Domenica, Giugno 25, 2017

 

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Cos’è Spotify?

ri 66In questo numero parliamo del fenomeno Spotify, che si inserisce nel panorama delle nuove modalità di fruizione della musica; argomento che meriterebbe, per la complessità, ulteriori riflessioni.
Nel corso del tempo i cambiamenti nelle modalità di ascolto sono stati diversi.
Si parte alla fine del 1800 con il grammofono, che permette di ascoltare musica su un disco di ceralacca, per passare prima ai dischi in vinile - contenenti una maggiore quantità di musica ad una più alta qualità del suono – e poi ai 45 giri e alle audiocassette.
Nel 1979, la Philips e Sony brevettano il cd, supporto digitale che contiene fino a 80 minuti di musica, più pratico e meno usurabile per alcuni, totalmente mancante della magia dell’oggetto-vinile per altri.
Negli ultimi 10 anni, con la diffusione di internet e delle nuove modalità di comunicazione e veicolazione dei contenuti in rete, lo scenario dell’industria del disco e della fruizione della musica muta drasticamente.
Si assiste così all’avvento della musica liquida, cioè file (Mp3, Wave, Flac, Wma) scaricabili - legalmente e no – da Internet e, tra il 2007 e il 2008, nascono Deezer e Spotify, due siti che lanciano un nuovo servizio di streaming, funzionando praticamente allo stesso modo.
Spotify offre una selezione di brani, più ampia rispetto a Deezer, di varie case discografiche ed etichette indipendenti, incluse Sony, EMI, Warner Music Group e Universal.
Il servizio conta 20 milioni di utenti nel mondo, non tutti in possesso della versione a pagamento. E’ infatti possibile usufruire di 6 mesi di prova gratuita dall’iscrizione, durante i quali si può ascoltare una quantità illimitata di musica, grazie alla pubblicità visiva e simil-radiofonica. L’abbonamento Unlimited rimuove la pubblicità e i limiti di tempo, mentre quello Premium (al costo di circa €10 al mese) presenta ulteriori funzioni come lo streaming con maggiore bitrate (fino a 320 kb/s), l’accesso offline alla musica e le applicazioni mobili.
Come si accede a Spotify? Si scarica il programma/applicazione sul pc, tablet o smart-phone, si crea un account e poi si ascoltano i brani in streaming o si scaricano sul proprio supporto, pescando da un catalogo di oltre 20 milioni di canzoni.
Si possono anche creare playlist, cioè inserire una selezione di brani sotto un titolo a proprio piacimento ed ascoltarli in successione o si può attivare la funzione Radio che, sulla base della scelta dell’utente, segnala una serie di altri artisti affini a quello selezionato; sistema che consente la scoperta di novità musicali, in sintonia con i propri gusti.
Stefano Stella parla di immaterialità della musica futura, di passaggio da supporto a servizio e afferma: slegata dall’oggetto, la musica è divenuta un servizio multicanale e sta sempre più (ri)diventando quel linguaggio universale comune che accomuna(va) esseri umani totalmente diversi, quasi come fosse una sorta di grande coscienza collettiva. A differenza di prima, però, tutto all’insegna del capitalismo e consumismo tipico dei giorni nostri e del mercato globale che ogni cosa contiene.

Il documentario di Simone Del Grosso “La vera storia dell’Uomo Plasmon” ottiene il Premio speciale Visioni Doc

lpdc 66E’ stato attribuito il Premio, che si tiene a Bologna, al lavoro di Simone Del Grosso sulla storia personale di Fioravante Palestini (Gabriellino) che implicitamente parla del contesto italiano degli anni ’70-80, in un intreccio significativo fra micro e macrostoria – come recita la motivazione della giuria – che si avvale di “una minuziosa ricerca d’archivio delle fonti e un utilizzo di differenti linguaggi comunicativi”, il cui risultato è quello di offrire allo spettatore un pregevole prodotto di divulgazione culturale e storica. In una scheda tecnica, gli autori Simone Del Grosso e Albert Pepe ci mostrano lo sviluppo di un prodotto cinematografico che partendo da un’icona pubblicitaria degli anni ’60, l’uomo Plasmon appunto, racconta poi il lungo viaggio attraverso la sofferenza di una reclusione per tanti versi epica, se pensiamo al luogo e ai modi della prigionia di una persona fortunatamente in grado di sopravvivere e narrare la storia. Un giuliese dal corpo d’acciaio che i signori della Mafia e del traffico illecito hanno corteggiato e coinvolto in oscure vicissitudini e che alla fine ha pagato amaramente i suoi errori in un percorso “esemplare”, come scrivono gli autori, se pensiamo alla dilagante impunità di casi analoghi. Dal punto di vista della forma, il regista suggerisce che si tratta di una sorta di “realismo stilizzato”, da cui il bianco e nero e i colori lividi, il corpo che diventa oggetto surreale e inquietante e la stessa spiaggia deserta di Giulianova è posta al centro di una vicenda umana il cui ancoraggio risiede in quell’ambiente fatto di barche, pompe di benzina e gare col pattino che hanno visto Palestini adolescente e poi sessantenne reinserito in quel mondo. Il film è una testimonianza diretta del protagonista, insieme a quella di amici e parenti, autorità (si pensi ai giudici Ayala e Falcone) medici, avvocati, che ricostruiscono -- sia pure messi alla giusta distanza, come la voce autoriale e la macchina da presa peraltro -- l’ ”indeterminatezza morale” di un caso verificatosi in un paese africano distante dalla certezza del diritto e dall’equità della pena di una moderna democrazia.
La storia documentata si serve anche di illustrazioni e animazioni in grado di rendere le diverse fasi dell’istruttoria in cui lo stesso giudice Falcone spiega i dettagli della vicenda e delle fasi -- non sempre documentate-- della lunga carcerazione di Gabriellino.
A Onore del regista, l’opera compare anche fra i progetti finalisti del premio Solinas del 2009 (documentario per il cinema), e ha vinto il premio come miglior progetto al concorso Corto Dorico, 2010, e un premio agli Italian Doc Screenings, 2011, insieme all’acquisizione da parte della RAI per la trasmissione “La Storia siamo noi”.

La musica non passerà mai di moda

tdc 65 01“Le canzoni hanno un modo meraviglioso, misterioso e a volte bastardo di catturarti”. Così dice Luciano Ligabue in un libro nel quale si racconta, intervistato da Giuseppe Antonelli, professore di Storia della lingua italiana presso l’università di Cassino.
L’affermazione del cantautore è straordinariamente vera, perché la musica è una malattia, una droga, un pugno che però quando colpisce non fa male. Una dipendenza da cui non si può guarire, certe canzoni ti entrano dentro le vene, le ossa e ti smuovono l’anima. Le note si mescolano, danno vita ad accordi che a loro volta creano melodie, canzoni, messaggi. La potenza della musica è nel riuscire a trasformare il dolore in speranza, di incoraggiare chi non vede soluzioni o più semplicemente accompagna ogni nostra singola giornata. La musica per molti è una migliore amica, sempre vicina a noi, scandisce i nostri ricordi. Spesso alle immagini vengono associate canzoni significative, amplificandone le emozioni. La musica fa sempre il proprio dovere e non ci tradirà mai, riesce ad unire persone di tutte le età, perché non è selettiva, tutti possono amarla e viverla. Non a caso ho voluto iniziare con una citazione di Ligabue, il cantautore emiliano classe 1960 è uno degli artisti più amati, seguiti e apprezzati del panorama italiano. Dopo aver lavorato come ragioniere, metalmeccanico, commerciante e promoter, approda in radio dove conducendo vari programmi radiofonici si palesò la sua grande passione per la musica. Il rocker, scoperto da Pierangelo Bertoli, nel 1990 diede vita al suo primo album “Ligabue”, nel quale è contenuto uno dei suoi più grandi successi: “Piccola Stella Senza Cielo”. In 24 anni di carriera ha girato e conquistato tutta Italia, suonando in qualsiasi regione, passando per stadi, palasport, teatri, club, piazze, arena di Verona e Campovolo. Ha all’attivo 17 album, di cui 10 registrati in studio, 4 live, 2 raccolte e la colonna sonora del film “Radiofreccia”. Negli anni Ligabue ha dimostrato di essere un artista poliedrico, dirigendo i film “Radiofreccia” e “Da Zero A Dieci”. Oltre che musicista e regista è anche scrittore, autore di 4 libri: “Fuori E Dentro Il Borgo”, “Lettere D’Amore Nel Frigo”, “La Neve Se Ne Frega” e “Il Rumore Dei Baci A Vuoto”; ha sempre affermato di preferire la musica in quanto il contatto con il pubblico è più diretto e le emozioni trasmesse da un concerto non sono paragonabili ad un film o un libro. Il suo ultimo lavoro, “Mondovisione”, è un disco con 14 tracce, di cui 2 esclusivamente strumentali. Il singolo “Il Sale Della Terra”, ha subito fatto capire che “Mondovisione” sarebbe stato un viaggio all’interno di Ligabue: esprime indignazione, dolore, coraggio ma soprattutto amore; questo tema si palesa nel 2° singolo “Tu Sei Lei”, una vera e propria dichiarazione alla moglie Barbara. Il 3° singolo è “Per Sempre”, canzone nel quale il cantante fa un viaggio a ritroso nel tempo, ricordando la sua famiglia e i primi amori. Ligabue stesso ha dichiarato di sentire molto questo album poiché lo rappresenterebbe completamente. Il nuovo tour, “Mondovisione tour stadi 2014”, inizierà nello Stadio Olimpico di Roma il 30 maggio e si concluderà a Salerno presso lo Stadio Arechi il 23 luglio, dopo aver toccato anche Pescara. Del cantante emiliano viene apprezzata in primis la sua capacità di trasmettere emozioni e di rapportarsi con i fan; lo stesso De André disse “Mai visto un musicista comunicare col pubblico come sa fare Luciano”. La musica del “Liga” è rock, ma ha più volte dimostrato di essere anche pop, visto che le sue canzoni più amate sono ballads, come per esempio l’eterna “Certe Notti”.

