Martedì, Ottobre 24, 2017

 

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Le mura, i bastioni e le porte di Giulianova nell’800

LPDC 57 01L’ultimo libro del dott. Ottavio Di Stanislao* è il frutto di attente e puntuali ricerche compiute nei fondi dell’Archivio di Stato di Teramo per documentare le trasformazioni subite da Giulianova nel corso dell’ 800, dal periodo borbonico a quello postunitario. Vengono analizzate con dovizia di particolari la cinta muraria, conseguente all’incastellamento del 1576, e i bastioni, dislocati in vari punti strategici a scopo di sorveglianza e di controllo del territorio. Riallacciandosi a precedenti studi, apparsi nel vol. VII dei DAT (Tercas, 2007) e nelle riviste “La Madonna dello Splendore” e “Notizie dalla Delfico”, Di Stanislao ricostruisce, sulla scorta di preziosi disegni e rilievi planimetrici, le fasi dei lavori di edificazione, riparazione e abbattimento delle mura, le quali “non erano solo strutture per la difesa ma anche per assicurare la sicurezza a terra”. Inoltre l’autore illustra con precisione documentale le caratteristiche dei bastioni e ne fornisce con persuasive argomentazioni la loro esatta e definitiva identificazione. L’opera è corredata da foto d’epoca che consentono di conoscere aspetti urbanistici pressoché inediti della Giulianova dell’epoca. Corona il lavoro uno studio della relazione tra Giulianova e la rete viaria progettata dall’ing. Carlo Forti, che inizialmente aveva stabilito di far passare per Giulianova la strada che collega Pescara a S. Benedetto del Tronto. Il progetto nel 1818 non fu approvato dall’organo competente, perché giudicato troppo oneroso. La strada, oggi statale 16, fu perciò costruita nel litorale adriatico. In chiusura sono riportati alcuni documenti relativi a progetti urbanistici e viari elaborati  tra il 1846 e il 1871.

Presenze filmiche per Halloween

IA 56Il filone sul paranormale è sempre più prolifico ed è nato quasi parallelamente al cinema stesso incuriosendo ed affascinando lo spettatore per la sua enorme complessità, soprattutto in concomitanza con la festa più paurosa dell’anno: Halloween. Nel 1963 è uscito sul grande schermo The Haunting - Gli invasati girato da Robert Wise. Il lungometraggio narra la storia di Hill House, una casa in collina che nel corso di 90 anni ha collezionato una serie di episodi funesti. The Haunting ha un remake: Haunting - Presenze, di Jan de Bont, uscito al cinema nel 1999.
Ispirata al romanzo di Shirley Jackson, The Haunting of Hill, la pellicola è incentrata sul professor David Marrow che, per un esperimento sulla paura, recluta tre ragazzi: Theo, Eleanor e Luke. La villa dove si svolge la storia è, ancora una volta, Hill House. Rispetto al film del 1963 nel remake ci sono effetti speciali più teatrali, ma anche questo film è ben articolato e dà brividi ogni qual volta si manifestano i fantasmi.
Nel 1981 esce il celeberrimo La casa. Diretto da Sam Raimi La casa parla di cinque ragazzi che, dopo essere giunti in una baita in montagna, trovano un libro e un’audiocassetta dove sono incise delle formule per evocare degli spiriti sumeri. Si tratta del Necronomicon, meglio conosciuto come il Libro dei morti. La pellicola può essere considerata un vero e proprio cult del genere horror. A La casa seguono La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992), dei tre è il terzo capitolo ad avere maggiore notorietà. Nel 2013 è uscito l’omonimo remake, di Fede Alvarez e prodotto dallo stesso Raimi, definito uno dei migliori rifacimenti cinematografici degli ultimi tempi per l’estrema fedeltà all’originale.
Il 1999 è l’anno de Il sesto senso di M. Night Shyamalan. Lo psicologo Malcom Crowe viene aggredito da un suo ex paziente che gli spara allo stomaco. Dopo otto mesi Crowe deve affrontare il caso di Cole, un bambino di 9 anni con un’incredibile sensibilità che gli confida di vedere gli spiriti dei defunti. La pellicola di Shyamalan è senza dubbio una pietra miliare nella cinematografia sul paranormale e non dovrebbe mai mancare tra i preferiti in una collezione di genere.
The Others (2001) è sicuramente uno dei lavori più riusciti di Alejandro Amenabar. Una bravissima Nicole Kidman presta il volto a Grace che ha perso il marito in guerra e vive in una grande casa con i figli Anne e Nicholas. Avendo richiesto del personale in grado di aiutarla nelle pulizie, Grace riceve la visita di tre domestici ai quali spiega come svolgere le incombenze giornaliere. Dopo qualche giorno s’iniziano a percepire rumori e presenze indesiderate… L’opera di Amenabar è ricca di colpi di scena mozzafiato, tiene a dir poco incollati allo schermo fino all’ultimo minuto.
Va citata la saga di Paranormal Activity, iniziata nel 2007, girata sulla falsariga dei documentari e ha avuto un enorme successo, specialmente al botteghino. I più recenti film sul paranormale sono: Insidious, Sinister, La madre e Dark Skies. Quest’ultimo affronta un altro aspetto del fenomeno: i rapimenti alieni.

“Viteliù Il nome della libertà”

LPDC 56In sala Buozzi, a Giulianova Paese, l’ass.ne Veliero presenta un libro di Nicola Mastronardi, “Viteliù, Il nome della libertà”, romanzo storico che parla della storia dei Sanniti. All’autore chiediamo: da dove viene l’idea di scrivere un libro su un popolo di 2000 anni fa?
La genesi di questo romanzo è abbastanza complicata, viene da lontano. Dalla passione molto forte per il territorio dove sono nato. Sono per metà Marsicano (mia mamma) e per metà Sannita (mio padre, Agnone, Molise). Fin dalla tenera età mio padre (insegnante, giornalista) amante del nostro territorio, mi ha parlato degli antichi Sanniti. Questa passione, unita ad altre due, il giornalismo e l’equitazione, hanno reso possibile il romanzo. Da giornalista di Turismo Equestre, emigrato a Firenze dopo gli studi universitari, fui mandato nel ’91 a fare un reportage nella mia terra, in Molise. Questo reportage mi ha cambiato la vita, perché ho scritto sull’ultima famiglia transumante, con 500 mucche, nei tratturi del territorio Sannita. Ciò mi ha fatto ricordare gli insegnamenti di mio padre e amare nuovamente la terra in cui ero nato. Fu talmente forte quest’esperienza che dopo alcuni anni son tornato a vivere in Molise, a studiare transumanza, i tratturi, i Sanniti. E la passione per la scrittura ha fatto il resto.
I Sanniti sono un popolo molto poco conosciuto, come il resto dei popoli Italici. Roma ha sempre catturato al massimo la nostra attenzione. Cosa c’è all’interno della cultura di questi popoli, che oggi può essere ancora valido conservare?
Devo precisare che, è vero, privilegio i Sanniti in questo romanzo, ma in realtà è una storia che rievoca un’intera etnia, quella dei popoli Italici. E’ ovvio che Marsi e Sanniti, nel periodo storico trattato (91-72 a.c.) erano i due pilastri della lega italica che inventò Italia, ma è un’intera “nazione” seppur divisa in stati tribali, che viene rievocata in questo romanzo. Poi, direi che può fornire un pezzo di storia che manca completamente nella cultura generale italiana. In tutto il ‘900 non si è studiata a scuola la storia degli Italici, che hanno 9 secoli di storia prima di Roma, che poi dopo scontri e alleanze hanno plasmato la stessa Roma, influenzandola fin dall’inizio. Dobbiamo riconoscere che gli Italici (dai Piceni a nord fino ai Lucani a sud) hanno abitato la penisola prima che Roma fosse fondata, plasmando l’antropologia, la cultura, le tradizioni, la lingua di tutto il centro Italia. Questi popoli sono un buco nero nella cultura generale italiana. Col romanzo ci insegnano un pezzo di storia, ma anche valori di rilievo, come l’idea che una comunità sia più importante dell’individuo, che il bene comune sia un valore alto, anche a sacrificio della propria vita. Un concetto fuori moda, se attualizzato ai giorni nostri, ma che mi ha molto colpito.
Il nome, Vitelio, da dove viene?
Pochi lo sanno, ma Vitelio non è altro che il termine originale che i latini hanno tradotto successivamente in “Italia”. Il nome della nostra nazione non è di origine latina né greca, è di origine italica. Non si pronuncia Viteliù perché l’accento vuole indicare una “ou” nell’alfabeto osco. Tra l’altro, Marsi e Sanniti insieme ad altri 10 popoli, nel 91 a.c., parlarono per la prima volta di una nazione organizzata politicamente con il nome di Italia (Viteliou). Per la prima volta questa nazione federata (indipendente da Roma) coniò monete con il nome Italia, o Viteliou. Per la prima volta nacque un’idea di nazione che si consoliderà poi con l’imperatore Augusto.
Va scoperto, questo interessante libro di Nicola Mastronardi, perchè ci svela, attraverso un’accurata documentazione e un intreccio narrativo coinvolgente, ricco di personaggi, colpi di scena e vicende sconosciute ai più, le radici etnico-politiche e culturali dell’identità nazionale italiana.

