Domenica, Giugno 25, 2017

 

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Premio giornalisto "G. Polidoro" per Lino Manocchia

LMLa commissione giudicatrice della XIII edizione del Premio Polidoro nel stabilire i vincitori e su proposta del presidente dell'Ordine dei giornalisti d'Abruzzo, Stefano Pallotta, ha ritenuto di assegnare un encomio per la carriera al “nostro” Lino Manocchia. 
La cerimonia di premiazione si è svolta lo scorso  venerdì 12 dicembre, presso l'auditorium Bper a L’Aquila con la prestigiosa presenza del Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Prof. Francesco Sabatini.

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Così è la vita

CONVEGNO-COSI-E-LA-VITA

L'associazione socio-culturale "Oltre l'attimo" nel nome di Lorenzo organizza il convegno “COSÌ  È LA VITA” IMPARARE A DIRSI ADDIO: della vita, della morte …
Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 17,30 al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova

Al Kursaal "SIRIA DALLA CIVILTA' ALLA BARBARIE" Mimmo Srour

invito-siria-01“La Siria sta pagando un prezzo altissimo per una partita che serve a stabilire nuovi equilibri mondiali e in Italia la verità non viene detta, viene raccontata un’altra realtà”. E’ quanto afferma Mimmo Srour, siriano, ingegnere, ex assessore della Regione Abruzzo e della Provincia dell’Aquila, ex sindaco di Sant’Eusanio Forconese, comune in provincia de L’Aquila.

Alla Biblioteca “Bindi” gli inediti del popolare “Al Brek”

aldo-beccaceciLa Biblioteca Civica “Vincenzo Bindi” si arricchisce, grazie a Cesare Marcello Conte, attento cultore delle memorie locali, di un nuovo fondo costituito da documenti inediti appartenuti al popolare commediografo e attore giuliese Aldo Beccaceci, in arte Al Brek.

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Il medioevo delle donne

LocandinaMedioevoDonneL'Associazione culturale Veliero - Riccardo Cerulli propone l'incontro con il maestro Argeo Polloni l'11 dicembre ore 21 presso la sala té del Cinema Moderno di Giulianova paese; conferenza-dibattito sul tema "Il medioevo delle donne": condizione esistenziale, significato simbolico, ruolo sociale, figure rappresentative.

Di annuncio in annuncio

PocSabato 6 dicembre alle ore 17:00 presso la sala G. Trevisan della Piccola Opera Charitas, a cura di  Marialuisa De Santis una conferenza sull'annunciazione: un percorso tra arte e spiritualità compiuto commentando 5 opere di annunciazioni famose.

Alla sala San Carlo la presentazione del libro "COME PRIMA" Lettere ad Alessandra”

Come-primaSabato 15 novembre alle ore 17,30 presso la Sala San Carlo del Museo Archeologico di Teramo  verrà presentato il libro "COME PRIMA"  Lettere ad Alessandra” di Vito Fusaro. L’autore, veneto di Feltre, rievoca l’immenso amore per sua figlia, prematuramente e tragicamente scomparsa.Alessandra si conosce attraverso queste lettere… quelle da lei scritte, quelle a lei indirizzate da suo padre, alle quali si aggiungono progressivamente altre lettere, scritte dal padre alla figlia, intense e delicate, immaginando che lei possa ancora leggerle, anche se non rispondere, dopo la sua tragica e prematura scomparsa.

Ricordo di Romolo Trifoni

LPDC 75“Un gentiluomo prestato alla politica” fu la prima impressione che ricevetti nel lontano autunno del 1968, quando mi avvicinai alla sezione giuliese del PSI.Erano gli anni in cui il partito socialista, secondo una consolidata tradizione, era diviso fra massimalisti e riformisti e nella stanza senza finestre di via Trieste campeggiava una foto di Che Guevara in basco e giubbotto impermeabile;

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Oltre l’alfabeto Quando a scuola le fanciulle imparavano soprattutto a fare “la calzetta”

PS 74L’articolo che segue è un frammento di una ricerca di più ampio respiro della d.ssa Donatella Stacchiotti che sarà oggetto di un volume di prossima pubblicazione sulla storia della scuola primaria a Giulianova nel XIX secolo, edito dalla casa editrice Ricerche&Redazioni di Teramo.

Nel Regno di Napoli nel 1816 all’indomani del ritorno dei Borbone l’istruzione pubblica, organizzata nel decennio napoleonico, presentava nelle linee generali un quadro positivo: oltre alla presenza di cinque licei, otto collegi, una scuola normale per l’insegnamento e quindici istituti di istruzione media, erano state avviate circa tremila scuole primarie finalizzate all’istruzione dei fanciulli e delle fanciulle.
A Giulianova la scuola femminile, dopo la rinuncia della maestra Palma De Dominicis avvenuta nel 1816, viene affidata dal vescovo Francesco Antonio Nanni, nell’aprile dell’anno seguente, alla trentaquattrenne Flavia De Maulo; la maestra il primo maggio inizia la sua attività nella propria abitazione, ubicata nel rione San Francesco, com’era uso all’epoca nonostante diverse prescrizioni legislative imponessero ai Comuni di trovare locali adeguati e di sostenerne gli oneri economici.
Flavia De Maulo era figlia dell’agrimensore Liborio e sorella di Flaviano, sindaco di Giulianova dal 1829 al 1831.
L’attività della De Maulo, fortemente sostenuta dal vescovado aprutino nonostante i numerosi accertamenti sulla sua idoneità, il decurionato la riteneva infatti: “inalfabeta e ignara della numerica”, si protrasse per oltre trent’anni.
Nella ricostruzione di una carriera scolastica tanto lunga come quello della De Maulo, si rintracciano numerose situazioni che offrono uno spunto di riflessione su uno spaccato sociale in piena trasformazione.
Nel 1818, ad esempio, durante una visita dell’ispettore distrettuale accompagnato dall’arciprete Andrea Castorani in veste di delegato circondariale, la classe della maestra De Maulo risultava frequentata da circa 20 alunne di cui solo due sapevano leggere, due sillabare mentre tutte le altre erano avviate alle arti donnesche ossia sapevano: tessere, cucire, fare la calza, ricamare.
Questo non deve stupire perché al di là delle capacità professionali dell’insegnate, non rari erano i casi in cui all’esame di idoneità si leggeva che le maestre: “ignoravano il leggere e lo scrivere”, molto spesso erano gli stessi genitori che chiedevano alle istitutrici che le loro figlie, piuttosto che imparare a leggere e scrivere, venissero avviate a quello che maggiormente poteva essere d’utilità nella quotidianità di una futura vita coniugale. Pensiamo anche all’usanza che si andava diffondendo anche tra i ceti meno agiati, di assegnare un corredo da parte delle famiglie alle proprie figlie.
Inoltre anche dall’analisi degli stati mensili delle scuole, che riassumevano i dati personali degli alunni e il loro rendimento scolastico, nelle abilità acquisite al di là di qualche sporadica capacità di sillabare e leggere predominano il saper fare la “calzetta” e la conoscenza della dottrina cristiana.
L’avversione per l’istruzione femminile, piuttosto diffusa nell’opinione pubblica oltre che nelle politiche scolastiche durerà a lungo tanto che alle porte dell’Unità verranno emanate note ministeriali che sottolineavano come fosse ancora radicato fortemente: “il pregiudizio di vietare alle fanciulle di apprendere il leggere e lo scrivere e quindi l’aritmetica tanto utile all’economia domestica e rurale”.

La Dalmazia tra vicinanza geografica e lontananza culturale.

