Lunedì, Maggio 21, 2018

 

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La medicina nell'arte

Il-veliero---La-medicina-nellarteMercoledi 15 aprile alle ore 21:00 presso la sala da the-caffe del Cinema Moderno di Giulianova, l'associazione "Veliero - Riccardo Cerulli" organizza la conferenza dibattito "La medicina nell'arte" come gli antichi affrontavano la malattia e la chirurgia, i luoghi di cura e l'evoluzione della figura del medico attravero l'analisi di opere d'arte. A cura della restauratrice di opere d'arte Valentina Muzii.

Scuola e maestri nella Giulianova dell'Ottocento

invito presentazione libroSabato 28 marzo presso la Sala Buozzi alle ore 17:30 Donatella Stacchiotti presentarà il suo nuovo libro "Scuola e maestri nella Giulianova dell'Ottocento" edito da "RICERCHE & REDAZIONI EDIZIONI"

Sabato 21 marzo alla Sala Trevisan "Riflessioni tra arte e spiritualità"

Conferenza-21-marzoSabato 21 marzo alle ore 17:30, presso la Sala Trevisan della Piccola Opera Charitas a Giulianova si terrà una conferenza sul tema “Non abbiate paura... É risorto, non è qui”. Come l ‘arte racconta la resurrezione di Cristo, riflessioni tra arte e spiritualità. Attraverso 6 opere d'arte Marialuisa De Santis parlerà della Resurrezione; iniziando da quella trecentesca di Giotto per finire con la scultura di una artista marchigiano contemporaneo, Giuliano Giuliani.

Teatro per ragazzi, a Giulianova torna “La merenda è di scena”

La-merenda-e-di-scenaAl via da domenica 1 Marzo a Giulianova la nuova edizione de “La merenda è di scena”, la rassegna di teatro per ragazzi promossa anche quest’anno dalla Compagnia dei Merli Bianchi in collaborazione con gli Istituti Riuniti Castorani/De Amicis. Quattro in tutto gli spettacoli teatrali che, fino al 26 aprile, vedranno gli attori della Compagnia in scena con storie di fantasia, spettacoli di clownerie e un’allegra sorpresa – la merenda appunto – al termine di ciascun appuntamento.

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Sabato ultimo appuntamento di "Musica e Arte alla Sala Trevisan"

Invito-Concerto-28-febbraioSabato 28 febbraio alle ore 18:00 ultimo appuntamento con la XII edizione di "Musica e Arte alla Sala Trevisan". Il Maestro Corrado Di Pietrangelo eseguirà al pianoforte musiche di Scopin e Shumann, Alessandra Gasparroni leggerà le poesie di Luigi Gasparroni, esposizione di Simone Giampà

La nuova stagione di teatro a Giulianova

terrateatroIl Festival "TERRE DI TEATRI 2014 2015",che la compagnia Terrateatro organizza a Giulianova da 7 anni presso il Centro Socio Culturale Annunziata , torna anche quest’anno dal 28  Novembre al 15 Febbraio, con importanti novità. Promosso  e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e dall’Amministrazione della Città di Giulianova ,con la direzione artistica di Cristina Cartone e Ottaviano Taddei della compagnia Terrateatro e il contributo della Fondazione Tercas.  Il programma del Festival si arricchisce  in questa stagione di nomi quali Sergio Rubini, Ambrogio Sparagna  e Peppe Servillo. Ma conserva lo spazio dedicato alle compagnie, di livello nazionale, della nuova scena contemporanea e del teatro per ragazzi e famiglie.