Visioni per la Festa della Donna

ia 65Il tema della Festa della Donna dischiude numerosi argomenti importanti che fanno da sfondo ad altrettanti film i cui registi si sono cimentati con storie che hanno le donne come protagoniste esclusive. Dopo tutte le proteste e rivoluzioni femministe del ventennio ‘60-’70, all’inizio degli anni ‘80 escono vari film di denuncia, come Il colore viola (1985). Ispirato all’omonimo romanzo di Alice Walker, premio Pulitzer nel 1983, il lungometraggio racconta la storia di due sorelle legate da un profondo affetto che hanno una fitta corrispondenza epistolare. Diretta da Steven Spielberg, la pellicola ha come punti di riferimento l’emarginazione delle donne di colore e la forza delle stesse di superare le difficoltà per essere unite e solidali, anche se geograficamente distanti.
Nel 1991 esce il popolarissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno diretto dal regista Jon Avnet. Un’anziana signora affascina una casalinga in crisi esistenziale con il racconto dell’amicizia tra due donne che, negli anni ‘30, riescono ad avere la meglio su una mentalità gretta e maschilista grazie alla loro forza di volontà.
Il lungometraggio Vogliamo anche le rose (2007) di Alina Marazzi esce proprio in concomitanza con la Festa della Donna del 2008. Si tratta di un documentario che, tramite i diari di tre donne con un vissuto completamente diverso l’una dall’altra, propone la storia del movimento femminista narrata proprio attraverso le voci e le esperienze delle tre protagoniste, in tal modo vengono analizzati temi come il divorzio, l’aborto, la sessualità e il rapporto uomo-donna.
Altro film uscito l’8 marzo è 2 partite (2009). Diretto da Enzo Monteleone, 2 partite è l’adattamento dell’omonima sceneggiatura teatrale di Cristina Comencini. Ambientato negli anni ‘60, racconta le vicende di quattro donne che il giovedì pomeriggio si riuniscono per giocare a carte e parlare di sé e delle proprie esperienze. A distanza di trent’anni le figlie delle quattro donne s’incontrano per il funerale della madre di una di loro e decidono di darsi appuntamento sul tavolo da gioco, come facevano le madri, per raccontarsi e mettere a confronto le perplessità e le angosce dell’essere donna negli anni duemila, dubbi che non differiscono molto da quelli delle genitrici.
Passa un altro anno ed ecco ancora una pellicola con un cast interamente al femminile: For colored girls del regista Tyler Perry Mangles. La storia è basata sul dramma di Ntozake Shange Per ragazze di colore che hanno considerato il suicidio quando erano stufe dell’arcobaleno. Il film rappresenta uno sguardo sulla condizione delle donne afroamericane che vivono in America, attraverso il ritratto di personaggi che rappresentano una raccolta di 20 poesie sulle differenze sessuali in generale e su quelle legate alle donne di colore. L’opera è particolarmente intensa e stimola la riflessione su ciò che significa essere una donna di colore nel mondo.

Toni Bruna. Formigole

ri 65Parliamo qui del disco Formigole di Toni Bruna. Un cantautore che arriva da Trieste, di mestiere falegname e che ama definirsi, artigiano della musica. Alla domanda ”Che genere di musica è la tua?” risponde “Folk Immaginario”. Disco pubblicato per la prima volta nel 2012, poi ristampato dall’etichetta indipendete Niegazowana con una splendida veste grafica nel 2013.
Canta in dialetto triestino, lingua che lui chiama “istroveneta”, per lui l’unica possibile per comunicare, quella parlata in casa fin da piccolo e che lui ritiene la lingua del popolo, sincera, mutante e aperta alle contaminazioni. Bruna è forse il primo ad aver usato questo dialetto in musica senza finalità goliardica, non per far ridere o per semplice folclore, ma per coinvolgere, commuovere, far riflettere.
Una scommessa, un azzardo che risulta vincente. Infatti il triestino si rivela esotico ed estremamente musicale e Formigole riesce a varcare i confini linguistici e geografici della terra d’origine.
Toni Bruna vive a Trieste, terra di confine, e canta dell’altra Trieste, quella di Borgo e Baiamonti. Quella che Mauro Covacich, descrive così: “Accanto alla Trieste austroungarica è sempre esistita un’altra Trieste. Accanto alla città dei caffè letterari, della composta amicizia di Svevo e Joyce, c’è sempre stata un’altra città, morbida, disinvolta, picaresca, dai connotati quasi carioca. E nei triestini c’è anche un vitalismo moderno un po’ easy-going, alla californiana. Trieste è una città meridionale, la città più meridionale dell’Europa del Nord.» (tratto dal libro “Trieste Sottosopra – quindici passeggiate nella città del vento”, Laterza)
Miti musicali Toni Bruna afferma di non averne, ma stima molto alcuni artisti: Victor Jara, Fela Kuti, Violeta Parra, Tom Waits, Caetano Veloso, il primo De André, i Radiohead, Eduardo Mateo, Tom Zé, i Tinariwen.
Ascoltando Formigole, le influenze sudamericane sono le prime a farsi notare, poi salgono i ritmi del deserto africano e quelli più moderni, e con i successivi ascolti si apre il testo in una sorta di decifrazione a singhiozzo; alcune parole si capiscono, altre no, è richiesto uno sforzo di comprensione e, come dice Andrea Rodriguez, quello che non capisci, quello che perdi dei testi, lo recuperi con l’anima. Il disco si fa divorare e fagocita ascolti ripetuti per la raffinata musicalità e la durata contenuta (10 brani) che consente l’ assimilazione di tutti i particolari.
L’audacia di Toni Bruna si estende anche ai suoi live: ispirandosi ai CCCP che sostenevano che l’ascoltatore deve fare uno sforzo quando va ad un concerto, Toni propone i suoi live in posti inusuali. Ecco allora i concerti in tram, nella galleria di un treno, in piccole sale, nel salotto di casa, alla ricerca di un contatto diverso con la gente, più intimo e umano. L’esperimento funziona e Toni Bruna, da solo o con la sua band, riesce a portare le sue Formigole da Trieste fino a Barcellona, Sacramento in California, San Francisco, New York. Il disco si può ascoltare su Spotify.

John Harrison e la scoperta della Longitudine

lpdc 65Fu grazie ad un orologiaio autodidatta inglese che i navigatori di tutto il mondo poterono, dalla metà del ’700 circa in poi, calcolare la loro posizione in mare con una precisione cronometrica. Oggi, nell’epoca del GPS e dei satelliti questo pioniere della misurazione dei meridiani è ricordato solo nel Greenwich Maritime Museum di Londra, dove mi recai alcuni anni fa per una ricerca sulle origini del romanzo di mare, e, recentemente, in una pubblicazione di Dava Sobel tradotta dalla B.U.R. dal titolo Longitudine. Certo, non si può pensare che fino ai primi decenni del ’700 la navigazione non avesse attraversato quasi tutti i mari della terra e gli europei non avessero colonizzato i quattro quinti del mondo, la storia ci dice che già i Fenici e i Greci di Tolomeo - con tutti i pregiudizi e le credenze assurde dell’epoca - osservando i moti dei corpi celesti si spinsero fino alle Canarie o “Isole Fortunate”, all’Africa nord-occidentale e all’Europa settentrionale. Ma ciò avveniva a costo di enormi sacrifici e perdite umane.
Ancora nel 1707, l’Ammiraglio Sir Clodisley Shovell di ritorno da Gibilterra, avvolto per 12 giorni dalla nebbia fece naufragio a poche miglia da casa alle isole Scilly, per aver calcolato male la longitudine: quattro navi su cinque andarono perdute e centinaia di marinai annegati. A questo aggiungiamo migliaia di episodi riguardanti la morte per l’incerta rotta verso la meta di viaggi che potevano comportare errori di 2000 miglia e orribili conseguenze, dopo la fine delle provviste a bordo, quali lo scorbuto e la sete fra le cause di morte più comuni; mentre non era infrequente (come ci ricordano in letteratura Coleridge e Poe) l’incontro con navi ridotte a relitti col sartiame cadente e il ponte coperto di cadaveri.
Tutto il ’700 è occupato dalla disputa fra gli “astronomi” e gli “orologiai”, per dire le enormi resistenze e opposizioni incontrate da John Harrison nell’ambito della Royal Society e della commissione istituita per l’assegnazione di un premio di 20.000 sterline a chi avesse fornito elementi concreti per la definizione della longitudine. L’establishment, per ovvie gelosie di casta, era contrario ad abbandonare il calcolo delle distanze lunari e l’osservazione delle stelle, le cosiddette “effemeridi”, che consentivano, nei giorni sereni, di calcolare con una certa approssimazione la posizione di una nave rispetto a un meridiano fondamentale (Londra o Parigi che fosse).
Harrison, un falegname con la passione della meccanica, costruì un primo orologio marino nel 1717 con legno di quercia e ruote dentate e il cosiddetto “scappamento a cavalletta” senza lubrificazione e confrontando con il movimento regolare delle stelle la precisione del meccanismo. Basti dire che questi cronometri del peso di 30-40 kg. funzionano ancora oggi, quando il custode li “carica” per i turisti.
Si sa, il segreto della Longitudine è il calcolo del tempo e, alla fine, questi geniali artigiani della famiglia Harrison ebbero la meglio sul fior fiore degli scienziati dell’epoca, attardati (è il caso di dire) su un’osservazione faticosa e affascinante del cielo che richiedeva però intere notti di calcolo sull’orologio grandioso dell’universo, superato da un sistema di poche aste di ottone, bilancieri e un quadrante numerato.