LPDC 73In un bel libro su “La Dalmazia” di Giuseppe Prezzolini, a cura del collega Giovanni Brancaccio, ordinario di Storia a Pescara, si chiariscono molti nodi irrisolti e luoghi comuni sui nostri, per così dire, dirimpettai adriatici, spesso confusi con una nostalgica italianità che li vorrebbe arruolare in blocco in una cuginanza risalente alla Repubblica di Venezia e perfino, stando ai monumenti, all’impero romano. Il saggio di Prezzolini apparso a Firenze nel 1915 - una data che amplifica notevolmente il significato politico e ideologico del saggio - è preceduto da una ricca e documentata introduzione che riferisce del dibattito fra l’esplosione del nazionalismo adriatico e l’entrata in guerra dell’Italia con i relativi memoriali, lettere e carteggi fra personalità di governo, giornalisti e intellettuali del tempo. L’intellettuale liberale Prezzolini, se per un verso riconosceva a Ragusa (Dubrovnik) una italianità maggiore grazie alla sua indipendenza risalente al tempo dei Comuni, per altro verso - ed è l’argomento saliente del saggio - vede nell’oppressivo dominio della Serenissima una forma tutt’altro che incoraggiante circa l’incontro dei due popoli, separati da ragioni economiche, linguistiche ed etniche tali da far considerare ‘schiavoni’ i lavoratori dalmati impiegati a Venezia e i Croati sostanzialmente simpatizzanti delle piccole potenze regionali della Serbia e della Bulgaria. Ma l’argomento che porta la Dalmazia in primo piano nel 1915 è l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco della Francia e dell’Inghilterra, vale a dire dopo il patto segreto di Londra che offriva al nostro paese consistenti vantaggi territoriali in Trentino e Venezia Giulia, l’annessione dell’Istria e delle città di Zara e Sebenico in caso di vittoria dell’Intesa. Sappiamo com’è andata, i compensi territoriali per 600.000 morti non inclusero neanche Fiume (da cui la sceneggiata dannunziana) visto che il presidente americano Wilson doveva creare ex novo un paese chiamato Jugoslavia dalle ceneri dell’impero asburgico. Prezzolini, sull’italianità della Dalmazia non fa sconti ai nazionalisti (leggi Mussolini, Corradini, d’Annunzio, Papini) ricostruendo con documenti alla mano il fatto che durante la Repubblica di Venezia soltanto i nobili parlavano italiano e la stessa milizia schiavona arruolata dai veneziani parlava soltanto lo slavo. Nel saggio, Prezzolini smentisce anche un luogo comune contro l’Austria che avrebbe represso le minoranze rivoltando gli slavi contro i cittadini italiani; in realtà gli unici elementi di modernità dopo Napoleone li porta l’Austria con un programma che prevede “la stampa, la discussione, i partiti politici, il suffragio universale, le  ferrovie e il commercio.” D’altronde, nota Prezzolini, storici come Cattalinich (1836), Tommaseo (1837), Solitro (1844) ben prima del nazionalismo guerrafondaio parlano sempre della Dalmazia come di un paese slavo destinato a unirsi alla Serbia più che alla stessa Croazia. Su questa linea anche Mazzini si schierava con Tommaseo, vale a dire per il rispetto dei piccoli popoli e delle diverse realtà nazionali. All’inizio del ‘900 la comunità italiana non superava i 30.000 abitanti e su 40 giornali solo 7 erano in lingua italiana (non pochi direi data l’esiguità della popolazione) e grazie al sistema elettorale del censo austriaco era possibile agli italiani di controllare parecchi consigli comunali e provinciali. Prezzolini era un intellettuale in anticipo sui tempi (infatti si recò in America durante il fascismo dove insegnò alla Columbia University) e nei suoi scritti aveva criticato e opposto le imprese di Libia e dell’Eritrea considerandole un errore militare e diplomatico. Si sa come Mussolini passa nel 1916 dall’interventismo democratico al nazionalismo (poi fascista) con tutte le nefaste conseguenze per i rapporti fra il popolo slavo e quello italiano. Alla fine del 1° conflitto mondiale Sonnino sulla scia di Wilson si espresse a favore della costituzione di una nazione slava al posto dell’impero austriaco nell’Adriatico e anche Leonida Bissolati, in un famoso comizio alla Scala di Milano nel 1919, sostenne contro i nazionalisti che l’Italia doveva rinunciare al Sud Tirolo, alla Dalmazia e al Dodecanneso.

Ladies and Gentlemen, i Jayhawks!

RI 73In questo numero parliamo di un gruppo che si forma nel 1985 a Minneapolis, città del freddo, stato del Minnesota. I Jayhawks i quali con Uncle Tupelo - poi Wilco - hanno creato l’Americana, un genere musicale che a metà degli anni ‘90 aggiorna per la generazione grunge il suono dei The Byrds e di Neil Young. La loro è una storia comune a molti altri gruppi. Album bellissimi, che però non trovano conferma nelle vendite. In questi giorni sono stati ristampati, in versione rimasterizzata e con aggiunta di inediti, 3 album del secondo periodo della band. Parliamo proprio di questi tre lavori, Sound Of Lies, Smile, e Rainy Day Music. I Jayhawks incidono il loro ultimo album, Tomorrow the Green Grass, con un discreto successo e con l’hit single minore, Blue. Il loro leader Mark Olson li abbandona e prende le redini della band Gary Louris, che decide di allargarne gli orizzonti musicali. Apre infatti alle influenze di altre formazioni che amava, come Can e Sonic Youth, le quali, prima, a causa della forte passione di Mark Olson per il Country, facevano fatica a trovare spazio. L’inserimento dell’ex chitarrista dei Run Westy Run Kraig Johnson, completa la band già formata da Mark Perlman al basso, Tim O’Reagan alla batteria, Karen Grotberg alle tastiere e Jesse Green al violino. Nel ‘97 registrano Sound Of Lies in cui propongono la musica che amano senza stare troppo a pensare al risultato. Canzoni bellissime con delle splendide armonie vocali. Nessun decollo delle vendite. Passano tre anni ed esce Smile, disco prodotto da Bob Ezrin (già produttore tra gli altri di Pink Floyd, Alice Cooper, Kiss e Deep Purple), che sposta ancora più in alto l’asticella del cambiamento del suono con la scelta di batterie elettroniche e suoni patinati. Molti fans della prima ora storcono il naso. L’ascolto dell’album è gradevole. Si avverte il desiderio di svoltare, di realizzare il disco radio-friendly. In parte arriva anche il risultato commerciale. I’m Gonna Make You Love Me è un singolo top 40, usato in una campagna promozionale della Ralph Lauren e nella serie tv Dawson’s Creek. Per tornare al malcontento dei fans di vecchia data circa il cambiamento di rotta del gruppo, oggi possiamo pensare che, probabilmente, i Jayhawks, sperimentando nuove sonorità, volevano togliersi di dosso l’etichetta di country rockers allo stesso modo in cui, proprio in quegli anni, anche i Wilco tentavano di percorrere nuove strade. Passano 3 anni da Sound Of Lies  e chi aveva dubitato di loro torna ad innamorarsene, grazie a Rainy Day Music. Escono dal gruppo Johnson e Grotberg ed entrano Stephen McCarty (Long Riders, The Coal Porters) e Matthew Sweet, produce Ethan Johns (Ryan Adams, Rufus Wainwright, King Of Leon e Paul McCartney sono alcuni artisti da lui prodotti). Il risultato è un disco piacevolissimo con il suono folk spogliato da arrangiamenti superflui  e che, attraverso ascolti ripetuti, rivela la bellezza delle canzoni.  Ascoltate questi album su cd o su vinile, in uscita a Settembre. Non ve ne pentirete!