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Concerto d'organo per "Musica e Arte alla Sala Trevisan"

Piccola-Opera-CharitasSabato 7 febbraio 2015 alle ore 18:00 presso la Cappella della Piccola Opera Charitas nuovo appuntamento con la XII Edizione di "Musica e Arte alla Sala Trevisan". Concerto d'organo di Francesco Di Lernia, saranno eseguite musiche di Corelli, Kerll, Bohm, Bossi, Mendelsshon

La memoria e i valori

memoriaLa guerra dei Balcani, il Medio Oriente in fiamme, l'attuale "scontro di civiltà"  dimostrano che l'odio fra le genti e le troppe stragi di innocenti,  non sono una naturale eredità di un  passato da incubo. Pensavamo di aver chiuso  con l'orribile passato convinti che la Shoah fosse stata   così mostruosa da risultare incomprensibile con gli strumenti della mente, che insomma fosse stata follia, follia criminale, degli uomini, di un popolo, di Hitler.

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Musica e Arte in Sala Trevisan

musica-e-arteSabato 17 Gennaio 2015 ore 18.00 la XII Edizione di "Musica e Arte alla Sala Trevisan". 

Costruire il futuro: un’ economia solidale per un nuovo Umanesimo.
conversazione con Valerio Iustini
 
Cesare Di Cesare chitarra
Stefano Tempera chitarra
musiche di Castelnuovo Tedesco, Gangi, Piazzolla, Pernambuco

espone Simone Giampà Frammenti di Universo

a cura di Marialuisa De Santis

InCanto di Natale

Manifesto-ConcertoL'associazione Arts Accademy organizza venerdi 19 dicembre alle ore 21 presso il Monastero "Santo Volto" il concerto natalizio di canti Gospel "InCanto di Natale" con la partecipazione del "N.d. M. Gospel Choir" 

Premio giornalisto "G. Polidoro" per Lino Manocchia

LMLa commissione giudicatrice della XIII edizione del Premio Polidoro nel stabilire i vincitori e su proposta del presidente dell'Ordine dei giornalisti d'Abruzzo, Stefano Pallotta, ha ritenuto di assegnare un encomio per la carriera al “nostro” Lino Manocchia. 
La cerimonia di premiazione si è svolta lo scorso  venerdì 12 dicembre, presso l'auditorium Bper a L’Aquila con la prestigiosa presenza del Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Prof. Francesco Sabatini.

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Così è la vita

CONVEGNO-COSI-E-LA-VITA

L'associazione socio-culturale "Oltre l'attimo" nel nome di Lorenzo organizza il convegno “COSÌ  È LA VITA” IMPARARE A DIRSI ADDIO: della vita, della morte …
Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 17,30 al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova

Al Kursaal "SIRIA DALLA CIVILTA' ALLA BARBARIE" Mimmo Srour

invito-siria-01“La Siria sta pagando un prezzo altissimo per una partita che serve a stabilire nuovi equilibri mondiali e in Italia la verità non viene detta, viene raccontata un’altra realtà”. E’ quanto afferma Mimmo Srour, siriano, ingegnere, ex assessore della Regione Abruzzo e della Provincia dell’Aquila, ex sindaco di Sant’Eusanio Forconese, comune in provincia de L’Aquila.

Alla Biblioteca “Bindi” gli inediti del popolare “Al Brek”

aldo-beccaceciLa Biblioteca Civica “Vincenzo Bindi” si arricchisce, grazie a Cesare Marcello Conte, attento cultore delle memorie locali, di un nuovo fondo costituito da documenti inediti appartenuti al popolare commediografo e attore giuliese Aldo Beccaceci, in arte Al Brek.

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Il medioevo delle donne

LocandinaMedioevoDonneL'Associazione culturale Veliero - Riccardo Cerulli propone l'incontro con il maestro Argeo Polloni l'11 dicembre ore 21 presso la sala té del Cinema Moderno di Giulianova paese; conferenza-dibattito sul tema "Il medioevo delle donne": condizione esistenziale, significato simbolico, ruolo sociale, figure rappresentative.

Di annuncio in annuncio

PocSabato 6 dicembre alle ore 17:00 presso la sala G. Trevisan della Piccola Opera Charitas, a cura di  Marialuisa De Santis una conferenza sull'annunciazione: un percorso tra arte e spiritualità compiuto commentando 5 opere di annunciazioni famose.

