Depretis nel 1905, alla nascita delle Ferrovie dello Stato.
Il nazionalismo italiano ne trasse un’indicazione a inseguire, velleitariamente diciamo noi, il sogno di una penetrazione nell’Africa orientale che sfocerà, come è noto, nel disastro di Adua e in seguito nella conquista dell’Eritrea.

Un eminente giuliese

LPDC 04 01Pur non essendo nato a Giulianova, possiamo ritenere il notaio Francesco Contaldi (Popoli, 1865) una  personalità profondamente integrata e coinvolta nel tessuto culturale della città, sia per una sorta di evidente e reciproca adozione sentimentale sia per i contributi letterari e la notevole attività di pubblicista che qui ha voluto porre in essere. Dopo la laurea in legge conseguita a Macerata si stabilisce a Giulianova per praticarvi il notariato e nei brevissimi 38 anni della sua esistenza - morì a Sulmona nel 1903 dopo una operazione chirurgica - produce una serie di traduzioni dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo e perfino dal norvegese e dal serbo-croato insieme ad alcuni saggi critici di penetrante consapevolezza circa le letterature straniere e il dibattito italiano di quegli anni. Vorremmo ricordare che è sua l’iscrizione posta sul frontone del cimitero “Qui nei secoli posano affetti, vanità e speranze” che contiene una struggente e quasi presaga consapevolezza del destino personale e una laica visione del mondo. Fra i suoi interventi sulle riviste locali “Il Fuoco” e “Rivista Minima” si può leggere un omaggio alla città che conferma la sua convinta appartenenza a uno spirito del luogo che lo accompagnerà fino alla fine: “V’è nel Mezzogiorno fra un sorriso di luce e di cielo, un cantuccio di terra sul mare, di fronte ad altre spiagge dove suona dolcissima la favella d’Italia. Quel cantuccio queto e modesto, gaio e gentile, porta il nome di Giulianova”. Fu autore di un profilo di altri due eminenti concittadini come Gaetano  Braga e Raffaele Pagliaccetti, contenuto in Arte Giuliese (1894), dove si apprezza la volontà di legare la storia dell’arte locale a un respiro più vasto che includa una proiezione cosmopolita. Ciò avviene, nel saggio, sia attraverso la ricostruzione del percorso di Braga all’estero e di Pagliaccetti in Toscana e a Vienna, sia implicitamente, attraverso la compresenza di tali autori in un corpus contaldiano rivolto alla letteratura mondiale. Me ne sono occupato qualche anno fa a proposito della traduzione della Rima dell’Antico Marinaio di S. T. Coleridge da parte di Contaldi, comparandola con quella di Enrico Nencioni, Maria Luisa Cervini, Emilio Cecchi e Mario Praz. (“Traduttologia”, n. 8) dove il nostro autore non solo non sfigura al confronto con una lunga serie di traduttori illustri, ma li anticipa tutti pubblicando già nel 1892 la  sua versione del poemetto. Contaldi si cimentò anche con temi più vicini alla realtà cittadina, confermando la volontà di aderire, nel vissuto quotidiano, ad una realtà  giuliese profondamente condivisa. Inoltre, parlando della mentalità progressista e laica di Contaldi, Riccardo Cerulli nel suo Giulianova 1860 ci ricorda i legami con Giovanni Cermignani e le battaglie condotte su “Il Fuoco” contro il sindaco Francesco Ciafardoni “che si trovava a fronteggiare l’animosa opposizione entrata in consiglio con le elezioni parziali del 1899: opposizione che riconosceva suo leader il dottore in legge Giuseppe de’ Bartolomei, radicale, ed era appoggiata dal notaio Francesco Contaldi, da Luigi Migliori, dal socialista Donato Pedicone e dallo scultore Raffaele Pagliaccetti.” (p. 318). Questo per dire che la personalità di Contaldi oscilla tra il tono encomiastico degli  scambi più affettuosi di minore e periferica circolazione in un contesto che lo vede impegnato nella politica locale e una realtà culturale sovrannazionale che gli consente di avere dimestichezza con poeti - per restare all’anglistica - come Coleridge, Whitman, Poe, P. B. Shelley, Moore, Tennyson, Longfellow. Va ricordato che l’ultima discendente diretta, la nipote Mimmina Di Michele, è scomparsa appena qualche mese fa nella sua casa di Via San Francesco.

