LPDC 27 01Edward Lear (1812-’88) di cui ricorre il centenario della nascita, fu scrittore e illustratore finissimo con i suoi uccelli per la Royal Zoological Society e soprattutto i paesaggi dell’Abruzzo, la Calabria, la campagna romana, l’Egitto e il Medio Oriente dove viaggiò con l’aiuto del conte di Derby, dopo un’infanzia triste e insidiata dalle malattie. Fu anche autore di un Book of Nonsense che raccoglie i cosiddetti limericks, composizioni giocose scritte per i figli del conte, ma che anche in un lettore adulto queste filastrocche apparentemente semplici rivelano una vena anticonformista e uno humour di prim’ordine. Per la parte della sua produzione che ci interessa, è famoso un suo “Viaggio illustrato nei tre Abruzzi” edito in italiano dal Rotary Club di Sulmona nel 1974 (Illustrated Excursions in the Abruzzi, London 1846) dove l’autore descrive un viaggio compiuto fra il 1843 e il 1844 la cui caratteristica saliente è quella di accompagnare la prosa con illustrazioni, in bianco e nero per lo più, in grado di ricostruire con molto naturalismo la scena di un Abruzzo scomparso o in larga misura trasformato dalle successive costruzioni. Il libro, sulla scia di altri viaggiatori come Colt Hoare e Richard Keppel Craven, ha il pregio etnografico di rivelare gli usi e i costumi della regione ma anche le idiosincrasie di un inglese che osserva divertito le abitudini di una popolazione contadina gelosa delle proprie tradizioni. L’elemento costante in tutte le descrizioni fin qui osservate rimane quello della “genuine and cordial hospitality” degli abruzzesi che si premurano di rivolgere benedizioni ai viaggiatori con frasi del tipo: “Vi benedica Gesù”, “v’accompagni Maria”, e altre frasi tipiche della gentilezza ‘innata’, secondo Lear, dei pastori e dei contadini; come quando ad esempio dalle parti di Tagliacozzo un allevatore di maiali rimprovera duramente una delle bestie che si era avvicinata troppo ai ‘gentiluomini’ rischiando di inzaccherarli col suo fango misto a escrementi. Altro episodio che sollecita lo humour di Lear è quello in cui, intorno a Isola del Gran Sasso, un carabiniere insiste nel dire che il suo passaporto è intestato a un certo Palmerstoni equivocando il nome del ministro degli esteri (Palmerston) con quello del possessore. Gli aspetti più divertenti del suo soggiorno riguardano comunque il mangiare: a Trasacco, per esempio, nota come  non ci sia fine a una cena dove  i piatti venivano riempiti continuamente di ‘macaroni’ accompagnati da frasi come “bisogna mangiare”, “mangiate, mangiate”, anche dopo i dinieghi degli ospiti. Appare molto soddisfatto invece quando ad Antrodoco il principe Gardinelli gli offre una coscia di montone e patate bollite innaffiati da champagne. Spesso Lear trovava da ridire sul cosiddetto ‘vino cotto’ dei contadini che chiama “horrible beverage” infinitamente inferiore al Marsala, ma sovente ne accettava un bicchierino per far piacere alla amichevole disponibilità degli abitanti che, come nel caso di Don Stefano de’ Tabassi a Sulmona, offrivano anche frutta e cotolette d’agnello . Vale la pena di segnalare anche il dialogo fra Lear e il segretario del Barone Caccianini il quale con notevole ignoranza gli chiese “Siete Cristiani da voi?”, “Si signore, risposi” ed egli “Avevo un non so che l’idea che ci fossero dei Protestanti”.