L’opera di Jan Vermeer al cinema

IA 55È di questi giorni l’uscita nelle sale del documentario Vermeer e la musica, realizzato dalla casa di produzione Nexo Digital, che illustra sul grande schermo i dipinti esposti alla National Gallery di Londra e solleva una serie di questioni sui retroscena della medesima rassegna e sulla creazione dei quadri (i dipinti presi in esame ritraggono persone intente a suonare uno strumento musicale).
In tal modo il film racconta la figura dell’artista, combinando materiali girati in mostra e riprese nei luoghi nativi di Vermeer, con un eccezionale excursus nel mondo del pittore per permettere agli appassionati, e non solo, di cogliere dettagli invisibili ad occhio nudo. Ma, l’opera di Vermeer può essere ammirata anche attraverso il film La ragazza con l’orecchino di perla, tratto dall’omonimo romanzo di Tracy Chevalier, diretto nel 2003 dal regista Peter Webber e il titolo riprende un celebre quadro di Jan Vermeer, anche noto come Ragazza col turbante. Il film interpretato da Scarlett Johansson e Colin Firth, nei ruoli rispettivamente di Griet e del pittore, ha avuto un discreto successo ed è stato anche candidato a tre premi Oscar, per migliori scenografia, fotografia  e costumi. Il lungometraggio di Webber è ambientato nel 1660 a Delft, in Olanda, e Griet, la protagonista del famoso quadro, è la figlia di un pittore di ceramiche, divenuto cieco per un incidente sul lavoro.
A causa delle difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia viene mandata a servire a casa di Jan Vermeer, pittore discretamente affermato che però ha un tenore di vita piuttosto elevato per le proprie possibilità, soprattutto perché la moglie mette al mondo un gran numero di figli e lui non riesce a produrre più di due o tre quadri all’anno. La ragazza si avvicina al lavoro del pittore e ne rimane a dir poco affascinata, tanto da esserne lei stessa coinvolta.
La storia sviluppata dal regista britannico è il naturale adattamento del libro della Chevalier e riporta fedelmente i passaggi utilizzati dalla scrittrice, compresi i momenti della vita di Vermeer, nonché i quadri realizzati e si evince un’alta attenzione nei dettagli e nella resa delle opere.
Tutto è curato fin nei minimi particolari, dalla scelta del modello (donne intente a scrivere, cucire, sistemarsi un gioiello, parlare con qualcuno e suonare uno strumento musicale), passando per il contesto scenografico (l’atelier dell’artista dove si vanno a posizionare di volta in volta drappeggi, carte geografiche, tavolini abbelliti con brocche o scatole intarsiate), fino allo studio della luce (che entra sempre dalla medesima finestra della stanza).
Il mondo di Vermeer è fatto di minuzie, come pure la sua opera, ma non è l’unico punto cardine, anche il vissuto di Griet è importante al fine di capire la storia del pittore.
Gli attori sono all’altezza delle proprie parti, la Johansson è brava ed interpreta magistralmente il suo ruolo, così come Colin Firth. Il lungometraggio è senz’altro meritevole della visione.

Le lucerne di Giulianova

LPDC 55Per una serie di coincidenze sono stata ricondotta ad occuparmi di Giulianova antica, la colonia romana di Castrum Novum Piceni, dopo parecchi anni dai miei ultimi lavori in zona.
Gli scavi e le ricognizioni condotti tra il 1986 e il 1991 hanno lasciato una traccia profonda nella conoscenza sulle più antiche colonie romane; ma, poiché il mondo scientifico è intempestivo ad accogliere le novità nel giro ormai consolidato delle sue tematiche, è passato “un po’ di tempo” prima che si accendesse l’interesse per il settore adriatico nell’ambito degli studi sulla prima espansione di Roma e dunque per Castrum Novum e Sena Gallica, i due centri fondati all’indomani della battaglia vinta dai Romani a Sentinum contro la coalizione dei popoli italici nel 295 a. C.
E anche in ambito abruzzese, Giulianova ha attirato un certo interesse, ben oltre il ruolo avuto appunto nella conquista dell’Italia, quasi unicamente per le numerosissime lucerne trovate nella campagna di scavi condotta nel 1989 nei pressi del Cimitero.
E’ stata decisamente una scoperta straordinaria: più di duecento lucerne, tra cui molte integre, altre facilmente ricostruibili e numerose ridotte in vari frammenti dalle arature che avevano sconvolto gli strati archeologici superficiali.
Insieme ai miei studenti di allora, dopo lo scavo, ci spostavamo nel “magazzino” (sempre nella scuola presso il bivio Bellocchio, che era anche l’alloggio dei ragazzi) e lavoravamo a riassemblare gli oggetti. Eravamo certi che sarebbe stato possibile ricostruirli tutti e che l’eccezionalità del ritrovamento avrebbe sollecitato automaticamente l’intervento di uno sponsor.
Ma non fu così: tranne alcune lucerne, praticamente integre, che vennero restaurate per essere esposte nel settore “Territorio” del museo di Teramo, le altre restarono in frammenti e aspettano ancora oggi il restauro.
Come ho già avuto occasione di scrivere, oltre che nel contesto archeologico, nella ricostruzione delle vie commerciali, nella tecnica della lavorazione,  l’interesse delle lucerne si rileva anche nello spaccato della società che esse offrono, raffigurando nella parte superiore, cioè sui dischi, i temi più vari rispondenti alla moda del momento, ai soggetti legati alle tradizioni locali o ai ricordi di viaggi, alla religione, agli animali esotici, alle architetture degli interni etc.
Alcuni di questi oggetti di uso quotidiano continuano ad essere unici nella forma (ad es. i calzari che trovano un confronto in bronzo solo a Pompei) o nelle figurazioni (ad es. alcuni volti che ricordano i medaglioni dei primi imperatori). Insomma, è il caso di ricordare che le lucerne di Giulianova potrebbero davvero illuminare tanti aspetti ancora poco chiari della nostra storia antica; ma per ora aspettano  ancora il combustibile (è il caso di ricordare che il miglior funzionamento era assicurato dall’olio di oliva, ma ci si doveva accontentare anche del sego!).

Sacro GRA e l’essenza della vita

IA-54La scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, arrivata a quota 70, ha conferito la statuetta del Leone d’Oro a Sacro Gra, il documentario di Gianfranco Rosi interamente ambientato nel Grande Raccordo Anulare, la più estesa autostrada urbana d’Italia, da qui il nome GRA.
Il regista ha fatto suo, per la realizzazione del film, un progetto altrui, precisamente del paesaggista Nicolò Bassetti, che prevede un libro, scritto dallo stesso Bassetti e corredato da foto curate da Massimo Vitali, che uscirà in autunno edito da Quodlibet, un sito web e una mostra. Ma questo film ha anche il merito di essere stato il primo documentario italiano in Concorso ad aver vinto l’ambito premio del Leone d’Oro.
Rosi ha percorso tutti i 70 km del Raccordo con il suo mini-van, impiegando oltre due anni tra esplorazioni e riprese ed ha conosciuto un mondo del tutto diverso rispetto a quello a cui sono abituati gli automobilisti che ogni giorno percorrono il famoso tratto stradale.
Ciononostante l’incontro con le persone che vivono ai margini della strada capitolina dischiude una realtà che può essere attribuita a quella di qualunque altra periferia italiana. C’è un nobile piemontese decaduto che vive in un monolocale di un moderno condominio, circondato non solo dal traffico stradale ma anche da quello aereo, con la figlia, studentessa universitaria, il botanico che, munito di sonde, ogni giorno lotta contro i parassiti divoratori di palme.
E poi, un pescatore di anguille che vive su una zattera ancorata lungo il Tevere, un attore di fotoromanzi che proviene da un passato in cui la fama era tutto e sa posare davanti all’obiettivo fotografico, ma non sa coniugare i verbi, un infermiere che passa le notti sull’autoambulanza del 118, un principe che fuma continuamente il suo sigaro e vive in un castello proprio in corrispondenza di una delle uscite dell’autostrada e alcune prostitute che abitano dentro un camper e ascoltano le canzoni di Gianna Nannini.
Un lavoro senz’altro originale che ha come unico scopo quello di far conoscere ed apprezzare la vita della gente che si trova ai limiti della società.
Il regista romano riprende scorci di vita quotidiana e li alterna con le immagini di un paesaggio a tratti desolante, il suo obiettivo è neutrale ma anche partecipe delle storie che racconta, i suoi personaggi rimangono così in bilico tra realtà e finzione.
La durezza della strada, con le macchine che causano incidenti e vittime, si scontra con i sentimenti autentici dei protagonisti, di volta in volta animati da tenerezza, speranza, fiducia nel futuro e ricordi dei bei tempi andati. Questa è l’essenza della vita, la scoperta del reale intorno a noi e Rosi riesce, ancora una volta, a stupire come aveva già fatto nel 2008 con Below sea level, un reportage, durato quattro anni, su una comunità di emarginati americani e nel 2010 con El sicario, film-intervista a un ex killer del narcotraffico. I suoi documentari attraggono e sconcertano e proprio nell’incontro degli opposti rivelano tutta la loro bellezza.

“Una vita breve” di Grazia Romani

LPDC 54E’ stato presentato il 20 luglio scorso, presso il Museo d’Arte dello Splendore a Giulianova Paese, il volume di Grazia Romani, ”Una vita breve”, editore Gaspari di Udine. Un’affascinante ricostruzione della vita, del pensiero e della partecipazione alla Grande Guerra di un eroe abruzzese, Giorgio Romani, originario di Torricella Sicura (Te).
Nonno paterno dell’autrice, brillante avvocato del Foro teramano, avviato ad un futuro professionale di sicuro successo, Giorgio Romani (1884-1917) fu un fervente interventista e in questa veste partecipò attivamente, anche attraverso  il volume “La guerra liberatrice” e numerosi  articoli pubblicati sui giornali locali, a diffondere un pensiero che aveva  in Italia molti oppositori.
Coerente con le sue convinzioni, allorché l’Italia entrò in guerra - era il 24 maggio 1915 - Giorgio Romani fu tra i primi a partire come volontario e combatté in prima linea, dapprima a Col di Lana e sulla Croda d’Ancona a quota 2056 e poi, dopo la ritirata di Caporetto, sulla linea del Piave. E qui, sul Monfenera, guidando all’assalto un reparto di soldati rimasti senza ufficiali, il 22 novembre 1917 perse la vita e il suo corpo non fu mai identificato. Lasciava una giovane bellissima moglie e due figli, Alessio e Angelo, rispettivamente di cinque e tre anni. A Teramo furono  molte le manifestazioni di lutto e alla giovane vedova Margherita Amalia Ciafardoni e ai suoi figli giunsero molte lettere e attestazioni di affetto e di cordoglio da parte dei superiori e commilitoni del tenente Giorgio Romani e da parte di tanti che avevano avuto l’occasione di apprezzare le sue doti umane e professionali. Sono queste le memorie e testimonianze che, conservate gelosamente in casa Romani, hanno dato l’avvio alla ricostruzione che Grazia Romani fa del pensiero e della figura del nonno Giorgio.
Le ragioni che spingono Grazia ad indagare, sono varie e tra queste, quella di capire “quanto irrefrenabile” fosse nel nonno la spinta al sacrificio in nome del suo “ideale” ma anche quella di comprendere il perché di certi atteggiamenti e di un certo modo di essere di suo padre. Una figura fondamentale nella formazione umana e sentimentale dell’autrice.
Dalla ricostruzione emerge netta la figura di un uomo dai grandi ideali e dalle grandi passioni che ama la patria così ardentemente da sacrificare per essa la carriera, gli agi di una vita borghese, gli affetti familiari  e la sua stessa esistenza. Ed è un ardore che rimane intatto anche nei mesi duri e dolorosi della vita di trincea a Col di Lana e sulla Croda d’Ancona e anche dopo la disfatta di Caporetto, quando l’esercito italiano si attesta sul Piave per un’ultima strenua difesa. Ce lo testimoniano le lettere che Giorgio Romani invia dal fronte alla moglie Margherita. Molto diverse da quelle serene e rassicuranti scritte in precedenza, ora le lettere del tenente Romani confidano alla moglie Margherita le sue preoccupazioni per “le sorti della Patria” ed esprimono con forza il suo sdegno per i “nemici di dentro e di fuori e ... i dirigenti insipienti e senza scrupoli”.
Ma la sua umanità e il suo amore per l’Italia non vengono meno e gli dettano le nobili parole delle cinque brevi lettere datate 12 novembre 1917. Nell’ultima di esse, certamente la più bella, Giorgio Romani scrive: “Ho dovuto abbandonare il fronte conquistato con tanto sangue, per correre ad arginare in seconda linea l’invasione nemica. Straziante è l’esodo delle povere famiglie che fuggono impazzite. Il suolo della patria è profanato in tutti i modi. Guai ai colpevoli! .. Il dolore è immenso ma il dovere diventa sempre più sacro. Difenderemo la patria, i restanti nostri focolari. Ti bacio”.
Dieci giorni dopo la signora Margherita Ciafardoni apprende la notizia della morte di suo marito dal comandante del Reggimento, colonnello Mariotti. Era il 22 novembre 1917. Giorgio Romani aveva 33 anni. Successivamente, il 16 agosto 1918 fu insignito di Medaglia d’Argento al valore militare.