Alla sala San Carlo la presentazione del libro "COME PRIMA" Lettere ad Alessandra”

Come-primaSabato 15 novembre alle ore 17,30 presso la Sala San Carlo del Museo Archeologico di Teramo  verrà presentato il libro "COME PRIMA"  Lettere ad Alessandra” di Vito Fusaro. L’autore, veneto di Feltre, rievoca l’immenso amore per sua figlia, prematuramente e tragicamente scomparsa.Alessandra si conosce attraverso queste lettere… quelle da lei scritte, quelle a lei indirizzate da suo padre, alle quali si aggiungono progressivamente altre lettere, scritte dal padre alla figlia, intense e delicate, immaginando che lei possa ancora leggerle, anche se non rispondere, dopo la sua tragica e prematura scomparsa.

Ricordo di Romolo Trifoni

LPDC 75“Un gentiluomo prestato alla politica” fu la prima impressione che ricevetti nel lontano autunno del 1968, quando mi avvicinai alla sezione giuliese del PSI.Erano gli anni in cui il partito socialista, secondo una consolidata tradizione, era diviso fra massimalisti e riformisti e nella stanza senza finestre di via Trieste campeggiava una foto di Che Guevara in basco e giubbotto impermeabile;

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Oltre l’alfabeto Quando a scuola le fanciulle imparavano soprattutto a fare “la calzetta”

PS 74L’articolo che segue è un frammento di una ricerca di più ampio respiro della d.ssa Donatella Stacchiotti che sarà oggetto di un volume di prossima pubblicazione sulla storia della scuola primaria a Giulianova nel XIX secolo, edito dalla casa editrice Ricerche&Redazioni di Teramo.

Nel Regno di Napoli nel 1816 all’indomani del ritorno dei Borbone l’istruzione pubblica, organizzata nel decennio napoleonico, presentava nelle linee generali un quadro positivo: oltre alla presenza di cinque licei, otto collegi, una scuola normale per l’insegnamento e quindici istituti di istruzione media, erano state avviate circa tremila scuole primarie finalizzate all’istruzione dei fanciulli e delle fanciulle.
A Giulianova la scuola femminile, dopo la rinuncia della maestra Palma De Dominicis avvenuta nel 1816, viene affidata dal vescovo Francesco Antonio Nanni, nell’aprile dell’anno seguente, alla trentaquattrenne Flavia De Maulo; la maestra il primo maggio inizia la sua attività nella propria abitazione, ubicata nel rione San Francesco, com’era uso all’epoca nonostante diverse prescrizioni legislative imponessero ai Comuni di trovare locali adeguati e di sostenerne gli oneri economici.
Flavia De Maulo era figlia dell’agrimensore Liborio e sorella di Flaviano, sindaco di Giulianova dal 1829 al 1831.
L’attività della De Maulo, fortemente sostenuta dal vescovado aprutino nonostante i numerosi accertamenti sulla sua idoneità, il decurionato la riteneva infatti: “inalfabeta e ignara della numerica”, si protrasse per oltre trent’anni.
Nella ricostruzione di una carriera scolastica tanto lunga come quello della De Maulo, si rintracciano numerose situazioni che offrono uno spunto di riflessione su uno spaccato sociale in piena trasformazione.
Nel 1818, ad esempio, durante una visita dell’ispettore distrettuale accompagnato dall’arciprete Andrea Castorani in veste di delegato circondariale, la classe della maestra De Maulo risultava frequentata da circa 20 alunne di cui solo due sapevano leggere, due sillabare mentre tutte le altre erano avviate alle arti donnesche ossia sapevano: tessere, cucire, fare la calza, ricamare.
Questo non deve stupire perché al di là delle capacità professionali dell’insegnate, non rari erano i casi in cui all’esame di idoneità si leggeva che le maestre: “ignoravano il leggere e lo scrivere”, molto spesso erano gli stessi genitori che chiedevano alle istitutrici che le loro figlie, piuttosto che imparare a leggere e scrivere, venissero avviate a quello che maggiormente poteva essere d’utilità nella quotidianità di una futura vita coniugale. Pensiamo anche all’usanza che si andava diffondendo anche tra i ceti meno agiati, di assegnare un corredo da parte delle famiglie alle proprie figlie.
Inoltre anche dall’analisi degli stati mensili delle scuole, che riassumevano i dati personali degli alunni e il loro rendimento scolastico, nelle abilità acquisite al di là di qualche sporadica capacità di sillabare e leggere predominano il saper fare la “calzetta” e la conoscenza della dottrina cristiana.
L’avversione per l’istruzione femminile, piuttosto diffusa nell’opinione pubblica oltre che nelle politiche scolastiche durerà a lungo tanto che alle porte dell’Unità verranno emanate note ministeriali che sottolineavano come fosse ancora radicato fortemente: “il pregiudizio di vietare alle fanciulle di apprendere il leggere e lo scrivere e quindi l’aritmetica tanto utile all’economia domestica e rurale”.

