Lunedì, Maggio 21, 2018

 

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L’Abruzzo illustrato di Basilio Cascella

LPDC 61Con il sostegno economico della Caripe è stato pubblicato un bel catalogo delle cartoline di Basilio Cascella, a cura di Franco Battistella, che raccoglie parecchie serie di litografie, cromolitografie e zincotipie del pittore pescarese (1860-1950), grande e prolifico illustratore, autodidatta e perfino deputato nel 1928.
Le cartoline non rappresentano l’unica produzione dell’artista che, ad esempio, dalla fine degli anni ’10 si dedicò alla ceramica dipingendo i grandi pannelli in maiolica dello Stabilimento Termale Tettuccio di Montecatini, l’oleografia della Madonna dei Sette Dolori a Pescara, la grafica delle riviste “L’Illustrazione abruzzese” e “L’illustrazione meridionale” e tanti altri aspetti dell’arte decorativa sia sul versante verista sia, con maggiore evidenza, nel campo di un simbolismo scoperto che appartiene verosimilmente all’allegoria edificante e celebrativa.
L’Abruzzo che emerge dai suoi bozzetti e pitture preparatori, poi in forme seriali di 12 cartoline uscite dai torchi del suo stabilimento pescarese, è quello di una terra vergine e primitiva, laboriosa e ancestrale dove l’amore si intreccia con una natura rigogliosa, nei modi floreali di una esuberanza vitalistica piena dei segni della fecondità e di una natura benigna. Frutti e fiori si accompagnano quasi sempre con una tipologia femminile incline alla maternità e alla vita agricola secondo un cliché che sarà fatto proprio dal bagaglio iconografico del ruralismo fascista e in forme più stilizzate già presenti nell’Art Nouveau. Inoltre si affacciano sulla scena marina elementi (si veda la serie Nudi al mare) tipici della incipiente moda balneare rivisitata in una luce mitica alquanto naturalistica, dove la carnale bellezza di giovani madri con figli viene sottolineata in chiave pagana si direbbe, distante dal modello dell’Angelo della vita di Giovanni Segantini o dalle madonne di Gaetano Previati, dove prevalgono il misticismo della maternità e l’assenza quasi totale del sesso. Cascella che vendeva queste immagini alla pubblicità di una Centerbe si contentava di suscitare sentimenti inneggianti alla vita istintiva e riproduttiva; i suoi nudi avvolti nei tralci di girasoli e nell’edera mirano all’immaginario maschile e, nelle forme più industrializzate, in seguito finiranno nei calendari, negli emblemi delle locandine, specialità alimentari, etichette ed ex-libris.
Siamo al cospetto di un artista che aveva appreso a Roma e Milano l’arte innovativa delle cartoline illustrate nel periodo che va dal 1898 al 1917 - e si capisce come quest’ultima data segni l’affermarsi della fotografia e la fine del genere - riprendendo il motivo fondamentalmente liberty dei viticci e delle piante, di una natura ipertrofica che avvolge corpi femminili iperdeterminati nella carnagione e nelle forme opulente. Ma Cascella è decoratore versatile e annovera fra le sue serie Le mietitrici, Le eruzioni del Vesuvio, Il bacio (una tricromia del 1915 che sembra anticipare, insieme a Il primo amore e Sogno e realtà i fotoromanzi dei decenni successivi), Innamorati in costume abruzzese, dove ai costumi si aggiungono alcuni mestieri decisamente primitivi come la pastorizia, la tessitura a mano, l’idillio nei campi ecc.
Talvolta si cimenta con la storia meridionale illustrando una “storia banditesca” con quadri policromi dal titolo Il combattimento, L’arresto, L’ultimo bacio, La sete, Preghiera, La spia, Sequestro, Una vendetta, per dire gli argomenti melodrammatici in grado di collegarsi alle tematiche regionali ma apprezzate anche su scala nazionale e internazionale con riconoscimenti importanti, come ad esempio nella Mostra d’Arte internazionale d’Arte decorativa moderna di Torino del 1902 e a quella di Livorno dello stesso periodo.

Un Natale molto Animato

ia 60La programmazione cinematografica natalizia, si sa, è sempre ricca di titoli interessanti, quest’anno in particolare di film d’animazione, per la gioia dei più piccoli.
Già dal 12 dicembre si contano numerose pellicole, come Il segreto di Babbo Natale, diretto da Leon Joosen e Aaron Seelman. Il magico mondo di Babbo Natale è in pericolo e solo l’elfo combina-guai Bernard può salvarlo. Distribuito dalla M2 Pictures, sia in 2 che 3D promette una piacevole serata farcita da divertentissime gag.
A seguire, il 19 dicembre, è nelle sale Frozen – Il regno di Ghiaccio della Disney Pictures, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee. Tratto dalla fiaba La regina delle nevi di Hans Christian Andersen, ha per protagonista la piccola Anna alle prese con le mire di potere della sorella Elsa che vuol trasformare Arendelle in un luogo perennemente ghiacciato. Con l’aiuto di Kristoff e della renna Sven, Anna riuscirà a riportare pace ed armonia nella sua famiglia e nel suo regno.
Il 25 dicembre è la volta di Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi della Warner Bros. Diretto da Cody Cameron e Kris Pearn, il film racconta la storia di Flint Lockwood, personaggio del primo Piovono polpette, che lavora presso la The Live Corp Company per il suo idolo Chester V. Quando Flint scopre che quest’ultimo continua ad operare con la macchina sforna alimenti nocivi per animali, decide di licenziarsi ed ostacolarlo in tutti i modi. Scenari favolosi e morale ecologista per un lungometraggio davvero imperdibile. Ma, Natale al cinema non termina a dicembre ed ecco che il 1° gennaio è in programmazione Il castello Magico, diretto da Jeremy Degruson e Ben Stasser e distribuito dalla Notorius Pictures. Tuono è un gattino abbandonato in cerca di un rifugio, durante una notte tempestosa. Per caso arriva nel palazzo dove un vecchietto, con la passione per la magia, abita con un coniglio, un topolino ed i favolosi giocattoli utilizzati durante gli spettacoli. Tuono entra a far parte della bizzarra combriccola magica, ma ben presto dovrà aiutare i suoi nuovi amici a salvare la casa del mago, messa in vendita dai suoi parenti. Per due ore all’insegna del buonumore e della magia.
Ai bambini sicuramente non sfuggirà anche un film in uscita in anteprima l’11 gennaio, la versione cinematografica del cartone del momento: Peppa Pig.  La serie animata britannica, arrivata ormai alla 5a stagione, propone ora i primi dieci episodi della 6a stagione ognuno di 5 minuti, per una durata complessiva di 50 minuti, dal titolo: “Peppa, vacanze al sole ed altre storie”. Continua il divertimento con Peppa e la sua famiglia formata da papà, mamma e fratellino che vanno in vacanza e giocano insieme agli amici di sempre.  
Ce n’è veramente per tutti i gusti e per tutti i propositi per un Natale e un dopo festività davvero, è il caso di dirlo, Animato.

Presepe vivente: tra lavoro e speranza

ia 59Tra periodi di crisi economiche – che sembrano non volerci abbandonare – e tempi in cui viene meno anche la speranza – che sembra volerci abbandonare – ci pensa il consueto appuntamento giuliese del Presepe vivente a ridarci la forza nel credere che, seppur barcollanti, riusciremo a sopravvivere ai primi aggrappandoci ai secondi.
Il 26 dicembre si svolgerà, presso le suggestive ed emozionanti stradine del centro storico, la manifestazione che quest’anno prende il titolo “Dalla terra al cielo” e che dalle ore 18.00 (fino alle 22.00) aprirà le porte alle oltre tremila persone che puntualmente, ogni anno, si apprestano ad ammirare e vivere una rappresentazione storica sfidando il freddo e le lunghe attese d’ingresso.
Anche quest’anno, nonostante le mille difficoltà economiche per via del numero di sponsor che è sempre minore, l’entrata al Presepe (che avverrà da Piazza Buozzi) sarà gratuita, ma i visitatori avranno l’occasione di manifestare il loro apprezzamento lasciando un contributo libero a fine percorso.
Il tema principale di questa 18ma edizione sarà il lavoro, come spiega il presidente dell’Associazione Unica Stella Domenico Canazza, organizzatore dell’evento, con il patrocinio della Città di Giulianova, e della Parrocchia di San Flaviano nella persona di Don Domenico Panetta.
“La Palestina, la gente che viveva e lavorava in Palestina. Questo è ciò che desideriamo farvi conoscere – spiega Canazza – con il Presepe di questa XVIII edizione intitolato Dalla Terra al Cielo. Abbiamo pensato, in quest’anno di crisi per il mondo del lavoro, di focalizzare la nostra attenzione sui lavoratori dell’anno zero, in un percorso che va proprio dalla terra al Cielo: dalla vita della gente di Palestina di 2000 anni fa a Gesù, Figlio di Dio, che nasce a Natale proprio in questa terra”.
Il tema del lavoro, piaga sociale che sta influendo non solo nel mondo dei giovani ma ha riscontro in tutte le famiglie italiane, sarà sviscerato nelle 14 scene che compongono il percorso del Presepe vivente: contadini, pastori, pescatori, tessitrici, lavandaie, mercanti, artigiani, esattori delle tasse, soldati, religiosi, scribi e farisei alle quali si aggiungono la scena Sotto la Stella e quella conclusiva de La Natività. Gli oltre 200 figuranti che parteciperanno all’evento (ricordiamo che c’è tempo fino al 16 dicembre per candidarsi) saranno come sempre il fiore all’occhiello di una manifestazione che ormai è una tappa fissa per i giuliesi (ma non solo). “Voglio ringraziare – continua Domenico Canazza – non solo quelli che prenderanno parte al Presepe di quest’anno, ma in particolar modo gli altri elementi che compongono l’Associazione Unica Stella che si sono prodigati con il loro impegno a far raggiungere la maggiore età a questo evento, raddoppiando le forze per sopperire ad alcune assenze”.

L’Università della 3a età

lpdc 59L‘Associazione culturale “Sergio Liberovici” ONLUS con sede a Giulianova in via Gramsci n. 131, da 16 anni opera sul territorio nell’ambito del sociale organizzando i corsi dell’Università della terza età e del tempo libero.
E’ una realtà che offre ai suoi soci occasioni per accrescere il proprio patrimonio culturale e la propria curiosità frequentando le lezioni e conversazioni tenute da docenti di prestigio e da esperti nelle svariate discipline.
E’ inoltre occasione soprattutto di incontri e momenti socializzanti necessari alle persone di questa età, spesso in situazione di solitudine.
Riteniamo che l’associazione culturale ”LIberovici” sia un fiore all’occhiello per la città di Giulianova e una opportunità, per molte persone, di aggregazione sociale ed umana importante soprattutto nella società moderna.
Gli incontri si svolgono il lunedì e il giovedì da ottobre a fino maggio presso l’Aula Magna della Scuola media “Bindi”.
Oltre alle lezioni in sede, ai soci vengono offerte numerose altre opportunità: la partecipazione al teatro di prosa, al teatro lirico, a concerti, conferenze, mostre, visite culturali di un giorno o di più giorni per conoscere il nostro territorio, ma anche la nostra bella Italia.