Cresce l’attesa per la riapertura della biblioteca Bindi

LPDC 1 1La riapertura della biblioteca comunale “Vincenzo Bindi”, fulcro culturale della città, è fortemente attesa: chiusa da ben oltre un quinquennio per ristrutturazione, dovrebbe essere riconsegnata alla città molto presto.
Le biblioteche vivono, nel momento storico attuale, grandi difficoltà: sono continuamente oggetto di tagli diretti e indiretti di fondi che ne penalizzano fortemente il servizio ai cittadini. Ne è un esempio la biblioteca provinciale “M. Delfico” di Teramo ultimamente umiliata dalla scarsa sensibilità degli amministratori che spesso non comprendono, talvolta neanche conoscono né hanno interesse a farlo, sia la funzione sociale e culturale delle biblioteche sia la loro organizzazione interna e quindi le professionalità necessarie al buon funzionamento di esse.
All’accorato appello del suo direttore Gigi Ponziani, l’amministrazione ha risposto  assegnando alla biblioteca alcuni ragazzi del servizio civile; la stampa ha titolato: “Riparte la biblioteca Delfico”. Ma veramente crediamo che la biblioteca possa “ripartire” solo con l’ausilio dei volenterosi e disponibili ragazzi del servizio civile? Oppure crediamo che per far funzionare una biblioteca basti tenerla aperta e tenere i libri sugli scaffali? Una biblioteca, nel nostro caso la biblioteca comunale “V. Bindi”, ha dei doveri nei confronti dei cittadini il primo dei quali è il servizio: è necessario rendere fruibile, nel più breve tempo possibile, il patrimonio bibliografico raccolto e per troppo tempo nella polvere. Rendere fruibile non significa parlarne e descriverlo a parole: tutto questo è stato già fatto. Significa renderlo tecnicamente fruibile, significa mettere in piedi reti e servizi attivi da subito e duraturi nel tempo, non solo per l’inaugurazione. Di sicuro apprezzeremo i nuovi locali e un allestimento ben studiato per massimizzare gli spazi; certamente sarebbe stato opportuno recuperare e collegare al palazzo Bindi due appartamenti attigui che il Comune, con una oculata operazione acquistò alla metà degli anni Ottanta proprio a questo scopo, nei quali collocare il fondo moderno (o almeno una parte di esso) lasciando il fondo Bindi (l’unico legato al lascito testamentario) nel palazzo omonimo. Questa soluzione, probabilmente non considerata percorribile per motivi ignoti, avrebbe sicuramente evitato lo smembramento della biblioteca che, qualora risultasse inevitabile visti gli spazi angusti, comporterà un peso economico maggiore nella gestione ordinaria della biblioteca: due sedi diverse = doppio personale, doppi costi di gestione.
Sarebbe stato sicuramente più semplice trovare i soldi per un restauro di tutti i locali anziché scegliere di gravare l’amministrazione di spese di gestione ordinaria notevolmente maggiori.
L’attesa per la riapertura della biblioteca è grande e i cittadini confidano che i lunghi tempi siano legati allo sforzo economico che l’amministrazione deve intraprendere per organizzare una biblioteca moderna ed efficiente con personale qualificato. Seguiremo con attenzione.

Quando a Giulianova c’erano Summa, Nannucci, Vedova…

LPDC 3 1Circa due anni fa, fu data enfaticamente notizia del rinvenimento in Sala Buozzi, oggetto di restauro da parte dell’Amministrazione Comunale, di un’opera di grande pregio di Emilio Vedova. Anzi, si rese pubblica anche una prima incredibile e fantasiosa attribuzione al fotografo marchigiano Mario Giacomelli. Incredibile perché tantissimi giuliesi sapevano dell’esistenza e dell’ubicazione dell’opera di Vedova, conservata, non in un polveroso scantinato ma in un luogo dove si sono fatte tante mostre, conferenze e dibattiti. Evidentemente a non sapere che fosse lì erano i nostri amministratori che, per fortuna, pur non avendo trasferito l’opera prima di iniziare i lavori in luogo più sicuro, almeno l’hanno “rinvenuta” o meglio hanno appurato di cosa si trattasse e non l’hanno buttata via assieme a calcinacci e ad altri materiali di scarto. Apprendiamo comunque con gioia che adesso l’Amministrazione comunale ha contezza di quest’opera e che la farà restaurare.
Quest’opera faceva parte di un progetto artistico di Enrico Crispolti dell’inizio degli anni settanta, “Operazione 24 fogli, Dissuasione manifesta” nella quale il critico romano propose a otto artisti, tra i quali Vedova, di realizzare immagini per manifesti di 6 metri per 2,80 di altezza, da inserire in diverse situazioni urbane col fine di modificare il messaggio del mezzo pubblicitario per eccellenza cioè il manifesto.
Qualche anno dopo, un allora giovanissimo consigliere Franco Arboretti delegato alla cultura della nostra cittadina, diede vita a Giulianova ad una manifestazione estiva, “Agorà”, che anticipò di qualche mese la famosa “Estate Romana” di Nicolini e, come questa, intendeva portare in strada, anzi meglio, in piazza, fuori dai soliti luoghi ufficialmente deputati alla cultura, eventi di qualità. Gianni Gaspari fu il direttore artistico della sezione cinema, Silvio Araclio della sezione teatro e Franco Summa, direttore della sezione arti visive. E fu proprio Franco Summa
( in quegli anni presente alla Biennale di Venezia) a trasformare l’estate giuliese in un fantastico laboratorio artistico e culturale nel quale operarono, con produzioni originali per Giulianova, personalità del calibro di Andrea Branzi, oggi uno dei maggiori architetti italiani, Alessandro Mendini grande innovatore del design, Maurizio Nannucci, artista oggi riconosciuto a livello internazionale. Fu sempre Franco Summa a chiedere ed ottenere da Emilio Vedova un’opera per “Agorà”. Lo stesso Summa ricorda che l’artista veneziano non venne personalmente ma inviò la sua opera, appunto un esemplare di “Dissuasione Manifesta”, accompagnata dalle indicazioni per l’assemblaggio delle diverse parti. La “Dissuasione Manifesta” di Emilio Vedova fu posizionata e fotografata in diversi luoghi di Giulianova e poi rimontata su pannelli e collocata in Sala Buozzi.
Parlare di quest’opera certo ci fa andare col pensiero a quanto creativa e fertile sia stata Giulianova negli anni settanta-ottanta e crea rimpianti per una manifestazione che, non adeguatamente sostenuta, terminò e che oggi potrebbe avere quel risalto nazionale di cui gode per esempio il progetto culturale Castelbasso nato ben più di dieci anni dopo.
Ma data l’importanza che quell’esperienza ha avuto per molti giovani artisti giuliesi, operatori culturali, studiosi di arte e di estetica, e non solo per questi, compito delle istituzioni potrebbe essere quello di curarne la memoria, proponendo la pubblicazione di un volume che ne dia conto attraverso l’attenta e puntuale documentazione conservata dall’allora direttore artistico Franco Summa.