La Dalmazia tra vicinanza geografica e lontananza culturale.

LPDC 73In un bel libro su “La Dalmazia” di Giuseppe Prezzolini, a cura del collega Giovanni Brancaccio, ordinario di Storia a Pescara, si chiariscono molti nodi irrisolti e luoghi comuni sui nostri, per così dire, dirimpettai adriatici, spesso confusi con una nostalgica italianità che li vorrebbe arruolare in blocco in una cuginanza risalente alla Repubblica di Venezia e perfino, stando ai monumenti, all’impero romano. Il saggio di Prezzolini apparso a Firenze nel 1915 - una data che amplifica notevolmente il significato politico e ideologico del saggio - è preceduto da una ricca e documentata introduzione che riferisce del dibattito fra l’esplosione del nazionalismo adriatico e l’entrata in guerra dell’Italia con i relativi memoriali, lettere e carteggi fra personalità di governo, giornalisti e intellettuali del tempo. L’intellettuale liberale Prezzolini, se per un verso riconosceva a Ragusa (Dubrovnik) una italianità maggiore grazie alla sua indipendenza risalente al tempo dei Comuni, per altro verso - ed è l’argomento saliente del saggio - vede nell’oppressivo dominio della Serenissima una forma tutt’altro che incoraggiante circa l’incontro dei due popoli, separati da ragioni economiche, linguistiche ed etniche tali da far considerare ‘schiavoni’ i lavoratori dalmati impiegati a Venezia e i Croati sostanzialmente simpatizzanti delle piccole potenze regionali della Serbia e della Bulgaria. Ma l’argomento che porta la Dalmazia in primo piano nel 1915 è l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco della Francia e dell’Inghilterra, vale a dire dopo il patto segreto di Londra che offriva al nostro paese consistenti vantaggi territoriali in Trentino e Venezia Giulia, l’annessione dell’Istria e delle città di Zara e Sebenico in caso di vittoria dell’Intesa. Sappiamo com’è andata, i compensi territoriali per 600.000 morti non inclusero neanche Fiume (da cui la sceneggiata dannunziana) visto che il presidente americano Wilson doveva creare ex novo un paese chiamato Jugoslavia dalle ceneri dell’impero asburgico. Prezzolini, sull’italianità della Dalmazia non fa sconti ai nazionalisti (leggi Mussolini, Corradini, d’Annunzio, Papini) ricostruendo con documenti alla mano il fatto che durante la Repubblica di Venezia soltanto i nobili parlavano italiano e la stessa milizia schiavona arruolata dai veneziani parlava soltanto lo slavo. Nel saggio, Prezzolini smentisce anche un luogo comune contro l’Austria che avrebbe represso le minoranze rivoltando gli slavi contro i cittadini italiani; in realtà gli unici elementi di modernità dopo Napoleone li porta l’Austria con un programma che prevede “la stampa, la discussione, i partiti politici, il suffragio universale, le  ferrovie e il commercio.” D’altronde, nota Prezzolini, storici come Cattalinich (1836), Tommaseo (1837), Solitro (1844) ben prima del nazionalismo guerrafondaio parlano sempre della Dalmazia come di un paese slavo destinato a unirsi alla Serbia più che alla stessa Croazia. Su questa linea anche Mazzini si schierava con Tommaseo, vale a dire per il rispetto dei piccoli popoli e delle diverse realtà nazionali. All’inizio del ‘900 la comunità italiana non superava i 30.000 abitanti e su 40 giornali solo 7 erano in lingua italiana (non pochi direi data l’esiguità della popolazione) e grazie al sistema elettorale del censo austriaco era possibile agli italiani di controllare parecchi consigli comunali e provinciali. Prezzolini era un intellettuale in anticipo sui tempi (infatti si recò in America durante il fascismo dove insegnò alla Columbia University) e nei suoi scritti aveva criticato e opposto le imprese di Libia e dell’Eritrea considerandole un errore militare e diplomatico. Si sa come Mussolini passa nel 1916 dall’interventismo democratico al nazionalismo (poi fascista) con tutte le nefaste conseguenze per i rapporti fra il popolo slavo e quello italiano. Alla fine del 1° conflitto mondiale Sonnino sulla scia di Wilson si espresse a favore della costituzione di una nazione slava al posto dell’impero austriaco nell’Adriatico e anche Leonida Bissolati, in un famoso comizio alla Scala di Milano nel 1919, sostenne contro i nazionalisti che l’Italia doveva rinunciare al Sud Tirolo, alla Dalmazia e al Dodecanneso.