Il terrore della catastrofe sul grande schermo

IIA 72 film catastrofici sono sempre più presenti nelle sale cinematografiche, a volte riprendendo soggetti di pellicole passate, come nel caso di Godzilla di Emmerich (1998) riproposto anche quest’anno da Gareth Edwards, La guerra dei mondi di Spielberg (2005) e Poseidon di Wolfgang Petersen (2006), a volte cercando nuove interpretazioni di temi classici del genere, come Sunshine di Danny Boyle (2007) e E venne il giorno di M. Night Shyamalan (2008). Le pellicole più classicheggianti di quest’ultimo periodo sono proprio quelle di Emmerich che, con The Day After Tomorrow (2004) e 2012 (2009), aggiorna il cinema catastrofico solo dal punto di vista degli effetti speciali. Ma, il pubblico risponde con entusiasmo, segno che anche nel nuovo millennio continua ad andare al cinema per farsi spaventare da un pericolo all’apparenza impossibile da superare. Non c’è nessuna idea narrativa che può essere tanto magnetica come quella della natura stessa, del nostro mondo, che decide di sterminare il genere umano. Se poi intervengono anche entità provenienti da altri pianeti che tentano di conquistare la Terra con tutti i mezzi e le modalità possibili, c’è ancora più interesse, basti pensare alla produzione filmica degli ultimi tre anni, agli attacchi di alieni, androidi, macchine mutanti, e il quadro è completo. Un esempio tra tutti il recentissimo Edge of tomorrow - Senza domani, di Doug Liman, che racconta l’epopea del Maggiore Cage, costretto a rivivere continuamente il momento in cui viene colpito a morte da un feroce alieno e l’ultimo lavoro di Michael Bay di prossima uscita al cinema, Transformers 4 - L’era dell’estinzione in cui i Trasformers tornano sulla Terra più agguerriti che mai; anche i titoli utilizzati la dicono lunga. Il tema della fine dell’umanità, che sia ad opera della natura o a causa di invasioni extraterrestri, è quanto di più ineluttabile si possa pensare, eppure, al cinema il genere umano ha sempre trovato il modo di limitare la catastrofe e superarla. Anche se nelle sale cinematografiche il mondo così come lo conosciamo viene distrutto, la razza umana sopravvivrà. Più che di una scelta felice da parte di autori e produttori cinematografici, si tratta di una vera e propria necessità. Non è un caso che il cinema catastrofico abbia vissuto momenti di massimo splendore quando il suo pubblico viveva un momento di crisi. Gli Stati Uniti degli anni Trenta cercavano di rialzarsi dalla Grande Depressione, la società degli anni Settanta faceva i conti con la crisi petrolifera portata dalla guerra del Kippur e poi i conflitti mediorientali, gli anni Novanta vedono la disgregazione dell’Europa dell’Est e il primo decennio del XXI secolo nasce con l’11 settembre. Andare al cinema e vedere il genere umano sopravvivere a situazioni ben peggiori di quelle che gli spettatori vivevano quotidianamente era una grande iniezione di speranza. È la ragione per cui gli spettatori vanno al cinema: farsi terrorizzare da qualcosa di più grande di ciò che affrontano nella vita reale e farsi dire che potranno superarlo.

Shakespeare e il doppiaggio cinematografico

LPDC 72In un libro sul doppiaggio cinematografico (“Le voci del tempo perduto”,2007) il prof. Gerardo Di Cola, insegnante di matematica in un istituto pescarese, ci ha introdotti nell’arte difficile e tipicamente italiana del fenomeno del doppiaggio – per tanti versi vicino ai programmi di una facoltà di traduttologia o mediazione linguistica dove svolgo la mia attività didattica e di ricerca – apparentemente minore nell’ambito della produzione di un film, ma in grado di restituirci il sottofondo di un lavoro artistico fatto di dizioni perfette e qualità recitative importanti di decine di attori-doppiatori. Quando Gerardo Di Cola incontra – come racconta in un opuscolo -- per la prima volta il grande Giuseppe Rinaldi, ha la sensazione di parlare con Paul Newman, Marlon Brando, Jack Lemmon e James Dean messi insieme, alla luce di una realtà, dopo l’invenzione del sonoro, che vede il cinema in italiano fortemente debitore di tali prestiti vocali. Sicché, la recente opera di Gerardo Di Cola su Shakespeare (“Il teatro di Shakespeare e il doppiaggio”) introduce un ulteriore specialismo in una materia ingiustamente confinata nei titoli di coda dei film, ma che, abbiamo intuito, si presta benissimo a studi linguistici di valenza scientifica che possono far uscire l’argomento dalla mera catalogazione e dalla stessa storia del cinema, se pensiamo alla sua portata traduttologica fatta di frasi sovrapposte, lunghezza dell’enunciato, movimento dei corpi del parlante ecc.
Nel caso in oggetto, la complessità del doppiaggio si arricchisce di ambiti disciplinari vicini alla letteratura e alla stessa storia del cinema centrata sulle regie e gli attori protagonisti, in quanto l’intero canone shakespeariano al cinema viene rivisitato alla luce dei suoi interpreti più famosi e meno famosi – si pensi a Laurence Olivier, ma anche ad attori di teatro come Richard Burbage e David Garrick – che si confrontano con i rispettivi doppiatori in una serie di splendidi quadri sinottici accompagnati da sequenze e rievocazioni storiche di indubbia completezza. Di Cola in una nota dice di essere un autodidatta che si occupa di parecchi ambiti di ricerca, ma direi che la qualità che emerge con più forza in quest’opera è proprio l’estrema specializzazione, in un settore scarsamente indagato, dove l’acribia dell’autore si direbbe che non dimentichi nulla, dalla cartellonistica cinematografica alla storia delle singole realizzazioni. Ovviamente con una attenzione ai doppiatori, ma con schede in grado di far rivivere l’ampio corpus di un fenomeno, quello di “Shakespeare al cinema”, come nel libro degli anglisti curato da Isabella Imperiali (Bulzoni editore, 2000), al quale aggiunge, direi, la materia prima di opere in carne e ossa fatta di trame, registi, attori, doppiatori, aspetti poco noti e perfino un’aneddotica personale di incontri con gli stessi realizzatori. Non sfugge al lettore la formazione di matrice scientifica dell’autore, che preferisce la classificazione rigorosa intorno al binomio ‘voce-volto’ del doppiaggio, ma da letterato che ha insegnato Shakespeare in diversi corsi monografici, devo dire che il libro di Gerardo Di Cola offre anche ottimi esempi (come nel caso del Richard III ) di presentazione del testo e di alcune regie (Laurence Olivier, Al Pacino, Richard Loncraine) dal valore decisamente didattico e informativo, spendibile per una cultura sull’autore, grazie appunto alla dettagliata sinossi, immagini dei film, contesto storico e ovviamente quadri comparativi dei doppiaggi.
Possiamo concludere constatando il fatto che l’ampio canone critico su Shakespeare, che si avvale di una bibliografia fatta di migliaia di pagine, ci riserva continuamente qualche piacevole incontro ermeneutico, e il lavoro di Di Cola esce perfino dal campo post-moderno delle re-interpretazioni e delle ri-scritture fornendoci una sorta di originale appendice per l’esegesi dei prodotti cinematografici in equilibrio fra i diversi mondi del cinema, del teatro e della letteratura.

Ridere non qualunquemente

IA 71Se volete ridere davvero e non vi accontentate delle tristi ghignate alle battute deprimenti degli Zalone e degli Albanese da troppo tempo in circolazione, allora è altrove e non al cinema italiano che dovete guardare. Per esempio, dovete guardare il buddy –movie di Todd Philipps Parto col folle dove la coppia Robert Downing jr. – Zach Galifianakis si produce in numeri di umorismo intelligente in una storia on the road ben costruita sul piano narrativo e capace di agire in profondità nonostante i ripetuti omaggi alla slapstick comedy che ne vivacizzano lo svolgimento. L’incontro disastroso all’aeroporto tra il fichetto Downing e il bestiale Galifianakis prelude alle disavventure che la coppia si troverà a vivere durante il viaggio in auto da costa a costa per giungere in tempo al momento del parto della moglie del primo, un viaggio nel corso del quale due mondi che più diversi non si potrebbe si incontrano e finiscono con l’accettarsi a vicenda. Nello scontro tra la classe di Robert e la brutalità di Zach, le rispettive personalità si rivelano nei loro aspetti segreti (vendicativo pur se con stile Robert, generoso pur se animalesco Zach) mentre il viaggio diventa un percorso di crescita umana nella miglior tradizione del road movie. Nel film di Philipps ogni tappa geografica scandisce un progresso spirituale (i sospetti del marito sull’identità del vero padre del nascituro, la confessione del compagno sul furto ai suoi danni) il cui esito è un rovesciamento delle funzioni; da diffidente Robert diventa fiducioso verso l’inaffidabile guida, da vilain fisico e mentale Zach si rivela essere un amorevole “mammo” non soltanto nella fiction televisiva della quale nell’ultima scena lo vedremo protagonista.
Se la struttura del racconto ricorda quella di precedenti famosi (uno per tutti Un biglietto per due di Hughes), originale è la capacità di Philipps di fondere comicità e poesia, catastrofismo e analisi psicologica in una rilettura del tema dell’”attraversamento” caro al western classico con la ripresa del tema ad esso connesso dell’amicizia virile. Parto col folle è un esempio di comicità non regressiva che funge da salutare antidoto a quella qualunquista e banale di cui da troppi anni è prodigo il nostro cinema vernacolare nell’ispirazione e televisivo nella forma.
Oltre al film di Philipps, chi ha voglia di una comicità esilarante e non beota può rivolgersi, non solo ai classici perlopiù americani del genere (in primis L’aereo più pazzo del mondo degli Zucker), ma anche a piccoli film Bmovie spesso ignorati dalla critica ma che possono rivelare perle di umorismo post-moderno.
Come il mitico Donne amazzoni sulla luna della coppia Landis-Dante e, soprattutto, chi vuol davvero morire dal ridere corra a rivedersi il cult assoluto Frankenstein Junior. Altro che i risaputi fiacchi numeri del bamboccione pugliese e i lugubri proclami del qualunque nostrano Cetto.