Arte in vetrina

Già da domenica 8 dicembre è partita una bella iniziativa per il centro storico: “Arte in vetrina”. E davvero di arte si tratta: ben quindici artisti locali hanno la possibilità di esporre le proprie opere nelle vetrine dei negozi di corso Garibaldi. Dunque ancora una iniziativa, originale per Giulianova, per suscitare l’interesse dei cittadini e contribuire alla rivitalizzazione del nostro centro storico. È davvero un bel modo per dare spazio ai nostri tanti artisti che troppo spesso non sappiamo neppure di avere tra noi, una “vetrina” per loro, un’occasione di conoscenza per noi. Inoltre, si è creato un motivo in più, anzi una scusa nuova per passare in corso Garibaldi per salire al Paese, per fermarsi a curiosare, guardare e magari per accorgersi che senza l’uso dell’automobile si riconquista il tempo per vedere, osservare, incontrare e, perché no, comprare. Il nostro è proprio un bel paese e ben vengano tutte quelle iniziative che tendono a restituirgli la dignità che merita.
Questa di “Arte in vetrina” durerà fino al 6 gennaio, speriamo che venga presto seguita da situazioni nuove e magari permanenti, ci auguriamo che non resti solo un’esperienza natalizia che non capiti che “l’epifania tutte le belle idee porta via”.

La poesia di Lucio Marà

Dalla riviera degli anelli
(2006, inedita)

Partivano da qui i nostri avi
Quando l’ancor selvaggio luogo
Abbondava di cespi inariditi
Di canne e giunchi irti nel vento.

Vele protese spingevano i legni,
guidati da uomini esperti e forti,
bronzei di sole, grinzati di salsedine.
Ma perigliosi giorni afflissero lor sorte.

Molti di loro mai fecero ritorno,
periti nel fragor dell’onde amate.
Li piansero le madri in vana attesa,
le disperate spose con l’ignara prole

Passaron di speranze lunghi anni.
Ebbero alfine i nostri amati padri
rada sicura e riparo alla tempesta;
quivi trovaro, allor, quiete e salvezza.

Medita, novello marinaio, navigante,
passeggero turista, vacanziero:
questo luogo al pescatore è sacro.
Rispettoso silenzio è quel che vale

Lucio Marà nato a Giulianova nel 1934 fin da giovanissimo (16 anni) ha svolto l’attività di pescatore prima con la barca della sua famiglia e poi con una di sua proprietà.
Si è dedicato nel tempo libero, talvolta anche in mare, alla composizione di poesie sia in dialetto che in lingua. La sua lirica è rivolta quasi sempre al suo mare, dal quale trae ispirazione. Ha scritto per qualche rivista del settore articoli di attività marinara e racconti di vicende vissute.Nel luglio del 1986 pubblica la sua prima raccolta di poesie in vernacolo giuliese dal titolo “Quadre d’autore”, per le Edizioni Tracce di Pescara. Partecipa per la prima volta ad un concorso di poesia indetto dal Messaggero d’Abruzzo con la sua composizione “Vuless’ angore”, in dialetto giuliese, classificandosi al terzo posto. Partecipa nel 1992 ad un concorso di poesia estemporanea dialettale a Corropoli, vincendo il primo premio, il Ripolo d’Oro.
Nell’edizione successiva ottiene il Ripolo d’Argento.
E’ apparso spesso in trasmissioni televisive regionali e nazionali. Ha organizzato per tre edizioni il premio di poesia dialettale “Lu mare nostre” presso Il Nautico di Giulianova.
Ha ricoperto più volte la carica di presidente dell’Ass. Naz. Marinai d’Italia di Giulianova e ottenuto varie onorificenze.
Ha scritto due raccolte di poesie: “Vita di mare” pubblicata nel 2005 e “Casa sulla Riviera” nel 2006; ha scritto anche libri di narrativa editi dall’Ente Porto di Giulianova.
Nel 2007, per la Confesercenti d’Abruzzo, ha pubblicato una raccolta di ricette dei pescatori giuliesi: “Pesci di mare, tra pentole e fornelli”.
In attesa di pubblicazione (per mancanza fondi), l’ultima opera di narrativa: “Padre Mare”.
Dalla riviera degli anelli     (2006, inedita)


Premio Scafati. Progetto Poesia

ia 58Il 26 ottobre scorso a Scafati (Salerno) si è tenuto il “28° Trofeo Nazionale di Poesia e Narrativa del Ragazzo” - Sezione “Ignazio Silone” - e in tale occasione è stata premiata la poesia dell’alunna giuliese Alessia Marà dell’ex Scuola Media Bindi – Pagliaccetti dal titolo “Ascolta il silenzio” composta durante il corso di “Progetto - Poesia” della professoressa Edda Piccioni. La concorrente ha seguito, accanto alla sua famiglia, la cerimonia di premiazione avvenuta in seguito ad una scrupolosa valutazione della giuria formata da docenti che hanno giudicato i testi poetici e successivamente li hanno proposti all’esame di un gruppo di studenti dell’ultimo anno del Liceo di Scafati. La giuria dei ragazzi ha consegnato il titolo al primo classificato e gli altri nove finalisti si sono aggiudicati il 2° posto ex-aequo. A tutti i vincitori è stato consegnato un attestato di premiazione, debitamente incorniciato, a testimoniare il valore autentico delle loro produzioni. Immense sono state la gioia e l’emozione che la premiazione della sua poesia ha scaturito in Alessia Marà, un momento di cui la ragazza serberà per sempre il ricordo.

“Ascolta il silenzio”  
di Alessia Marà

È quiete,
aria leggera
dove la spiegazione
è ascoltare il silenzio.
Dove ogni cosa dipende dall’altra
fino ad arrivare all’ignoto.
È l’infinito cielo
blu intenso,
a far brillare due piccole fiamme.

Chi è Alessia Marà
Ho 13 anni compiuti a luglio e la mia passione è sempre stata la scrittura. Qualcosa di profondo, che mi fa stare bene e non un semplice passatempo, scrivo per me stessa e non per gli altri con il desiderio di raggiungere la scoperta del mio essere e capire qualcosa in più della mia vita. Avevo 6 anni quando ho scritto la mia prima poesia e da quel momento ho intrapreso un cammino coinvolgente ed emozionante. Anche per questo ringrazio la professoressa Edda Piccioni che con il suo corso di poesia mi ha dato la possibilità di partecipare al “Premio Nazionale della Poesia e Narrativa del Ragazzo” svoltasi a Scafati. L’evento è stato per me molto significativo e toccante e ammetto anche una certa emozione nel poter presentare la mia poesia intitolata “Ascolta il silenzio” ad una giuria composta da ragazzi come me; con batticuore osservavo l’espressione del pubblico mentre leggevo la mia opera. Il timore di ricevere voti bassi è stato spazzato via dopo aver ottenuto la quasi totalità del punteggio, che mi ha dato la soddisfazione di ottenere il 2° posto. Sono profondamente onorata di aver avuto la possibilità di vivere un’esperienza così unica, tanto che durante il viaggio di ritorno, assieme alla mia famiglia, stringevo forte a me la penna e il taccuino, convinta di aver aggiunto un nuovo tassello alla scoperta di me stessa.

Il viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli

lpdc 58Pino Coscetta, giornalista e scrittore, entrato al Messaggero a 22 anni, organizzò per il giornale, negli anni ’80, un viaggio/reportage in Abruzzo insieme al già famosissimo scrittore, studioso e giornalista egli stesso, Giorgio Manganelli, dotato, com’è noto, di un robusto umorismo e spirito ironico. Come si apprende dal libro pubblicato nel 2012 dall’editore Solfanelli, a cura di Coscetta,  ormai a distanza di oltre un ventennio dalla morte improvvisa di Manganelli, si tratta di un omaggio all’amico “che se ne è andato senza salutare. E non era da lui”. Si tratta come leggiamo nel risvolto di copertina di una “cronaca minima della sua massima riscoperta dell’Abruzzo che aveva fugacemente visitato da giovane partendo da Milano in Lambretta”. Con questi toni si capisce subito che l’intero viaggio è una sorta di atto unico teatrale nel quale le due intelligenze dialogano al cospetto di luoghi ameni e meno ameni (mi si perdoni l’assonanza), ma sempre alla luce della volontà di fornire al lettore del giornale, dove comparivano gli articoli di Manganelli in contemporanea col viaggio, e del libro, dove Coscetta, eruditissimo cicerone e autista (‘automedonte’ lo chiama il Manga), intercala con belle descrizioni dei luoghi e del rapporto spiritosissimo con l’amico, una divertente immagine dell’Abruzzo osservato da una ‘zingarata’ di altissimo profilo culturale.
“Dove ci incontriamo?” Non si preoccupi, passo a prenderla a casa. Dove abita?” “In via Chinotto otto…ha presente via Coca Cola di Rienzo…” Questo è l’incipit, poi li ritroviamo nella hall dell’Hotel Esplanade a Pescara a progettare per l’indomani una escursione a Pescina e nella valle del Giovenco. Con atteggiamento sornione Manganelli dà all’amico l’impressione di lasciarsi condurre e indicare le cose meritevoli di attenzione, ma scopriamo – e lo stesso Coscetta scopre subito – che l’amico è ampiamente consapevole dei monumenti e dei luoghi significativi che incontrano aggiungendo ai contenuti strettamente turistici e storici riflessioni vagamente poetiche sul ‘silenzio’ e sul fascino primitivo della Marsica. La storia di Silone e Mazzarino induce Giorgio a cambiare il piano dell’esplorazione e al posto del Parco d’Abruzzo decide per Pescina, dove ripensa la storia dei potenti  e delle lotte contadine, di Silone che leggeva L’Avanti per tenerli informati: “Il Fucino è piatto, piatto come un piatto da portata, in una terra che è tutta spuntoni, passi, monti, cunicoli, anfratti, calanchi, una terra scoscesa, dura, grigia di rocce, di sassi, di rupi, che non di rado si adorna e rallegra di orridi, abissi, burroni. Ma il Fucino è piatto. Può una cosa piatta essere  abruzzese?” Tutto il libro è uno splendido assemblaggio di riflessioni storiche e note di folklore, elementi della cultura antropologica e della civiltà materiale, come quando l’autore descrive il momento solenne del pranzo: “ Per oggi può bastare. L’ora canonica della tavola è scoccata e per Manganelli si tratta di un richiamo da non prendere alla leggera. … Prosciutto a tocchetti, una “cascelletta” di ricotta ancora fumante, salsicce secche di carne e di fegato. Di tutto appena un’idea. Per primo quattro “assaggini”, tacconcelle e fagioli, chitarra al sugo di castrato, strozzapreti ai funghi profumati e gnocchetti al pomodoro. Poi agnello alla brace accompagnato da patate maritate. Un sapido rosso con tanto di “tralcio” di vite sistemato attorno al collo…” Il viaggio prosegue a Cocullo, Scanno, Pacentro e Sulmona, con notazioni sui serpari e le rovine archeologiche di Angizia, Ovidio e Ercole Curino. Perfino a Pescara riesce a trovare spunti e riflessioni rivolte al presente “danaroso e senza storia” e alle  anime di un passato recente come D’Annunzio e Flaiano, benché dica che di dannunziano sia rimasto ben poco: piuttosto trova un elemento dannunziano nel finto medioevo del castello Della Monica a Teramo, per il quale sembra avere una attenzione particolare. Teramo, Atri e Castelli sono luoghi magici per Manganelli, i luoghi visitati in Lambretta fra un inferno di camion tanti anni prima: “Ecco, appoggiammo la Lambretta addosso al muro ed entrammo nella cattedrale”. “… la Cattedrale teramana, come anche altrove in Abruzzo, è un oggetto di inquietante complessità, qualcosa che si è riposata in una forma conclusiva solo dopo almeno due secoli di crescita.”