Ladies and Gentlemen, i Jayhawks!

RI 73In questo numero parliamo di un gruppo che si forma nel 1985 a Minneapolis, città del freddo, stato del Minnesota. I Jayhawks i quali con Uncle Tupelo - poi Wilco - hanno creato l’Americana, un genere musicale che a metà degli anni ‘90 aggiorna per la generazione grunge il suono dei The Byrds e di Neil Young. La loro è una storia comune a molti altri gruppi. Album bellissimi, che però non trovano conferma nelle vendite. In questi giorni sono stati ristampati, in versione rimasterizzata e con aggiunta di inediti, 3 album del secondo periodo della band. Parliamo proprio di questi tre lavori, Sound Of Lies, Smile, e Rainy Day Music. I Jayhawks incidono il loro ultimo album, Tomorrow the Green Grass, con un discreto successo e con l’hit single minore, Blue. Il loro leader Mark Olson li abbandona e prende le redini della band Gary Louris, che decide di allargarne gli orizzonti musicali. Apre infatti alle influenze di altre formazioni che amava, come Can e Sonic Youth, le quali, prima, a causa della forte passione di Mark Olson per il Country, facevano fatica a trovare spazio. L’inserimento dell’ex chitarrista dei Run Westy Run Kraig Johnson, completa la band già formata da Mark Perlman al basso, Tim O’Reagan alla batteria, Karen Grotberg alle tastiere e Jesse Green al violino. Nel ‘97 registrano Sound Of Lies in cui propongono la musica che amano senza stare troppo a pensare al risultato. Canzoni bellissime con delle splendide armonie vocali. Nessun decollo delle vendite. Passano tre anni ed esce Smile, disco prodotto da Bob Ezrin (già produttore tra gli altri di Pink Floyd, Alice Cooper, Kiss e Deep Purple), che sposta ancora più in alto l’asticella del cambiamento del suono con la scelta di batterie elettroniche e suoni patinati. Molti fans della prima ora storcono il naso. L’ascolto dell’album è gradevole. Si avverte il desiderio di svoltare, di realizzare il disco radio-friendly. In parte arriva anche il risultato commerciale. I’m Gonna Make You Love Me è un singolo top 40, usato in una campagna promozionale della Ralph Lauren e nella serie tv Dawson’s Creek. Per tornare al malcontento dei fans di vecchia data circa il cambiamento di rotta del gruppo, oggi possiamo pensare che, probabilmente, i Jayhawks, sperimentando nuove sonorità, volevano togliersi di dosso l’etichetta di country rockers allo stesso modo in cui, proprio in quegli anni, anche i Wilco tentavano di percorrere nuove strade. Passano 3 anni da Sound Of Lies  e chi aveva dubitato di loro torna ad innamorarsene, grazie a Rainy Day Music. Escono dal gruppo Johnson e Grotberg ed entrano Stephen McCarty (Long Riders, The Coal Porters) e Matthew Sweet, produce Ethan Johns (Ryan Adams, Rufus Wainwright, King Of Leon e Paul McCartney sono alcuni artisti da lui prodotti). Il risultato è un disco piacevolissimo con il suono folk spogliato da arrangiamenti superflui  e che, attraverso ascolti ripetuti, rivela la bellezza delle canzoni.  Ascoltate questi album su cd o su vinile, in uscita a Settembre. Non ve ne pentirete!