Maschere di celluloide

IA 64Carnevale è sicuramente la festa più colorata e pazza dell’anno e la scelta del costume da indossare è una vera e propria arte, specie per i più piccoli. Il cinema non fa eccezione e nel corso degli anni ha annoverato parecchi titoli di matrice carnevalesca.
Come non ricordare la celeberrima festa in maschera di Animal House (1978) che segna per sempre la carriera di John Belushi. La pellicola è l’inizio dell’amicizia tra John Belushi e John Landis (il regista) e racconta la ribellione di un gruppo di studenti del college contro il divieto del rettore ad organizzare feste. Gli studenti non solo preparano una festa, ma le danno un tema: toga party. Il risultato è a dir poco sconvolgente.
The Mask - Da zero a mito è un film comico del 1994 diretto da Chuck Russell e tratto dall’omonimo personaggio dei fumetti creato nel 1989 da John Arcudi e Doug Mahnke. Stanley Ipkiss è un modesto impiegato di banca innamorato di un’affascinante rapinatrice che non lo ricambia. Ma, la vita di Stanley viene rivoluzionata da una maschera magica che lo trasforma in un personaggio dei fumetti capace di qualunque peripezia.
Scream è un film horror del 1996 diretto da Wes Craven e scritto da Kevin Williamson che riprende le caratteristiche dei vecchi film horror (Nightmare o Halloween, la notte delle streghe) e fa parte di una quadrilogia composta da Scream 2, Scream 3 e Scream 4. Scream ha come protagonista la giovane Sidney Prescott che viene sconvolta da alcuni brutali e misteriosi omicidi. Sembra che il responsabile sia un ragazzo con una maschera di Halloween (Ghostface), il cui personaggio è ispirato ad un vero serial killer di nome Danny Rolling.
La maschera di Zorro è un film del 1998, diretto da Martin Campbell, girato tra il Messico e la Florida, che ha avuto un notevole successo soprattutto di critica, tanto che nel 2005 è stato realizzato un sequel dal titolo La leggenda di Zorro.
Nel 1999 Stanley Kubrick dirige la sua ultima, famosissima opera dal titolo Eyes Wide Shut, tratta dal romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Famosissima la scena del protagonista che si reca in una villa con una maschera intarsiata e un lungo mantello nero. Nel 2001 esce sul grande schermo il musical Moulin Rouge! del regista Baz Luhrmann. La pellicola è considerata atipica nel suo genere perché i testi cantati non sono opere originali, ma rivisitazioni di alcuni brani di musica pop interpretati dal cast. Oltre alle bellissime musiche il film ha avuto successo anche per gli splendidi costumi. La maschera di cera (2005), film horror diretto da Jaume Collet-Serra, è il remake di una pellicola del 1953 diretta da Andrè de Toth che, a sua volta, è il remake di un film del 1933 di Michael Curtiz. Il film è caratterizzato da immagini di forte impatto visivo, in particolare le scene della città dove i protagonisti incontrano il serial killer; le scenografie, infatti, sono realizzate interamente di cera.

Nouvelle Vague forever

ia 63Di recente è tornata alla ribalta la Nouvelle Vague, il movimento nato in Francia sul finire degli anni ’50, di cui Godard fu uno dei capofila assieme a Truffaut, a Chabrol e a Rohmer, destinato a cambiare la storia del cinema e di cui è utile compiere una riflessione critica. L’interesse dello spettatore dimostra l’importanza verso quel fenomeno cinematografico che all’epoca influenzò i registi di tutto il mondo e che ancora oggi fa sentire la sua onda lunga nelle opere prime di molti esordienti delle più diverse nazionalità.
A rendere sempre attuale la Nouvelle Vague sono la sua pratica e la sua poetica, entrambe finalizzate ad esaltare la pura e semplice “scrittura filmica” affidata ad una cinepresa non più soltanto “riproduttiva”, ma capace di elaborare un senso autonomo in base alla nozione della camera-stylo formulata dal teorico del gruppo Alexander Astruc. Una pratica resa possibile dall’avvento sul mercato di mezzi leggeri e di nuove pellicole ultrasensibili, ma anche da favorevoli condizioni produttive, una poetica che si avvale di tali risorse per scrivere con le immagini in prima persona i film come il poeta fa con la penna. Il vero manifesto di questa “poetica dell’istante” resta il poco fortunato DESIDERI nel sole, girato tra mille difficoltà da Jacques Rozier nel 1959 ed uscito soltanto tre anni dopo, quando si erano già imposti Godard, Truffaut e Chabrol con le rispettive opere d’esordio. Ma, è agli altri tre che è toccata la gloria, per motivi concorrenti ma diversi. Al “destrutturatore” Godard per l’intelligenza, al “romantico” Truffaut per la tenerezza, al “moralista” Chabrol per la perfidia e a tutti e tre per aver saputo fare un cinema a suo modo “popolare” ricalcato sul modello dei grandi “generi” del vecchio cinema hollywoodiano, un cinema da loro amato e studiato da quando erano giovani critici estremisti dei Cahiers du cinéma.
Il desiderio di cogliere lo “splendore del vero” induce questi registi a diventare “autori” senza tradire l’istanza spettacolare del cinema e nel fare questo essi riprendono e rielaborano in modo originale le soluzioni tecnico-formali del grande cinema muto applicandole ad una rilettura di maestri del sonoro come Lang, Hitchcok, Hawks, Renoir, tutti filtrati attraverso la lezione del neorealismo italiano da loro amato grazie al magistero di André Bazin. La sintesi di istinto e cultura  e la convinzione che “il cinema è il cinema“ spiega il fascino esercitato ancora oggi da film come Fino all’ultimo respiro o I Quattrocento colpi e sta alla base del culto che ad essi riservano registi post-moderni come Tarantino o Tsai Ming- Liang o Rob Zombie, anch’essi “figli del linguaggio cinematografico” ma di seconda generazione. Se aveva ragione Godard quando disse che “il cinema non è arte, non è tecnica, è un mistero”, allora vuol dire che la Nouvelle Vague non è stata soltanto una delle tante correnti della storia del cinema, ma  è l’unico modo di essere del cinema.

Fabrizio De Andre’, Crêuza de mä

ri 63Il 18 Febbraio 1940 Faber nasce a Genova, nel quartiere di Pegli.
Il 6 Febbraio 1984, esce Crêuza de mä.
Per affetto, riconoscenza e stima verso Faber e per quella bella parte della nostra anima che ha saputo nutrire, onoriamo queste ricorrenze parlando di Crêuza de mä.
L’equipaggio musicale, capitanato da Mauro Pagani, comprende artisti come Franco Mussida, Mario Arcari, Francois Bedel e Francis Biggi.
Una ciurma d’eccezione che pesca nella tradizione popolare mediterranea oud e saz (liuti arabi e turchi), bouzooki (strumento greco a 3 corde) e zarb (tamburo persiano).
Strumenti che vogliono esprimere la fratellanza di tutte le città di mare del Mediterraneo.
Il risultato è quel respiro world che spinge l’album oltre ogni confine e lo inserisce, secondo l’autorevole parere di David Byrne, nella classifica dei 10 dischi più importanti degli anni 80.
Un disco senza tempo e senza confini, fuori da ogni regola del mercato discografico.
Testi in dialetto genovese, lingua che ha in sé  la musica, il profumo e la storia della città, ma anche lingua popolare universale della sventura e della miseria, dell’emarginazione e della sconfitta, che chiedono riscatto e dignità.
Crêuza de mä ci porta in mare aperto. Nella barca del vino navigheremo anche sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi...
E-anda, e-e-anda, e-e-e-anda, e-oh.... ci riporta fino a Genova, di cui ci offre una visione ancora più ampia rispetto agli album precedenti.
La gente per le vie della Città Vecchia, dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, è quella da sempre cara al nostro. Poveri, emarginati, vittime. Vittime della guerra che porta via i figli (Sidun), prostitute schernite nella loro passeggiata domenicale da uomini per bene, loro clienti abituali nei giorni feriali (Â duménega), esattori per conto degli usurai, carnefici e vittime allo stesso tempo (‘Â pittima).
Ascoltiamo e percorriamo con la fantasia Sant’Ilario, Boccadasse e le sue facce de mainé, il mercato del pesce di via Cavour arrivando fino a via del Campo.
Crêuza de mä nella mente e nel cuore e fra le mani, a guidarci, il libro Le strade di De Andrè, 11 percorsi per conoscere la città sulle orme di Faber. Un gruppo di giornalisti, genovesi doc, ci prende per mano e ci porta per le strade care a De André; le sue canzoni a far da sottofondo.
Un libro che racconta ma non è un romanzo. Accompagna ma non è una guida turistica. Insegna ma non è un saggio.
Un libro che invita anche a star zitti, a trattenere il fiato mentre si osservano, si odorano e si gustano posti, in bilico tra poetica nostalgia e ordinaria bellezza, come il quartiere di Pegli, il cimitero di Staglieno, cui De André ha donato  immortalità.
E al termine, ebbri di emozioni e ricordi, salutiamo Genova e Fabrizio.
Non altre parole se non le sue, in D’ä mæ riva.
Ti me perdunié u magún ma te pensu cuntru su e u so ben t’ammii u mä (tu mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole e so bene stai guardando il mare).

Siamo tutti Sherlock Holmes

00010.mtsRuben Castillo, un giudice federale dell’Illinois, ha stabilito che il personaggio di Sherlock Holmes, il celebre investigatore scozzese, in America non sia più coperto dai diritti d’autore, divenendo in tal modo di proprietà pubblica. Sicuramente Sir Arthur Conan Doyle, il creatore del famoso personaggio, non sarebbe contento di questa decisione e anzi rabbrividirebbe al pensiero che da oggi in poi chiunque può liberamente raccontare le vicende del suo eroe, apparso per la prima volta nel romanzo Uno studio in rosso del 1887. Ma se la letteratura perde il suo fascino, altrettanto non si può dire del cinema che ora più che mai risente positivamente di questa svolta poiché nelle televisioni di tutto il mondo proliferano i titoli che raccontano le gesta di Holmes, che siano vecchi o recenti. Come non ricordare i primi lungometraggi Le avventure di Sherlock Holmes girato nel lontano 1905 da James Stuart Blackton, Il mastino di Baskerville diretto nel 1939 da Sidney Lanfield o Piramide di Paura di Barry Levinson del 1985 che vede fare la sua comparsa sul grande schermo uno Sherlock giovane e inesperto alle prese con un caso molto misterioso.
Tutti questi film hanno segnato la storia cinematografica e i cui eredi, soprattutto film per la televisione, non hanno avuto il medesimo successo; infatti solo negli ultimi anni il detective di Baker Street ha trovato nuova linfa vitale, grazie alla saga di Sherlock Holmes iniziata nel 2009 con l’omonimo film e con il suo seguito Sherlock Holmes – Gioco di ombre del 2011. Entrambe le pellicole, la cui sceneggiatura è tratta dal fumetto scritto appositamente da Lionel Wigram, sono dirette da Guy Ritchie ed interpretate da Robert Downey Jr. nel ruolo di Holmes e Jude Law nella parte del dottor John Watson. Se i nuovi film danno al personaggio un’immagine più dinamica e sagace dell’originale, le serie tv salgono al livello successivo con l’ausilio della tecnologia e di un intelletto fuori dal comune del protagonista. Si tratta di Sherlock il serial britannico partito nel 2010, creato da Steven Moffat e Mark Gatiss e interpretato da Benedict Cumberbatch (Holmes) e Martin Freeman (Watson). Tuttora in programmazione, Sherlock vanta numerosi fan in tutto il mondo e si contende il primato di audience con l’avversario americano Elementary. Il telefilm, ideato da Rob Doherty, è basato su una rilettura in chiave moderna del personaggio in completo scozzese con la pipa e la lente d’ingrandimento, riambientando a New York le indagini di Holmes interpretato da Jonny Lee Miller, con Lucy Liu nei panni della versione femminile di Watson. Gli episodi di Elementary, pur essendo scollegati gli uni con gli altri, hanno un filo conduttore che prosegue lungo l’intera storia e rispetto alle precedenti trasposizioni hanno  un elemento in più: le debolezze di Sherlock.
Proprio il lato umano rende questa figura più intrigante agli occhi del pubblico. Ma, che sia del 1887 o del 2014 Sherlock non smette di affascinare intere generazioni con le sue straordinarie vicende e, nonostante l’attuale facilità di divulgazione, resta e resterà sempre una creatura di Arthur Conan Doyle.