Da Giulianova a Copenaghen seguendo le orme di Kierkegaard

LPDC 57 02Sulla scia di due autorevoli citazioni, l’una tratta dalla Metafisica di Aristotele “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia” ed l’altra dalla Apologia di Socrate di Platone “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” tentiamo di capire il coraggio e la forza che hanno animato una studiosa giuliese che, dai banchi del Liceo “Curie” passando per le aule dell’Università “G. D’Annunzio” di Pescara-Chieti prima, e per quelle dell’Università di Tubinga, è giunta fino a Copenaghen.
Accogliamo con grande piacere e viva soddisfazione la notizia della pubblicazione dello studio della dott.ssa Alessandra Granito, Eugen Drewermann interprete di Kierkegaard. Le quattro forme kierkegaardiane della disperazione rilette alla luce della psicoanalisi, Orthotes Editore, Napoli-Salerno 2013. Nata e cresciuta a Giulianova, dopo il Liceo Alessandra si è iscritta alla facoltà di Filosofia presso, facoltà in cui ha poi ottenuto il dottorato di ricerca svolgendo l’attività di ricerca come borsista presso la “Eberhard Karls Universität” di Tübingen; attualmente è impegnata come Research Fellow presso il Søren Kierkegaard Forskingscenter di Copenaghen. I fili conduttori delle sue ricerche sono la tematica esistenziale, la meontologia, i rapporti tra filosofia, letteratura e critica della modernità, studi animati dalla volontà di avviare un percorso che, pur partendo da analisi accademiche, hanno l’ambizione di coinvolgere e condurre il grande pubblico dinanzi a tematiche filosofiche.

Le mura, i bastioni e le porte di Giulianova nell’800

LPDC 57 01L’ultimo libro del dott. Ottavio Di Stanislao* è il frutto di attente e puntuali ricerche compiute nei fondi dell’Archivio di Stato di Teramo per documentare le trasformazioni subite da Giulianova nel corso dell’ 800, dal periodo borbonico a quello postunitario. Vengono analizzate con dovizia di particolari la cinta muraria, conseguente all’incastellamento del 1576, e i bastioni, dislocati in vari punti strategici a scopo di sorveglianza e di controllo del territorio. Riallacciandosi a precedenti studi, apparsi nel vol. VII dei DAT (Tercas, 2007) e nelle riviste “La Madonna dello Splendore” e “Notizie dalla Delfico”, Di Stanislao ricostruisce, sulla scorta di preziosi disegni e rilievi planimetrici, le fasi dei lavori di edificazione, riparazione e abbattimento delle mura, le quali “non erano solo strutture per la difesa ma anche per assicurare la sicurezza a terra”. Inoltre l’autore illustra con precisione documentale le caratteristiche dei bastioni e ne fornisce con persuasive argomentazioni la loro esatta e definitiva identificazione. L’opera è corredata da foto d’epoca che consentono di conoscere aspetti urbanistici pressoché inediti della Giulianova dell’epoca. Corona il lavoro uno studio della relazione tra Giulianova e la rete viaria progettata dall’ing. Carlo Forti, che inizialmente aveva stabilito di far passare per Giulianova la strada che collega Pescara a S. Benedetto del Tronto. Il progetto nel 1818 non fu approvato dall’organo competente, perché giudicato troppo oneroso. La strada, oggi statale 16, fu perciò costruita nel litorale adriatico. In chiusura sono riportati alcuni documenti relativi a progetti urbanistici e viari elaborati  tra il 1846 e il 1871.

Presenze filmiche per Halloween

IA 56Il filone sul paranormale è sempre più prolifico ed è nato quasi parallelamente al cinema stesso incuriosendo ed affascinando lo spettatore per la sua enorme complessità, soprattutto in concomitanza con la festa più paurosa dell’anno: Halloween. Nel 1963 è uscito sul grande schermo The Haunting - Gli invasati girato da Robert Wise. Il lungometraggio narra la storia di Hill House, una casa in collina che nel corso di 90 anni ha collezionato una serie di episodi funesti. The Haunting ha un remake: Haunting - Presenze, di Jan de Bont, uscito al cinema nel 1999.
Ispirata al romanzo di Shirley Jackson, The Haunting of Hill, la pellicola è incentrata sul professor David Marrow che, per un esperimento sulla paura, recluta tre ragazzi: Theo, Eleanor e Luke. La villa dove si svolge la storia è, ancora una volta, Hill House. Rispetto al film del 1963 nel remake ci sono effetti speciali più teatrali, ma anche questo film è ben articolato e dà brividi ogni qual volta si manifestano i fantasmi.
Nel 1981 esce il celeberrimo La casa. Diretto da Sam Raimi La casa parla di cinque ragazzi che, dopo essere giunti in una baita in montagna, trovano un libro e un’audiocassetta dove sono incise delle formule per evocare degli spiriti sumeri. Si tratta del Necronomicon, meglio conosciuto come il Libro dei morti. La pellicola può essere considerata un vero e proprio cult del genere horror. A La casa seguono La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992), dei tre è il terzo capitolo ad avere maggiore notorietà. Nel 2013 è uscito l’omonimo remake, di Fede Alvarez e prodotto dallo stesso Raimi, definito uno dei migliori rifacimenti cinematografici degli ultimi tempi per l’estrema fedeltà all’originale.
Il 1999 è l’anno de Il sesto senso di M. Night Shyamalan. Lo psicologo Malcom Crowe viene aggredito da un suo ex paziente che gli spara allo stomaco. Dopo otto mesi Crowe deve affrontare il caso di Cole, un bambino di 9 anni con un’incredibile sensibilità che gli confida di vedere gli spiriti dei defunti. La pellicola di Shyamalan è senza dubbio una pietra miliare nella cinematografia sul paranormale e non dovrebbe mai mancare tra i preferiti in una collezione di genere.
The Others (2001) è sicuramente uno dei lavori più riusciti di Alejandro Amenabar. Una bravissima Nicole Kidman presta il volto a Grace che ha perso il marito in guerra e vive in una grande casa con i figli Anne e Nicholas. Avendo richiesto del personale in grado di aiutarla nelle pulizie, Grace riceve la visita di tre domestici ai quali spiega come svolgere le incombenze giornaliere. Dopo qualche giorno s’iniziano a percepire rumori e presenze indesiderate… L’opera di Amenabar è ricca di colpi di scena mozzafiato, tiene a dir poco incollati allo schermo fino all’ultimo minuto.
Va citata la saga di Paranormal Activity, iniziata nel 2007, girata sulla falsariga dei documentari e ha avuto un enorme successo, specialmente al botteghino. I più recenti film sul paranormale sono: Insidious, Sinister, La madre e Dark Skies. Quest’ultimo affronta un altro aspetto del fenomeno: i rapimenti alieni.

“Viteliù Il nome della libertà”

LPDC 56In sala Buozzi, a Giulianova Paese, l’ass.ne Veliero presenta un libro di Nicola Mastronardi, “Viteliù, Il nome della libertà”, romanzo storico che parla della storia dei Sanniti. All’autore chiediamo: da dove viene l’idea di scrivere un libro su un popolo di 2000 anni fa?
La genesi di questo romanzo è abbastanza complicata, viene da lontano. Dalla passione molto forte per il territorio dove sono nato. Sono per metà Marsicano (mia mamma) e per metà Sannita (mio padre, Agnone, Molise). Fin dalla tenera età mio padre (insegnante, giornalista) amante del nostro territorio, mi ha parlato degli antichi Sanniti. Questa passione, unita ad altre due, il giornalismo e l’equitazione, hanno reso possibile il romanzo. Da giornalista di Turismo Equestre, emigrato a Firenze dopo gli studi universitari, fui mandato nel ’91 a fare un reportage nella mia terra, in Molise. Questo reportage mi ha cambiato la vita, perché ho scritto sull’ultima famiglia transumante, con 500 mucche, nei tratturi del territorio Sannita. Ciò mi ha fatto ricordare gli insegnamenti di mio padre e amare nuovamente la terra in cui ero nato. Fu talmente forte quest’esperienza che dopo alcuni anni son tornato a vivere in Molise, a studiare transumanza, i tratturi, i Sanniti. E la passione per la scrittura ha fatto il resto.
I Sanniti sono un popolo molto poco conosciuto, come il resto dei popoli Italici. Roma ha sempre catturato al massimo la nostra attenzione. Cosa c’è all’interno della cultura di questi popoli, che oggi può essere ancora valido conservare?
Devo precisare che, è vero, privilegio i Sanniti in questo romanzo, ma in realtà è una storia che rievoca un’intera etnia, quella dei popoli Italici. E’ ovvio che Marsi e Sanniti, nel periodo storico trattato (91-72 a.c.) erano i due pilastri della lega italica che inventò Italia, ma è un’intera “nazione” seppur divisa in stati tribali, che viene rievocata in questo romanzo. Poi, direi che può fornire un pezzo di storia che manca completamente nella cultura generale italiana. In tutto il ‘900 non si è studiata a scuola la storia degli Italici, che hanno 9 secoli di storia prima di Roma, che poi dopo scontri e alleanze hanno plasmato la stessa Roma, influenzandola fin dall’inizio. Dobbiamo riconoscere che gli Italici (dai Piceni a nord fino ai Lucani a sud) hanno abitato la penisola prima che Roma fosse fondata, plasmando l’antropologia, la cultura, le tradizioni, la lingua di tutto il centro Italia. Questi popoli sono un buco nero nella cultura generale italiana. Col romanzo ci insegnano un pezzo di storia, ma anche valori di rilievo, come l’idea che una comunità sia più importante dell’individuo, che il bene comune sia un valore alto, anche a sacrificio della propria vita. Un concetto fuori moda, se attualizzato ai giorni nostri, ma che mi ha molto colpito.
Il nome, Vitelio, da dove viene?
Pochi lo sanno, ma Vitelio non è altro che il termine originale che i latini hanno tradotto successivamente in “Italia”. Il nome della nostra nazione non è di origine latina né greca, è di origine italica. Non si pronuncia Viteliù perché l’accento vuole indicare una “ou” nell’alfabeto osco. Tra l’altro, Marsi e Sanniti insieme ad altri 10 popoli, nel 91 a.c., parlarono per la prima volta di una nazione organizzata politicamente con il nome di Italia (Viteliou). Per la prima volta questa nazione federata (indipendente da Roma) coniò monete con il nome Italia, o Viteliou. Per la prima volta nacque un’idea di nazione che si consoliderà poi con l’imperatore Augusto.
Va scoperto, questo interessante libro di Nicola Mastronardi, perchè ci svela, attraverso un’accurata documentazione e un intreccio narrativo coinvolgente, ricco di personaggi, colpi di scena e vicende sconosciute ai più, le radici etnico-politiche e culturali dell’identità nazionale italiana.