Anteprime d’Autunno

ia 53Se la bella stagione ha deliziato le nostre serate al cinema con film interessanti, l’autunno non sarà da meno preannunciando titoli davvero degni di nota, attesissime biografie, incredibili sequel, ma non mancano animazione e fantascienza. Il 3 ottobre è in uscita un film davvero imperdibile, il chiacchierato Diana – La storia segreta di Lady D. La pellicola è diretta da Oliver Hirschbiegel e ripercorre la storia della Principessa del Galles negli ultimi anni della sua vita, in particolare la relazione con il medico pakistano Hasnat Kahn e tenta di far luce sull’altruismo che l’ha sempre contraddistinta.
Per la gioia di grandi e piccoli il 17 ottobre esce nelle sale Cattivissimo me 2, diretto da Pierre Coffin e Chris Renaud, che vede il “cattivo” Gru lavorare con una squadra di super spie per sconfiggere Eduardo, detto El Macho. Quest’ultimo vuole rapire i minion e trasformarli in terribili macchine da guerra per poter dominare il mondo.
Il 17 ottobre è anche la data di uscita di una pellicola molto ambita, Jobs, la storia di Steve Jobs, il fondatore della Apple scomparso a causa di una leucemia e tratta il periodo che va dal 1971 al 2000.
Novembre vede l’uscita di quattro pellicole importanti, il 14 The Counselor, il 20 Thor: The Dark World, il 27 Hunger Games: La ragazza di fuoco mentre il 28 è la volta di Planes. Il nuovo film di Ridley Scott è la storia di un noto avvocato che decide di mettersi in affari con un malavitoso legato al traffico della droga.
Scott per The Counselor ha reclutato alcuni tra i migliori attori in circolazione: Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penélope Cruz e Javier Bardem e ha dedicato il suo lavoro al fratello Tony, suicidatosi mentre il film era in produzione.
Di tutt’altro genere la pellicola di Alan Taylor tratta dal fumetto Thor di Stan Lee. Il figlio di Odino, per salvare l’universo dalla minaccia degli Elfi Oscuri, si fa aiutare da Jane Foster e dal fratello Loki. La seconda parte di Hunger Games è diretta da Francis Lawrence e narra le vicende di Katniss e Peeta che, dopo aver vinto i giochi di Capitol City, vengono controllati dal Presidente Snow che teme una rivoluzione. L’ultima fatica della Pixar è girata da Klay Hall e racconta le avventure di Dusty, un piccolo aereo deciso a viaggiare per il mondo nonostante la paura del volo.
Anche dicembre ha in serbo delle gradite sorprese come Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, in uscita il 12 dicembre e The Zero Theorem e Grace di Monaco entrambi previsti per il 19. Il secondo capitolo della saga de Lo Hobbit inizia con Bilbo, Gandalf e il gruppetto dei 13 nani in viaggio verso la Montagna Solitaria, dimora del drago Smaug. Il film di Terry Gilliam parla di Qohen Leth, un hacker obbligato a lavorare giorno e notte durante un futuro in cui regna la dittatura telematica. L’ultimo film è anch’esso a carattere biografico ed ha per protagonista ancora una principessa: Grace Kelly. Fa discutere il racconto di Olivier Dahan sulla Kelly che, da attrice affermata quale era, rinuncia alla carriera per amore del Principato.

Gli inglesi a Kabul, ma nel 1839

lpdc 53In due opere letterarie dell’800, Uno studio in rosso di A. Conan Doyle e Kim di R. Kipling si parla brevemente dell’Afghanistan, nel primo da parte di Sherlock Holmes quando indovina la provenienza di Watson dalla presenza di lievi tracce di un fango rosso sulle sue scarpe e nel secondo come allusione al cosiddetto ‘Grande Gioco’ riguardante la rivalità fra la Russia zarista e la sua crescente influenza nell’Asia centrale e l’impero britannico coi suoi interessi nella regione del sub-continente, fino al Tibet e all’Afghanistan occidentale.
Col trattato di Tilsit del 1807 i russi guadagnarono territori a svantaggio della Persia e  gli inglesi non riuscirono, grazie anche all’inefficienza del governatore dell’India Lord Auckland, a portare l’impero persiano nella propria sfera di influenza. Sicché, l’Afghanistan, uno stato ‘cuscinetto’ che nessuno poteva annoverare fra i propri possedimenti, divenne un luogo strategico per le comunicazioni (non sembra di sentire un discorso di Bush?) e l’eventuale confronto militare fra le tre potenze coinvolte. Il Khyber Pass come si sa metteva in comunicazione Lahore nell’India inglese con Kabul nella valle di un altopiano bagnato dal fiume Sutley tributario dell’Indo. Qui le rivalità non erano soltanto strategiche ma riguardavano anche una popolazione mussulmana dominata dai Sikh alleati degli inglesi. Piccole guerricciole fomentate da agenti delle potenze rivali e ‘signori della guerra’ ansiosi di guadagni personali si svilupparono nelle province confederate del confine dove i mussulmani tendevano a rendere definitive le conquiste di territorio nei  confronti degli indù.
Non essendoci spazio per un accordo fra Sikh e Amir intervennero le truppe regolari inglesi per sostenere le ragioni di un aspirante al trono afgano, Shah Suja, che tra l’altro portò in dono il Koh-i-noor, -- il diamante più grande del mondo, ora fra i gioielli della regina alla Torre di Londra -- simbolo dell’Hindustan.
Dalla base navale di Karachi, gli inglesi avanzarono  verso nord fino a Kandahar e Kabul dove stabilirono delle guarnigioni. Dopo due anni di occupazione dell’Afghanistan, con mansioni per lo più di ordine pubblico nei confronti di estremisti islamici che controllavano gran parte del territorio (non è una storia che sappiamo dai telegiornali?), si assistette a una vera e propria insurrezione della città di Kabul fra fazioni locali contrapposte e inglesi barricati nelle loro fortificazioni e incapaci sia di affrontare un lungo assedio sia di riportare l’ordine. Furono fatti evacuare con un salvacondotto e poiché si era in inverno la  ritirata si trasformò in una tragedia, con i passi verso l’India bloccati si tentò verso Jalabad con una colonna di 11.000 soldati fra inglesi e sepoys e circa 12.000 civili.
Inutile dire che si trattò di un disastro considerando che la colonna fu attaccata sulla via del ritorno dai Pathans guidati da Dost Mohammed. Morirono quasi tutti nei disperati contro-attacchi e solo alcuni raggiunsero Jalabad.
La guerra afgana continuò negli anni seguenti con Lord Ellenborough e Charles Napier che riconquistarono l’Hyderabad e una zona di confine affidata a un sovrano amico degli inglesi.
Questi fatti accuratamente annotati dagli storici dovrebbero far riflettere i governi che a 150 anni di distanza ancora si ostinano a ‘riportare la pace’ in un paese che ha già logorato ai tempi di Breznev , appena qualche decennio fa, uno degli eserciti più potenti e confinanti col territorio dell’Afghanistan.

70° Mostra del Cinema di Venezia

iv 52E’ stata inaugurata il 28 agosto, ed è durata fino al 7 settembre, la 70° Mostra del Cinema di Venezia. La serata nella Sala grande del Palazzo del cinema è iniziata alle 19 con il presidente della Biennale Paolo Baratta a dare il via alla nuova edizione insieme alla madrina, l’ex top model siciliana Eva Riccobono.
Un traguardo molto ambito, come ambite sono le statuette che hanno rappresentato la manifestazione aperta ufficialmente con il red carpet di George Clooney e Sandra Bullock, protagonisti del film fantascientifico Gravity di Alfonso Cuaron e che si concluderà con il documentario di Thierry Ragobert dal titolo Amazonia che racconta l’epopea, filmata in 3D, della più famosa foresta fluviale del mondo.
Questi i titoli rappresentativi della rassegna formata da due linguaggi, come da due modi di fare cinema che, a loro volta, sono andati a racchiudere il ricco programma del festival la cui scelta ha avuto un ampio raggio, dai maestri riconosciuti agli autori esordienti, dall’animazione ai documentari, ma la caratteristica più evidente di questa edizione è stata il coraggio di compiere scelte innovative, anche rischiose, ad esempio  l’inserimento in concorso di due documentari, Sacro GRA di Gianfranco Rosi, un ritratto, filmato nel tempo, della vita sul Grande Raccordo anulare di Roma, e The unknown known: the life and times of Ronald Rumsfeld, un interessante reportage sul potere e le decisioni dell’ex segretario di stato americano.
Gli altri film in concorso:
Gianni Amelio con L’intrepido, Italia, 104’
Emma Dante con Via Castellana Bandiera, Italia, Svizzera, Francia, 90’
James Franco con Child of God, Usa, 104’
Terry Gilliam con The Zero Theore, Regno Unito, Usa, 107’
David Gordon Green con Joe, Usa, 117’
Kelly Reichardt con Night Moves, Usa, 112’
Errol Morris con il documentario The Unknown known, Usa, 105’
Peter Landesman con Parkland, Usa, 92’
Stephen Frears con Philomena, Regno Unito, 94’
Jonathan Glazer con Under The Skin, Regno Unito, 107’
John Curran con Tracks, Australia, 110’
Philippe Garrel con La Jalouise, Francia, 77’
Merzak Allouache Es-Stouh (Les Terrasses), Algeria, Francia, 94’
Xavier Dolan con Tom à la ferme, Canada, Francia, 95’
Philip Gröning con Die Frau Des Polizisten, Germania, 175’
Alexandros  Avranas con Miss Violence, Grecia, 99’
Amos Gitai con Ana Arabia, Israele, Francia, 84’
Hayao Miyazaki con Kaze Tachinu, Giappone, 126’
Ming-Liang Tsai con Jiaoyou (Stray Dogs), Taipei cinese, Francia, 138’
Tra i film fuori concorso, una menzione speciale va a:
Ettore Scola per Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini, Italia, 93’, Mario Sesti per Teho Teardo – La voce di Berlinguer, Italia, 20’, Paul Schrader per The Canyons, Usa, 99’, Paul Rudish e Aaron Springer per Disney Mickey Mouse ’O Sole Minnie, Usa, 4’, Greg McClean per Wolf Creek 2, Australia, 107’, Steven Knight per Locke, Regno Unito, 85’, Patrice Leconte per Une Promesse,  Francia, Belgio, 95’, Kim Ki-duk per Moebius, Corea del Sud, 90’ e Shinji Aramaki per Harlock: Space Pirate, Giappone, 115’.