String Theory

RI 71In questo numero vi parliamo di un gruppo di Giulianova, STRING THEORY, e dei suoi lavori autoprodotti e pubblicati in download gratuito sulla pagina bandcamp(http://stringtheoryitaly.bandcamp.com/).
Il gruppo  prende il nome dalla teoria delle stringhe, che sostiene l’esistenza in ogni cosa di anelli incredibilmente piccoli di energia che vibrano in modo diverso dando vita alle componenti prime della natura e concepisce l’universo come una sinfonia prodotta da questi minuscoli anelli di energia vibrante.
Il trio è composto da 3 musicisti - Sergio Pomante, sassofono elettrico ed effetti sonori, Silvano Marcozzi, batteria e percussioni  e Lorenzo Castagna, chitarra elettrica ed effetti sonori - che come stringhe vibrano insieme dando vita a brani   strumentali di grande interesse.
E’ musica improvvisata - i pezzi sono da loro stessi definiti flussi – che però non presenta spigolosità, cali di tensione e scarsa omogeneità che spesso caratterizzano questo genere.
Una batteria granitica in alcuni momenti e leggera come una piuma in altri, fa si che la ritmica dei flussi/canzoni tenga sempre la barra a dritta.  Un sax elettrico ed una chitarra che in certi passaggi non sono distinguibili nei suoni, fanno volare i pezzi sempre a livello altissimo di musicalità, completano la ricetta musicale del gruppo tastiere e campionamenti, questi ultimi unica fonte di provenienza delle voci.
Finora due  i lavori registrati in studio.
Il primo contiene 10 improvvisazioni e il titolo, 3ROOMS (tre stanze), rimanda al metodo di lavoro utilizzato. Infatti, i tre musicisti, prima decidono quali suoni adottare, poi in tre stanze diverse, improvvisano e registrano. Quando riascoltano ciò che hanno prodotto, danno il titolo ai flussi/canzoni basandosi sulle sensazioni provate.
Il gruppo intitola il secondo lavoro FLUTTEREGO (ego svolazzante) e propone in copertina  l’immagine di un impiccato.  L’impressione è che, rispetto al precedente, presenti una più elevata compressione del suono e quindi una maggiore corposità.
A dare a questi due dischi un ulteriore carattere di artigianalità è la registrazione al Noisebab Studio di Giulianova (https://www.facebook.com/noiselabstudio), di proprietà di Sergio Pomante, il quale, oltre che essere un validissimo ed originale sassofonista, è anche un eccellente ingegnere del suono.
Ottime le recensioni della stampa specializzata nazionale quale Rumore, Ondarock, Rockambula, Distorsioni e Impatto Sonoro.
Le coordinate musicali tra le quali questi musicisti si muovono sono talmente tante e ben amalgamate da rendere difficile un lavoro di definizione senza scadere in un elenco smisurato di generi musicali.  Possiamo solo dirvi che, se amate il math-rock e se siete patiti di musica elettronica con venature di drum’n’bass, leggere atmosfere dub, improvvisazione d’avanguardia e pennellate di psichedelia, affrettatevi a collegarvi alla loro pagina e a godere delle loro spiazzanti improvvisazioni musicali. Così le ha definite Rumore, che ha dato a FLUTTEREGO voto 8.

La stazione di Giulianova: retrospettiva storica

LPDC 70La stazione di Giulianova fu costruita nella primavera del 1863 quando fu ultimata la linea ferroviaria per la tratta che da San Benedetto del Tronto arrivava a Pescara, proseguendo per Taranto. Fu subito dichiarata di “I classe” per l’importanza che rivestiva, in quanto rispetto alle altre quattro stazioni (Tortoreto, Rosburgo-Montepagano, Silvi e Castellamare Adriatica) era lo sbocco del capoluogo di provincia, che fino al 1927 abbracciava anche i comuni passati poi nella provincia di Pescara. Entrò in funzione il 18 maggio 1863, quando il percorso fu inaugurato da re Vittorio Emanuele II di Savoia, il quale presenziò al transito del primo treno diretto a Foggia e dal balcone del capo stazione poté ammirare il meraviglioso spettacolo delle luminarie fatte collocare dai frati cappuccini sul campanile della chiesa della Madonna dello Splendore. Parteciparono all’evento autorità civili e religiose, ad eccezione dei PP. Passionisti perché ritennero di aver subìto un grave danno per il passaggio della ferrovia a pochi metri dal loro ritiro adiacente alla chiesa della SS. Annunziata (Santa Maria a Mare). Il personale della stazione di Giulianova, costituito dal Capo e dal vice Capo stazione, da un manovratore macchinista, da operai addetti alla manutenzione e da un bigliettaio, dipendeva dalla Società delle strade ferrate meridionali, che aveva ottenuto la concessione governativa con il regio decreto del 28/08/1862 per 99 anni. Dal 1884 essa fu denominata stazione di “Teramo-Giulianova”, essendo stata collegata al capoluogo dal ramo ferroviario che consentiva le coincidenze con i vari treni della linea adriatica. Per i teramani e per quanti provenivano dai paesi dell’entroterra, la ferrovia segnò una conquista perché consentì di raggiungere in meno di un’ora Giulianova, evitando l’accidentato tratto della “distrettuale”, oggi statale 80, che, piena di buche e priva di ponti fino all’ultimo decennio dell’800, comportava un percorso di circa tre ore, con il guado del Tordino in tre punti grazie ai cosiddetti “passatori”, tra i quali si ricorda Flaviano Scassa, i quali usavano piattaforme di legno galleggianti per consentire ai passeggeri di passare nella sponda opposta, dove li attendeva un’altra diligenza. La stazione giuliese costituì, come evidenzia Riccardo Cerulli in un suo prezioso studio, il presupposto della borgata Marina, poi Giulianova lido, che si affiancò alla borgata di “Terravecchia”, più a sud. Sorsero presto case di commercianti, magazzeni, rimesse, depositi merci in partenza e in arrivo, locande, trattorie e numerose opportunità lavorative. Tuttavia, annota Cerulli, il vantaggio procurato dalla stazione, sotto il profilo commerciale, non fu all’inizio apprezzato da molti che lamentavano “il taglio in due della spiaggia” e il modo in cui la predetta Società aveva eseguito i lavori, causando un grave danno ambientale ed igienico-sanitario. Infatti si erano create grandi “cave” ai lati del tracciato ferroviario, derivanti dall’estrazione della terra usata per creare il supporto ai binari, e l’acqua piovana che vi ristagnava costituiva la sede naturale per l’accumulo di batteri che inquinavano l’habitat circostante, determinando infezioni e febbri malariche. Sia il taglio della “marina” che le “cave” pestifere furono ritenute per molto tempo responsabili del mancato sviluppo balneare del lido nel primo decennio dell’unità d’Italia, fino a quando l’ingegnere Salvato della Direzione delle Ferrovie provvide alla chiusura delle cavità. Negli anni successivi e nel corso del XX secolo, la stazione ha avuto sempre una grande rilevanza ed una considerevole utenza. Tutti i treni, diretti e direttissimi, vi fermavano, a motivo del collegamento con il capoluogo, in analogia con la stazione di San Benedetto, collegata ad Ascoli Piceno.