L’opera di Jan Vermeer al cinema

IA 55È di questi giorni l’uscita nelle sale del documentario Vermeer e la musica, realizzato dalla casa di produzione Nexo Digital, che illustra sul grande schermo i dipinti esposti alla National Gallery di Londra e solleva una serie di questioni sui retroscena della medesima rassegna e sulla creazione dei quadri (i dipinti presi in esame ritraggono persone intente a suonare uno strumento musicale).
In tal modo il film racconta la figura dell’artista, combinando materiali girati in mostra e riprese nei luoghi nativi di Vermeer, con un eccezionale excursus nel mondo del pittore per permettere agli appassionati, e non solo, di cogliere dettagli invisibili ad occhio nudo. Ma, l’opera di Vermeer può essere ammirata anche attraverso il film La ragazza con l’orecchino di perla, tratto dall’omonimo romanzo di Tracy Chevalier, diretto nel 2003 dal regista Peter Webber e il titolo riprende un celebre quadro di Jan Vermeer, anche noto come Ragazza col turbante. Il film interpretato da Scarlett Johansson e Colin Firth, nei ruoli rispettivamente di Griet e del pittore, ha avuto un discreto successo ed è stato anche candidato a tre premi Oscar, per migliori scenografia, fotografia  e costumi. Il lungometraggio di Webber è ambientato nel 1660 a Delft, in Olanda, e Griet, la protagonista del famoso quadro, è la figlia di un pittore di ceramiche, divenuto cieco per un incidente sul lavoro.
A causa delle difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia viene mandata a servire a casa di Jan Vermeer, pittore discretamente affermato che però ha un tenore di vita piuttosto elevato per le proprie possibilità, soprattutto perché la moglie mette al mondo un gran numero di figli e lui non riesce a produrre più di due o tre quadri all’anno. La ragazza si avvicina al lavoro del pittore e ne rimane a dir poco affascinata, tanto da esserne lei stessa coinvolta.
La storia sviluppata dal regista britannico è il naturale adattamento del libro della Chevalier e riporta fedelmente i passaggi utilizzati dalla scrittrice, compresi i momenti della vita di Vermeer, nonché i quadri realizzati e si evince un’alta attenzione nei dettagli e nella resa delle opere.
Tutto è curato fin nei minimi particolari, dalla scelta del modello (donne intente a scrivere, cucire, sistemarsi un gioiello, parlare con qualcuno e suonare uno strumento musicale), passando per il contesto scenografico (l’atelier dell’artista dove si vanno a posizionare di volta in volta drappeggi, carte geografiche, tavolini abbelliti con brocche o scatole intarsiate), fino allo studio della luce (che entra sempre dalla medesima finestra della stanza).
Il mondo di Vermeer è fatto di minuzie, come pure la sua opera, ma non è l’unico punto cardine, anche il vissuto di Griet è importante al fine di capire la storia del pittore.
Gli attori sono all’altezza delle proprie parti, la Johansson è brava ed interpreta magistralmente il suo ruolo, così come Colin Firth. Il lungometraggio è senz’altro meritevole della visione.

Le lucerne di Giulianova

LPDC 55Per una serie di coincidenze sono stata ricondotta ad occuparmi di Giulianova antica, la colonia romana di Castrum Novum Piceni, dopo parecchi anni dai miei ultimi lavori in zona.
Gli scavi e le ricognizioni condotti tra il 1986 e il 1991 hanno lasciato una traccia profonda nella conoscenza sulle più antiche colonie romane; ma, poiché il mondo scientifico è intempestivo ad accogliere le novità nel giro ormai consolidato delle sue tematiche, è passato “un po’ di tempo” prima che si accendesse l’interesse per il settore adriatico nell’ambito degli studi sulla prima espansione di Roma e dunque per Castrum Novum e Sena Gallica, i due centri fondati all’indomani della battaglia vinta dai Romani a Sentinum contro la coalizione dei popoli italici nel 295 a. C.
E anche in ambito abruzzese, Giulianova ha attirato un certo interesse, ben oltre il ruolo avuto appunto nella conquista dell’Italia, quasi unicamente per le numerosissime lucerne trovate nella campagna di scavi condotta nel 1989 nei pressi del Cimitero.
E’ stata decisamente una scoperta straordinaria: più di duecento lucerne, tra cui molte integre, altre facilmente ricostruibili e numerose ridotte in vari frammenti dalle arature che avevano sconvolto gli strati archeologici superficiali.
Insieme ai miei studenti di allora, dopo lo scavo, ci spostavamo nel “magazzino” (sempre nella scuola presso il bivio Bellocchio, che era anche l’alloggio dei ragazzi) e lavoravamo a riassemblare gli oggetti. Eravamo certi che sarebbe stato possibile ricostruirli tutti e che l’eccezionalità del ritrovamento avrebbe sollecitato automaticamente l’intervento di uno sponsor.
Ma non fu così: tranne alcune lucerne, praticamente integre, che vennero restaurate per essere esposte nel settore “Territorio” del museo di Teramo, le altre restarono in frammenti e aspettano ancora oggi il restauro.
Come ho già avuto occasione di scrivere, oltre che nel contesto archeologico, nella ricostruzione delle vie commerciali, nella tecnica della lavorazione,  l’interesse delle lucerne si rileva anche nello spaccato della società che esse offrono, raffigurando nella parte superiore, cioè sui dischi, i temi più vari rispondenti alla moda del momento, ai soggetti legati alle tradizioni locali o ai ricordi di viaggi, alla religione, agli animali esotici, alle architetture degli interni etc.
Alcuni di questi oggetti di uso quotidiano continuano ad essere unici nella forma (ad es. i calzari che trovano un confronto in bronzo solo a Pompei) o nelle figurazioni (ad es. alcuni volti che ricordano i medaglioni dei primi imperatori). Insomma, è il caso di ricordare che le lucerne di Giulianova potrebbero davvero illuminare tanti aspetti ancora poco chiari della nostra storia antica; ma per ora aspettano  ancora il combustibile (è il caso di ricordare che il miglior funzionamento era assicurato dall’olio di oliva, ma ci si doveva accontentare anche del sego!).

Sacro GRA e l’essenza della vita

IA-54La scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, arrivata a quota 70, ha conferito la statuetta del Leone d’Oro a Sacro Gra, il documentario di Gianfranco Rosi interamente ambientato nel Grande Raccordo Anulare, la più estesa autostrada urbana d’Italia, da qui il nome GRA.
Il regista ha fatto suo, per la realizzazione del film, un progetto altrui, precisamente del paesaggista Nicolò Bassetti, che prevede un libro, scritto dallo stesso Bassetti e corredato da foto curate da Massimo Vitali, che uscirà in autunno edito da Quodlibet, un sito web e una mostra. Ma questo film ha anche il merito di essere stato il primo documentario italiano in Concorso ad aver vinto l’ambito premio del Leone d’Oro.
Rosi ha percorso tutti i 70 km del Raccordo con il suo mini-van, impiegando oltre due anni tra esplorazioni e riprese ed ha conosciuto un mondo del tutto diverso rispetto a quello a cui sono abituati gli automobilisti che ogni giorno percorrono il famoso tratto stradale.
Ciononostante l’incontro con le persone che vivono ai margini della strada capitolina dischiude una realtà che può essere attribuita a quella di qualunque altra periferia italiana. C’è un nobile piemontese decaduto che vive in un monolocale di un moderno condominio, circondato non solo dal traffico stradale ma anche da quello aereo, con la figlia, studentessa universitaria, il botanico che, munito di sonde, ogni giorno lotta contro i parassiti divoratori di palme.
E poi, un pescatore di anguille che vive su una zattera ancorata lungo il Tevere, un attore di fotoromanzi che proviene da un passato in cui la fama era tutto e sa posare davanti all’obiettivo fotografico, ma non sa coniugare i verbi, un infermiere che passa le notti sull’autoambulanza del 118, un principe che fuma continuamente il suo sigaro e vive in un castello proprio in corrispondenza di una delle uscite dell’autostrada e alcune prostitute che abitano dentro un camper e ascoltano le canzoni di Gianna Nannini.
Un lavoro senz’altro originale che ha come unico scopo quello di far conoscere ed apprezzare la vita della gente che si trova ai limiti della società.
Il regista romano riprende scorci di vita quotidiana e li alterna con le immagini di un paesaggio a tratti desolante, il suo obiettivo è neutrale ma anche partecipe delle storie che racconta, i suoi personaggi rimangono così in bilico tra realtà e finzione.
La durezza della strada, con le macchine che causano incidenti e vittime, si scontra con i sentimenti autentici dei protagonisti, di volta in volta animati da tenerezza, speranza, fiducia nel futuro e ricordi dei bei tempi andati. Questa è l’essenza della vita, la scoperta del reale intorno a noi e Rosi riesce, ancora una volta, a stupire come aveva già fatto nel 2008 con Below sea level, un reportage, durato quattro anni, su una comunità di emarginati americani e nel 2010 con El sicario, film-intervista a un ex killer del narcotraffico. I suoi documentari attraggono e sconcertano e proprio nell’incontro degli opposti rivelano tutta la loro bellezza.