A cento anni dalla nascita di Venanzo Crocetti

lpdc 52Il 2 settembre scorso è stata inaugurata al Museo Nazionale di Palazzo Venezia di Roma, a cura di Paola Goretti e Raffaella Morselli, una grande mostra dedicata a Venanzo Crocetti.
La mostra, fortemente voluta dalla Presidente della Fondazione Crocetti, Carla Ortolani, a ricordare i cento anni dalla nascita del maestro, presenta un corpus di 85 opere, scelto unicamente tra la produzione scultorea e suddiviso in alcuni grandi temi.
Certamente un’occasione importante per vedere o rivedere le opere del grande artista giuliese che con la sua città natale, com’è noto, ebbe un travagliato rapporto, risoltosi positivamente solo tre anni prima della morte, quando l’onorevole Antonio Tancredi, allora vicepresidente della Fondazione, lo convinse ad esporre al Museo d’Arte dello Splendore.
Era l’anno 2000 e da poco Crocetti aveva terminato l’Annunciazione per il Duomo di Teramo. La grande fatica fisica per la realizzazione della porta e l’instabilità dell’impalcatura sulla quale aveva lavorato per un intero anno l’avevano molto indebolito e così lo vedemmo presenziare alla sua prima, e fino ad adesso unica, mostra giuliese: felice ma visibilmente stanco.
La mostra, curata da Floriano De Santi, propose 48 importanti opere scultoree, datate dal 1932 (la “monumentale” Donna Gravida  fino al 2000 (proprio un frammento dell’Annunciazione e la predella sempre per il Duomo di Teramo). In quella stessa occasione furono esposte anche 19 opere cartacee tra matite, carboncini, pastelli e tecniche miste che coprivano un arco di cinquant’anni, essendo datate dal 1937 al 1987. Anche attraverso le opere cartacee fu evidente quanto grande fosse e già matura, a soli vent’anni, la sua capacità di esprimere il movimento e di dare eleganza alla forma.
La mostra, inaugurata il 2 luglio e protrattasi fino a settembre, ebbe davvero tanti visitatori: essa sembrò anche,  come scrisse Ludovico Raimondi in un articolo comparso sul numero 22 dell’Annuario della Madonna dello Splendore,“ quasi un pretesto, il più congeniale, per la riconciliazione”.
Il pomeriggio del 2 luglio venne inaugurata la mostra e nella  mattina, il Consiglio Comunale di Giulianova, riunito in seduta straordinaria, conferì al Maestro la Cittadinanza Onoraria e gli donò una medaglia d’oro per il prestigio alla città. Crocetti, visibilmente emozionato ricordò i luoghi e le situazioni, anche difficili della sua infanzia e raccontò delle prime espressioni del suo immenso talento. La sala comunale traboccava di gente ed egli sentì con quanto affetto la sua città gli rendeva merito.
Crocetti “rivelò una disponibilità inaspettata” scrive ancora Raimondi nel suo articolo e  “si concesse ad una processione di autorità, personalità politiche, civili, militari e religiose, di amici, di gente comune, di semplici curiosi”, smentendo la sua fama di artista un po’ scontroso ed introverso.
Ma anche Giulianova smentì la sua fama di città poco disposta ad apprezzare i propri talenti: e oltre al calore sincero di tutti i giuliesi, riuscì ad offrire alle opere di questo suo straordinario figlio anche una sosta, un approdo, una collocazione preziosa e affascinante poiché così appare a chiunque vi giunga,  il Museo d’Arte dello Splendore, presidio giuliese della  bellezza e della cultura voluto e realizzato da P. Serafino Colangeli.

La natura di Beatrix Potter e i nuovi cartoni

iv 51Renèe Zellweger presta il volto a Miss Beatrix Potter, scrittrice e disegnatrice inglese dell’Ottocento di libri per l’infanzia. Il film del 2007 è diretto da Chris Noonan sceneggiatore di musical, già famoso sul grande schermo per Babe, maialino coraggioso, le cui avventure hanno affascinato grandi e piccoli.
All’età di trent’anni Beatrix non rispecchia per nulla la tipica signorina inglese in età da marito, a lei non interessa la vita di società, il ricamo o parlare degli scapoli più ricchi della città, al contrario preferisce disegnare con i suoi acquerelli conigli, anatre e topolini. Coniglietti e anatre le parlano, così sembra a Beatrix che trascorre il suo tempo a immaginare storie per loro, in qualche modo quelle bestioline diventano umane, hanno movenze e comportamenti signorili, abitano case, lavorano, si ritrovano con gli amici. Il padre è l’unico della famiglia che appoggia la ragazza nella sua passione, ammirando ed elogiando i suoi disegni, ed è proprio grazie a lui che riesce a coltivare le sue doti, riuscendo persino a prendere il coraggio per consegnare le cartelle a un editore. Quest’ultimo le pubblica subito, i suoi libri diventano famosi in tutto il Regno Unito e la donna può emanciparsi come ha sempre desiderato.
Miss Potter è la biografia per immagini della donna che s’impone sul mercato dei libri per bambini con personaggi oggi arcinoti quali Peter Rabbit, Jeremy Fisher e Mrs Tiggy-Winkle e mette in scena tre tipi di conigli che rimandano a tre stili di racconto: il coniglio vero che si scalda davanti al caminetto, il coniglio illustrato e il coniglio animato dalla fantasia della protagonista. Se al primo corrispondono alcuni squarci di realismo, specie nei costumi e nei paesaggi, Miss Potter predilige senza esitazione lo stile illustrativo, a scapito di quell’“animazione” delle figure che invece ben si adatta al carattere anticonformista del suo personaggio. La pellicola narra il “mondo di Beatrix Potter”, nonché l’importante opera che ne è scaturita e oggi a questo filone di storie classiche, si contrappone tutta una serie di cartoni animati con protagonisti, ancora una volta, gli animali.
Uno tra tutti il seguitissimo Peppa Pig, le avventure di una famiglia di maialini che sono identiche alle vicende di una odierna famiglia di esseri umani, anche per il carattere. C’è il papà che lavora in ufficio, la mamma che si occupa della casa e i figli: Peppa che frequenta l’asilo e George, il più piccolo e appassionato di dinosauri; oltre ai personaggi principali ci sono altre figure come Susy Pecora o Richard Coniglio, tutti amici di Peppa.
Nato come semplice cartone per bambini, Peppa Pig sta prendendo sempre più piede diventando un vero e proprio fenomeno di costume e d’imitazione, con la vendita di t-shirt, cuscini, tazze, giochi, libri e peluches raffiguranti fedelmente i personaggi della serie. Secondo i corsi e ricorsi storici sicuramente vedremo altre serie che rispecchieranno i disegni di una volta e quelli attuali; sempre con un occhio di riguardo, ci auguriamo, verso il rispetto e l’educazione dei bambini.

