Lunedì, Maggio 21, 2018

 

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Una lunga estate di… film

ia 47 01Si è fatta attendere, ma finalmente l’estate 2013 è arrivata e si sta facendo sentire con temperature anche di 30°. L’estate non è tale senza il caldo e senza una bella serata al cinema e, come da copione, ce n’è per tutti i gusti. Il 27 giugno esce nelle sale World War Z, l’horror apocalittico di Marc Forster che racconta la storia di Gerry Lane, un impiegato delle Nazioni Unite in corsa contro il tempo per fermare un’epidemia mondiale, capace di trasformare gli esseri umani in zombie. Si tratta dell’ennesima versione di un genere che non finisce di attrarre spettatori di ogni tipo ed età. Rispettivamente il 3, l’11 e il 26 luglio è la volta di The Lone Ranger di Gore Verbinski, Pacific Rim di Guillermo Del Toro e Wolverine – L’immortale di James Mangold. Il primo film desta grande curiosità perché è ispirato al personaggio di una serie televisiva trasmessa dal 1949 al 1957, Il cavaliere solitario, tratto a sua volta da un fumetto e da un programma radiofonico. Pacific Rim, invece, è una battaglia a colpi di giganteschi robot per salvare la Terra da una minaccia che viene dal mare. Azione ed effetti speciali sono assicurati. Il lungometraggio di Mangold è il seguito di X-Men le origini – Wolverine ed è interamente dedicato alla figura del supereroe dai pericolosi artigli metallici.
Il 15 agosto arriva sul grande schermo Kick – Ass 2, diretto da Jeff Wadlow. Lungi dall’essere il supereroe per antonomasia, Kick – Ass è un ragazzo dalla maschera e dal pugno facile che non desidera la gloria, ma solo più giustizia per tutti. Diverte e fa riflettere. Anche l’animazione vuole la sua parte ed ecco due titoli molto interessanti: Turbo di David Soren, in uscita il 19 agosto e Monsters University di Dan Scanlon, al cinema dal 21 agosto. Una lumaca con il sogno di diventare pilota di Indianapolis è la protagonista del film animato di Soren, mentre Scanlon dirige il prequel di Monsters & Co., la storia dei due mostruosi nemici -amici, Mike Wazowski e James P. Sullivan, che frequentano l’università con il sogno di diventare i più grandi spaventatori del mondo. Intrattenimento assicurato per grandi e piccoli. Di tutt’altro registro il lungometraggio del 29 agosto: Elysium di Neill Blomkamp. Si tratta di un thriller fantascientifico che parla di un futuro remoto in cui i benestanti vivono su un’idilliaca stazione spaziale, mentre tutti gli altri abitano una Terra afflitta dalla sovrappopolazione e dai disastri climatici. Pur essendo ambientato in un’epoca lontana è molto attuale e fa pensare a quale potrebbe essere il destino dell’umanità.
L’ultimo titolo, in uscita il 19 settembre, è The Bling Ring di Sofia Coppola. Basato su fatti realmente accaduti, è la vicenda di cinque ragazzi che nel 2009 derubarono alcune celebrità di Hollywood con lo scopo di imitarle. Amara analisi sul decadimento dei valori che rispecchia la fragilità dei nostri tempi. Buona visione!