“Una vita breve” di Grazia Romani

LPDC 54E’ stato presentato il 20 luglio scorso, presso il Museo d’Arte dello Splendore a Giulianova Paese, il volume di Grazia Romani, ”Una vita breve”, editore Gaspari di Udine. Un’affascinante ricostruzione della vita, del pensiero e della partecipazione alla Grande Guerra di un eroe abruzzese, Giorgio Romani, originario di Torricella Sicura (Te).
Nonno paterno dell’autrice, brillante avvocato del Foro teramano, avviato ad un futuro professionale di sicuro successo, Giorgio Romani (1884-1917) fu un fervente interventista e in questa veste partecipò attivamente, anche attraverso  il volume “La guerra liberatrice” e numerosi  articoli pubblicati sui giornali locali, a diffondere un pensiero che aveva  in Italia molti oppositori.
Coerente con le sue convinzioni, allorché l’Italia entrò in guerra - era il 24 maggio 1915 - Giorgio Romani fu tra i primi a partire come volontario e combatté in prima linea, dapprima a Col di Lana e sulla Croda d’Ancona a quota 2056 e poi, dopo la ritirata di Caporetto, sulla linea del Piave. E qui, sul Monfenera, guidando all’assalto un reparto di soldati rimasti senza ufficiali, il 22 novembre 1917 perse la vita e il suo corpo non fu mai identificato. Lasciava una giovane bellissima moglie e due figli, Alessio e Angelo, rispettivamente di cinque e tre anni. A Teramo furono  molte le manifestazioni di lutto e alla giovane vedova Margherita Amalia Ciafardoni e ai suoi figli giunsero molte lettere e attestazioni di affetto e di cordoglio da parte dei superiori e commilitoni del tenente Giorgio Romani e da parte di tanti che avevano avuto l’occasione di apprezzare le sue doti umane e professionali. Sono queste le memorie e testimonianze che, conservate gelosamente in casa Romani, hanno dato l’avvio alla ricostruzione che Grazia Romani fa del pensiero e della figura del nonno Giorgio.
Le ragioni che spingono Grazia ad indagare, sono varie e tra queste, quella di capire “quanto irrefrenabile” fosse nel nonno la spinta al sacrificio in nome del suo “ideale” ma anche quella di comprendere il perché di certi atteggiamenti e di un certo modo di essere di suo padre. Una figura fondamentale nella formazione umana e sentimentale dell’autrice.
Dalla ricostruzione emerge netta la figura di un uomo dai grandi ideali e dalle grandi passioni che ama la patria così ardentemente da sacrificare per essa la carriera, gli agi di una vita borghese, gli affetti familiari  e la sua stessa esistenza. Ed è un ardore che rimane intatto anche nei mesi duri e dolorosi della vita di trincea a Col di Lana e sulla Croda d’Ancona e anche dopo la disfatta di Caporetto, quando l’esercito italiano si attesta sul Piave per un’ultima strenua difesa. Ce lo testimoniano le lettere che Giorgio Romani invia dal fronte alla moglie Margherita. Molto diverse da quelle serene e rassicuranti scritte in precedenza, ora le lettere del tenente Romani confidano alla moglie Margherita le sue preoccupazioni per “le sorti della Patria” ed esprimono con forza il suo sdegno per i “nemici di dentro e di fuori e ... i dirigenti insipienti e senza scrupoli”.
Ma la sua umanità e il suo amore per l’Italia non vengono meno e gli dettano le nobili parole delle cinque brevi lettere datate 12 novembre 1917. Nell’ultima di esse, certamente la più bella, Giorgio Romani scrive: “Ho dovuto abbandonare il fronte conquistato con tanto sangue, per correre ad arginare in seconda linea l’invasione nemica. Straziante è l’esodo delle povere famiglie che fuggono impazzite. Il suolo della patria è profanato in tutti i modi. Guai ai colpevoli! .. Il dolore è immenso ma il dovere diventa sempre più sacro. Difenderemo la patria, i restanti nostri focolari. Ti bacio”.
Dieci giorni dopo la signora Margherita Ciafardoni apprende la notizia della morte di suo marito dal comandante del Reggimento, colonnello Mariotti. Era il 22 novembre 1917. Giorgio Romani aveva 33 anni. Successivamente, il 16 agosto 1918 fu insignito di Medaglia d’Argento al valore militare.

Anteprime d’Autunno

ia 53Se la bella stagione ha deliziato le nostre serate al cinema con film interessanti, l’autunno non sarà da meno preannunciando titoli davvero degni di nota, attesissime biografie, incredibili sequel, ma non mancano animazione e fantascienza. Il 3 ottobre è in uscita un film davvero imperdibile, il chiacchierato Diana – La storia segreta di Lady D. La pellicola è diretta da Oliver Hirschbiegel e ripercorre la storia della Principessa del Galles negli ultimi anni della sua vita, in particolare la relazione con il medico pakistano Hasnat Kahn e tenta di far luce sull’altruismo che l’ha sempre contraddistinta.
Per la gioia di grandi e piccoli il 17 ottobre esce nelle sale Cattivissimo me 2, diretto da Pierre Coffin e Chris Renaud, che vede il “cattivo” Gru lavorare con una squadra di super spie per sconfiggere Eduardo, detto El Macho. Quest’ultimo vuole rapire i minion e trasformarli in terribili macchine da guerra per poter dominare il mondo.
Il 17 ottobre è anche la data di uscita di una pellicola molto ambita, Jobs, la storia di Steve Jobs, il fondatore della Apple scomparso a causa di una leucemia e tratta il periodo che va dal 1971 al 2000.
Novembre vede l’uscita di quattro pellicole importanti, il 14 The Counselor, il 20 Thor: The Dark World, il 27 Hunger Games: La ragazza di fuoco mentre il 28 è la volta di Planes. Il nuovo film di Ridley Scott è la storia di un noto avvocato che decide di mettersi in affari con un malavitoso legato al traffico della droga.
Scott per The Counselor ha reclutato alcuni tra i migliori attori in circolazione: Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penélope Cruz e Javier Bardem e ha dedicato il suo lavoro al fratello Tony, suicidatosi mentre il film era in produzione.
Di tutt’altro genere la pellicola di Alan Taylor tratta dal fumetto Thor di Stan Lee. Il figlio di Odino, per salvare l’universo dalla minaccia degli Elfi Oscuri, si fa aiutare da Jane Foster e dal fratello Loki. La seconda parte di Hunger Games è diretta da Francis Lawrence e narra le vicende di Katniss e Peeta che, dopo aver vinto i giochi di Capitol City, vengono controllati dal Presidente Snow che teme una rivoluzione. L’ultima fatica della Pixar è girata da Klay Hall e racconta le avventure di Dusty, un piccolo aereo deciso a viaggiare per il mondo nonostante la paura del volo.
Anche dicembre ha in serbo delle gradite sorprese come Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, in uscita il 12 dicembre e The Zero Theorem e Grace di Monaco entrambi previsti per il 19. Il secondo capitolo della saga de Lo Hobbit inizia con Bilbo, Gandalf e il gruppetto dei 13 nani in viaggio verso la Montagna Solitaria, dimora del drago Smaug. Il film di Terry Gilliam parla di Qohen Leth, un hacker obbligato a lavorare giorno e notte durante un futuro in cui regna la dittatura telematica. L’ultimo film è anch’esso a carattere biografico ed ha per protagonista ancora una principessa: Grace Kelly. Fa discutere il racconto di Olivier Dahan sulla Kelly che, da attrice affermata quale era, rinuncia alla carriera per amore del Principato.

Gli inglesi a Kabul, ma nel 1839

lpdc 53In due opere letterarie dell’800, Uno studio in rosso di A. Conan Doyle e Kim di R. Kipling si parla brevemente dell’Afghanistan, nel primo da parte di Sherlock Holmes quando indovina la provenienza di Watson dalla presenza di lievi tracce di un fango rosso sulle sue scarpe e nel secondo come allusione al cosiddetto ‘Grande Gioco’ riguardante la rivalità fra la Russia zarista e la sua crescente influenza nell’Asia centrale e l’impero britannico coi suoi interessi nella regione del sub-continente, fino al Tibet e all’Afghanistan occidentale.
Col trattato di Tilsit del 1807 i russi guadagnarono territori a svantaggio della Persia e  gli inglesi non riuscirono, grazie anche all’inefficienza del governatore dell’India Lord Auckland, a portare l’impero persiano nella propria sfera di influenza. Sicché, l’Afghanistan, uno stato ‘cuscinetto’ che nessuno poteva annoverare fra i propri possedimenti, divenne un luogo strategico per le comunicazioni (non sembra di sentire un discorso di Bush?) e l’eventuale confronto militare fra le tre potenze coinvolte. Il Khyber Pass come si sa metteva in comunicazione Lahore nell’India inglese con Kabul nella valle di un altopiano bagnato dal fiume Sutley tributario dell’Indo. Qui le rivalità non erano soltanto strategiche ma riguardavano anche una popolazione mussulmana dominata dai Sikh alleati degli inglesi. Piccole guerricciole fomentate da agenti delle potenze rivali e ‘signori della guerra’ ansiosi di guadagni personali si svilupparono nelle province confederate del confine dove i mussulmani tendevano a rendere definitive le conquiste di territorio nei  confronti degli indù.
Non essendoci spazio per un accordo fra Sikh e Amir intervennero le truppe regolari inglesi per sostenere le ragioni di un aspirante al trono afgano, Shah Suja, che tra l’altro portò in dono il Koh-i-noor, -- il diamante più grande del mondo, ora fra i gioielli della regina alla Torre di Londra -- simbolo dell’Hindustan.
Dalla base navale di Karachi, gli inglesi avanzarono  verso nord fino a Kandahar e Kabul dove stabilirono delle guarnigioni. Dopo due anni di occupazione dell’Afghanistan, con mansioni per lo più di ordine pubblico nei confronti di estremisti islamici che controllavano gran parte del territorio (non è una storia che sappiamo dai telegiornali?), si assistette a una vera e propria insurrezione della città di Kabul fra fazioni locali contrapposte e inglesi barricati nelle loro fortificazioni e incapaci sia di affrontare un lungo assedio sia di riportare l’ordine. Furono fatti evacuare con un salvacondotto e poiché si era in inverno la  ritirata si trasformò in una tragedia, con i passi verso l’India bloccati si tentò verso Jalabad con una colonna di 11.000 soldati fra inglesi e sepoys e circa 12.000 civili.
Inutile dire che si trattò di un disastro considerando che la colonna fu attaccata sulla via del ritorno dai Pathans guidati da Dost Mohammed. Morirono quasi tutti nei disperati contro-attacchi e solo alcuni raggiunsero Jalabad.
La guerra afgana continuò negli anni seguenti con Lord Ellenborough e Charles Napier che riconquistarono l’Hyderabad e una zona di confine affidata a un sovrano amico degli inglesi.
Questi fatti accuratamente annotati dagli storici dovrebbero far riflettere i governi che a 150 anni di distanza ancora si ostinano a ‘riportare la pace’ in un paese che ha già logorato ai tempi di Breznev , appena qualche decennio fa, uno degli eserciti più potenti e confinanti col territorio dell’Afghanistan.