I Padri Passionisti nel tempio di Santa Maria a mare

lpdc 51Giovedì 11 luglio in una gremita “sala blu” della Chiesa di San Gabriele dell’Addolorata, è stato presentato il libro del prof. Giovanni Di Giannatale “I Passionisti a Giulianova 1858-1866”, San Gabriele edizioni 2013, alla presenza dell’autore, dei relatori proff. Antonio Di Felice e Andrea Palandrani, e di una delegazione di Passionisti tra cui P. Natale Panetta, Rettore del Santuario di San Gabriele, P. Piergiorgio Bartoli, Superiore Provinciale, P. Pierino D’Eugenio, Direttore dell’Eco di San Gabriele.
Ha fatto gli onori di casa don Ennio Di Bonaventura il quale ha introdotto l’evento ringraziando l’autore per la ricerca che colma una lacuna nella storia religiosa e civile di Giulianova.
L’autorevole e rigoroso studio ha delineato, sulla base di fonti provenienti da archivi laici ed ecclesiastici, pubblici e privati, la vicenda del Ritiro dei Padri Passionisti a Giulianova fino dalla progettazione fino alla sua soppressione. Sono state ricostruite le origini della Fondazione evidenziando le intenzioni della Congregazione e il decisivo operato dell’Arciprete della Collegiata di Giulia, don Valentino Cozzi, sostenuto dall’entusiasmo del popolo e dell’amministrazione giuliese, oltre che dai contributi di altre parrocchie della Diocesi sollecitate dal Vescovo Taccone. L’autore ha compiuto un capillare censimento della comunità passionista vissuta nel Ritiro evidenziando gli aspetti della vita religiosa, spirituale e pastorale. È stata ricostruita la drammatica vicenda della soppressione del 1866, preceduta dal tentativo, poi andato a vuoto, del ’62 tramato da un sindaco ostile ai Passionisti. Di particolare interesse architettonico ed artistico il capitolo dedicato alla Chiesa di Santa Maria a mare ai tempi della costruzione del Ritiro: configurazione esterna ed interna, progetti, planimetrie e prospetti della Chiesa e dell’annesso Ritiro. Innumerevoli le notizie, i documenti e le fonti inedite, tra cui i 45 libri che costituivano la biblioteca e alcune impressionanti fotografie delle condizioni della Chiesa dopo i bombardamenti alleati nel biennio 1943-’44.
Nell’arco di tempo della vita del Ritiro, avvenne il celebre passaggio del confr. Gabriele dell’Addolorata con il suo direttore e i suoi sei compagni di studentato provenienti da Pieverorina e diretti a Isola. In particolare il Santo pernottò a Giulianova tra l’8 e il 9 luglio 1859, restando una giornata nel Ritiro per svolgere tutte le attività quotidiane che la così detta “osservanza” prevedeva.
Dopo la chiusura del Ritiro e la diaspora dei Passionisti, alcuni dei beni mobili furono messi all’asta, come prevedeva il regolamento; la vendita fu effettuata il 22 luglio 1866, come risulta in un verbale. I beni furono ripartiti dall’Ufficio del Registro e Bollo di Giulianova in lotti che furono aggiudicati ai seguenti privati: Pasquale Sebastiani (1° lotto: 7 botti, 8 barili, per il valore di lire 100,77); Francesco Marchionne e Flaviano Marà (2° lotto: 43 sedie, 13 paia di banchetti di legno per uso di letti, 15 tavolini di abete, per il valore di lire 81,72); Vincenzo Falini (3° lotto: 20 zire di creta, 5 taniche di latta, tavole di abete, 1 graticola, 1 coperchio di ferro per il forno, 1 “brusca e trita caffè”, 1 spiedo, 2 treppiedi, 1 bilancia, 3 “còcomi” di latta, 2 fornacelle, 26 doghe per uso di botti, 2 tavoli di quercia, per il valore di lire 40,45); Francesco Marchionne (4° lotto: 1 zappa, 1 bidente, 1 rastello, 2 tini, 10 pertiche, 3 archi di faggio, 5 stanghe, 1 mezzetto, 2 bigonci, 1 “capone” di paglia, 3 candelieri di ottone, 3 guantiere e piatti, per il valore di lire 50,00); Vincenzo Falini (5° lotto: 2 casseruole, 1 conca con maniero, 3 calderuole, 1 teglia di rame, per il valore di lire 50,00); Antonio Pedicone (6° lotto: 2 pannoni, 14 sacchi di canovaccio, 1 cassa di abete, 3 basti, 1 campanello di bronzo, 1 ferro per fare le ostie, per il valore di lire 38,00); Pasquale Pedicone (7° lotto: 1 traino, per il valore di lire 38,00); Flaviano Maradonna (8° lotto: 4 tavole di noce per il refettorio, per il valore di lire 22,00); Daniele Cavarocchi (9° lotto: 2 orologi di legno, per il valore di lire 31,45).
Si potrebbe lanciare un appello agli eredi delle menzionate famiglie sperando in un fortunoso ritrovamento di oggetti appartenuti ai Passionisti in quella breve ma intensa e significativa parentesi giuliese.

Roger Waters, The Wall Live

aaq 51Il più grande spettacolo della storia in scena all’Olimpico di Roma

The Wall, Stadio Olimpico di Roma, 28 Luglio 2013. Il più grande spettacolo della storia, scritto nel 1979 da Waters insieme ai Pink Floyd e riproposto in un tour che toccherà i più grandi stadi del mondo.  
Non è possibile andare e capire il live se non si conosce l’album, i suoi significati, i messaggi, i simboli. The Wall è un concept album, pubblicato in doppio cd, uno dei più venduti e famosi della storia.
Narra delle storie di Pink, una combattuta rockstar, che impersonifica i tratti della storia di Roger Waters e Syd Barrett, il primo cantante dei Pink Floyd allontanato a causa dei suoi atteggiamenti causati dall’uso di droghe e psicofarmaci, ma sempre rimasto nel cuore della band britannica.  
Nel primo cd si ripercorre l’infanzia di Pink e gli avvenimenti sconvolgenti che hanno disturbato la sua personalità, come la morte del padre avvenuta durante la seconda guerra mondiale, il rapporto con la madre iperprotettiva, l’educazione degli insegnanti severi che fanno ricorso a punizioni fisiche, fino a giungere al divorzio con la moglie causato da tradimenti e incomunicabilità. Ad ogni trauma Pink alza un mattone che va a costruire un muro con il quale si isola dal mondo esterno. Nel secondo cd Pink è diventata una rockstar, ma rimane dietro un muro, con il quale convive grazie alle droghe che gli permettono di mantenere gli spettacoli. Decide quindi di analizzare la propria vita attraverso riflessioni che lo portano all’ultimo pezzo, The Trial, un processo con giudice, giuria e testimoni (il maestro, la moglie e la madre), nel quale si condanna Pink ad abbattere il muro e mostrarsi nudo al mondo.
Lo spettacolo, uno dei più complessi di sempre, già innovativo per effetti speciali nel 1981, anno in cui venne proposto, ed ora rivisto con le nuove tecnologie, apre con un muro ancora non costruito che taglia con i suoi 150 metri la curva sud dell’Olimpico. L’inizio del concerto è sconvolgente, spettacolo pirotecnico, dolby surround nello stadio, un aereo a dimensioni reali che si schianta sul muro… Si va avanti così e mentre lo spettacolo continua con pupazzi giganti ed effetti speciali, si aggiungono mattoni fino al termine del primo tempo, con il muro completato ed il gruppo chiuso dentro. Per buona parte del secondo tempo si vede solo il muro con le immagini proiettate. La Musica: dopo tre brani si riaffaccia Waters, prima da solo in una stanza ricostruita, poi torna con tutto il gruppo insieme ad un gonfiabile gigante di un maiale nero che fa il giro del prato, tatuato con i simboli del capitalismo e delle religioni.
Lo spettacolo si chiude con la caduta spettacolare del muro costruito.
Il concerto è stato dedicato alle vittime del terrorismo di stato ed alla famiglia di Charles De Menezes, ragazzo ucciso dalla polizia britannica perché scambiato per un terrorista.

Psicoanalisi pop tra cinema e videogame

ia 50 01Il rapporto tra cinema e psicoanalisi ha ispirato nel corso dell’ultimo ventennio un numero crescente di film, non soltanto di registi-autori (Lynch, von Trier) ma anche di registi mainstream fautori di opere di genere realizzate con le nuove tecnologie. Tale rapporto (iniziato negli anni Venti con le pellicole surrealiste della coppia Bunuel-Dalì) si sta sempre  più intensificando grazie all’apporto della nuova dimensione del virtuale che ha investito il cinema e con esso anche le altre arti della visione. Il fenomeno si spiega con la natura “simulacrale” del linguaggio filmico, una natura tale da assimilare il funzionamento del nostro cervello a quello del cinematografo ed è confermato dal neurologo americano Allan Hobson, “ogni notte il nostro cervello fa quello che nel film Matrix facevano i computer: crea una realtà virtuale, costituita per il venti per cento di ricordi e per il resto da materiale inventato dalla stessa corteccia per unificare la narrativa” e al punto da spiegare anche l’assidua frequentazione del cinema da parte del filosofo sloveno Slavoj Zizek con la convinzione (espressa nel suo libro Vivere alla fine dei tempi) che il cinema e la psicoanalisi ci offrono entrambi virtualmente un’altra vita, un’altra occasione di godimento nei riguardi di un reale che ha perso i tratti della riconoscibilità.
A confermare di nuovo la suddetta affinità è un film apparso recentemente sugli schermi. Si tratta di Sucker Punch diretto da Zack Snyder e incentrato sul lavoro di rimodellamento della realtà compiuto dalla nostra immaginazione attiva tra il sogno e la veglia e che parte da una classica situazione da female prison per approdare ad un percorso allucinatorio scandito secondo i livelli di un videogame popolare la cui meta finale è la possibile salvezza, dalla detenzione in un manicomio, dell’eroina di turno. Le “evasioni” della protagonista avvengono in uno stato di trance che la vede procedere di livello in livello in un viaggio mentale che attraversa i topoi narrativi tipici di alcuni dei generi cinematografici di successo degli ultimi anni. In felice equilibrio stilistico tra gli incubi espressionisti alla Caligari (anche qui la cornice è costituita da un manicomio) e le derive mentali del Lynch di Inland Empire, Sucker Punch è un potente action-fantasy che manipola il tempo e lo spazio a ogni transizione, spiazza e perturba lo spettatore (“pugno improvviso” è, appunto, il significato del titolo) in virtù di una cifra visionaria barocca (contaminata con l’iperrealismo grindhouse di Tarantino e Rodriguez) dal forte impatto percettivo.
Il continuo processo di rimozione-sostituzione operato dalla mente della protagonista nei momenti di massimo pericolo viene reso visivamente con il ricorso alle prodigiose capacità metamorfiche della tecnologia digitale e della computer graphic, insieme a intense scelte cromatiche impiegate, in funzione psicologica, da una colonna sonora che  davvero “lancia all’interno di questi mondi fantastici” e riflette i vari stati d’animo con una suggestiva compilation di musiche d’ambiente.

Premi letterari a Giulianova. Progetto Poesia

ia 49 01Alcune alunne che hanno frequentato il corso Progetto-Poesia, condotto dalla professoressa Edda Piccioni nella ex scuola statale “Bindi-Pagliaccetti” di Giulianova, si sono distinte al concorso letterario Valeria edizione straordinaria di Cittaducale (RI): Maria Vittoria Di Stefano, 2° premio con la poesia Versi Liberi; Maria Paola Bellucci, 5° premio con Il guerriero d’Abruzzo e Giorgia Di Bonaventura con La libertà, riuscita a rientrare tra i premiati.
La premiazione è avvenuta il 27 aprile scorso presso il convento delle suore benedettine di Cittaducale. Alla IX edizione del concorso letterario regionale di Tortoreto, Maria Paola Bellucci è risultata vincitrice con la lirica I Trabocchi e Maria Vittoria Di Stefano ha conquistato il 3° posto con Gente di mare in Abruzzo. A Civitella del Tronto, al concorso letterario nazionale Le Lunarie altri due alunni del Progetto-Poesia sono stati segnalati: Andrea Ciabattoni con le poesie Il lago, Il mio mondo speciale, Notte e, in precedenza, Angelo Moscianese con Acqua, Aria, Dolce Silenzio. Proprio questi due ultimi ragazzi insieme all’alunna Maria Vittoria Di Stefano si sono impegnati a far brillare anche la scuola secondaria di 1° grado dell’Annunziata di Giulianova. Complimenti a tutti gli alunni che mantengono alto nel tempo, il vessillo della “Poesia”.