Il terrore della catastrofe sul grande schermo

IIA 72 film catastrofici sono sempre più presenti nelle sale cinematografiche, a volte riprendendo soggetti di pellicole passate, come nel caso di Godzilla di Emmerich (1998) riproposto anche quest’anno da Gareth Edwards, La guerra dei mondi di Spielberg (2005) e Poseidon di Wolfgang Petersen (2006), a volte cercando nuove interpretazioni di temi classici del genere, come Sunshine di Danny Boyle (2007) e E venne il giorno di M. Night Shyamalan (2008). Le pellicole più classicheggianti di quest’ultimo periodo sono proprio quelle di Emmerich che, con The Day After Tomorrow (2004) e 2012 (2009), aggiorna il cinema catastrofico solo dal punto di vista degli effetti speciali. Ma, il pubblico risponde con entusiasmo, segno che anche nel nuovo millennio continua ad andare al cinema per farsi spaventare da un pericolo all’apparenza impossibile da superare. Non c’è nessuna idea narrativa che può essere tanto magnetica come quella della natura stessa, del nostro mondo, che decide di sterminare il genere umano. Se poi intervengono anche entità provenienti da altri pianeti che tentano di conquistare la Terra con tutti i mezzi e le modalità possibili, c’è ancora più interesse, basti pensare alla produzione filmica degli ultimi tre anni, agli attacchi di alieni, androidi, macchine mutanti, e il quadro è completo. Un esempio tra tutti il recentissimo Edge of tomorrow - Senza domani, di Doug Liman, che racconta l’epopea del Maggiore Cage, costretto a rivivere continuamente il momento in cui viene colpito a morte da un feroce alieno e l’ultimo lavoro di Michael Bay di prossima uscita al cinema, Transformers 4 - L’era dell’estinzione in cui i Trasformers tornano sulla Terra più agguerriti che mai; anche i titoli utilizzati la dicono lunga. Il tema della fine dell’umanità, che sia ad opera della natura o a causa di invasioni extraterrestri, è quanto di più ineluttabile si possa pensare, eppure, al cinema il genere umano ha sempre trovato il modo di limitare la catastrofe e superarla. Anche se nelle sale cinematografiche il mondo così come lo conosciamo viene distrutto, la razza umana sopravvivrà. Più che di una scelta felice da parte di autori e produttori cinematografici, si tratta di una vera e propria necessità. Non è un caso che il cinema catastrofico abbia vissuto momenti di massimo splendore quando il suo pubblico viveva un momento di crisi. Gli Stati Uniti degli anni Trenta cercavano di rialzarsi dalla Grande Depressione, la società degli anni Settanta faceva i conti con la crisi petrolifera portata dalla guerra del Kippur e poi i conflitti mediorientali, gli anni Novanta vedono la disgregazione dell’Europa dell’Est e il primo decennio del XXI secolo nasce con l’11 settembre. Andare al cinema e vedere il genere umano sopravvivere a situazioni ben peggiori di quelle che gli spettatori vivevano quotidianamente era una grande iniezione di speranza. È la ragione per cui gli spettatori vanno al cinema: farsi terrorizzare da qualcosa di più grande di ciò che affrontano nella vita reale e farsi dire che potranno superarlo.