70° Mostra del Cinema di Venezia

iv 52E’ stata inaugurata il 28 agosto, ed è durata fino al 7 settembre, la 70° Mostra del Cinema di Venezia. La serata nella Sala grande del Palazzo del cinema è iniziata alle 19 con il presidente della Biennale Paolo Baratta a dare il via alla nuova edizione insieme alla madrina, l’ex top model siciliana Eva Riccobono.
Un traguardo molto ambito, come ambite sono le statuette che hanno rappresentato la manifestazione aperta ufficialmente con il red carpet di George Clooney e Sandra Bullock, protagonisti del film fantascientifico Gravity di Alfonso Cuaron e che si concluderà con il documentario di Thierry Ragobert dal titolo Amazonia che racconta l’epopea, filmata in 3D, della più famosa foresta fluviale del mondo.
Questi i titoli rappresentativi della rassegna formata da due linguaggi, come da due modi di fare cinema che, a loro volta, sono andati a racchiudere il ricco programma del festival la cui scelta ha avuto un ampio raggio, dai maestri riconosciuti agli autori esordienti, dall’animazione ai documentari, ma la caratteristica più evidente di questa edizione è stata il coraggio di compiere scelte innovative, anche rischiose, ad esempio  l’inserimento in concorso di due documentari, Sacro GRA di Gianfranco Rosi, un ritratto, filmato nel tempo, della vita sul Grande Raccordo anulare di Roma, e The unknown known: the life and times of Ronald Rumsfeld, un interessante reportage sul potere e le decisioni dell’ex segretario di stato americano.
Gli altri film in concorso:
Gianni Amelio con L’intrepido, Italia, 104’
Emma Dante con Via Castellana Bandiera, Italia, Svizzera, Francia, 90’
James Franco con Child of God, Usa, 104’
Terry Gilliam con The Zero Theore, Regno Unito, Usa, 107’
David Gordon Green con Joe, Usa, 117’
Kelly Reichardt con Night Moves, Usa, 112’
Errol Morris con il documentario The Unknown known, Usa, 105’
Peter Landesman con Parkland, Usa, 92’
Stephen Frears con Philomena, Regno Unito, 94’
Jonathan Glazer con Under The Skin, Regno Unito, 107’
John Curran con Tracks, Australia, 110’
Philippe Garrel con La Jalouise, Francia, 77’
Merzak Allouache Es-Stouh (Les Terrasses), Algeria, Francia, 94’
Xavier Dolan con Tom à la ferme, Canada, Francia, 95’
Philip Gröning con Die Frau Des Polizisten, Germania, 175’
Alexandros  Avranas con Miss Violence, Grecia, 99’
Amos Gitai con Ana Arabia, Israele, Francia, 84’
Hayao Miyazaki con Kaze Tachinu, Giappone, 126’
Ming-Liang Tsai con Jiaoyou (Stray Dogs), Taipei cinese, Francia, 138’
Tra i film fuori concorso, una menzione speciale va a:
Ettore Scola per Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini, Italia, 93’, Mario Sesti per Teho Teardo – La voce di Berlinguer, Italia, 20’, Paul Schrader per The Canyons, Usa, 99’, Paul Rudish e Aaron Springer per Disney Mickey Mouse ’O Sole Minnie, Usa, 4’, Greg McClean per Wolf Creek 2, Australia, 107’, Steven Knight per Locke, Regno Unito, 85’, Patrice Leconte per Une Promesse,  Francia, Belgio, 95’, Kim Ki-duk per Moebius, Corea del Sud, 90’ e Shinji Aramaki per Harlock: Space Pirate, Giappone, 115’.

A cento anni dalla nascita di Venanzo Crocetti

lpdc 52Il 2 settembre scorso è stata inaugurata al Museo Nazionale di Palazzo Venezia di Roma, a cura di Paola Goretti e Raffaella Morselli, una grande mostra dedicata a Venanzo Crocetti.
La mostra, fortemente voluta dalla Presidente della Fondazione Crocetti, Carla Ortolani, a ricordare i cento anni dalla nascita del maestro, presenta un corpus di 85 opere, scelto unicamente tra la produzione scultorea e suddiviso in alcuni grandi temi.
Certamente un’occasione importante per vedere o rivedere le opere del grande artista giuliese che con la sua città natale, com’è noto, ebbe un travagliato rapporto, risoltosi positivamente solo tre anni prima della morte, quando l’onorevole Antonio Tancredi, allora vicepresidente della Fondazione, lo convinse ad esporre al Museo d’Arte dello Splendore.
Era l’anno 2000 e da poco Crocetti aveva terminato l’Annunciazione per il Duomo di Teramo. La grande fatica fisica per la realizzazione della porta e l’instabilità dell’impalcatura sulla quale aveva lavorato per un intero anno l’avevano molto indebolito e così lo vedemmo presenziare alla sua prima, e fino ad adesso unica, mostra giuliese: felice ma visibilmente stanco.
La mostra, curata da Floriano De Santi, propose 48 importanti opere scultoree, datate dal 1932 (la “monumentale” Donna Gravida  fino al 2000 (proprio un frammento dell’Annunciazione e la predella sempre per il Duomo di Teramo). In quella stessa occasione furono esposte anche 19 opere cartacee tra matite, carboncini, pastelli e tecniche miste che coprivano un arco di cinquant’anni, essendo datate dal 1937 al 1987. Anche attraverso le opere cartacee fu evidente quanto grande fosse e già matura, a soli vent’anni, la sua capacità di esprimere il movimento e di dare eleganza alla forma.
La mostra, inaugurata il 2 luglio e protrattasi fino a settembre, ebbe davvero tanti visitatori: essa sembrò anche,  come scrisse Ludovico Raimondi in un articolo comparso sul numero 22 dell’Annuario della Madonna dello Splendore,“ quasi un pretesto, il più congeniale, per la riconciliazione”.
Il pomeriggio del 2 luglio venne inaugurata la mostra e nella  mattina, il Consiglio Comunale di Giulianova, riunito in seduta straordinaria, conferì al Maestro la Cittadinanza Onoraria e gli donò una medaglia d’oro per il prestigio alla città. Crocetti, visibilmente emozionato ricordò i luoghi e le situazioni, anche difficili della sua infanzia e raccontò delle prime espressioni del suo immenso talento. La sala comunale traboccava di gente ed egli sentì con quanto affetto la sua città gli rendeva merito.
Crocetti “rivelò una disponibilità inaspettata” scrive ancora Raimondi nel suo articolo e  “si concesse ad una processione di autorità, personalità politiche, civili, militari e religiose, di amici, di gente comune, di semplici curiosi”, smentendo la sua fama di artista un po’ scontroso ed introverso.
Ma anche Giulianova smentì la sua fama di città poco disposta ad apprezzare i propri talenti: e oltre al calore sincero di tutti i giuliesi, riuscì ad offrire alle opere di questo suo straordinario figlio anche una sosta, un approdo, una collocazione preziosa e affascinante poiché così appare a chiunque vi giunga,  il Museo d’Arte dello Splendore, presidio giuliese della  bellezza e della cultura voluto e realizzato da P. Serafino Colangeli.

La natura di Beatrix Potter e i nuovi cartoni

iv 51Renèe Zellweger presta il volto a Miss Beatrix Potter, scrittrice e disegnatrice inglese dell’Ottocento di libri per l’infanzia. Il film del 2007 è diretto da Chris Noonan sceneggiatore di musical, già famoso sul grande schermo per Babe, maialino coraggioso, le cui avventure hanno affascinato grandi e piccoli.
All’età di trent’anni Beatrix non rispecchia per nulla la tipica signorina inglese in età da marito, a lei non interessa la vita di società, il ricamo o parlare degli scapoli più ricchi della città, al contrario preferisce disegnare con i suoi acquerelli conigli, anatre e topolini. Coniglietti e anatre le parlano, così sembra a Beatrix che trascorre il suo tempo a immaginare storie per loro, in qualche modo quelle bestioline diventano umane, hanno movenze e comportamenti signorili, abitano case, lavorano, si ritrovano con gli amici. Il padre è l’unico della famiglia che appoggia la ragazza nella sua passione, ammirando ed elogiando i suoi disegni, ed è proprio grazie a lui che riesce a coltivare le sue doti, riuscendo persino a prendere il coraggio per consegnare le cartelle a un editore. Quest’ultimo le pubblica subito, i suoi libri diventano famosi in tutto il Regno Unito e la donna può emanciparsi come ha sempre desiderato.
Miss Potter è la biografia per immagini della donna che s’impone sul mercato dei libri per bambini con personaggi oggi arcinoti quali Peter Rabbit, Jeremy Fisher e Mrs Tiggy-Winkle e mette in scena tre tipi di conigli che rimandano a tre stili di racconto: il coniglio vero che si scalda davanti al caminetto, il coniglio illustrato e il coniglio animato dalla fantasia della protagonista. Se al primo corrispondono alcuni squarci di realismo, specie nei costumi e nei paesaggi, Miss Potter predilige senza esitazione lo stile illustrativo, a scapito di quell’“animazione” delle figure che invece ben si adatta al carattere anticonformista del suo personaggio. La pellicola narra il “mondo di Beatrix Potter”, nonché l’importante opera che ne è scaturita e oggi a questo filone di storie classiche, si contrappone tutta una serie di cartoni animati con protagonisti, ancora una volta, gli animali.
Uno tra tutti il seguitissimo Peppa Pig, le avventure di una famiglia di maialini che sono identiche alle vicende di una odierna famiglia di esseri umani, anche per il carattere. C’è il papà che lavora in ufficio, la mamma che si occupa della casa e i figli: Peppa che frequenta l’asilo e George, il più piccolo e appassionato di dinosauri; oltre ai personaggi principali ci sono altre figure come Susy Pecora o Richard Coniglio, tutti amici di Peppa.
Nato come semplice cartone per bambini, Peppa Pig sta prendendo sempre più piede diventando un vero e proprio fenomeno di costume e d’imitazione, con la vendita di t-shirt, cuscini, tazze, giochi, libri e peluches raffiguranti fedelmente i personaggi della serie. Secondo i corsi e ricorsi storici sicuramente vedremo altre serie che rispecchieranno i disegni di una volta e quelli attuali; sempre con un occhio di riguardo, ci auguriamo, verso il rispetto e l’educazione dei bambini.