Versi Liberi
Scrivere su un foglio
ciò che voglio
mi fa sentire libera
di pensare , di esprimermi…
Sono come un gabbiano:
intingo nel mare le ali
e affido all’aria,
alle stelle i miei desideri.
    Maria Vittoria Di Stefano

La libertà
Desidero solo
un po’ di libertà
devo uscire dallo
spazio limitato che pian piano
si stringe intorno a me.
M’imprigiona:
devo aprire le ali
e volare via
lontano dalla
tristezza e dalla paura
per gustare
la più sana libertà.
    Giorgia Di Bonaventura

11a Edizione Premio Letterario Nazionale Valeria.
Valeria Di Nardo, nata a Rieti il 17 settembre 1980, ha trascorso la sua breve esistenza inserendosi nel gruppo di catechesi parrocchiale e prestando volontariato all’UNITALSI. Ragazza allegra e piena di vita, sempre attiva in ambito sociale e umano, amava, inoltre, scrivere poesie in cui esprimeva il suo ricco mondo interiore caratterizzato dall’amore che nutriva verso il prossimo come la delusione di fronte alla crudeltà e indifferenza altrui. Dopo la scomparsa di Valeria, i familiari hanno riunito le sue poesie in un libro intitolato SKIZZO, un angelo tornato al cielo e, in sua memoria, per favorire e valorizzare il volontariato, il mondo dell’handicap e il mondo giovanile, è stato istituito il Premio Letterario a lei intitolato.

L’arte di Gustav Klimt

ia 48 01Cade il 14 luglio il 151° anniversario dalla nascita dell’artista viennese Gustav Klimt che nel 1918, di ritorno da un viaggio a Roma, viene colpito da un ictus e viene ricoverato subito in ospedale dove rimane fino alla morte, avvenuta il 6 febbraio dello stesso anno. Durante la convalescenza riceve la visita di Egon Schiele, suo amico e grande ammiratore della sua arte. Comincia così il film Klimt (2006), interpretato da John Malkovich e diretto dal regista cileno Raùl Ruiz (Il tempo ritrovato 1999, La recta provincia 2007), che non a caso, per i primi minuti si sofferma su un quadro raffigurante una donna con in mano un serpente, dal titolo Medicina. Mentre Schiele è al capezzale di Klimt, si avvicina allo specchio sovrastante il letto e si ritrova catapultato indietro nel tempo, a quando l’artista dell’Art Nouveau frequenta il caffè della capitale austriaca insieme ad altri artisti, al mecenate ebreo August Lederer e a sua moglie Serena. Il pittore è legato alla giovane e bella Emilie Flöge, anch’essa artista affermata, ma non esita ad incontrarsi con altre donne, per prime le modelle che posano per lui. In seguito alla presentazione di un filmato che lo ritrae intento a dipingere uno dei suoi capolavori, conosce il segretario del circolo culturale viennese, che lo guida in tutte le fasi della sua arte, il regista George Méliés, autore del filmato stesso, e la conturbante attrice Lea De Castro che lo affascina al punto da recarsi nella sua casa/teatro. Klimt ha un’avventura con la donna e da qui in poi la ritrae spesso nei suoi quadri, che sono fortemente sensuali. I flashback continuano con una mostra in cui appaiono numerose opere del pittore il cui elemento chiave è la figura femminile. Le donne sono personaggi della vita quotidiana dipinte con acconciature vaporose e trucco pesante o vengono rappresentate come femmes fatales, tema molto in voga agli inizi del ‘900. In Klimt prevalgono il simbolo, l’evocazione, la linea elegante, morbida e sinuosa, l’accostamento dei colori e il preziosismo, in particolare l’utilizzo della foglia d’oro.
Il trionfo della sua arte arriva con la premiazione all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900 e coincide con l’adesione alla Secessione Viennese che favorisce lo sviluppo di diversi stili artistici, come la stessa Art Nouveau. Il film di Ruiz è una pellicola biografica che prende spunto dall’interesse di Klimt per l’universo femminile, al punto da prevalere sull’arte. Nonostante questo c’è da dire che alcuni fotogrammi, come quello della nevicata di foglie d’oro all’interno dello studio dell’artista, è rappresentativo per l’opera del pittore viennese. Il lungometraggio riesce a dare una lettura abbastanza aderente al personaggio, ci sono delle lacune stilistiche e pittoriche che potevano essere risolte diversamente, ma la figura dell’artista austriaco combacia piuttosto bene con il ritratto eseguito da Ruiz.

La globalizzazione compie duecento anni

lpdc 48 01Se pensiamo all’italietta autarchica del fascismo, che non aveva il ferro e la benzina per fare la guerra, o all’Italia di qualche decennio fa che poneva dazi sulle macchine giapponesi per proteggersi dalla concorrenza, allora siamo inevitabilmente sorpresi da un mercato globale al quale, impreparati, non abbiamo potuto sottrarci per ovvie ragioni di diritto internazionale connesso alle nuove tecnologie e ai trattati economici. Gli altri paesi, soprattutto quelli di più antica penetrazione coloniale, conoscono molto bene il sistema dell’interscambio (nel bene e nel male, perché molte volte si tratta di puro e semplice imperialismo) con paesi distanti e dalle risorse complementari alle esigenze dell’industria europea, asiatica e americana. Per circoscrivere il fenomeno ai paesi di lingua inglese, già agli inizi del ‘700, dopo il trattato di Utrecht che segnava la fine della Guerra di Successione Spagnola, i paesi vincitori di un conflitto di portata mondiale (Inghilterra e Impero austriaco soprattutto) videro aumentare enormemente la loro influenza: negli altri continenti l’una e in Europa l’altra. L’Inghilterra, a scapito di Francia e Spagna, ebbe compensi nel Nord America e in India, nelle Baleari e a Gibilterra. Inizia da qui anche la fortuna della lingua destinata a diventare il medium per eccellenza dei commerci e della marina mercantile, dall’America all’Australia, dal Sud Africa all’India. Nel 1709 si fusero le due compagnie Royal East India Company (la più antica) e la East India Chartered by Parliament, con notevole incremento dell’import-export verso i porti di India, Malesia e Cina, dove la rivalità con la Francia si manifestava anche con operazioni militari.
Certo non si può parlare di globalizzazione nei termini tecnici con cui la intendiamo oggi, fra paesi interconnessi che hanno raggiunto una sostanziale dignità post-coloniale, si pensi ai cosiddetti BRIC, ma di incunaboli di quella internazionalizzazione destinata a creare le premesse per un mondo senza confini naturali e dai forti legami economici. Per amore della par condicio bisogna dire che anche la Francia, negli stessi anni della penetrazione in Louisiana e Canada, si interessa alla spartizione del Mogul Empire, partendo da Mauritius (1690) e da Réunion (1720), ottenendo Pondichéry e più tardi, nel 1746, Madras, dove Dupleix divenne nababbo e vicerè del Deccan. Con la pace di Aix-la-Chapelle gli inglesi riottennero Madras in cambio di Louisburg in Canada. L’interesse si spostò poi verso il Bengala, dove Robert Clive vinse la battaglia di Plassey e in seguito fu fatto nawab con un appannaggio di 200.000 sterline. Dopo il trattato di Parigi del 1763 che poneva fine alla guerra dei 7 Anni, le stazioni commerciali francesi in India divennero “unfortified trading posts”, luoghi disarmati, e gli inglesi padroni dell’India dal Pakistan alla Malesia. Imperi in via di liquidazione erano quelli portoghese e spagnolo che tuttavia conservavano, oltre alle colonie africane, Macao e Timor il primo e le Filippine il secondo, insieme agli ampi possedimenti sud-americani coi quali Manila era collegata attraverso il porto di Panama. Una parte non troppo secondaria ebbero gli olandesi che dopo aver perso New York (Nuova Amsterdam ai tempi di Peter Stuyvesant) rivolsero il loro interesse verso le cosiddette Indie orientali, l’odierna Indonesia, osteggiando i portoghesi e scoprendo le coste dell’Australia e la terra di Van Diemen (Tasmania). Nel 1739 l’ammiraglio George Anson (1697-1762) con sei navi e 1000  uomini voleva sollevare una ribellione nelle colonie spagnole ma dopo una tempesta finì a Canton con una sola nave sopravvissuta, dove scrisse un Journal of  a Voyage Round the World (1744). 

Una lunga estate di… film

ia 47 01Si è fatta attendere, ma finalmente l’estate 2013 è arrivata e si sta facendo sentire con temperature anche di 30°. L’estate non è tale senza il caldo e senza una bella serata al cinema e, come da copione, ce n’è per tutti i gusti. Il 27 giugno esce nelle sale World War Z, l’horror apocalittico di Marc Forster che racconta la storia di Gerry Lane, un impiegato delle Nazioni Unite in corsa contro il tempo per fermare un’epidemia mondiale, capace di trasformare gli esseri umani in zombie. Si tratta dell’ennesima versione di un genere che non finisce di attrarre spettatori di ogni tipo ed età. Rispettivamente il 3, l’11 e il 26 luglio è la volta di The Lone Ranger di Gore Verbinski, Pacific Rim di Guillermo Del Toro e Wolverine – L’immortale di James Mangold. Il primo film desta grande curiosità perché è ispirato al personaggio di una serie televisiva trasmessa dal 1949 al 1957, Il cavaliere solitario, tratto a sua volta da un fumetto e da un programma radiofonico. Pacific Rim, invece, è una battaglia a colpi di giganteschi robot per salvare la Terra da una minaccia che viene dal mare. Azione ed effetti speciali sono assicurati. Il lungometraggio di Mangold è il seguito di X-Men le origini – Wolverine ed è interamente dedicato alla figura del supereroe dai pericolosi artigli metallici.
Il 15 agosto arriva sul grande schermo Kick – Ass 2, diretto da Jeff Wadlow. Lungi dall’essere il supereroe per antonomasia, Kick – Ass è un ragazzo dalla maschera e dal pugno facile che non desidera la gloria, ma solo più giustizia per tutti. Diverte e fa riflettere. Anche l’animazione vuole la sua parte ed ecco due titoli molto interessanti: Turbo di David Soren, in uscita il 19 agosto e Monsters University di Dan Scanlon, al cinema dal 21 agosto. Una lumaca con il sogno di diventare pilota di Indianapolis è la protagonista del film animato di Soren, mentre Scanlon dirige il prequel di Monsters & Co., la storia dei due mostruosi nemici -amici, Mike Wazowski e James P. Sullivan, che frequentano l’università con il sogno di diventare i più grandi spaventatori del mondo. Intrattenimento assicurato per grandi e piccoli. Di tutt’altro registro il lungometraggio del 29 agosto: Elysium di Neill Blomkamp. Si tratta di un thriller fantascientifico che parla di un futuro remoto in cui i benestanti vivono su un’idilliaca stazione spaziale, mentre tutti gli altri abitano una Terra afflitta dalla sovrappopolazione e dai disastri climatici. Pur essendo ambientato in un’epoca lontana è molto attuale e fa pensare a quale potrebbe essere il destino dell’umanità.
L’ultimo titolo, in uscita il 19 settembre, è The Bling Ring di Sofia Coppola. Basato su fatti realmente accaduti, è la vicenda di cinque ragazzi che nel 2009 derubarono alcune celebrità di Hollywood con lo scopo di imitarle. Amara analisi sul decadimento dei valori che rispecchia la fragilità dei nostri tempi. Buona visione!