Bruce Springsteen, High Hopes

ri 62Questa nuova rubrica - che parla di musica, di artisti famosi e di altri che speriamo lo diventino - si apre con un pezzo da novanta, The Boss e il suo nuovo High Hopes, uscito il 14 Gennaio scorso.
In 8 pezzi su 12 è presente Tom Morello, chitarrista dei mai dimenticati Rage Against the Machine.
Il fatto che il disco non contenga solo inediti  fa storcere il naso a molti fan. Contestano appunto la presenza di materiale già pubblicato e privo di omogeneità.
Bruce spiega in varie interviste le motivazioni che lo hanno portato a trovare una casa appropriata a brani, spesso scartati da lavori precedenti.
Mai restio ai cambiamenti,  il Boss ha modificato nel tempo il modo di comporre e registrare. Negli anni ‘70-’80 entrava in studio con la E-Street, registrava tantissimi pezzi e poi sceglieva con i collaboratori  quelli  più adatti al disco che aveva in mente, arrivando a scartare fino a 30 pezzi pronti. Solo da The Rising in poi,  è il nuovo produttore Brendan O’Brien, a decidere i provini da registrare, cosi che i brani finiti scartati si riducono a 2 pezzi al massimo.
In High Hopes  intende riunire canzoni alle quali riteneva di non aver ancora dato una adeguata sistemazione, non si tratta certo di scarti.
Down in the hole, ad esempio, rimasta fuori da The Rising, è una ballata dal ritmo sostenuto e impreziosita dal cantato sussurrato, dal controcanto femminile e dai cori dei suoi tre figli.
La cover che apre l’album e gli dà il titolo è un brano degli Havalinas (1990), dal ritmo vivace, che dà a Bruce la possibilità di un’apertura con la band, fiati in primo piano, come in un Carnevale di New Orleans.  
The Ghost of Tom Joad,  già  nell’omonimo cd del 2002 in versione acustica, è ora registrata insieme alla E Street  e  Tom Morello, che col suo stile assolutamente inconfondibile, la rende esplosiva.
Dream baby dream è una rendition di un oscuro pezzo dei Suicide, band di avanguardia proto-punk newyorchese degli anni ’70. Bruce la trasforma in preghiera, in accorato  invito a mantenere la fiamma accesa. Le tastiere sintetiche, che entrano ad un certo punto a sostituire l’harmonium, fanno decollare il pezzo, esprimendo un pathos di elevata intensità.
Da noi apprezzatissima anche la cover dei The Saints, gruppo punk australiano per eccellenza (il loro I’m Stranded del 1977 è un must). Bruce ripropone Just Like Fire Would,  pezzo della loro carriera più matura, che gli calza a pennello.
The Wall arriva da una session con la band del ’98 e ci fa ritrovare alle tastiere Danny Federici, venuto a mancare nel 2008;  in  Harry’s Place e Down in the Hole  ritroviamo anche lo storico sassofonista Clerence Clemonce, anch’egli scomparso nel 2011.
Dunque, un disco per noi con una sua coerenza musicale e molto rock.  I pezzi degli anni ‘90 suonano benissimo accanto a quelli degli anni 2000.
Bruce con la E-Street Band riparte per l’ennesimo tour e a chi gli chiede se è stanco di lavorare, risponde: musicians don’t call it working; they call it playing.

Homo Viàtor, Sui sentieri dell’Assoluto

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Ascensioni, emozioni, soliloqui, colloqui sul Gran Sasso d’Italia

I Sentieri dell’Assoluto, di cui parla il volumetto dell’anonimo Homo Viàtor, sono quelli fisici o materiali che conducono sulle vette della catena del Gran Sasso, ma anche e soprattutto quelli metafisici o spirituali che, nell’alta montagna, sollevano spesso lo spirito verso l’Altissimo.
L’autore, mentre compie le sue ascensioni, è preso dal fascino della montagna e dal linguaggio spirituale che da essa promana e prova emozioni che si tramutano in elevazioni dello spirito e si esprimono ora in soliloqui pensosi, ora in intimissimi colloqui con Dio.
Mentre sale verso le vette, l’autore in realtà va alla ricerca dell’Assoluto verso il quale si sente attratto come il pellegrino (l’homo viàtor) che “va in cerca del santuario, dove entrare nella sfera del divino”. Egli infatti dichiara espressamente di sentirsi “come ogni povero uomo, un pellegrino dell’Assoluto, attingibile in qualche modo sui sentieri della montagna, ai vertici della natura, nei silenzi del cosmo”. Per questo “la stessa montagna gli si profila come un santuario in cui palpita la presenza di Dio; la vetta infine come un altare su cui salire per celebrare le lodi del Creatore e proiettarsi misticamente verso l’Assoluto”.
Nella Premessa all’inizio del volumetto, l’autore molto modestamente dichiara di non essere né un poeta né un mistico, ma un semplice filosofo “abituato certamente a pensare, ragionare, argomentare, ma anche a riflettere, ascoltare, intuire e far emergere le cosiddette ragioni del cuore, ossia le profonde intuizioni dello spirito umano, che coinvolgono la stessa sfera emotiva, di fronte allo spettacolo della natura, allo scenario immenso del cosmo, al mistero insondabile della nostra breve esistenza terrena”. In realtà, nelle dense pagine del volumetto, non mancano momenti intensamente poetici e, a volte, di mistica elevazione.
Questa singolare pubblicazione costituisce certamente un forte stimolo per lo spirito degli amanti della montagna che siano atti a percepire il linguaggio spirituale che da essa promana. Le descrizioni dei luoghi sono opportunamente abbellite dalle foto, ad essi relative, per agevolare la comprensione dei sentimenti e delle riflessioni che essi hanno concorso a generare.
La vivezza delle emozioni, la profondità delle riflessioni e la bellezza delle foto a colori fanno sì che il volumetto di questo Homo viàtor risulti veramente pregevole e fortemente gratificante per chi non disdegni di salire in alto, di percorrere le vie dello spirito, sulle tracce dell’Assoluto.
Chi desiderasse acquistare il volumetto (pp. 57, euro 5.00) si può rivolgere presso le varie librerie di Giulianova.‘

I Sinfonici 1994 - 2014 venti anni di musica

aic 62Nel lontano 1994 nacque l’Associazione Musicale Orchestra Giovanile I Sinfonici.
Fin dal suo primo giorno di vita, l’obiettivo dell’Associazione fu quello di dare grande impulso all’attività musicale, in particolare quella concertistica-orchestrale che negli anni 90, nella nostra provincia, miseramente languiva. Parallelamente in quegli anni, si registravano forti segnali di un rinnovato interesse verso la musica colta: i Conservatori accoglievano tanti nuovi iscritti, gli Auditorium ed i Teatri vedevano crescere le presenze di giovani ed adolescenti. Da qui l’idea di fondare un’Orchestra Giovanile con il precipuo scopo di un importante e qualificata attività di promozione artistica, di formazione del pubblico e di promozione di nuovi talenti, nella scuola, nel territorio e nel tessuto sociale, anche “al servizio” delle più qualificate attività delle istituzioni pubbliche e private del settore.
Ma chi mai avrebbe creduto in questa idea “folle”? Eppure qualcuno ci fu...
L’Amministrazione comunale di Mosciano Sant’Angelo all’epoca guidata dal Sindaco Di Marcello, accolse entusiasticamente l’idea e fece di più: stipulò una convezione con la nascente Orchestra, il Teatro “Acquaviva” divenne la  sede stabile ed assegnò un cospicuo finanziamento. Da qui iniziò un’intensissima attività concertistica: tanti giovani diplomandi, diplomati e docenti di Conservatorio diedero il loro prezioso contributo di idee, competenze e tante ore di studio per far crescere e conoscere questa nuova realtà musicale, che in quegli anni rappresentò una novità assoluta, tanto da meritare l’attenzione di testate giornalistiche specializzate di livello nazionale. Il Maestro Ennio Morricone, il quale mi onora della Sua amicizia e stima, volle dare  anch’egli un grande e meraviglioso contributo: dal 1994 è Presidente Onorario dell’Orchestra Giovanile I Sinfonici. Dall’anno 2009, grazie all’interessamento e disponibilità del Sindaco Mastromauro, la sede artistica è a Giulianova presso la Scuola Media quartiere Annunziata, dove si tengono da anni corsi strumentali quali: pianoforte, violino, violoncello, contrabbasso, flauto, oboe, clarinetto, sassofono, corno, tromba, trombone, percussioni, chitarra, canto, canto corale per adulti e bambini, corsi musicali per adulti.
Nel consultare l’archivio, passaggio necessario per stilare questo intervento, ho riletto articoli, programmi di sala, appunti, lettere. Varie centinaia di giovani studenti e docenti, hanno partecipato in questi venti anni alle attività concertistiche de I Sinfonici, si è creato un tessuto di “veterani” che sono cresciuti con questa esperienza e lavorano per promuovere la musica nella scuola, nel sociale ed a livello professionale. Giovani musicisti appassionati ed intelligenti, che sono attivi in varie regioni d’Italia, in importanti attività di promozione della cultura musicale. Da allora ad oggi l’Orchestra è cresciuta, ha realizzato tantissime attività, ha avuto il piacere di vedere molti allievi diventare professionisti, ospitare tanti musicisti-concertisti di chiara fama, diventando sempre di più un riferimento per appassionati, professionisti e amici. Mi piace ricordare una data: 16 marzo 2008.  Quel giorno presso la Sala del Kursaal, l’Orchestra Giovanile I Sinfonici tenne un concerto per le classi elementari IV e V “Don Milani”. Ci fu un meticoloso lavoro di preparazione all’ascolto grazie alla disponibilità ed alla collaborazione delle maestre, in particolare di Irene Lattanzi, la quale si prodigò tantissimo per la riuscita dell’evento. Fu un concerto particolarmente emozionante: non dimenticherò mai gli occhi, gli sguardi, dei tanti bambini presenti al concerto; lo stupore, la meraviglia, l’emozione che provarono all’ascolto dal vivo dei tanti strumenti musicali: violini, viole, violoncelli, contrabbassi, flauto, oboe, clarinetto, sassofono. Dei tanti, ma veramente tanti concerti tenuti dall’Orchestra, questo è stato uno dei più belli ed entusiasmanti.  Chiudo ringraziando di cuore  tutti quelli che in questi anni hanno partecipato con noi facendo diventare l’Orchestra quella che è oggi. Un luogo professionale ma sempre pronto ad entusiasmarsi per la scoperta di nuovi talenti che amano come noi questo bellissimo lavoro. 