Shakespeare e il doppiaggio cinematografico

LPDC 72In un libro sul doppiaggio cinematografico (“Le voci del tempo perduto”,2007) il prof. Gerardo Di Cola, insegnante di matematica in un istituto pescarese, ci ha introdotti nell’arte difficile e tipicamente italiana del fenomeno del doppiaggio – per tanti versi vicino ai programmi di una facoltà di traduttologia o mediazione linguistica dove svolgo la mia attività didattica e di ricerca – apparentemente minore nell’ambito della produzione di un film, ma in grado di restituirci il sottofondo di un lavoro artistico fatto di dizioni perfette e qualità recitative importanti di decine di attori-doppiatori. Quando Gerardo Di Cola incontra – come racconta in un opuscolo -- per la prima volta il grande Giuseppe Rinaldi, ha la sensazione di parlare con Paul Newman, Marlon Brando, Jack Lemmon e James Dean messi insieme, alla luce di una realtà, dopo l’invenzione del sonoro, che vede il cinema in italiano fortemente debitore di tali prestiti vocali. Sicché, la recente opera di Gerardo Di Cola su Shakespeare (“Il teatro di Shakespeare e il doppiaggio”) introduce un ulteriore specialismo in una materia ingiustamente confinata nei titoli di coda dei film, ma che, abbiamo intuito, si presta benissimo a studi linguistici di valenza scientifica che possono far uscire l’argomento dalla mera catalogazione e dalla stessa storia del cinema, se pensiamo alla sua portata traduttologica fatta di frasi sovrapposte, lunghezza dell’enunciato, movimento dei corpi del parlante ecc.
Nel caso in oggetto, la complessità del doppiaggio si arricchisce di ambiti disciplinari vicini alla letteratura e alla stessa storia del cinema centrata sulle regie e gli attori protagonisti, in quanto l’intero canone shakespeariano al cinema viene rivisitato alla luce dei suoi interpreti più famosi e meno famosi – si pensi a Laurence Olivier, ma anche ad attori di teatro come Richard Burbage e David Garrick – che si confrontano con i rispettivi doppiatori in una serie di splendidi quadri sinottici accompagnati da sequenze e rievocazioni storiche di indubbia completezza. Di Cola in una nota dice di essere un autodidatta che si occupa di parecchi ambiti di ricerca, ma direi che la qualità che emerge con più forza in quest’opera è proprio l’estrema specializzazione, in un settore scarsamente indagato, dove l’acribia dell’autore si direbbe che non dimentichi nulla, dalla cartellonistica cinematografica alla storia delle singole realizzazioni. Ovviamente con una attenzione ai doppiatori, ma con schede in grado di far rivivere l’ampio corpus di un fenomeno, quello di “Shakespeare al cinema”, come nel libro degli anglisti curato da Isabella Imperiali (Bulzoni editore, 2000), al quale aggiunge, direi, la materia prima di opere in carne e ossa fatta di trame, registi, attori, doppiatori, aspetti poco noti e perfino un’aneddotica personale di incontri con gli stessi realizzatori. Non sfugge al lettore la formazione di matrice scientifica dell’autore, che preferisce la classificazione rigorosa intorno al binomio ‘voce-volto’ del doppiaggio, ma da letterato che ha insegnato Shakespeare in diversi corsi monografici, devo dire che il libro di Gerardo Di Cola offre anche ottimi esempi (come nel caso del Richard III ) di presentazione del testo e di alcune regie (Laurence Olivier, Al Pacino, Richard Loncraine) dal valore decisamente didattico e informativo, spendibile per una cultura sull’autore, grazie appunto alla dettagliata sinossi, immagini dei film, contesto storico e ovviamente quadri comparativi dei doppiaggi.
Possiamo concludere constatando il fatto che l’ampio canone critico su Shakespeare, che si avvale di una bibliografia fatta di migliaia di pagine, ci riserva continuamente qualche piacevole incontro ermeneutico, e il lavoro di Di Cola esce perfino dal campo post-moderno delle re-interpretazioni e delle ri-scritture fornendoci una sorta di originale appendice per l’esegesi dei prodotti cinematografici in equilibrio fra i diversi mondi del cinema, del teatro e della letteratura.