Per sempre Superman

IA 46 01Sono passati ben 75 anni da quando dalla matita del disegnatore Joe Shuster e dall’idea dello sceneggiatore Jerry Siegel, prende vita il primo supereroe della storia dei fumetti: Superman. Vestito con calzamaglia blu e mantello rosso, una S rossa e gialla stampata sul petto e gli incredibili poteri derivanti dalla sua natura aliena, Superman sorvola i cieli alla ricerca di criminali da sconfiggere e deboli da difendere. Poi, smessi i panni di paladino della giustizia, diventa Clark Kent, un giornalista mite ed introverso, innamorato della dolce Lois. E’ il trionfo dell’altruismo e dei buoni sentimenti messi al servizio della comunità, nonché di un ideale di patriottismo americano da mostrare con orgoglio al resto del mondo.
Il cinema non poteva farsi scappare l’opportunità di dare un valido contributo alla causa dei fumetti e, con il passare degli anni, sono stati prodotti molti film, il primo dei quali risale al 1951 e s’intitola Superman and the Mole Men. La pellicola, diretta da Lee Sholem non ha avuto molto successo, ma ha avuto il merito d’ispirare la famosa serie degli anni ’50 Adventures of Superman. Seguono il Superman, del 1978, girato da Richard Donner ed interpretato dal Superman per eccellenza, Christopher Reeve e Superman II, del 1980, diretto da Donner e Richard Lester, ancora con Reeve nei panni del protagonista.
I due lungometraggi vengono montati come due parti di un unico lavoro e il risultato è apprezzato notevolmente da critica e pubblico, anche perché trattano nel dettaglio la storia di Superman, le sue origini aliene, la sua avversione per Lex Luthor e il Generale Zod, il timore per la kryptonite, suo tallone d’Achille, l’affetto per i Kent, suoi genitori adottivi e l’amore per Lois.
Visto l’enorme entusiasmo per i primi due, vengono realizzati altri due film: Superman III, del 1983, diretto ancora una volta da Lester e Superman IV, del 1987, di Sidney J. Furie. L’attore principale è nuovamente Christopher Reeve e il cast pressoché uguale agli altri, ma la fortuna non viene replicata e il botteghino, con incassi alquanto modesti, ne risente non poco.
Dopo circa 20 anni di silenzio su eventuali adattamenti cinematografici, nel 2006, anche grazie a Smallville, la fortunata serie tv sulle imprese del giovane Clark Kent, viene prodotto Superman Returns. Bryan Singer è il regista del nuovo capitolo che riprende le fila di Superman II e tratta le avventure dei personaggi più importanti della storia di Superman portando, così, alla ribalta la figura un po’ appannata di questo beniamino di grandi e piccoli.
L’ultima trasposizione, L’uomo d’acciaio di Zach Snyder, è prodotto da Christopher Nolan, è nelle sale dal 20 giugno 2013 e promette di far tornare il fumetto di Shuster e Siegel agli antichi albori, partendo proprio dal principio, con l’arrivo, sulla Terra, di un piccolo alieno proveniente dal pianeta Krypton.

La “decrescita felice” conquista Giulianova

SP 46 01Pubblico delle grandi occasioni sabato pomeriggio, 8 giugno,  al Kursaal di Giulianova, per l’incontro, organizzato dall’Associazione di Cultura Politica “Il Cittadino Governante” con il prof. Maurizio Pallante, saggista, esperto di tematiche energetiche e fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice. In una sala piena, dopo l’introduzione del dott. Franco Arboretti, il prof. Pallante ha spiegato cosa si intende per decrescita, sfatando il mito che vuole che tale filosofia si   opponga al progresso ed evidenziando come l’attuale concetto di crescita, basato unicamente su criteri economici e finanziari, sia in realtà un grande inganno. Inganno che l’attuale crisi della società occidentale ha messo drammaticamente alla luce spingendo voci autorevoli, non ultimo Papa Francesco, a richiamare l’importanza di politiche che mettano al primo posto l’essere umano e non il capitale.  Risparmio energetico, autoproduzione, investimenti nel recupero e messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e in un agricoltura il più possibile a km 0, oltre al cambiamento degli stili di vita individuali e alla riscoperta di un bene prezioso quale è il tempo libero, possono, da subito, secondo Pallante, creare nuovi posti di lavoro e migliorare sensibilmente gli stili di vita, favorendo i rapporti sociali e le relazioni. Diversi gli esempi di azioni immediate che potrebbe portare alla soluzione dei problemi che attanagliano la società attuale, come la disoccupazione o la perdita dei rapporti sociali, interventi non basati su utopie ma su semplici gesti quotidiani e modifiche delle politiche locali e nazionali.
Soddisfazione è stata espressa dai partecipanti all’incontro e i numerosi interventi del pubblico hanno dimostrato come, anche in Abruzzo, le tematiche della decrescita e la necessità di nuovi stili di vita siano sempre più radicate nelle persone, che alla luce del fallimento del modello di società basato sull’aumento del Prodotto Interno Lordo, cercano una nuova via per riconquistare il proprio tempo e la propria identità.
L’incontro è solo l’ultimo di una serie di appuntamenti che l’associazione “Il Cittadino Governante” ha organizzato nell’ambito del format “Polis - i saperi per la politica”, per aiutare i cittadini ad approfondire tematiche relative all’ambiente, al paesaggio, a stili di vita più a misura d’uomo.
Sul sito dell’associazione www.ilcittadinogovernante.it  i filmati della manifestazione.
Per info sulla decrescita felice (MDF) www.decrescitafelice.it.

L’ecologia dei Blue Sky Studios

IA 45 01Chris Wedge, noto regista di film d’animazione, è il fondatore della casa di produzione Blue Sky Studios che ha all’attivo numerose pellicole di genere animato. Il più grande successo dei Blue Sky Studios è la fortunata saga de L’Era Glaciale (2002 – 2012), una delle poche serie animate arrivate al quarto capitolo. Il primo film è diretto dallo stesso Wedge e da Carlos Saldanha, il secondo da Saldanha, il terzo ancora da Saldanha e Mike Thurmeier e l’ultimo da Thurmeier  e Steve Martino.
Ambientati nella preistoria, i film hanno per protagonisti Sid il bradipo, Manny il mammut, Diego la tigre dai denti a sciabola e lo scoiattolo Scrat che, con la sua inseparabile ghianda, è al centro di numerose, divertenti gag. Col tempo, ai primi quattro si sono aggiunti altri personaggi, come la compagna di Manny, Ellie e gli opossum Eddie e Crash, ma anche molti altri animali preistorici, compresi i dinosauri del terzo film. Avventure entusiasmanti hanno come sfondo paesaggi poveri di vegetazione e lande ghiacciate, a riprodurre gli scenari che esistevano, appunto, durante l’Era Glaciale, e vengono trattati temi quali l’ecologia, l’amicizia e la solidarietà, tanto cari al cinema d’animazione dell’ultimo periodo. Altro film che ha avuto una discreta riuscita è Ortone e il mondo dei Chi (2008) diretto da Jimmy Hayward e tratto dal racconto illustrato del 1954, Ortone e i piccoli Chi! del celebre disegnatore Dr. Seuss. L’elefante Ortone scopre un mondo minuscolo, abitato dai Chi, che rischia di essere distrutto. Gli altri animali non credono ad Ortone, ma lui dimostra la presenza dei suoi piccoli amici.
La pellicola è molto fedele al libro del Dr. Seuss, soprattutto per i disegni, dai colori molto vivaci. Nel 2011 è uscito sul grande schermo un altro film originale dal titolo Rio, girato anch’esso da Saldanha. Blu è un raro esemplare di pappagallo ara che non sa volare e che abita nel Minnesota con Linda, la sua proprietaria. Blu e Linda partono alla volta di Rio de Janeiro per incontrare Gioiel, un esemplare femmina, ma i due pappagalli vivono una serie interminabile di disavventure, fino al sorprendente epilogo. L’ultimo film, tuttora nelle sale, è Epic – Il mondo segreto, anch’esso diretto da Wedge. Mary Katherine vive in una casa nel bosco insieme al padre, che crede alla presenza di un mondo popolato da invisibili creature. La ragazza si addentra nel bosco e viene rimpicciolita lei stessa. Da questo momento affronterà una battaglia epica tra il bene e il male. Epic riprende un po’ le fila di Ortone e il mondo dei Chi, ma anche di Rio, la fragilità della natura e del microcosmo, una realtà che governa l’intera catena biologica e che sempre più spesso danneggiamo per il nostro egoismo, presi come siamo dai beni artificiali, invece dovremmo impararne il rispetto e la salvaguardia per preservarlo e preservarci il più possibile.

