LPDC 22 01Nella sua introduzione al convegno teramano “Travellers in the Abruzzi and Molise” del 1976, Franco Cercone scrive  che sono stati più numerosi i viaggiatori francesi e tedeschi nell’Abruzzo del ‘700 - ‘800 a causa della cattiva fama della regione presso gli inglesi, fama che perdura fino al 1906 quando A. Steinitzer ancora la definisce “a land of brigands”. Tale reputazione è dovuta in massima parte alle particolari condizioni di arretratezza del Regno di Napoli, a un folklore fatto di sacrifici in odore di paganesimo e all’obiettiva presenza sul suo territorio di una guerriglia, antinapoleonica prima e antiunitaria più tardi, che mette a repentaglio le vite stesse dei viaggiatori. Ma l’Abruzzo si differenzia – come nota R. Colt Hoare nel resoconto del suo Grand Tour del 1819 – dal resto del Regno per una meravigliosa ospitalità dei suoi abitanti e per un paesaggio in linea con tutti i dettami del Romanticismo: vertigine delle altezze, boschi, laghi appeninici – fra cui quello di Celano,  menzionato da Anne Radcliffe nel suo The Italian – borghi pittoreschi e strade impervie. Keppel Craven, figlio cadetto del barone William  Craven, stabilitosi a Napoli fin dal 1806, intraprese intorno agli anni ’30 del secolo un’ampia escursione nelle province settentrionali del Regno di Napoli con intenzioni conoscitive e descrittive, non  senza godersi il brivido sublime del viaggio fra strade inesistenti e  “letti di fiume e ruscelli guadabili”, come scrive Luigi Lopez (Popoli 1976). Talvolta usava la carrozza, ma, più spesso, era costretto a fare lunghi  tratti a piedi o a cavallo. Arrivò così nelle province abruzzesi dalla Val Roveto e da Balsorano e si soffermò come prima tappa nello straordinario paesaggio del lago di Fucino e presso le rovine di Alba Fucens. Nel suo libro Excursions in the Abruzzi (Londra, 1837) parla della gentilezza degli abitanti di Avezzano e delle numerose chiese aquilane, delle Gole di Antrodoco e del lago di Cotilia. Da qui decise di raggiungere Teramo attraverso i passi del Gran Sasso, ma il tentativo si rivelò arduo, sia per le difficoltà del territorio sia per le condizioni atmosferiche, per cui preferì aggirare la barriera delle montagne passando da Popoli e Pescara. In queste zone pianeggianti egli nota  sul volto degli abitanti la presenza endemica della malaria, ma si rallegra anche della cortesia e disponibilità degli abruzzesi. A cavallo, lungo la costa, raggiunge le foci del Vomano e del Tordino e nel libro scrive che sulla destra si stagliava in alto sulla collina la vista di Giulianova “with its many towers and domes surrounded by the trees” per dire che vi erano torri e cupole (sic al plurale) immerse nel verde e sullo sfondo la vista ‘impressive’ del Gran Sasso. A Teramo visitò la cattedrale e le rovine romane ed ebbe un incontro con l’anziano Melchiorre Delfico. Il viaggio si conclude con una visita a Chieti e il ritorno a Napoli via Sulmona  e Venafro.