Arte e vita di Frida Kahlo

IA 70Il 20 marzo scorso è stata inaugurata a Roma, alle Scuderie del Quirinale (e si chiuderà il 31 agosto) una mostra dedicata alle opere dell’artista Frida Kahlo (1907-1954). L’evento sta suscitando molto interesse soprattutto perché il 5 maggio, grazie al Gioco del Lotto in collaborazione con i Servizi Educativi Laboratorio d’arte dell’Azienda Speciale Palaexpo, c’è stata l’opportunità di conoscere le opere della pittrice, simbolo dell’avanguardia artistica e della cultura messicana del Novecento, con un’intera giornata di laboratori per famiglie e una visita serale gratuita.
Domenica 25 maggio, dalle 19,30 alle 21,30, verrà proposto il secondo e ultimo appuntamento con le “Serate dell’arte” per visitare gratuitamente la mostra, questo per continuare ad offrire la possibilità di partecipare ai grandi eventi culturali della città, come l’esposizione delle opere del Museo D’Orsay e la mostra sugli Etruschi.
La rassegna sull’artista messicana propone 50 tra le sue opere provenienti dalle più importanti raccolte pubbliche e private, il suo rapporto con le correnti artistiche dell’epoca: Modernismo messicano e Surrealismo, nonché una sezione dedicata alla natura psicologica del suo lavoro.
Per approfondire la conoscenza dell’arte e della personalità della Kahlo può essere utile anche la visione del film Frida (2002), girato da Julie Taymor con Salma Hayek nel ruolo della protagonista. Tra la pittrice e la Hayek c’è un’estrema somiglianza fisica, elemento in più che accomuna le due donne e regala alla narrazione un tocco di veridicità. La storia comincia con Frida giovane che frequenta l’università ed ha la passione per l’arte, e poi si sposta al giorno dell’incidente che cambia completamente la sua vita, l’autobus che la porta a casa da scuola va fuori strada e un corrimano si stacca e le trafigge un fianco. Questo avvenimento la segna profondamente, poiché oltre a costringerla diverso tempo con un gesso che le fascia quasi completamente il corpo, la induce a portare all’esterno il suo dolore e i suoi sentimenti con la pittura.
Una volta ristabilitasi cerca l’appoggio di Diego Rivera, già famoso in Patria e questi diventa il suo mentore e ben presto anche suo marito. Nella vita della donna, però, le sofferenze non sono terminate perché nel giro di pochi anni deve subire i tradimenti di Rivera, la perdita di un figlio, la prigionia con l’accusa di aver dato ospitalità ad un esule russo e altri gravi problemi di salute che la conducono alla morte.
La pittura della Kahlo, molto intensa, comunica sensazioni di dolore e solitudine, ma anche di grande forza, dignità e amore per la vita. La cinematografia sull’artista conta anche Frida Kahlo, un corto di 13 minuti girato in Messico nel 1971 dalla regista messicana Marcela Fernandez Violante, anche sceneggiatrice. Il cortometraggio è in b/n e colore, in lingua spagnola e la vita della Kahlo è raccontata da un narratore che illustra alcune immagini di repertorio in cui la pittrice descrive i vari aspetti della sua arte.

Buon compleanno Shirley

ia 69L’attrice Shirley MacLaine ha da poco raggiunto il traguardo di 80 primavere, ma ha la stessa grinta di quando, appena ventenne, faceva la sua prima apparizione cinematografica nel film La congiura degli innocenti  (1955) di Alfred Hitchcock. Notata da altri registi, ottiene ruoli anche per diverse commedie, tra cui Artisti e modelle accanto a Jerry Lewis e Dean Martin e Qualcuno verrà diretto da Vincent Minnelli. Negli anni ’60 lavora al fianco di Jack Lemmon in L’appartamento e Irma la dolce, entrambi diretti da Billy Wilder e i primi riconoscimenti non tardano ad arrivare, come il BAFTA assegnatole per le straordinarie interpretazioni in L’appartamento e Tutte le ragazze lo sanno. La grande capacità della MacLaine di calarsi nei ruoli più disparati le permette di lavorare anche con artisti del calibro di Audrey Hepburn e Clint Eastwood. E’ soltanto nel 1984, però, che conquista il Premio Oscar con il lungometraggio di James L. Brooks Voglia di tenerezza, in cui recita nel suo ruolo più famoso, Aurora Greenway, misurandosi con due tra gli attori più importanti del panorama cinematografico internazionale: Debra Winger e Jack Nicholson. Raggiunto il riconoscimento più ambito, l’attrice continua la sua scalata al successo e seguono numerosi altri film, quali: Oltre il giardino (1979) di Hal Ashby, Madame Sousatzka (1988) di John Schlesinger, Fiori d’acciaio (1989) di Herbert Ross, Cartoline dall’Inferno (1990) di Mike Nichols, I conflitti del cuore (1996) di Robert Harling, In Her Shoes – Se fossi lei (2005) di Curtis Hanson, Vizi di famiglia (2005) di Rob Reiner, Appuntamento con l’amore (2010) di Garry Marshall e I sogni segreti di Walter Mitty (2013) di Ben Stiller. L’attrice americana vanta anche diverse partecipazioni a serie tv di successo, come Downton Abbey in programmazione fino al 2013 e Il mondo di Shirley andata in onda nel biennio ’71-’72, ma è stata anche presente in miniserie per la televisione quali Coco Chanel  (2008) in cui interpreta Coco da anziana e Giovanna D’Arco (1999) diretto da Christian Duguay. Di tutte le pellicole in cui la MacLaine ha lavorato ce n’è una che si discosta un po’ dagli altri generi e che rientra nella black comedy; si tratta di Bernie diretta da Richard Linklater. Inedito in Italia, il film è basato sulla storia vera di Bernie Tiede, che nel 1996 uccise l’anziana compagna ottantunenne nascondendola in un freezer. Nonostante la trama possa far pensare ad un horror, la peculiarità è l’humor nero sostenuto dalla coppia formata dalla stessa MacLaine e dall’irresistibile Jack Black, garanzia di sicuro divertimento. Artista poliedrica e di indiscusso talento, la MacLaine non smette di affascinare lo spettatore con le sue meravigliose interpretazioni che speriamo ci facciano compagnia ancora per un po’.