Orti scolastici: InAltoIlCuore

PS 45 01Sabato 18 maggio, presso l’Istituto Professionale Alberghiero V. Crocetti di Giulianova, è stato inaugurato “l’Orto Scolastico InAltoIlCuore”.
L’iniziativa segue quella del marzo scorso, quando sono stati posti ad impianto nelle aree verdi della scuola 40 giovani alberi nel frutteto scolastico.
L’Orto è stato realizzato grazie alla generosa disponibilità e contribuzione di sponsor etici e volontari, che hanno donato con passione materiali, manualità ed ingegno, con il patrocinio etico del Comune di Giulianova.
Il progetto, realizzato in una superficie interna ai padiglioni scolastici (250 mq circa), vedrà posti a dimora base stagionalità, e disciplinato su rigorose tecniche di coltivazione biologica e sinergica, piantine di ortaggi (tutti), sementi, spezie ed essenze al servizio dei laboratori di cucina dell’Istituto.
L’Orto è stato pensato e fortemente voluto soprattutto per i ragazzi diversamente abili, perché nei prossimi anni scolastici possano trovare spazi creativi ed operativi dove esercitare, con semplice manualità, seguiti da tutor, la più tradizionale e viva delle abilità, l’amore e la cura per la natura.
“La volontà del prof. Paolo Di Cristofaro” dice la vicepreside prof.ssa Di Berardino “ci ha portato alla creazione dell’Orto, in un momento di parziale assenza dell’Ente gestore. I ragazzi della scuola si sono impegnati fianco a fianco agli esperti che li guidavano, spesso anziani, con cui si è creato un rapporto virtuoso. Ora inizia il periodo di cura dell’orto e lo vedremo sviluppare. Spero che il prossimo anno ci possa essere una giornata scolastica che consenta di valorizzare l’impegno di tutti.”
“Voglio enfatizzare le collaborazioni gratuite di persone che credono in questo progetto, per recuperare i valori della tradizione.” E’ il prof. Di Cristofaro che parla “Abbiamo coinvolto anziani e diversamente abili, e il personale tutto della scuola. In alto il cuore vuole anche durare nel tempo, perché abbiamo predisposto figure di sostegno che cureranno anche in estate i doni della natura.
L’Alberghiero utilizzerà i prodotti per le iniziative che promuove periodicamente ed eventuali ricavati verranno destinati alla beneficenza o all’acquisto di piccoli accessori per le cucine. Ringrazio la prof.ssa Maloni e gli altri insegnanti per la sensibilità dimostrata”.

2 giugno 1946: la Repubblica dalla Resistenza alla democrazia

LPDC 45 01Dopo l’ingloriosa fine di una monarchia che aveva aperto le porte al fascismo e che tardivamente aveva posto fine a una guerra disastrosa per gli italiani - nei modi che sappiamo di una degradante fuga della Casa Reale dai luoghi dell’occupazione tedesca - col referendum istituzionale del 2 giugno 1946 si può dire che storicamente si assiste in Italia al tentativo di creare una reale democrazia che coinvolga l’intera popolazione nel primo grande esperimento parlamentare post-unitario.
Si tratta di un  ricongiungimento fra intellettuali e popolo, fra coloro che la resistenza l’avevano fatta nelle carceri e sulle montagne e coloro che si erano opposti al regime soffrendo le penurie e le tragedie della guerra, vale a dire un’intera nazione rappresentata da un arco costituente che va dall’area liberale e giolittiana ai cattolici, ai socialisti e ai comunisti.
Quando oggi si parla di “compromesso storico” non bisogna limitarsi alle circostanze relative all’elaborazione di Moro e Berlinguer ma riferirsi anche alla fase iniziale di una scelta democratica che vide il 13 giugno 1946 l’affidamento, da parte del Consiglio dei ministri al Presidente Alcide De Gasperi, delle funzioni di capo provvisorio dello Stato Repubblicano, a cui seguì lo stesso giorno l’esilio di Umberto II di Savoia e il 28 giugno la prima seduta dell’Assemblea Costituente.
Nel clima rovente del primo dopoguerra, fu eletto a capo provvisorio dello Stato Enrico De  Nicola, un grande avvocato napoletano di area giolittiana che era stato sottosegretario di Stato al Ministero delle Colonie nel governo Giolitti (1913-’14) e al Ministero del Tesoro nel governo Orlando (1919), senatore del Regno e presidente di commissione, per dire una figura di indubbio prestigio che incarnava la volontà delle diverse componenti dell’antifascismo di anteporre le ragioni istituzionali al dibattito politico vero e proprio.
Tale dibattito, vivacissimo nelle piazze e nelle manifestazioni elettorali per le amministrative, veniva rinviato in sostanza a un periodo successivo all’entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
A nessuno può sfuggire l’importanza di questo atto fondamentale che a partire dal risultato elettorale del referendum avallato dalla Corte di Cassazione (12.718.019 contro 10.709.423) poneva le basi per una dialettica democratica che sulla res-pubblica doveva  articolare il proprio sistema valoriale.
Le cose non sono andate esattamente così, poiché da quella data i partiti politici, reinvestiti delle proprie prerogative ideologiche, hanno giustamente applicato il quadro teorico che li vedeva schierati per il progresso o la reazione, per la lotta o la conservazione. In mezzo secolo, fattori di contingenza storica e geografica hanno posto l’Italia al centro di tensioni formidabili fra i due blocchi guidati dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, ma anche di uno sviluppo inarrestabile e concretamente valutabile in termini di qualità della vita.
Celebrare la data del 2 giugno vuol dire ricordare anche il ruolo che le massime cariche dello Stato dovrebbero avere alla luce di quell’inizio esaltante e tutt’altro che formale, direi che valgono per esse le parole che Norberto Bobbio riferiva alle caratteristiche dell’ ‘intellettuale mediatore’: “l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la  volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della  complessità delle cose.”

La prima volta che la Banda passò

lpdc 44 01Dagli studi fino ad oggi disponibili (cfr. F. Farias e F. Sanvitale, Le bande musicali in Abruzzo 1783-1984) risultava che la banda giuliese fosse stata fondata nel 1871.
Nell’ultimo numero della ricca e preziosa rivista de “La Madonna dello Splendore”, n.32 Aprile 2013, è presente un corposo e ben documentato saggio storico del prof. Giovanni Di Giannatale, “La banda musicale di Giulianova. Lineamenti storici” (pp. 32-44), in cui l’autore ha stabilito come le origini del complesso musicale giuliese siano più antiche, scoprendo, da infaticabile ricercatore e accurato scrutatore di fonti archivistiche qual è, due lettere dalle quali si evince l’esistenza di un corpo musicale sin dal 1837.
Le due carte, datate rispettivamente 25 e 26 febbraio 1837, sono missive inviate dal Sindaco di Giulia all’Intendente di Teramo, in cui si descrivono i festeggiamenti svoltisi per il passaggio dei reali borbonici, provenienti da Martinsicuro; nella relazione il Sindaco accenna alla locale banda musicale che “spandeva la sua armonia” accompagnando “felicemente” i canti di una nutrita schiera di “belle ed oneste donzelle della città”.
Un ulteriore documento attesta la presenza della banda nella festa patronale di Città S. Angelo nel 1857. Il prof. Di Giannatale, che ha all’attivo altri studi sull’argomento, ripercorre con competenza anche tecnica l’evoluzione del complesso giuliese dall’età unitaria, quando nel 1862, su proposta del sindaco Daniele Cavarocchi, diventò “municipale”, al 2012, allorché è stato ricostituito un piccolo pregiato complesso sinfonico. Nell’esposizione, agile e lineare, vengono delineati i regolamenti, la scuola musicale, l’organico strumentale, i principali eventi artistici, le figure dei maestri (tra i quali ricordiamo Luigi Leone, diplomato nel Conservatorio di S. Pietro a Majella di Napoli, autore di composizioni per camera e banda in genere, che diresse il complesso giuliese dal 1882 al 1914; e Francesco Tancredi di Francavilla al mare, direttore dal 1921 al 1925).
È stato perfino ricostruito il modello di divisa approvato dal competente Ministero nel 1882 ed è stata pubblicata la trascrizione per banda, eseguita dal maestro Leone, della “Marcia giuliese” di Gaetano Braga (1829-1907; spartito conservato nella Biblioteca Comunale “V. Bindi” di Giulianova), insigne violoncellista e compositore giuliese di valenza internazionale.
Il saggio rappresenta la prima preziosa sintesi storica sull’argomento e colma una lacuna nella storia culturale e sociale di Giulianova.

Il ritorno del grande Gatsby

ia 44 01Giovedì 16 maggio è uscito nelle sale Il grande Gatsby, la nuova trasposizione diretta da Baz Luhrmann dell’omonimo romanzo pubblicato da Francis Scott Fitzgerald nel 1925. Le prime tre versioni cinematografiche sono rispettivamente: un film muto di Herbert Brenon del 1926, una pellicola girata da Elliott Nugent nel 1949 e quella più famosa firmata Jack Clayton del 1974. È la storia di Jay Gatsby, un ragazzo povero innamorato di Daisy, una ricca ereditiera che viene convinta a sposare un uomo altrettanto benestante, dalla cui unione nasce una bambina. Gatsby, però non si arrende e dopo aver combattuto nella prima Guerra Mondiale, torna a Long Island e diventa gangster, riuscendo ad arricchirsi e ad avvicinarsi nuovamente a Daisy con lo scopo di riconquistarla. La trama è narrata da Nick Carraway, aspirante scrittore e amico di Gatsby, nonché testimone del suo amore impossibile. Tutti e quattro i lungometraggi riprendono fedelmente il racconto del libro di Fitzgerald, ma ognuno ha una caratteristica che lo rende al contempo diverso, non riuscendo a cogliere la vera anima tragica dell’opera dello scrittore americano.
L’America anni ’20 è una miscela di ricchezza e ostentazione che fanno da contraltare all’immoralità ed alla decadenza tipiche dell’epoca del proibizionismo, mentre i registi si sono soffermati soprattutto sull’esteriorità sontuosa delle ambientazioni, in particolare, Luhrmann mette in piedi una struttura scenica composta da apparenza più che da sostanza. All’inizio i personaggi sembrano addirittura secondari rispetto alla facciata, ricomparendo, con i loro drammi, soltanto nella seconda parte. Nugent ha dato più spazio degli altri al mondo interiore degli interpreti, descrivendo un Gatsby in abiti da gangster con tanto di pistola ma, come impone la tendenza anni ’40, la maggioranza dei film è di genere giallo-poliziesco. Gli anni ’70, invece, sono forieri di film sentimentali, ed ecco che Clayton dà vita ad un drammone strappa lacrime, stile Love Story. Torniamo a Luhrmann che si appoggia su di un’ambientazione troppo finta per avvicinarsi alla realtà del periodo di riferimento, tutto è fastoso all’inverosimile, anche se bellissimo da ammirare ed elogiare. A questo punto qualcuno si chiederà che ruolo hanno gli attori, famosi come Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire e Carey Mulligan, se non di tappezzeria, visto che le loro interpretazioni vengono ridotte, di molto, in nome di un estetismo a dir poco esagerato. Comunque la prova recitativa, specialmente di Di Caprio è eccellente, calato perfettamente nella parte incarna un Gatsby a dir poco esemplare. Forse Fitzgerald non immaginava che il suo lavoro potesse suscitare fin da subito tanto successo e magari ora potrebbe pensare, con una punta di autocompiacimento, che nessuno, per quanto abbia dimostrato impegno, sia  riuscito ad eguagliare il suo stile incredibilmente coinvolgente.

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