Per sempre Superman

IA 46 01Sono passati ben 75 anni da quando dalla matita del disegnatore Joe Shuster e dall’idea dello sceneggiatore Jerry Siegel, prende vita il primo supereroe della storia dei fumetti: Superman. Vestito con calzamaglia blu e mantello rosso, una S rossa e gialla stampata sul petto e gli incredibili poteri derivanti dalla sua natura aliena, Superman sorvola i cieli alla ricerca di criminali da sconfiggere e deboli da difendere. Poi, smessi i panni di paladino della giustizia, diventa Clark Kent, un giornalista mite ed introverso, innamorato della dolce Lois. E’ il trionfo dell’altruismo e dei buoni sentimenti messi al servizio della comunità, nonché di un ideale di patriottismo americano da mostrare con orgoglio al resto del mondo.
Il cinema non poteva farsi scappare l’opportunità di dare un valido contributo alla causa dei fumetti e, con il passare degli anni, sono stati prodotti molti film, il primo dei quali risale al 1951 e s’intitola Superman and the Mole Men. La pellicola, diretta da Lee Sholem non ha avuto molto successo, ma ha avuto il merito d’ispirare la famosa serie degli anni ’50 Adventures of Superman. Seguono il Superman, del 1978, girato da Richard Donner ed interpretato dal Superman per eccellenza, Christopher Reeve e Superman II, del 1980, diretto da Donner e Richard Lester, ancora con Reeve nei panni del protagonista.
I due lungometraggi vengono montati come due parti di un unico lavoro e il risultato è apprezzato notevolmente da critica e pubblico, anche perché trattano nel dettaglio la storia di Superman, le sue origini aliene, la sua avversione per Lex Luthor e il Generale Zod, il timore per la kryptonite, suo tallone d’Achille, l’affetto per i Kent, suoi genitori adottivi e l’amore per Lois.
Visto l’enorme entusiasmo per i primi due, vengono realizzati altri due film: Superman III, del 1983, diretto ancora una volta da Lester e Superman IV, del 1987, di Sidney J. Furie. L’attore principale è nuovamente Christopher Reeve e il cast pressoché uguale agli altri, ma la fortuna non viene replicata e il botteghino, con incassi alquanto modesti, ne risente non poco.
Dopo circa 20 anni di silenzio su eventuali adattamenti cinematografici, nel 2006, anche grazie a Smallville, la fortunata serie tv sulle imprese del giovane Clark Kent, viene prodotto Superman Returns. Bryan Singer è il regista del nuovo capitolo che riprende le fila di Superman II e tratta le avventure dei personaggi più importanti della storia di Superman portando, così, alla ribalta la figura un po’ appannata di questo beniamino di grandi e piccoli.
L’ultima trasposizione, L’uomo d’acciaio di Zach Snyder, è prodotto da Christopher Nolan, è nelle sale dal 20 giugno 2013 e promette di far tornare il fumetto di Shuster e Siegel agli antichi albori, partendo proprio dal principio, con l’arrivo, sulla Terra, di un piccolo alieno proveniente dal pianeta Krypton.

La “decrescita felice” conquista Giulianova

SP 46 01Pubblico delle grandi occasioni sabato pomeriggio, 8 giugno,  al Kursaal di Giulianova, per l’incontro, organizzato dall’Associazione di Cultura Politica “Il Cittadino Governante” con il prof. Maurizio Pallante, saggista, esperto di tematiche energetiche e fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice. In una sala piena, dopo l’introduzione del dott. Franco Arboretti, il prof. Pallante ha spiegato cosa si intende per decrescita, sfatando il mito che vuole che tale filosofia si   opponga al progresso ed evidenziando come l’attuale concetto di crescita, basato unicamente su criteri economici e finanziari, sia in realtà un grande inganno. Inganno che l’attuale crisi della società occidentale ha messo drammaticamente alla luce spingendo voci autorevoli, non ultimo Papa Francesco, a richiamare l’importanza di politiche che mettano al primo posto l’essere umano e non il capitale.  Risparmio energetico, autoproduzione, investimenti nel recupero e messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e in un agricoltura il più possibile a km 0, oltre al cambiamento degli stili di vita individuali e alla riscoperta di un bene prezioso quale è il tempo libero, possono, da subito, secondo Pallante, creare nuovi posti di lavoro e migliorare sensibilmente gli stili di vita, favorendo i rapporti sociali e le relazioni. Diversi gli esempi di azioni immediate che potrebbe portare alla soluzione dei problemi che attanagliano la società attuale, come la disoccupazione o la perdita dei rapporti sociali, interventi non basati su utopie ma su semplici gesti quotidiani e modifiche delle politiche locali e nazionali.
Soddisfazione è stata espressa dai partecipanti all’incontro e i numerosi interventi del pubblico hanno dimostrato come, anche in Abruzzo, le tematiche della decrescita e la necessità di nuovi stili di vita siano sempre più radicate nelle persone, che alla luce del fallimento del modello di società basato sull’aumento del Prodotto Interno Lordo, cercano una nuova via per riconquistare il proprio tempo e la propria identità.
L’incontro è solo l’ultimo di una serie di appuntamenti che l’associazione “Il Cittadino Governante” ha organizzato nell’ambito del format “Polis - i saperi per la politica”, per aiutare i cittadini ad approfondire tematiche relative all’ambiente, al paesaggio, a stili di vita più a misura d’uomo.
Sul sito dell’associazione www.ilcittadinogovernante.it  i filmati della manifestazione.
Per info sulla decrescita felice (MDF) www.decrescitafelice.it.