“Aprire gli occhi.. liberare la felicità”

LPGC 2 1Tenuto in vita dalla promessa di una riorganizzazione complessiva, il forum delle associazioni attende che l’amministrazione comunale concretizzi la costituzione di un “albo”. Trentacinque, le sigle che operano da anni sul territorio, in molteplici campi: assistenziale, culturale, medico-sanitario, sportivo.  L’ albo, dividendo in settori le varie esperienze, dovrebbe dare nuove motivazioni alle attività d’incontro e confronto, per il momento sospese, e disegnare una fisionomia condivisa. La riattivazione delle riunioni in sede segnerà probabilmente la fine del letargo. Malgrado la pausa, undici associazioni ( Agesci, Anffas, Archeoclub, Caritas, Dono di Maria,  Ecologica G, Eidos, Madre Teresa, Poc,  Unitalsi, Via del sole)  e 3 scuole (il Liceo Scientifico “Curie” , l’ Istituto Alberghiero “Crocetti” ed il Liceo Classico “Saffo” di Roseto) hanno condiviso il progetto “Aprire gli occhi…liberare la felicità” (“Aprire gli occhi” sul mondo dei giovani per superare false credenze e dare vita alla speranza; “Liberare la felicità” perché nel dono del tempo, di un gesto, di un’attenzione, si trova sempre una risposta anche alle domande più difficili). L’iniziativa ha coinvolto ragazze e ragazzi degli ultimi anni di scuola superiore e si è concretizzato nella proposta, fatta tramite gli istituti scolastici, di vivere un’esperienza di volontariato presso una delle associazioni aderenti, per almeno sei mesi. “Desiderio del forum - spiega la presidentessa Grazia Corini -  è stato quello di mettere al centro della propria azione l’universo giovanile, convinto che tra il mondo del volontariato e le giovani generazioni possa attuarsi uno scambio virtuoso, dando, da un lato qualche idea alla ricerca di “senso” che ancora si legge negli occhi dei ragazzi, e dall’altro apportare nuova linfa ed entusiasmo nella vita associativa. Gli obiettivi del progetto- spiega ancora la Corini -  sono stati l’educazione alla gratuità,  come dono del proprio tempo e delle proprie abilità; abitudine alla corresponsabilità, alla lettura della realtà, all’analisi dei bisogni presenti nel territorio; la diffusione della cultura del volontariato”. Settanta i ragazzi che hanno sperimentato la realtà delle associazioni, affiancati da un tutor. Al termine del percorso è stata fatta una verifica ed una giornata è stata dedicata alla testimonianza del lavoro svolto. Il progetto è stato premiato in occasione dell’ undicesima edizione della “Festa del volontariato”, tenutasi a Teramo il 24 settembre. Il riconoscimento ha confermato che questa esperienza sarà importante per la formazione dei giovani, nella speranza che qualcuno di loro, in qualche caso, possa continuare nell’adesione ad un’associazione. “Siamo grati - conclude la presidentessa - a quanti hanno contribuito a portare avanti l’ iniziativa, dimostrando che è possibile lavorare insieme e bene, che si può parlare ai giovani in maniera diversa aiutandoli ad esprimere tutta la propria positività, che la nostra Giulianova è ricca di belle e, a volte, silenziose iniziative che l’arricchiscono.”

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