La luna di Leopardi

lpdc 69Scrivere del poeta di Recanati in una paginetta è come distillare, concentrandolo, un elisir imbevibile, ma proverò a trattare un unico argomento, ricco di allusioni intorno alla sterminata serie di domande esistenziali che figurativamente trovano nel ‘notturno della luna’ una precisa collocazione metaforica. E’ di qualche decennio fa il bel saggio di Antonio Prete, che voglio segnalare, “La luna leopardiana” (in Il demone dell’analogia, Feltrinelli, 1986) che tratta ampiamente il tema in oggetto nei Canti, secondo un criterio che sviluppa una “poetica della luce” osservata al cospetto delle “forme vuote dell’invisibile”, vale a dire una dialettica fra immaginazione (il ‘caro immaginar’ di Leopardi) e la “sfida ai confini dell’immaginazione” che nichilisticamente vi si oppone. Si sa che la luna è uno dei luoghi letterari per eccellenza del romanticismo. Da Chateaubriand a Novalis, da Poe a Coleridge, fino alla sua versione ‘malata’ nel vampirismo di fine secolo e, perfino in musica, non sfugge a nessuno l’importanza dei ‘notturni’ di Chopin, Boccherini e Mozart (Eine Kleine Nachtmusik) fondati su un’estetica del silenzio e della quiete. Ma Leopardi è colui che utilizza il locus della luna, diremmo, con sistematica efficacia descrittiva e immaginativa secondo il suo ben noto cliché di un infinito che è di là da quello che ci è dato di vedere. Già in Ad Angelo Mai, ad esempio, traccia un profilo di questa facoltà che scema col passare del tempo: “O caro immaginar; da te s’apparta/ Nostra mente in eterno; allo stupendo/ Poter tuo primo ne sottragon gli anni;/ E il conforto perì dei nostri affanni”. Dell’immaginar è alleata la luna che mostra, con la sua luce, insieme alle bellezze della natura le rovine della condizione umana e della Storia, come scrive nel Bruto Minore: “Candida luna sorgi/ e l’inquieta notte e la funesta/ All’Ausonio valor campagna esplori (…) abietta parte siam delle cose.” L’apparenza ingannevole del mondo sembra essere rischiarata ulteriormente da quel “biancheggiar della recente luna” di cui parla nel Sabato del villaggio, dove il soggetto osservante è consapevole dell’inutilità dell’idillio derivante dall’attesa. Si direbbe che il ‘rischiaramento’, l’Aufklarung della luna, sia un alleato contro l’oscurità (‘regina benigna’la chiama Leopardi), un elemento per la contemplazione che si fa interrogazione del mondo, ma chi può negare, nella filosofia leopardiana, il carattere illusorio di questo secondo sole che al poeta insonne consente di vedere con maggiore nitidezza l’ampio spettro delle sciagure umane? E tuttavia un nesso formidabile collega la parabola lunare alla vita, sia pure nella consapevolezza di un ciclo contrapposto a un unicum: “Ciprigna luce alla deserta notte/ Con gli occhi intenti il viator seguendo/ Te compagna alla via, te dei mortali/ Pensosa immaginò”, scrive nella Primavera o delle favole antiche, concetto reiterato nell’Ultimo canto di Saffo:”Placida notte e verecondo raggio/ Della cadente luna; e tu che spunti/ Fra la tacita selva in su la rupe”… Qui il romanticismo di un paesaggio sublime si mescola al ‘verecondo raggio’ che deve illuminare in un’isola greca dell’Egeo la tragedia umana della poetessa dal “disadorno ammanto”. Ugualmente, nella Sera del dì di festa, la luna assurge a protagonista di una magica tranquillità contrapposta all’idea ricorrente nei versi del poeta di una ‘festa’ già consumata e intrisa di dolore: “ Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E questa sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna…”
La luna è densa di significati simbolici, dalla luce al silenzio, dalla femminilità alla possibilità di un paesaggio secondo (dopo quello diurno) velato dalla malinconia e dalla memoria dell’essere. Talvolta la luna è soggetto di un componimento, come in Alla luna, dove il vocativo la chiama in causa come compagna e respiro del mondo; per un momento si direbbe di dolce rimembranza del tempo giovanile “ancor che triste” ed elemento di speranza, sia pure per un affanno che duri insieme al “ rimembrar delle passate cose”: “O graziosa luna , io mi rammento/ Che or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti”. Nella Vita solitaria un elemento di perversione dell’ordine naturale sembrerebbe offerto dalla figura del cacciatore che insegue le lepri, ma anche qui la luna assolve a un compito protettivo e benigno, confondendo le orme degli animali: ”O cara luna al cui tranquillo raggio/ Danzan le lepri ne le selve e duolsi/ Alla mattina il cacciator che trova l’orme intricate e false,(…)”. Leopardi vede nella luna e nel paesaggio sub-lunare elementi primigeni e puri, ancorché in un contesto di atroce disillusione; si direbbe che tengano in vita il sogno che si accompagna all’idea di infinito, il di là di una barriera che è la natura fisica del corpo, l’ansia o la noia: in Al Conte Carlo Pepoli ad esempio scrive:” Sotto limpido ciel tacita luna/ Commoverammi il cor; quando mi fia/ Ogni beltade o di natura o d’arte/ Fatta inanime e muta”. Sicché una confidenza particolare mostra nel Canto notturno del Pastore errante dell’Asia quando l’elemento estremo della solitudine e quello geografico dell’infinity di cui in ambito preromantico parla Burke nel suo trattato sul bello e il sublime, si mescolano al chiarore misterioso della luna in una interrogazione retorica che sottende il destino umano come locus implicito:” Che fai tu luna in ciel? Che fai silenziosa luna/ Sorgi la sera e vai/ Contemplando i deserti indi ti posi.” Qui la luna è personificata e resa immagine dell’uomo come ‘essere per la morte’, sia pure, come nota Antonio Prete, in un destino della materia più lungo, da sembrare immortale.

Il favoloso mondo della Dreamworks

IA 68La DreamWorks SKG è uno studio cinematografico statunitense che sviluppa, produce e distribuisce film, cortometraggi, musica e programmi televisivi ed è stato fondato, tra tanti, da Steven Spielberg nell’ottobre del 1994, autore anche del logo della casa di produzione, rappresentato da un ragazzino seduto sulla luna e intento a pescare nell’oceano sottostante.
Dalla fine degli anni ‘90 iniziano ad essere prodotti e distribuiti film soprattutto nel campo dell’animazione e trattano vari argomenti, dalle storie della Bibbia ai racconti mitologici come: Il principe d’Egitto (1998), Giuseppe il re dei sogni e La strada per El Dorado del 2000 e Dragon Trainer (2010) e altri lungometraggi che raccontano di favole con protagonisti gli animali: Z la formica (1998), Spirit – Cavallo selvaggio (2002), Shark Tale (2004), La gang del bosco (2006) e Bee Movie (2007), ma è nel 2001 che viene prodotta la pellicola di maggior successo: Shrek. Il film, diretto da Andrew Adamson e Vicky Jenson e basato sulla fiaba omonima del 1990 di William Steig, racconta la storia dell’orco Shrek che vive da solo nella sua palude.
Sulla scia del successo di Shrek, seguono Shrek 2, Shrek Terzo e Shrek e vissero felici e contenti, ma gli ultimi due non raggiungono la popolarità del primo. Con Madagascar, del 2005, iniziano le vicende di un gruppo di animali bizzarri: la zebra Marty, l’ippopotamo Gloria, il leone Alex e la giraffa Melman, rinchiusi in uno zoo di New York che tentano di fuggire, con l’aiuto di quattro pinguini, per tornare in Africa. Sempre al 2005 risale Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, creato in stop-motion da Nick Park e dalla sua casa di produzione Aardman Animations in collaborazione con la DreamWorks Pictures, vincitore del premio Oscar 2006 come Miglior Film d’Animazione. Racconta le disavventure di Wallace e del suo cane Gromit che decidono di dedicarsi alla disinfestazione degli orti da conigli e altri parassiti delle verdure.
Un’altra pellicola molto famosa è quella di Kung Fu Panda, incentrata sulla storia di Po, un panda intento ad imparare le arti marziali. Il film ha ricevuto ben 10 Annie Awards, il premio rivolto alle pellicole d’animazione, dopo il primo è stato realizzato Kung Fu Panda 2 e anche una serie di cartoni che raccontano le avventure del Panda, sempre ispirate ai film.
Nel 2013 è uscito Turbo, altro lungometraggio singolare che narra la passione di una lumaca per il mondo delle corse, mentre l’ultimo lungometraggio, tuttora nelle sale, è Mr. Peabody & Sherman. Mister Peabody, cane parlante vincitore di un Premio Nobel, ha inventato una macchina del tempo che consente a lui e al figlio adottivo umano Sherman di vedere con i loro occhi gli eventi che hanno cambiato il mondo nel corso dei secoli. Il film è l’ennesima conferma dell’affermazione sempre crescente della casa di produzione americana che in pochi anni è riuscita a raggiungere, se non addirittura a superare, un colosso come la Disney.