Virzì e “Il capitale umano”

IA 61È in programmazione in questi giorni Il capitale umano, il nuovo  film di Paolo Virzì (La bella vita, Ovosodo, Tutti i santi giorni) tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Stephen Amidon e co-sceneggiato insieme a Francesco Piccolo e Francesco Bruni.
Il libro di Amidon è ambientato nel Connecticut e racconta la cinica storia della borghesia locale, mentre il lungometraggio di Virzì  è stato adattato in un paese della Brianza dove alla vigilia di Natale un ragazzo in bicicletta viene investito da un Suv il cui guidatore non gli presta soccorso. Da qui si dipana il racconto di due famiglie, una altolocata di Giovanni Bernaschi, l’altra meno benestante di Dino Ossola, che tentano entrambe la scalata al successo.
Il tentativo del regista, come ha affermato lui stesso nella conferenza stampa per lanciare il suo lavoro, è stato fin dall’inizio quello di proporre un soggetto discutibile senza però giudicarlo o condannarlo, lasciando piuttosto che sia lo spettatore a trarre le sue conclusioni, avvicinandosi un pochino all’opportunismo di alcuni personaggi dei precedenti film come La bella vita o Tutta la vita davanti, discostandosi all’opposto per quello che concerne le locations o il genere, che in questo caso è drammatico con risvolti noir, mentre negli altri, di cui descriveva le terre di Toscana e del Lazio compariva almeno un accenno di commedia.
Il capitale umano ha il merito di sviscerare la reale natura di un particolare tipo di persone interessate unicamente ai soldi e al potere, che tralascia completamente i sentimenti e l’umanità, appunto, da qui capitale inteso proprio come accumulo di beni. Il nero della locandina, in cui campeggia un codice a barre, lo ritroviamo senz’altro nelle atmosfere cupe, nella durezza dei dialoghi, nel freddo e arido inverno della pianura Padana nonché degli animi dei protagonisti. La regia di Virzì è esemplare, come sempre, ma anche la prova del cast è notevole, formato da attori di primo piano come Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni e Luigi Lo Cascio che mettono in piedi un’opera imperdibile sia per chi apprezza i film italiani di peso, sia per chi vuole approfondire le dinamiche che racconta.
Il lento decadimento della borghesia è dovuto principalmente alle scelte dettate dall’interesse economico, perché laddove non c’è cuore, ma solo mero egoismo, il rovescio della medaglia non tarda ad arrivare. Tutto questo può sicuramente tradursi nelle recenti vicissitudini del nostro Paese governato per troppo tempo da una classe arrivista e senza scrupoli che l’ha condotto inevitabilmente alla rovina. Virzì ha decisamente fatto centro con il suo ultimo film ed ha inaugurato alla grande il nuovo anno del cinema italiano.

Ercole Vincenzo Orsini, per non dimenticare L’intellettuale-artista cui è intestato il più bel viale di Giulianova

LPDC 61 0213 dicembre 1943, piazza centrale di Montorio. Una colonna fascista del Battaglione “M” ferma al bar, un uomo del luogo, noto come oppositore del regime. Egli fugge, si difende attaccando, viene inseguito. Uno contro venti. Un mulino e la campagna circostante saranno l’ultima cosa che vedrà da vivo. Il suo corpo maltrattato verrà portato in giro per il paese, su un carretto, come monito per i compaesani.
Ercole Vincenzo Orsini aveva 42 anni. Un apprezzatissimo artista, ebanista e liutaio molto ricercato in quel periodo, e le opere ancora visibili ne stanno a testimoniare il valore. Un democratico, una persona ricca di idee e coraggio, un leader diremmo oggi. La sua bottega era diventata luogo di incontri per tutti quelli che non avevano paura di esporsi, fossero essi laici o cattolici. Qualche mese prima di morire era stato tra i principali organizzatori della battaglia di Bosco Martese, mettendo in fuga i tedeschi, in quella che fu definita da Ferruccio Parri la prima azione campale partigiana in Italia.
Il ‘43, anno terribile e caotico della storia italiana. Chi non ricorda l’indimenticabile tenente Alberto Sordi che in Tutti a casa (di Comencini) telefona al proprio comandante: “signore, i tedeschi ci sparano contro, sono passati con gli americani!”. In quel clima di totale incertezza c’erano uomini (e donne) che avevano ben capito cosa fare. E a loro tutti noi dobbiamo molto. Magari ogni tanto proviamo a chiedere ai nostri genitori e nonni, a chi c’era in quegli anni, di raccontarci qualcosa. Ne saremmo arricchiti.
Il 13 dicembre scorso, in una Montorio al Vomano fredda ma piacevolmente pre-natalizia, Ercole Vincenzo Orsini è stato ricordato con un interessante convegno. Nella bella sala del Convento degli Zoccolanti è intervenuta tanta gente, anche tanti giovani, ad ascoltare vicende accadute oltre 70 anni fa. In mattinata erano state coinvolte le scuole, e questo forse è uno degli aspetti più importanti della celebrazione e del ricordo. La direttrice del polo museale di Teramo ha ricordato l’Orsini artista (alcune opere erano visibili nella rassegna fotografica del convegno), evidenziando come egli, pur vivendo a Teramo, aveva una visione fortemente rivolta all’arte europea. Altri ne hanno raccontato le idee politiche e i fatti della Resistenza. In alcuni momenti l’emozione in sala era tangibile: i fatti narrati riguardavano tutti, e in cuor nostro servivano a spazzar via anche tutte le menzogne che negli ultimi vent’anni abbiamo ascoltato in tv da chi vorrebbe ancor oggi cambiare i libri di storia. Orsini era comunista, pieno di onestà politica, morale, intellettuale. Ed era dalla parte giusta.
Sul finire del convegno, sono state proposte video-interviste a donne e uomini di Montorio che avevano conosciuto Orsini o erano presenti il 13 dicembre del ‘43. A loro veniva anche chiesto di raccontare quegli anni. Storie che sembravano rimandare a melodia e versi di Eurialo e Niso dei Gang (una canzone, una poesia, una dedica a tanti giovani combattenti per la libertà). Sul finire, una donna ha concluso il suo racconto, in modo sincero e accorato, e senza possibilità di smentita: “Orsini per noi era un mito e soprattutto, per le nuove generazioni, l’importante è non dimenticare”. Applausi.

L’Abruzzo illustrato di Basilio Cascella

LPDC 61Con il sostegno economico della Caripe è stato pubblicato un bel catalogo delle cartoline di Basilio Cascella, a cura di Franco Battistella, che raccoglie parecchie serie di litografie, cromolitografie e zincotipie del pittore pescarese (1860-1950), grande e prolifico illustratore, autodidatta e perfino deputato nel 1928.
Le cartoline non rappresentano l’unica produzione dell’artista che, ad esempio, dalla fine degli anni ’10 si dedicò alla ceramica dipingendo i grandi pannelli in maiolica dello Stabilimento Termale Tettuccio di Montecatini, l’oleografia della Madonna dei Sette Dolori a Pescara, la grafica delle riviste “L’Illustrazione abruzzese” e “L’illustrazione meridionale” e tanti altri aspetti dell’arte decorativa sia sul versante verista sia, con maggiore evidenza, nel campo di un simbolismo scoperto che appartiene verosimilmente all’allegoria edificante e celebrativa.
L’Abruzzo che emerge dai suoi bozzetti e pitture preparatori, poi in forme seriali di 12 cartoline uscite dai torchi del suo stabilimento pescarese, è quello di una terra vergine e primitiva, laboriosa e ancestrale dove l’amore si intreccia con una natura rigogliosa, nei modi floreali di una esuberanza vitalistica piena dei segni della fecondità e di una natura benigna. Frutti e fiori si accompagnano quasi sempre con una tipologia femminile incline alla maternità e alla vita agricola secondo un cliché che sarà fatto proprio dal bagaglio iconografico del ruralismo fascista e in forme più stilizzate già presenti nell’Art Nouveau. Inoltre si affacciano sulla scena marina elementi (si veda la serie Nudi al mare) tipici della incipiente moda balneare rivisitata in una luce mitica alquanto naturalistica, dove la carnale bellezza di giovani madri con figli viene sottolineata in chiave pagana si direbbe, distante dal modello dell’Angelo della vita di Giovanni Segantini o dalle madonne di Gaetano Previati, dove prevalgono il misticismo della maternità e l’assenza quasi totale del sesso. Cascella che vendeva queste immagini alla pubblicità di una Centerbe si contentava di suscitare sentimenti inneggianti alla vita istintiva e riproduttiva; i suoi nudi avvolti nei tralci di girasoli e nell’edera mirano all’immaginario maschile e, nelle forme più industrializzate, in seguito finiranno nei calendari, negli emblemi delle locandine, specialità alimentari, etichette ed ex-libris.
Siamo al cospetto di un artista che aveva appreso a Roma e Milano l’arte innovativa delle cartoline illustrate nel periodo che va dal 1898 al 1917 - e si capisce come quest’ultima data segni l’affermarsi della fotografia e la fine del genere - riprendendo il motivo fondamentalmente liberty dei viticci e delle piante, di una natura ipertrofica che avvolge corpi femminili iperdeterminati nella carnagione e nelle forme opulente. Ma Cascella è decoratore versatile e annovera fra le sue serie Le mietitrici, Le eruzioni del Vesuvio, Il bacio (una tricromia del 1915 che sembra anticipare, insieme a Il primo amore e Sogno e realtà i fotoromanzi dei decenni successivi), Innamorati in costume abruzzese, dove ai costumi si aggiungono alcuni mestieri decisamente primitivi come la pastorizia, la tessitura a mano, l’idillio nei campi ecc.
Talvolta si cimenta con la storia meridionale illustrando una “storia banditesca” con quadri policromi dal titolo Il combattimento, L’arresto, L’ultimo bacio, La sete, Preghiera, La spia, Sequestro, Una vendetta, per dire gli argomenti melodrammatici in grado di collegarsi alle tematiche regionali ma apprezzate anche su scala nazionale e internazionale con riconoscimenti importanti, come ad esempio nella Mostra d’Arte internazionale d’Arte decorativa moderna di Torino del 1902 e a quella di Livorno dello stesso periodo.