I Padri Passionisti nel tempio di Santa Maria a mare

lpdc 51Giovedì 11 luglio in una gremita “sala blu” della Chiesa di San Gabriele dell’Addolorata, è stato presentato il libro del prof. Giovanni Di Giannatale “I Passionisti a Giulianova 1858-1866”, San Gabriele edizioni 2013, alla presenza dell’autore, dei relatori proff. Antonio Di Felice e Andrea Palandrani, e di una delegazione di Passionisti tra cui P. Natale Panetta, Rettore del Santuario di San Gabriele, P. Piergiorgio Bartoli, Superiore Provinciale, P. Pierino D’Eugenio, Direttore dell’Eco di San Gabriele.
Ha fatto gli onori di casa don Ennio Di Bonaventura il quale ha introdotto l’evento ringraziando l’autore per la ricerca che colma una lacuna nella storia religiosa e civile di Giulianova.
L’autorevole e rigoroso studio ha delineato, sulla base di fonti provenienti da archivi laici ed ecclesiastici, pubblici e privati, la vicenda del Ritiro dei Padri Passionisti a Giulianova fino dalla progettazione fino alla sua soppressione. Sono state ricostruite le origini della Fondazione evidenziando le intenzioni della Congregazione e il decisivo operato dell’Arciprete della Collegiata di Giulia, don Valentino Cozzi, sostenuto dall’entusiasmo del popolo e dell’amministrazione giuliese, oltre che dai contributi di altre parrocchie della Diocesi sollecitate dal Vescovo Taccone. L’autore ha compiuto un capillare censimento della comunità passionista vissuta nel Ritiro evidenziando gli aspetti della vita religiosa, spirituale e pastorale. È stata ricostruita la drammatica vicenda della soppressione del 1866, preceduta dal tentativo, poi andato a vuoto, del ’62 tramato da un sindaco ostile ai Passionisti. Di particolare interesse architettonico ed artistico il capitolo dedicato alla Chiesa di Santa Maria a mare ai tempi della costruzione del Ritiro: configurazione esterna ed interna, progetti, planimetrie e prospetti della Chiesa e dell’annesso Ritiro. Innumerevoli le notizie, i documenti e le fonti inedite, tra cui i 45 libri che costituivano la biblioteca e alcune impressionanti fotografie delle condizioni della Chiesa dopo i bombardamenti alleati nel biennio 1943-’44.
Nell’arco di tempo della vita del Ritiro, avvenne il celebre passaggio del confr. Gabriele dell’Addolorata con il suo direttore e i suoi sei compagni di studentato provenienti da Pieverorina e diretti a Isola. In particolare il Santo pernottò a Giulianova tra l’8 e il 9 luglio 1859, restando una giornata nel Ritiro per svolgere tutte le attività quotidiane che la così detta “osservanza” prevedeva.
Dopo la chiusura del Ritiro e la diaspora dei Passionisti, alcuni dei beni mobili furono messi all’asta, come prevedeva il regolamento; la vendita fu effettuata il 22 luglio 1866, come risulta in un verbale. I beni furono ripartiti dall’Ufficio del Registro e Bollo di Giulianova in lotti che furono aggiudicati ai seguenti privati: Pasquale Sebastiani (1° lotto: 7 botti, 8 barili, per il valore di lire 100,77); Francesco Marchionne e Flaviano Marà (2° lotto: 43 sedie, 13 paia di banchetti di legno per uso di letti, 15 tavolini di abete, per il valore di lire 81,72); Vincenzo Falini (3° lotto: 20 zire di creta, 5 taniche di latta, tavole di abete, 1 graticola, 1 coperchio di ferro per il forno, 1 “brusca e trita caffè”, 1 spiedo, 2 treppiedi, 1 bilancia, 3 “còcomi” di latta, 2 fornacelle, 26 doghe per uso di botti, 2 tavoli di quercia, per il valore di lire 40,45); Francesco Marchionne (4° lotto: 1 zappa, 1 bidente, 1 rastello, 2 tini, 10 pertiche, 3 archi di faggio, 5 stanghe, 1 mezzetto, 2 bigonci, 1 “capone” di paglia, 3 candelieri di ottone, 3 guantiere e piatti, per il valore di lire 50,00); Vincenzo Falini (5° lotto: 2 casseruole, 1 conca con maniero, 3 calderuole, 1 teglia di rame, per il valore di lire 50,00); Antonio Pedicone (6° lotto: 2 pannoni, 14 sacchi di canovaccio, 1 cassa di abete, 3 basti, 1 campanello di bronzo, 1 ferro per fare le ostie, per il valore di lire 38,00); Pasquale Pedicone (7° lotto: 1 traino, per il valore di lire 38,00); Flaviano Maradonna (8° lotto: 4 tavole di noce per il refettorio, per il valore di lire 22,00); Daniele Cavarocchi (9° lotto: 2 orologi di legno, per il valore di lire 31,45).
Si potrebbe lanciare un appello agli eredi delle menzionate famiglie sperando in un fortunoso ritrovamento di oggetti appartenuti ai Passionisti in quella breve ma intensa e significativa parentesi giuliese.

Roger Waters, The Wall Live

aaq 51Il più grande spettacolo della storia in scena all’Olimpico di Roma

The Wall, Stadio Olimpico di Roma, 28 Luglio 2013. Il più grande spettacolo della storia, scritto nel 1979 da Waters insieme ai Pink Floyd e riproposto in un tour che toccherà i più grandi stadi del mondo.  
Non è possibile andare e capire il live se non si conosce l’album, i suoi significati, i messaggi, i simboli. The Wall è un concept album, pubblicato in doppio cd, uno dei più venduti e famosi della storia.
Narra delle storie di Pink, una combattuta rockstar, che impersonifica i tratti della storia di Roger Waters e Syd Barrett, il primo cantante dei Pink Floyd allontanato a causa dei suoi atteggiamenti causati dall’uso di droghe e psicofarmaci, ma sempre rimasto nel cuore della band britannica.  
Nel primo cd si ripercorre l’infanzia di Pink e gli avvenimenti sconvolgenti che hanno disturbato la sua personalità, come la morte del padre avvenuta durante la seconda guerra mondiale, il rapporto con la madre iperprotettiva, l’educazione degli insegnanti severi che fanno ricorso a punizioni fisiche, fino a giungere al divorzio con la moglie causato da tradimenti e incomunicabilità. Ad ogni trauma Pink alza un mattone che va a costruire un muro con il quale si isola dal mondo esterno. Nel secondo cd Pink è diventata una rockstar, ma rimane dietro un muro, con il quale convive grazie alle droghe che gli permettono di mantenere gli spettacoli. Decide quindi di analizzare la propria vita attraverso riflessioni che lo portano all’ultimo pezzo, The Trial, un processo con giudice, giuria e testimoni (il maestro, la moglie e la madre), nel quale si condanna Pink ad abbattere il muro e mostrarsi nudo al mondo.
Lo spettacolo, uno dei più complessi di sempre, già innovativo per effetti speciali nel 1981, anno in cui venne proposto, ed ora rivisto con le nuove tecnologie, apre con un muro ancora non costruito che taglia con i suoi 150 metri la curva sud dell’Olimpico. L’inizio del concerto è sconvolgente, spettacolo pirotecnico, dolby surround nello stadio, un aereo a dimensioni reali che si schianta sul muro… Si va avanti così e mentre lo spettacolo continua con pupazzi giganti ed effetti speciali, si aggiungono mattoni fino al termine del primo tempo, con il muro completato ed il gruppo chiuso dentro. Per buona parte del secondo tempo si vede solo il muro con le immagini proiettate. La Musica: dopo tre brani si riaffaccia Waters, prima da solo in una stanza ricostruita, poi torna con tutto il gruppo insieme ad un gonfiabile gigante di un maiale nero che fa il giro del prato, tatuato con i simboli del capitalismo e delle religioni.
Lo spettacolo si chiude con la caduta spettacolare del muro costruito.
Il concerto è stato dedicato alle vittime del terrorismo di stato ed alla famiglia di Charles De Menezes, ragazzo ucciso dalla polizia britannica perché scambiato per un terrorista.

Psicoanalisi pop tra cinema e videogame

ia 50 01Il rapporto tra cinema e psicoanalisi ha ispirato nel corso dell’ultimo ventennio un numero crescente di film, non soltanto di registi-autori (Lynch, von Trier) ma anche di registi mainstream fautori di opere di genere realizzate con le nuove tecnologie. Tale rapporto (iniziato negli anni Venti con le pellicole surrealiste della coppia Bunuel-Dalì) si sta sempre  più intensificando grazie all’apporto della nuova dimensione del virtuale che ha investito il cinema e con esso anche le altre arti della visione. Il fenomeno si spiega con la natura “simulacrale” del linguaggio filmico, una natura tale da assimilare il funzionamento del nostro cervello a quello del cinematografo ed è confermato dal neurologo americano Allan Hobson, “ogni notte il nostro cervello fa quello che nel film Matrix facevano i computer: crea una realtà virtuale, costituita per il venti per cento di ricordi e per il resto da materiale inventato dalla stessa corteccia per unificare la narrativa” e al punto da spiegare anche l’assidua frequentazione del cinema da parte del filosofo sloveno Slavoj Zizek con la convinzione (espressa nel suo libro Vivere alla fine dei tempi) che il cinema e la psicoanalisi ci offrono entrambi virtualmente un’altra vita, un’altra occasione di godimento nei riguardi di un reale che ha perso i tratti della riconoscibilità.
A confermare di nuovo la suddetta affinità è un film apparso recentemente sugli schermi. Si tratta di Sucker Punch diretto da Zack Snyder e incentrato sul lavoro di rimodellamento della realtà compiuto dalla nostra immaginazione attiva tra il sogno e la veglia e che parte da una classica situazione da female prison per approdare ad un percorso allucinatorio scandito secondo i livelli di un videogame popolare la cui meta finale è la possibile salvezza, dalla detenzione in un manicomio, dell’eroina di turno. Le “evasioni” della protagonista avvengono in uno stato di trance che la vede procedere di livello in livello in un viaggio mentale che attraversa i topoi narrativi tipici di alcuni dei generi cinematografici di successo degli ultimi anni. In felice equilibrio stilistico tra gli incubi espressionisti alla Caligari (anche qui la cornice è costituita da un manicomio) e le derive mentali del Lynch di Inland Empire, Sucker Punch è un potente action-fantasy che manipola il tempo e lo spazio a ogni transizione, spiazza e perturba lo spettatore (“pugno improvviso” è, appunto, il significato del titolo) in virtù di una cifra visionaria barocca (contaminata con l’iperrealismo grindhouse di Tarantino e Rodriguez) dal forte impatto percettivo.
Il continuo processo di rimozione-sostituzione operato dalla mente della protagonista nei momenti di massimo pericolo viene reso visivamente con il ricorso alle prodigiose capacità metamorfiche della tecnologia digitale e della computer graphic, insieme a intense scelte cromatiche impiegate, in funzione psicologica, da una colonna sonora che  davvero “lancia all’interno di questi mondi fantastici” e riflette i vari stati d’animo con una suggestiva compilation di musiche d’ambiente.