Delawater, Open Book At Page Eleven Il nuovo album della band teramana

RI 68I DelaWater, teramani di nascita ma internazionali per formazione musicale, nascono dalle ceneri degli Orange Indie Crown, formazione degli anni ’90, influenzata dall’indie rock statunitense.
Al basso Andrea Marramà, alle tastiere Serafino Bucciarelli, alla batteria Stefano Di Gregorio, alle chitarre Pierluigi Filipponi e Paolo Marini, che dà anche la voce al gruppo, mostrando una certa personalità come autore e interprete dei testi.
Si sono imposti all’attenzione già nel 2012 con il loro maxiEP di debutto, che porta il nome del gruppo.
A gennaio di quest’anno hanno pubblicato un cd, intitolato Open Book At Page Eleven, prodotto da Mattia Coletti, che rivela l’evoluzione del gruppo rispetto al primo disco e ne conferma il valore artistico.
Già il titolo fa decollare la fantasia e lascia intuire la ricchezza immaginativa e la capacità evocativa della band.
Un album pop, Open Book At Page Eleven. Otto brani  suonati con la leggerezza che bisogna avere quando ci si muove in questo genere musicale e che esprimono l’intelligente ironia e le capacità musicali del gruppo. I suoni rivelano inequivocabilmente che la psichedelia e il pop rock sono - da tempo – pane quotidiano per la band.
La musica dissolve i confini della logica ordinaria e, nell’ascolto, le vie dell’immaginario si popolano di visioni, la percezione si dilata e la mente viaggia in un’atmosfera rarefatta, scivolando stupita e stregata tra sogno e rumore, melodia e sonorità acide, arpeggi e esplosioni.
Storie di cani parlanti, gatti ambiziosi, uccelli infami e gusto di un passato che annega negli occhi di un bambino.
They sound like “bam”, “boom”, “bang”, “oh my god!
Signs, colors and lines.
They don’t need more, nothing more.
Open Book At Page Eleven si è fatto notare e ha raccolto recensioni positive anche da parte di  testate nazionali, come  Rockit e SentireAscoltare.
E’ possibile ascoltare sia questo che il precedente lavoro dei DelaWater su Bandcamp (http://delawater.bandcamp.com/album/delawater), una delle piattaforme web più importanti per la promozione di musica emergente e indipendente, nella quale è possibile lo streaming gratuito, il download a offerta libera oppure l’acquisto sia sui tradizionali supporti fisici che in singoli mp3.
Assolutamente da vedere il video del singolo Playing Wipeout, girato dal bravissimo Ivan D’antonio e proposto in anteprima su Rockit, (http://www.youtube.com/watch?v=m-LoQiNsnew) e anche le straordinarie fotografie di Antonio Dragonetti.
Ricordiamo inoltre che il gruppo è stato scelto per due compilation; quella di Mescalina.it, Dritti & Rovesci – Sedici Canzoni Dolci-Amare Sul Dolceamare, con band come Green Like July e I Quartieri, e quella di Diaryofawittychick.com, dal titolo  ironico The Clash Of Titans, insieme a gruppi quali King Of The Opera, Hola La Poyana e Unepassante.
Concludiamo col dire che è un lavoro di Qualità quello dei DelaWater, che hanno tutte le carte in regola per essere degli Artisti. 
Tendete l’orecchio,  Bluebirds sing in the wind.

Lo specchio nell’arte

IA 67Nella storia della pittura e del cinema lo specchio è una presenza ricorrente impiegata per creare effetti di vertigine visiva dal forte impatto percettivo e psicologico. Nell’arte figurativa lo specchio, a partire dai fiamminghi, ha svolto una funzione di complicazione prospettica invece che di semplice oggetto di scena. Un esempio di questo utilizzo spiazzante dello specchio si vede nel celebre quadro di Jean van Eyck I coniugi Arnolfini (con lo specchio rotondo sulla parete di fondo che riflette anche l’aldiquà della scena rappresentata). A questo esempio va aggiunto quello costituito dal labirintico Las meninas di Velazquez, un caso spettacolare di meta -pittura in cui il vero oggetto della rappresentazione non è quello che vediamo in primo piano (l’infanta con le damigelle, ma è quello riflesso nello specchio in fondo al salone (il re e la regina). Il surrealismo ha visto nello specchio un oggetto inquietante capace di produrre rovesciamenti di senso, espressione di una logica dell’assurdo, come si vede nel quadro di Magritte La riproduzione vietata (dove un uomo in piedi davanti allo specchio vede riflesso se stesso non frontalmente ma da dietro). Ma, è stato nel cinema che lo specchio, dopo essere stato soltanto riflettente in pittura seppur in maniera spesso destabilizzante, ha acquistato un ruolo psichicamente perturbante nei confronti dello spettatore. Il fenomeno si spiega con il fatto che anche il cinema è uno specchio, ma è uno specchio che riflette non il nostro Io ma il nostro inconscio, come prova storicamente la presenza dello specchio in molti film che esplorano il lato oscuro di noi stessi. Ciò accade a partire dal celebre Dottor Jeckill e Mister Hyde di Mamoulian in cui lo specchio è il luogo deputato per la metamorfosi dell’uomo in mostro, per giungere ad altri titoli successivi dove esso rivela ciò che non si vede in una serie che annovera pellicole famose come Eva contro Eva di Mankiewicz (il finale in cui l’immagine dell’aspirante diva sognante la gloria viene riflessa da uno specchio che si moltiplica in dieci a significare la follia cui ella va incontro). Riflessi  di paura di Aja (dove gli specchi dentro il magazzino abbandonato portano ancora impresse le immagini terrificanti di un atroce evento svoltosi anni prima) e, ultimo in ordine di tempo, La verità nascosta  dello spagnolo Baiz (dove uno stesso specchio riflette la storia due volte da due prospettive diverse, quella della vittima e quella del carnefice, fino al finale rovesciamento dei ruoli). Diceva un maestro del cinema animista come Jean Epstein che “l’immagine cinematografica di un uomo non solo è diversa da tutte le sue immagini non cinematografiche, ma diventa continuamente diversa anche da se stessa”. Il cinema mette in dubbio l’unità stessa e la permanenza dell’Io, dunque gli specchi al cinema - inclinati o raddoppiati o infranti- non rifletteranno i vampiri ma riflettono molto bene il vampiro che è in noi.

Passeggiata nell’arte del Centro Storico

PDC 67Nella parte alta di Giulianova insistono ben cinque Musei Civici, vanto della città per il loro alto valore storico e culturale, che trascende i confini locali.
In Piazza della Libertà si possono visitare la Cappella gentilizia De Bartolomei e la Gipsoteca di Raffaello Pagliaccetti, quest’ultima ospitata in una delle stanze della scuola elementare “E. De Amicis”.
Nel Torrione “La Rocca”, all’incrocio di Via del Popolo e Via Acquaviva, è sito il Museo Archeologico, dove sono conservati i reperti dell’antico Castrum romano, rinvenuti nella zona del Bivio Bellocchio.
In Corso Garibaldi, infine, si incontrano la Casa Museo di Gaetano Braga, violoncellista di grande fama internazionale, e la Pinacoteca, in attesa di riapertura, nello stesso stabile della Biblioteca, dono dell’insigne giuliese Vincenzo Bindi. Il turista locale o “forestiero” ha modo, dunque, di scoprire la vivacità culturale e artistica della nostra cittadina attraverso un percorso che lo guida dall’antichità fino all’età moderna.
Soffermandosi un istante a osservare le opere in gesso della Gipsoteca, ad esempio, il visitatore entra nella Storia del XIX secolo grazie alla maestria di Raffello Pagliaccetti (1838-1900), che ha scolpito i volti e i busti dei protagonisti del panorama culturale, politico e religioso italiano ed europeo a lui contemporaneo. Vi si possono ammirare il busto del Maresciallo Moltke, vincitore della guerra franco-prussiana del 1870, opera con la quale nel 1873 lo scultore vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Vienna; la maestosa statua di Pio IX, pontefice dal 1846 al 1878, con la quale Pagliaccetti partecipò all’Esposizione Universale di Parigi, senza ricevere alcun riconoscimento ufficiale, se non quello “morale” della critica e della stampa italiane e francesi; i due bozzetti del monumento a Vittorio Emanuele II, che svetta in Piazza della Libertà, a ricordare il passaggio del re a Giulianova il 15 ottobre del 1860 durante il suo viaggio verso Teano. E poi ci sono il busto di Giannina Milli (1825-1888), la poetessa e improvvisatrice teramana, il volto bronzeo del compositore Gioacchino Rossini (1792-1868), amico carissimo di Gaetano Braga, e la statua ad altezza naturale del Duca di Aosta (1845-1890).
Tra i lavori in gesso, infine, esemplare è anche la magnifica statua del Sant’Andrea, la cui versione marmorea si trova sulla facciata di Santa Maria in Fiore a Firenze, città che il Pagliaccetti, peraltro, scelse come luogo di dimora e di lavoro.
Nella Cappella gentilizia, invece, lo scalpello del nostro artista, su commissione di Gaetano De Bartolomei, ha forgiato il Cenotafio marmoreo alla memoria dello zio Angelo Antonio Cosimo De Bartolomei e i due medaglioni all’ingresso che ritraggono Luigi e Giovanni De Bartolomei, rispettivamente fratello e padre del committente. Qui sono esposte anche alcune opere dello scultore giuliese Alfonso Tentarelli, che il Comune ha avuto in dono dagli eredi.