Un Natale molto Animato

ia 60La programmazione cinematografica natalizia, si sa, è sempre ricca di titoli interessanti, quest’anno in particolare di film d’animazione, per la gioia dei più piccoli.
Già dal 12 dicembre si contano numerose pellicole, come Il segreto di Babbo Natale, diretto da Leon Joosen e Aaron Seelman. Il magico mondo di Babbo Natale è in pericolo e solo l’elfo combina-guai Bernard può salvarlo. Distribuito dalla M2 Pictures, sia in 2 che 3D promette una piacevole serata farcita da divertentissime gag.
A seguire, il 19 dicembre, è nelle sale Frozen – Il regno di Ghiaccio della Disney Pictures, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee. Tratto dalla fiaba La regina delle nevi di Hans Christian Andersen, ha per protagonista la piccola Anna alle prese con le mire di potere della sorella Elsa che vuol trasformare Arendelle in un luogo perennemente ghiacciato. Con l’aiuto di Kristoff e della renna Sven, Anna riuscirà a riportare pace ed armonia nella sua famiglia e nel suo regno.
Il 25 dicembre è la volta di Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi della Warner Bros. Diretto da Cody Cameron e Kris Pearn, il film racconta la storia di Flint Lockwood, personaggio del primo Piovono polpette, che lavora presso la The Live Corp Company per il suo idolo Chester V. Quando Flint scopre che quest’ultimo continua ad operare con la macchina sforna alimenti nocivi per animali, decide di licenziarsi ed ostacolarlo in tutti i modi. Scenari favolosi e morale ecologista per un lungometraggio davvero imperdibile. Ma, Natale al cinema non termina a dicembre ed ecco che il 1° gennaio è in programmazione Il castello Magico, diretto da Jeremy Degruson e Ben Stasser e distribuito dalla Notorius Pictures. Tuono è un gattino abbandonato in cerca di un rifugio, durante una notte tempestosa. Per caso arriva nel palazzo dove un vecchietto, con la passione per la magia, abita con un coniglio, un topolino ed i favolosi giocattoli utilizzati durante gli spettacoli. Tuono entra a far parte della bizzarra combriccola magica, ma ben presto dovrà aiutare i suoi nuovi amici a salvare la casa del mago, messa in vendita dai suoi parenti. Per due ore all’insegna del buonumore e della magia.
Ai bambini sicuramente non sfuggirà anche un film in uscita in anteprima l’11 gennaio, la versione cinematografica del cartone del momento: Peppa Pig.  La serie animata britannica, arrivata ormai alla 5a stagione, propone ora i primi dieci episodi della 6a stagione ognuno di 5 minuti, per una durata complessiva di 50 minuti, dal titolo: “Peppa, vacanze al sole ed altre storie”. Continua il divertimento con Peppa e la sua famiglia formata da papà, mamma e fratellino che vanno in vacanza e giocano insieme agli amici di sempre.  
Ce n’è veramente per tutti i gusti e per tutti i propositi per un Natale e un dopo festività davvero, è il caso di dirlo, Animato.

Presepe vivente: tra lavoro e speranza

ia 59Tra periodi di crisi economiche – che sembrano non volerci abbandonare – e tempi in cui viene meno anche la speranza – che sembra volerci abbandonare – ci pensa il consueto appuntamento giuliese del Presepe vivente a ridarci la forza nel credere che, seppur barcollanti, riusciremo a sopravvivere ai primi aggrappandoci ai secondi.
Il 26 dicembre si svolgerà, presso le suggestive ed emozionanti stradine del centro storico, la manifestazione che quest’anno prende il titolo “Dalla terra al cielo” e che dalle ore 18.00 (fino alle 22.00) aprirà le porte alle oltre tremila persone che puntualmente, ogni anno, si apprestano ad ammirare e vivere una rappresentazione storica sfidando il freddo e le lunghe attese d’ingresso.
Anche quest’anno, nonostante le mille difficoltà economiche per via del numero di sponsor che è sempre minore, l’entrata al Presepe (che avverrà da Piazza Buozzi) sarà gratuita, ma i visitatori avranno l’occasione di manifestare il loro apprezzamento lasciando un contributo libero a fine percorso.
Il tema principale di questa 18ma edizione sarà il lavoro, come spiega il presidente dell’Associazione Unica Stella Domenico Canazza, organizzatore dell’evento, con il patrocinio della Città di Giulianova, e della Parrocchia di San Flaviano nella persona di Don Domenico Panetta.
“La Palestina, la gente che viveva e lavorava in Palestina. Questo è ciò che desideriamo farvi conoscere – spiega Canazza – con il Presepe di questa XVIII edizione intitolato Dalla Terra al Cielo. Abbiamo pensato, in quest’anno di crisi per il mondo del lavoro, di focalizzare la nostra attenzione sui lavoratori dell’anno zero, in un percorso che va proprio dalla terra al Cielo: dalla vita della gente di Palestina di 2000 anni fa a Gesù, Figlio di Dio, che nasce a Natale proprio in questa terra”.
Il tema del lavoro, piaga sociale che sta influendo non solo nel mondo dei giovani ma ha riscontro in tutte le famiglie italiane, sarà sviscerato nelle 14 scene che compongono il percorso del Presepe vivente: contadini, pastori, pescatori, tessitrici, lavandaie, mercanti, artigiani, esattori delle tasse, soldati, religiosi, scribi e farisei alle quali si aggiungono la scena Sotto la Stella e quella conclusiva de La Natività. Gli oltre 200 figuranti che parteciperanno all’evento (ricordiamo che c’è tempo fino al 16 dicembre per candidarsi) saranno come sempre il fiore all’occhiello di una manifestazione che ormai è una tappa fissa per i giuliesi (ma non solo). “Voglio ringraziare – continua Domenico Canazza – non solo quelli che prenderanno parte al Presepe di quest’anno, ma in particolar modo gli altri elementi che compongono l’Associazione Unica Stella che si sono prodigati con il loro impegno a far raggiungere la maggiore età a questo evento, raddoppiando le forze per sopperire ad alcune assenze”.

L’Università della 3a età

lpdc 59L‘Associazione culturale “Sergio Liberovici” ONLUS con sede a Giulianova in via Gramsci n. 131, da 16 anni opera sul territorio nell’ambito del sociale organizzando i corsi dell’Università della terza età e del tempo libero.
E’ una realtà che offre ai suoi soci occasioni per accrescere il proprio patrimonio culturale e la propria curiosità frequentando le lezioni e conversazioni tenute da docenti di prestigio e da esperti nelle svariate discipline.
E’ inoltre occasione soprattutto di incontri e momenti socializzanti necessari alle persone di questa età, spesso in situazione di solitudine.
Riteniamo che l’associazione culturale ”LIberovici” sia un fiore all’occhiello per la città di Giulianova e una opportunità, per molte persone, di aggregazione sociale ed umana importante soprattutto nella società moderna.
Gli incontri si svolgono il lunedì e il giovedì da ottobre a fino maggio presso l’Aula Magna della Scuola media “Bindi”.
Oltre alle lezioni in sede, ai soci vengono offerte numerose altre opportunità: la partecipazione al teatro di prosa, al teatro lirico, a concerti, conferenze, mostre, visite culturali di un giorno o di più giorni per conoscere il nostro territorio, ma anche la nostra bella Italia.

Arte in vetrina

Già da domenica 8 dicembre è partita una bella iniziativa per il centro storico: “Arte in vetrina”. E davvero di arte si tratta: ben quindici artisti locali hanno la possibilità di esporre le proprie opere nelle vetrine dei negozi di corso Garibaldi. Dunque ancora una iniziativa, originale per Giulianova, per suscitare l’interesse dei cittadini e contribuire alla rivitalizzazione del nostro centro storico. È davvero un bel modo per dare spazio ai nostri tanti artisti che troppo spesso non sappiamo neppure di avere tra noi, una “vetrina” per loro, un’occasione di conoscenza per noi. Inoltre, si è creato un motivo in più, anzi una scusa nuova per passare in corso Garibaldi per salire al Paese, per fermarsi a curiosare, guardare e magari per accorgersi che senza l’uso dell’automobile si riconquista il tempo per vedere, osservare, incontrare e, perché no, comprare. Il nostro è proprio un bel paese e ben vengano tutte quelle iniziative che tendono a restituirgli la dignità che merita.
Questa di “Arte in vetrina” durerà fino al 6 gennaio, speriamo che venga presto seguita da situazioni nuove e magari permanenti, ci auguriamo che non resti solo un’esperienza natalizia che non capiti che “l’epifania tutte le belle idee porta via”.

La poesia di Lucio Marà

Dalla riviera degli anelli
(2006, inedita)

Partivano da qui i nostri avi
Quando l’ancor selvaggio luogo
Abbondava di cespi inariditi
Di canne e giunchi irti nel vento.

Vele protese spingevano i legni,
guidati da uomini esperti e forti,
bronzei di sole, grinzati di salsedine.
Ma perigliosi giorni afflissero lor sorte.

Molti di loro mai fecero ritorno,
periti nel fragor dell’onde amate.
Li piansero le madri in vana attesa,
le disperate spose con l’ignara prole

Passaron di speranze lunghi anni.
Ebbero alfine i nostri amati padri
rada sicura e riparo alla tempesta;
quivi trovaro, allor, quiete e salvezza.