Premi letterari a Giulianova. Progetto Poesia

ia 49 01Alcune alunne che hanno frequentato il corso Progetto-Poesia, condotto dalla professoressa Edda Piccioni nella ex scuola statale “Bindi-Pagliaccetti” di Giulianova, si sono distinte al concorso letterario Valeria edizione straordinaria di Cittaducale (RI): Maria Vittoria Di Stefano, 2° premio con la poesia Versi Liberi; Maria Paola Bellucci, 5° premio con Il guerriero d’Abruzzo e Giorgia Di Bonaventura con La libertà, riuscita a rientrare tra i premiati.
La premiazione è avvenuta il 27 aprile scorso presso il convento delle suore benedettine di Cittaducale. Alla IX edizione del concorso letterario regionale di Tortoreto, Maria Paola Bellucci è risultata vincitrice con la lirica I Trabocchi e Maria Vittoria Di Stefano ha conquistato il 3° posto con Gente di mare in Abruzzo. A Civitella del Tronto, al concorso letterario nazionale Le Lunarie altri due alunni del Progetto-Poesia sono stati segnalati: Andrea Ciabattoni con le poesie Il lago, Il mio mondo speciale, Notte e, in precedenza, Angelo Moscianese con Acqua, Aria, Dolce Silenzio. Proprio questi due ultimi ragazzi insieme all’alunna Maria Vittoria Di Stefano si sono impegnati a far brillare anche la scuola secondaria di 1° grado dell’Annunziata di Giulianova. Complimenti a tutti gli alunni che mantengono alto nel tempo, il vessillo della “Poesia”.

Versi Liberi
Scrivere su un foglio
ciò che voglio
mi fa sentire libera
di pensare , di esprimermi…
Sono come un gabbiano:
intingo nel mare le ali
e affido all’aria,
alle stelle i miei desideri.
    Maria Vittoria Di Stefano

La libertà
Desidero solo
un po’ di libertà
devo uscire dallo
spazio limitato che pian piano
si stringe intorno a me.
M’imprigiona:
devo aprire le ali
e volare via
lontano dalla
tristezza e dalla paura
per gustare
la più sana libertà.
    Giorgia Di Bonaventura

11a Edizione Premio Letterario Nazionale Valeria.
Valeria Di Nardo, nata a Rieti il 17 settembre 1980, ha trascorso la sua breve esistenza inserendosi nel gruppo di catechesi parrocchiale e prestando volontariato all’UNITALSI. Ragazza allegra e piena di vita, sempre attiva in ambito sociale e umano, amava, inoltre, scrivere poesie in cui esprimeva il suo ricco mondo interiore caratterizzato dall’amore che nutriva verso il prossimo come la delusione di fronte alla crudeltà e indifferenza altrui. Dopo la scomparsa di Valeria, i familiari hanno riunito le sue poesie in un libro intitolato SKIZZO, un angelo tornato al cielo e, in sua memoria, per favorire e valorizzare il volontariato, il mondo dell’handicap e il mondo giovanile, è stato istituito il Premio Letterario a lei intitolato.

L’arte di Gustav Klimt

ia 48 01Cade il 14 luglio il 151° anniversario dalla nascita dell’artista viennese Gustav Klimt che nel 1918, di ritorno da un viaggio a Roma, viene colpito da un ictus e viene ricoverato subito in ospedale dove rimane fino alla morte, avvenuta il 6 febbraio dello stesso anno. Durante la convalescenza riceve la visita di Egon Schiele, suo amico e grande ammiratore della sua arte. Comincia così il film Klimt (2006), interpretato da John Malkovich e diretto dal regista cileno Raùl Ruiz (Il tempo ritrovato 1999, La recta provincia 2007), che non a caso, per i primi minuti si sofferma su un quadro raffigurante una donna con in mano un serpente, dal titolo Medicina. Mentre Schiele è al capezzale di Klimt, si avvicina allo specchio sovrastante il letto e si ritrova catapultato indietro nel tempo, a quando l’artista dell’Art Nouveau frequenta il caffè della capitale austriaca insieme ad altri artisti, al mecenate ebreo August Lederer e a sua moglie Serena. Il pittore è legato alla giovane e bella Emilie Flöge, anch’essa artista affermata, ma non esita ad incontrarsi con altre donne, per prime le modelle che posano per lui. In seguito alla presentazione di un filmato che lo ritrae intento a dipingere uno dei suoi capolavori, conosce il segretario del circolo culturale viennese, che lo guida in tutte le fasi della sua arte, il regista George Méliés, autore del filmato stesso, e la conturbante attrice Lea De Castro che lo affascina al punto da recarsi nella sua casa/teatro. Klimt ha un’avventura con la donna e da qui in poi la ritrae spesso nei suoi quadri, che sono fortemente sensuali. I flashback continuano con una mostra in cui appaiono numerose opere del pittore il cui elemento chiave è la figura femminile. Le donne sono personaggi della vita quotidiana dipinte con acconciature vaporose e trucco pesante o vengono rappresentate come femmes fatales, tema molto in voga agli inizi del ‘900. In Klimt prevalgono il simbolo, l’evocazione, la linea elegante, morbida e sinuosa, l’accostamento dei colori e il preziosismo, in particolare l’utilizzo della foglia d’oro.
Il trionfo della sua arte arriva con la premiazione all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900 e coincide con l’adesione alla Secessione Viennese che favorisce lo sviluppo di diversi stili artistici, come la stessa Art Nouveau. Il film di Ruiz è una pellicola biografica che prende spunto dall’interesse di Klimt per l’universo femminile, al punto da prevalere sull’arte. Nonostante questo c’è da dire che alcuni fotogrammi, come quello della nevicata di foglie d’oro all’interno dello studio dell’artista, è rappresentativo per l’opera del pittore viennese. Il lungometraggio riesce a dare una lettura abbastanza aderente al personaggio, ci sono delle lacune stilistiche e pittoriche che potevano essere risolte diversamente, ma la figura dell’artista austriaco combacia piuttosto bene con il ritratto eseguito da Ruiz.

La globalizzazione compie duecento anni

lpdc 48 01Se pensiamo all’italietta autarchica del fascismo, che non aveva il ferro e la benzina per fare la guerra, o all’Italia di qualche decennio fa che poneva dazi sulle macchine giapponesi per proteggersi dalla concorrenza, allora siamo inevitabilmente sorpresi da un mercato globale al quale, impreparati, non abbiamo potuto sottrarci per ovvie ragioni di diritto internazionale connesso alle nuove tecnologie e ai trattati economici. Gli altri paesi, soprattutto quelli di più antica penetrazione coloniale, conoscono molto bene il sistema dell’interscambio (nel bene e nel male, perché molte volte si tratta di puro e semplice imperialismo) con paesi distanti e dalle risorse complementari alle esigenze dell’industria europea, asiatica e americana. Per circoscrivere il fenomeno ai paesi di lingua inglese, già agli inizi del ‘700, dopo il trattato di Utrecht che segnava la fine della Guerra di Successione Spagnola, i paesi vincitori di un conflitto di portata mondiale (Inghilterra e Impero austriaco soprattutto) videro aumentare enormemente la loro influenza: negli altri continenti l’una e in Europa l’altra. L’Inghilterra, a scapito di Francia e Spagna, ebbe compensi nel Nord America e in India, nelle Baleari e a Gibilterra. Inizia da qui anche la fortuna della lingua destinata a diventare il medium per eccellenza dei commerci e della marina mercantile, dall’America all’Australia, dal Sud Africa all’India. Nel 1709 si fusero le due compagnie Royal East India Company (la più antica) e la East India Chartered by Parliament, con notevole incremento dell’import-export verso i porti di India, Malesia e Cina, dove la rivalità con la Francia si manifestava anche con operazioni militari.
Certo non si può parlare di globalizzazione nei termini tecnici con cui la intendiamo oggi, fra paesi interconnessi che hanno raggiunto una sostanziale dignità post-coloniale, si pensi ai cosiddetti BRIC, ma di incunaboli di quella internazionalizzazione destinata a creare le premesse per un mondo senza confini naturali e dai forti legami economici. Per amore della par condicio bisogna dire che anche la Francia, negli stessi anni della penetrazione in Louisiana e Canada, si interessa alla spartizione del Mogul Empire, partendo da Mauritius (1690) e da Réunion (1720), ottenendo Pondichéry e più tardi, nel 1746, Madras, dove Dupleix divenne nababbo e vicerè del Deccan. Con la pace di Aix-la-Chapelle gli inglesi riottennero Madras in cambio di Louisburg in Canada. L’interesse si spostò poi verso il Bengala, dove Robert Clive vinse la battaglia di Plassey e in seguito fu fatto nawab con un appannaggio di 200.000 sterline. Dopo il trattato di Parigi del 1763 che poneva fine alla guerra dei 7 Anni, le stazioni commerciali francesi in India divennero “unfortified trading posts”, luoghi disarmati, e gli inglesi padroni dell’India dal Pakistan alla Malesia. Imperi in via di liquidazione erano quelli portoghese e spagnolo che tuttavia conservavano, oltre alle colonie africane, Macao e Timor il primo e le Filippine il secondo, insieme agli ampi possedimenti sud-americani coi quali Manila era collegata attraverso il porto di Panama. Una parte non troppo secondaria ebbero gli olandesi che dopo aver perso New York (Nuova Amsterdam ai tempi di Peter Stuyvesant) rivolsero il loro interesse verso le cosiddette Indie orientali, l’odierna Indonesia, osteggiando i portoghesi e scoprendo le coste dell’Australia e la terra di Van Diemen (Tasmania). Nel 1739 l’ammiraglio George Anson (1697-1762) con sei navi e 1000  uomini voleva sollevare una ribellione nelle colonie spagnole ma dopo una tempesta finì a Canton con una sola nave sopravvissuta, dove scrisse un Journal of  a Voyage Round the World (1744). 

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