Quando i giuliesi cercarono di evitare l’isolamento commerciale

Storia 87In un precedente numero (Giuliaviva, 5/2013) abbiamo narrato la protesta di alcuni cittadini di Giulianova contro il governo borbonico, che non aveva accolto la richiesta di costruzione di una stradi di collegamento tra il paese e la strada “regia” o “consolare” che, iniziata nel 1817 e terminata nel 1827, attraversava la “marina” da San Benedetto del Tronto, nello Stato pontificio, fino a Pescara, nel Regno di Napoli.
In verità il Comune di Giulianova (di cui era sindaco facente funzione Filippo Castorani) aveva già protestato formalmente nel 1821, quando la strada era in costruzione, dichiarando, in un vivace esposto inviato al Consiglio provinciale di Teramo, che essa scorreva lontano dal paese in un litorale deserto e acquitrinoso, contravvenendo al principio secondo il quale le strade, essendo mezzi di comunicazione e di relazione, dovevano essere costruite il più possibile vicine ai centri abitati: “L’oggetto per lo quale si costruiscono le strade regie – scrivono i Decurioni di Giulia – dev’essere quello di facilmente transitare da un paese all’altro; di condurre, ove siavi necessità, negli Uffici doganali per adempirvi alle operazioni della finanza e di corrispondere alle facilitazioni de’ commerci e de’ passeggeri”.
Contro questo principio aveva operato, secondo i giuliesi, l’ingegnere progettista che, per il tratto dell’Abruzzo Ultra I, era Carlo Forti di Teramo: “Sia impreveggenza, sia qualunque altra cagione, l’architetto (sic) della nuova strada che si costruisce non ha corrisposto in nulla, o malamente a tale principio”.
Giulianova, pertanto, era stata condannata al più totale isolamento commerciale, senza tenere in nessun conto la presenza della Dogana di I classe, l’unica esistente tra Martinsicuro e Pescara. Da qui il dissenso dei Decurioni: “S. Benedetto nello Stato pontificio, e Pescara in provincia di Chieti, lontani l’uno dall’altro 36 miglia, sono i due paesi posti agli estremi di questo tratto di strada che in provincia non tocca nessun paese abitato. Eppure Giulia che è nel mezzo di questo tratto, centro del commercio provinciale, ove è stabilita la Dogana di frontiera del Regno, e dove il passeggero troverebbe tutt’i comodi, Giulia che per tutti questi comodi meritava di avere il beneficio della strada, Giulia che avrebbe dovuto essere presa di mira, si è voluta lasciar fuori di strada”.
I Decurioni nell’epilogo dell’esposto evidenziarono il grave errore compiuto dal progettista, che penalizzava una città nella quale gravitava tutto il traffico commerciale, sia per le mercanzie di importazione che per quelle di esportazione nello Stato pontificio. Per riparare il danno, si chiedeva al Consiglio provinciale di proporre a Re la costruzione di un “braccio” che evitasse l’isolamento al paese, distante dalla “consolare” solo un quarto di miglia. Era indicata al Forti, come luogo adatto all’ipotizzato “braccio”, una collina rocciosa, “copiosamente piantata (sic) da alberi di olivi, che fan fede di una lunga vita ad ogni triviale botanico, olivi che sono vegeti, antichi e nel loro posto, senza che siansi mai mossi”. Queste precisazioni erano esposte come obiezioni alla poca solidità del terreno mosse dal Forti in una relazione tecnica.
Il Consiglio provinciale deliberò di accogliere la petizione del Consiglio comunale di Giulianova, la quale però non oltrepassò la soglia dei buoni propositi, se nel 1848 i cittadini giuliesi inscenarono la protesta di cui si è detto in apertura, secando la “consolare” in due punti.

La straordinaria carriera di Ennio Flaiano

ia 66Sono trascorsi ben 104 anni dalla nascita di uno degli esponenti più illustri della cultura italiana del secolo scorso: Ennio Flaiano. Di origini pescaresi, ma romano d’adozione, a lui si devono alcune tra le migliori sceneggiature cinematografiche di sempre, basti pensare a La dolce vita di Federico Fellini vincitore, tra l’altro, di quattro Premi Oscar. Ennio Flaiano ha iniziato la sua lunghissima e splendida carriera come giornalista per numerose testate come Omnibus, Oggi, Quadrivio e Giornale di Sicilia, ma è stato anche scrittore fecondo ed autore di opere quali Tempo di uccidere, Un marziano a Roma e La valigia delle Indie, senza inoltre disdegnare il teatro, il lavoro più importante è sicuramente quello per il cinema data l’impressionante mole di sceneggiature da lui redatte. Con la collaborazione di alcuni tra i maggiori registi italiani del XX secolo come Longanesi, Girolami, Lattuada, Zampa, Monicelli, Antonioni, Rossellini, ma soprattutto Fellini (Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Giulietta degli spiriti, 8 e 1/2), Flaiano si è guadagnato, negli anni, un posto di tutto rispetto nel panorama cinematografico mondiale, oltre ad un teatro ed una piazza che recano il suo nome, e ad un premio in sua memoria. Tutta la sua opera è circondata da una vena di sottile umorismo misto a note di tragica realtà, andando ad evidenziare le caratteristiche principali del suo vissuto contemporaneo. Partendo dagli anni della Seconda Guerra Mondiale ha dapprima descritto con assoluta efficacia il dramma provato dalle famiglie italiane dell’epoca, per poi spostarsi al racconto del boom economico degli anni ’50 e ’60. Parlando di ritrovato benessere ha ideato, con una maestria fuori dal comune, la trama di Vacanze romane diretto da William Wyler, discostandosi dalle opere precedenti, che mostravano Roma nelle vesti di uno scenario post bellico, e mettendo finalmente in risalto tutto il fascino della città eterna, come avviene anche ne La dolce vita. Flaiano è rimasto affascinato, come molti suoi colleghi, dal western, dal poliziesco e dalla fantascienza, tanto da scrivere alcuni titoli come Vivi o preferibilmente morti, Colpo rovente e La decima vittima, ma il suo genere preferito è senza dubbio il dramma e, restando sempre fedele alla sua filosofia, non schierandosi mai né da una parte né dall’altra, riesce tuttavia ad immedesimarsi felicemente nei suoi personaggi, a farne parte di sé e a permettere anche allo spettatore di entrare nei suoi meccanismi e a rimanerne ogni volta meravigliato.
Eccezionale interprete dei suoi tempi Flaiano resta tutt’oggi uno dei massimi punti di riferimento della storiografia filmica mondiale, perché suoi sono i sentimenti, le emozioni, le immagini cardine del nostro passato che, come colonne portanti di intere generazioni, aprono la strada al futuro e ad un cinema fatto di buona volontà e passione.

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