Medita, novello marinaio, navigante,
passeggero turista, vacanziero:
questo luogo al pescatore è sacro.
Rispettoso silenzio è quel che vale

Lucio Marà nato a Giulianova nel 1934 fin da giovanissimo (16 anni) ha svolto l’attività di pescatore prima con la barca della sua famiglia e poi con una di sua proprietà.
Si è dedicato nel tempo libero, talvolta anche in mare, alla composizione di poesie sia in dialetto che in lingua. La sua lirica è rivolta quasi sempre al suo mare, dal quale trae ispirazione. Ha scritto per qualche rivista del settore articoli di attività marinara e racconti di vicende vissute.Nel luglio del 1986 pubblica la sua prima raccolta di poesie in vernacolo giuliese dal titolo “Quadre d’autore”, per le Edizioni Tracce di Pescara. Partecipa per la prima volta ad un concorso di poesia indetto dal Messaggero d’Abruzzo con la sua composizione “Vuless’ angore”, in dialetto giuliese, classificandosi al terzo posto. Partecipa nel 1992 ad un concorso di poesia estemporanea dialettale a Corropoli, vincendo il primo premio, il Ripolo d’Oro.
Nell’edizione successiva ottiene il Ripolo d’Argento.
E’ apparso spesso in trasmissioni televisive regionali e nazionali. Ha organizzato per tre edizioni il premio di poesia dialettale “Lu mare nostre” presso Il Nautico di Giulianova.
Ha ricoperto più volte la carica di presidente dell’Ass. Naz. Marinai d’Italia di Giulianova e ottenuto varie onorificenze.
Ha scritto due raccolte di poesie: “Vita di mare” pubblicata nel 2005 e “Casa sulla Riviera” nel 2006; ha scritto anche libri di narrativa editi dall’Ente Porto di Giulianova.
Nel 2007, per la Confesercenti d’Abruzzo, ha pubblicato una raccolta di ricette dei pescatori giuliesi: “Pesci di mare, tra pentole e fornelli”.
In attesa di pubblicazione (per mancanza fondi), l’ultima opera di narrativa: “Padre Mare”.
Dalla riviera degli anelli     (2006, inedita)


Premio Scafati. Progetto Poesia

ia 58Il 26 ottobre scorso a Scafati (Salerno) si è tenuto il “28° Trofeo Nazionale di Poesia e Narrativa del Ragazzo” - Sezione “Ignazio Silone” - e in tale occasione è stata premiata la poesia dell’alunna giuliese Alessia Marà dell’ex Scuola Media Bindi – Pagliaccetti dal titolo “Ascolta il silenzio” composta durante il corso di “Progetto - Poesia” della professoressa Edda Piccioni. La concorrente ha seguito, accanto alla sua famiglia, la cerimonia di premiazione avvenuta in seguito ad una scrupolosa valutazione della giuria formata da docenti che hanno giudicato i testi poetici e successivamente li hanno proposti all’esame di un gruppo di studenti dell’ultimo anno del Liceo di Scafati. La giuria dei ragazzi ha consegnato il titolo al primo classificato e gli altri nove finalisti si sono aggiudicati il 2° posto ex-aequo. A tutti i vincitori è stato consegnato un attestato di premiazione, debitamente incorniciato, a testimoniare il valore autentico delle loro produzioni. Immense sono state la gioia e l’emozione che la premiazione della sua poesia ha scaturito in Alessia Marà, un momento di cui la ragazza serberà per sempre il ricordo.

“Ascolta il silenzio”  
di Alessia Marà

È quiete,
aria leggera
dove la spiegazione
è ascoltare il silenzio.
Dove ogni cosa dipende dall’altra
fino ad arrivare all’ignoto.
È l’infinito cielo
blu intenso,
a far brillare due piccole fiamme.

Chi è Alessia Marà
Ho 13 anni compiuti a luglio e la mia passione è sempre stata la scrittura. Qualcosa di profondo, che mi fa stare bene e non un semplice passatempo, scrivo per me stessa e non per gli altri con il desiderio di raggiungere la scoperta del mio essere e capire qualcosa in più della mia vita. Avevo 6 anni quando ho scritto la mia prima poesia e da quel momento ho intrapreso un cammino coinvolgente ed emozionante. Anche per questo ringrazio la professoressa Edda Piccioni che con il suo corso di poesia mi ha dato la possibilità di partecipare al “Premio Nazionale della Poesia e Narrativa del Ragazzo” svoltasi a Scafati. L’evento è stato per me molto significativo e toccante e ammetto anche una certa emozione nel poter presentare la mia poesia intitolata “Ascolta il silenzio” ad una giuria composta da ragazzi come me; con batticuore osservavo l’espressione del pubblico mentre leggevo la mia opera. Il timore di ricevere voti bassi è stato spazzato via dopo aver ottenuto la quasi totalità del punteggio, che mi ha dato la soddisfazione di ottenere il 2° posto. Sono profondamente onorata di aver avuto la possibilità di vivere un’esperienza così unica, tanto che durante il viaggio di ritorno, assieme alla mia famiglia, stringevo forte a me la penna e il taccuino, convinta di aver aggiunto un nuovo tassello alla scoperta di me stessa.

Il viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli

lpdc 58Pino Coscetta, giornalista e scrittore, entrato al Messaggero a 22 anni, organizzò per il giornale, negli anni ’80, un viaggio/reportage in Abruzzo insieme al già famosissimo scrittore, studioso e giornalista egli stesso, Giorgio Manganelli, dotato, com’è noto, di un robusto umorismo e spirito ironico. Come si apprende dal libro pubblicato nel 2012 dall’editore Solfanelli, a cura di Coscetta,  ormai a distanza di oltre un ventennio dalla morte improvvisa di Manganelli, si tratta di un omaggio all’amico “che se ne è andato senza salutare. E non era da lui”. Si tratta come leggiamo nel risvolto di copertina di una “cronaca minima della sua massima riscoperta dell’Abruzzo che aveva fugacemente visitato da giovane partendo da Milano in Lambretta”. Con questi toni si capisce subito che l’intero viaggio è una sorta di atto unico teatrale nel quale le due intelligenze dialogano al cospetto di luoghi ameni e meno ameni (mi si perdoni l’assonanza), ma sempre alla luce della volontà di fornire al lettore del giornale, dove comparivano gli articoli di Manganelli in contemporanea col viaggio, e del libro, dove Coscetta, eruditissimo cicerone e autista (‘automedonte’ lo chiama il Manga), intercala con belle descrizioni dei luoghi e del rapporto spiritosissimo con l’amico, una divertente immagine dell’Abruzzo osservato da una ‘zingarata’ di altissimo profilo culturale.
“Dove ci incontriamo?” Non si preoccupi, passo a prenderla a casa. Dove abita?” “In via Chinotto otto…ha presente via Coca Cola di Rienzo…” Questo è l’incipit, poi li ritroviamo nella hall dell’Hotel Esplanade a Pescara a progettare per l’indomani una escursione a Pescina e nella valle del Giovenco. Con atteggiamento sornione Manganelli dà all’amico l’impressione di lasciarsi condurre e indicare le cose meritevoli di attenzione, ma scopriamo – e lo stesso Coscetta scopre subito – che l’amico è ampiamente consapevole dei monumenti e dei luoghi significativi che incontrano aggiungendo ai contenuti strettamente turistici e storici riflessioni vagamente poetiche sul ‘silenzio’ e sul fascino primitivo della Marsica. La storia di Silone e Mazzarino induce Giorgio a cambiare il piano dell’esplorazione e al posto del Parco d’Abruzzo decide per Pescina, dove ripensa la storia dei potenti  e delle lotte contadine, di Silone che leggeva L’Avanti per tenerli informati: “Il Fucino è piatto, piatto come un piatto da portata, in una terra che è tutta spuntoni, passi, monti, cunicoli, anfratti, calanchi, una terra scoscesa, dura, grigia di rocce, di sassi, di rupi, che non di rado si adorna e rallegra di orridi, abissi, burroni. Ma il Fucino è piatto. Può una cosa piatta essere  abruzzese?” Tutto il libro è uno splendido assemblaggio di riflessioni storiche e note di folklore, elementi della cultura antropologica e della civiltà materiale, come quando l’autore descrive il momento solenne del pranzo: “ Per oggi può bastare. L’ora canonica della tavola è scoccata e per Manganelli si tratta di un richiamo da non prendere alla leggera. … Prosciutto a tocchetti, una “cascelletta” di ricotta ancora fumante, salsicce secche di carne e di fegato. Di tutto appena un’idea. Per primo quattro “assaggini”, tacconcelle e fagioli, chitarra al sugo di castrato, strozzapreti ai funghi profumati e gnocchetti al pomodoro. Poi agnello alla brace accompagnato da patate maritate. Un sapido rosso con tanto di “tralcio” di vite sistemato attorno al collo…” Il viaggio prosegue a Cocullo, Scanno, Pacentro e Sulmona, con notazioni sui serpari e le rovine archeologiche di Angizia, Ovidio e Ercole Curino. Perfino a Pescara riesce a trovare spunti e riflessioni rivolte al presente “danaroso e senza storia” e alle  anime di un passato recente come D’Annunzio e Flaiano, benché dica che di dannunziano sia rimasto ben poco: piuttosto trova un elemento dannunziano nel finto medioevo del castello Della Monica a Teramo, per il quale sembra avere una attenzione particolare. Teramo, Atri e Castelli sono luoghi magici per Manganelli, i luoghi visitati in Lambretta fra un inferno di camion tanti anni prima: “Ecco, appoggiammo la Lambretta addosso al muro ed entrammo nella cattedrale”. “… la Cattedrale teramana, come anche altrove in Abruzzo, è un oggetto di inquietante complessità, qualcosa che si è riposata in una forma conclusiva solo dopo almeno due secoli di crescita.”