Ridere non qualunquemente

IA 71Se volete ridere davvero e non vi accontentate delle tristi ghignate alle battute deprimenti degli Zalone e degli Albanese da troppo tempo in circolazione, allora è altrove e non al cinema italiano che dovete guardare. Per esempio, dovete guardare il buddy –movie di Todd Philipps Parto col folle dove la coppia Robert Downing jr. – Zach Galifianakis si produce in numeri di umorismo intelligente in una storia on the road ben costruita sul piano narrativo e capace di agire in profondità nonostante i ripetuti omaggi alla slapstick comedy che ne vivacizzano lo svolgimento. L’incontro disastroso all’aeroporto tra il fichetto Downing e il bestiale Galifianakis prelude alle disavventure che la coppia si troverà a vivere durante il viaggio in auto da costa a costa per giungere in tempo al momento del parto della moglie del primo, un viaggio nel corso del quale due mondi che più diversi non si potrebbe si incontrano e finiscono con l’accettarsi a vicenda. Nello scontro tra la classe di Robert e la brutalità di Zach, le rispettive personalità si rivelano nei loro aspetti segreti (vendicativo pur se con stile Robert, generoso pur se animalesco Zach) mentre il viaggio diventa un percorso di crescita umana nella miglior tradizione del road movie. Nel film di Philipps ogni tappa geografica scandisce un progresso spirituale (i sospetti del marito sull’identità del vero padre del nascituro, la confessione del compagno sul furto ai suoi danni) il cui esito è un rovesciamento delle funzioni; da diffidente Robert diventa fiducioso verso l’inaffidabile guida, da vilain fisico e mentale Zach si rivela essere un amorevole “mammo” non soltanto nella fiction televisiva della quale nell’ultima scena lo vedremo protagonista.
Se la struttura del racconto ricorda quella di precedenti famosi (uno per tutti Un biglietto per due di Hughes), originale è la capacità di Philipps di fondere comicità e poesia, catastrofismo e analisi psicologica in una rilettura del tema dell’”attraversamento” caro al western classico con la ripresa del tema ad esso connesso dell’amicizia virile. Parto col folle è un esempio di comicità non regressiva che funge da salutare antidoto a quella qualunquista e banale di cui da troppi anni è prodigo il nostro cinema vernacolare nell’ispirazione e televisivo nella forma.
Oltre al film di Philipps, chi ha voglia di una comicità esilarante e non beota può rivolgersi, non solo ai classici perlopiù americani del genere (in primis L’aereo più pazzo del mondo degli Zucker), ma anche a piccoli film Bmovie spesso ignorati dalla critica ma che possono rivelare perle di umorismo post-moderno.
Come il mitico Donne amazzoni sulla luna della coppia Landis-Dante e, soprattutto, chi vuol davvero morire dal ridere corra a rivedersi il cult assoluto Frankenstein Junior. Altro che i risaputi fiacchi numeri del bamboccione pugliese e i lugubri proclami del qualunque nostrano Cetto.

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