Da Giulianova a Copenaghen seguendo le orme di Kierkegaard

LPDC 57 02Sulla scia di due autorevoli citazioni, l’una tratta dalla Metafisica di Aristotele “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia” ed l’altra dalla Apologia di Socrate di Platone “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” tentiamo di capire il coraggio e la forza che hanno animato una studiosa giuliese che, dai banchi del Liceo “Curie” passando per le aule dell’Università “G. D’Annunzio” di Pescara-Chieti prima, e per quelle dell’Università di Tubinga, è giunta fino a Copenaghen.
Accogliamo con grande piacere e viva soddisfazione la notizia della pubblicazione dello studio della dott.ssa Alessandra Granito, Eugen Drewermann interprete di Kierkegaard. Le quattro forme kierkegaardiane della disperazione rilette alla luce della psicoanalisi, Orthotes Editore, Napoli-Salerno 2013. Nata e cresciuta a Giulianova, dopo il Liceo Alessandra si è iscritta alla facoltà di Filosofia presso, facoltà in cui ha poi ottenuto il dottorato di ricerca svolgendo l’attività di ricerca come borsista presso la “Eberhard Karls Universität” di Tübingen; attualmente è impegnata come Research Fellow presso il Søren Kierkegaard Forskingscenter di Copenaghen. I fili conduttori delle sue ricerche sono la tematica esistenziale, la meontologia, i rapporti tra filosofia, letteratura e critica della modernità, studi animati dalla volontà di avviare un percorso che, pur partendo da analisi accademiche, hanno l’ambizione di coinvolgere e condurre il grande pubblico dinanzi a tematiche filosofiche.

Le mura, i bastioni e le porte di Giulianova nell’800

LPDC 57 01L’ultimo libro del dott. Ottavio Di Stanislao* è il frutto di attente e puntuali ricerche compiute nei fondi dell’Archivio di Stato di Teramo per documentare le trasformazioni subite da Giulianova nel corso dell’ 800, dal periodo borbonico a quello postunitario. Vengono analizzate con dovizia di particolari la cinta muraria, conseguente all’incastellamento del 1576, e i bastioni, dislocati in vari punti strategici a scopo di sorveglianza e di controllo del territorio. Riallacciandosi a precedenti studi, apparsi nel vol. VII dei DAT (Tercas, 2007) e nelle riviste “La Madonna dello Splendore” e “Notizie dalla Delfico”, Di Stanislao ricostruisce, sulla scorta di preziosi disegni e rilievi planimetrici, le fasi dei lavori di edificazione, riparazione e abbattimento delle mura, le quali “non erano solo strutture per la difesa ma anche per assicurare la sicurezza a terra”. Inoltre l’autore illustra con precisione documentale le caratteristiche dei bastioni e ne fornisce con persuasive argomentazioni la loro esatta e definitiva identificazione. L’opera è corredata da foto d’epoca che consentono di conoscere aspetti urbanistici pressoché inediti della Giulianova dell’epoca. Corona il lavoro uno studio della relazione tra Giulianova e la rete viaria progettata dall’ing. Carlo Forti, che inizialmente aveva stabilito di far passare per Giulianova la strada che collega Pescara a S. Benedetto del Tronto. Il progetto nel 1818 non fu approvato dall’organo competente, perché giudicato troppo oneroso. La strada, oggi statale 16, fu perciò costruita nel litorale adriatico. In chiusura sono riportati alcuni documenti relativi a progetti urbanistici e viari elaborati  tra il 1846 e il 1871.

Presenze filmiche per Halloween

IA 56Il filone sul paranormale è sempre più prolifico ed è nato quasi parallelamente al cinema stesso incuriosendo ed affascinando lo spettatore per la sua enorme complessità, soprattutto in concomitanza con la festa più paurosa dell’anno: Halloween. Nel 1963 è uscito sul grande schermo The Haunting - Gli invasati girato da Robert Wise. Il lungometraggio narra la storia di Hill House, una casa in collina che nel corso di 90 anni ha collezionato una serie di episodi funesti. The Haunting ha un remake: Haunting - Presenze, di Jan de Bont, uscito al cinema nel 1999.
Ispirata al romanzo di Shirley Jackson, The Haunting of Hill, la pellicola è incentrata sul professor David Marrow che, per un esperimento sulla paura, recluta tre ragazzi: Theo, Eleanor e Luke. La villa dove si svolge la storia è, ancora una volta, Hill House. Rispetto al film del 1963 nel remake ci sono effetti speciali più teatrali, ma anche questo film è ben articolato e dà brividi ogni qual volta si manifestano i fantasmi.
Nel 1981 esce il celeberrimo La casa. Diretto da Sam Raimi La casa parla di cinque ragazzi che, dopo essere giunti in una baita in montagna, trovano un libro e un’audiocassetta dove sono incise delle formule per evocare degli spiriti sumeri. Si tratta del Necronomicon, meglio conosciuto come il Libro dei morti. La pellicola può essere considerata un vero e proprio cult del genere horror. A La casa seguono La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992), dei tre è il terzo capitolo ad avere maggiore notorietà. Nel 2013 è uscito l’omonimo remake, di Fede Alvarez e prodotto dallo stesso Raimi, definito uno dei migliori rifacimenti cinematografici degli ultimi tempi per l’estrema fedeltà all’originale.
Il 1999 è l’anno de Il sesto senso di M. Night Shyamalan. Lo psicologo Malcom Crowe viene aggredito da un suo ex paziente che gli spara allo stomaco. Dopo otto mesi Crowe deve affrontare il caso di Cole, un bambino di 9 anni con un’incredibile sensibilità che gli confida di vedere gli spiriti dei defunti. La pellicola di Shyamalan è senza dubbio una pietra miliare nella cinematografia sul paranormale e non dovrebbe mai mancare tra i preferiti in una collezione di genere.
The Others (2001) è sicuramente uno dei lavori più riusciti di Alejandro Amenabar. Una bravissima Nicole Kidman presta il volto a Grace che ha perso il marito in guerra e vive in una grande casa con i figli Anne e Nicholas. Avendo richiesto del personale in grado di aiutarla nelle pulizie, Grace riceve la visita di tre domestici ai quali spiega come svolgere le incombenze giornaliere. Dopo qualche giorno s’iniziano a percepire rumori e presenze indesiderate… L’opera di Amenabar è ricca di colpi di scena mozzafiato, tiene a dir poco incollati allo schermo fino all’ultimo minuto.
Va citata la saga di Paranormal Activity, iniziata nel 2007, girata sulla falsariga dei documentari e ha avuto un enorme successo, specialmente al botteghino. I più recenti film sul paranormale sono: Insidious, Sinister, La madre e Dark Skies. Quest’ultimo affronta un altro aspetto del fenomeno: i rapimenti alieni.

“Viteliù Il nome della libertà”

LPDC 56In sala Buozzi, a Giulianova Paese, l’ass.ne Veliero presenta un libro di Nicola Mastronardi, “Viteliù, Il nome della libertà”, romanzo storico che parla della storia dei Sanniti. All’autore chiediamo: da dove viene l’idea di scrivere un libro su un popolo di 2000 anni fa?
La genesi di questo romanzo è abbastanza complicata, viene da lontano. Dalla passione molto forte per il territorio dove sono nato. Sono per metà Marsicano (mia mamma) e per metà Sannita (mio padre, Agnone, Molise). Fin dalla tenera età mio padre (insegnante, giornalista) amante del nostro territorio, mi ha parlato degli antichi Sanniti. Questa passione, unita ad altre due, il giornalismo e l’equitazione, hanno reso possibile il romanzo. Da giornalista di Turismo Equestre, emigrato a Firenze dopo gli studi universitari, fui mandato nel ’91 a fare un reportage nella mia terra, in Molise. Questo reportage mi ha cambiato la vita, perché ho scritto sull’ultima famiglia transumante, con 500 mucche, nei tratturi del territorio Sannita. Ciò mi ha fatto ricordare gli insegnamenti di mio padre e amare nuovamente la terra in cui ero nato. Fu talmente forte quest’esperienza che dopo alcuni anni son tornato a vivere in Molise, a studiare transumanza, i tratturi, i Sanniti. E la passione per la scrittura ha fatto il resto.
I Sanniti sono un popolo molto poco conosciuto, come il resto dei popoli Italici. Roma ha sempre catturato al massimo la nostra attenzione. Cosa c’è all’interno della cultura di questi popoli, che oggi può essere ancora valido conservare?
Devo precisare che, è vero, privilegio i Sanniti in questo romanzo, ma in realtà è una storia che rievoca un’intera etnia, quella dei popoli Italici. E’ ovvio che Marsi e Sanniti, nel periodo storico trattato (91-72 a.c.) erano i due pilastri della lega italica che inventò Italia, ma è un’intera “nazione” seppur divisa in stati tribali, che viene rievocata in questo romanzo. Poi, direi che può fornire un pezzo di storia che manca completamente nella cultura generale italiana. In tutto il ‘900 non si è studiata a scuola la storia degli Italici, che hanno 9 secoli di storia prima di Roma, che poi dopo scontri e alleanze hanno plasmato la stessa Roma, influenzandola fin dall’inizio. Dobbiamo riconoscere che gli Italici (dai Piceni a nord fino ai Lucani a sud) hanno abitato la penisola prima che Roma fosse fondata, plasmando l’antropologia, la cultura, le tradizioni, la lingua di tutto il centro Italia. Questi popoli sono un buco nero nella cultura generale italiana. Col romanzo ci insegnano un pezzo di storia, ma anche valori di rilievo, come l’idea che una comunità sia più importante dell’individuo, che il bene comune sia un valore alto, anche a sacrificio della propria vita. Un concetto fuori moda, se attualizzato ai giorni nostri, ma che mi ha molto colpito.
Il nome, Vitelio, da dove viene?
Pochi lo sanno, ma Vitelio non è altro che il termine originale che i latini hanno tradotto successivamente in “Italia”. Il nome della nostra nazione non è di origine latina né greca, è di origine italica. Non si pronuncia Viteliù perché l’accento vuole indicare una “ou” nell’alfabeto osco. Tra l’altro, Marsi e Sanniti insieme ad altri 10 popoli, nel 91 a.c., parlarono per la prima volta di una nazione organizzata politicamente con il nome di Italia (Viteliou). Per la prima volta questa nazione federata (indipendente da Roma) coniò monete con il nome Italia, o Viteliou. Per la prima volta nacque un’idea di nazione che si consoliderà poi con l’imperatore Augusto.
Va scoperto, questo interessante libro di Nicola Mastronardi, perchè ci svela, attraverso un’accurata documentazione e un intreccio narrativo coinvolgente, ricco di personaggi, colpi di scena e vicende sconosciute ai più, le radici etnico-politiche e culturali dell’identità nazionale italiana.

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