L’ecologia dei Blue Sky Studios

IA 45 01Chris Wedge, noto regista di film d’animazione, è il fondatore della casa di produzione Blue Sky Studios che ha all’attivo numerose pellicole di genere animato. Il più grande successo dei Blue Sky Studios è la fortunata saga de L’Era Glaciale (2002 – 2012), una delle poche serie animate arrivate al quarto capitolo. Il primo film è diretto dallo stesso Wedge e da Carlos Saldanha, il secondo da Saldanha, il terzo ancora da Saldanha e Mike Thurmeier e l’ultimo da Thurmeier  e Steve Martino.
Ambientati nella preistoria, i film hanno per protagonisti Sid il bradipo, Manny il mammut, Diego la tigre dai denti a sciabola e lo scoiattolo Scrat che, con la sua inseparabile ghianda, è al centro di numerose, divertenti gag. Col tempo, ai primi quattro si sono aggiunti altri personaggi, come la compagna di Manny, Ellie e gli opossum Eddie e Crash, ma anche molti altri animali preistorici, compresi i dinosauri del terzo film. Avventure entusiasmanti hanno come sfondo paesaggi poveri di vegetazione e lande ghiacciate, a riprodurre gli scenari che esistevano, appunto, durante l’Era Glaciale, e vengono trattati temi quali l’ecologia, l’amicizia e la solidarietà, tanto cari al cinema d’animazione dell’ultimo periodo. Altro film che ha avuto una discreta riuscita è Ortone e il mondo dei Chi (2008) diretto da Jimmy Hayward e tratto dal racconto illustrato del 1954, Ortone e i piccoli Chi! del celebre disegnatore Dr. Seuss. L’elefante Ortone scopre un mondo minuscolo, abitato dai Chi, che rischia di essere distrutto. Gli altri animali non credono ad Ortone, ma lui dimostra la presenza dei suoi piccoli amici.
La pellicola è molto fedele al libro del Dr. Seuss, soprattutto per i disegni, dai colori molto vivaci. Nel 2011 è uscito sul grande schermo un altro film originale dal titolo Rio, girato anch’esso da Saldanha. Blu è un raro esemplare di pappagallo ara che non sa volare e che abita nel Minnesota con Linda, la sua proprietaria. Blu e Linda partono alla volta di Rio de Janeiro per incontrare Gioiel, un esemplare femmina, ma i due pappagalli vivono una serie interminabile di disavventure, fino al sorprendente epilogo. L’ultimo film, tuttora nelle sale, è Epic – Il mondo segreto, anch’esso diretto da Wedge. Mary Katherine vive in una casa nel bosco insieme al padre, che crede alla presenza di un mondo popolato da invisibili creature. La ragazza si addentra nel bosco e viene rimpicciolita lei stessa. Da questo momento affronterà una battaglia epica tra il bene e il male. Epic riprende un po’ le fila di Ortone e il mondo dei Chi, ma anche di Rio, la fragilità della natura e del microcosmo, una realtà che governa l’intera catena biologica e che sempre più spesso danneggiamo per il nostro egoismo, presi come siamo dai beni artificiali, invece dovremmo impararne il rispetto e la salvaguardia per preservarlo e preservarci il più possibile.

Orti scolastici: InAltoIlCuore

PS 45 01Sabato 18 maggio, presso l’Istituto Professionale Alberghiero V. Crocetti di Giulianova, è stato inaugurato “l’Orto Scolastico InAltoIlCuore”.
L’iniziativa segue quella del marzo scorso, quando sono stati posti ad impianto nelle aree verdi della scuola 40 giovani alberi nel frutteto scolastico.
L’Orto è stato realizzato grazie alla generosa disponibilità e contribuzione di sponsor etici e volontari, che hanno donato con passione materiali, manualità ed ingegno, con il patrocinio etico del Comune di Giulianova.
Il progetto, realizzato in una superficie interna ai padiglioni scolastici (250 mq circa), vedrà posti a dimora base stagionalità, e disciplinato su rigorose tecniche di coltivazione biologica e sinergica, piantine di ortaggi (tutti), sementi, spezie ed essenze al servizio dei laboratori di cucina dell’Istituto.
L’Orto è stato pensato e fortemente voluto soprattutto per i ragazzi diversamente abili, perché nei prossimi anni scolastici possano trovare spazi creativi ed operativi dove esercitare, con semplice manualità, seguiti da tutor, la più tradizionale e viva delle abilità, l’amore e la cura per la natura.
“La volontà del prof. Paolo Di Cristofaro” dice la vicepreside prof.ssa Di Berardino “ci ha portato alla creazione dell’Orto, in un momento di parziale assenza dell’Ente gestore. I ragazzi della scuola si sono impegnati fianco a fianco agli esperti che li guidavano, spesso anziani, con cui si è creato un rapporto virtuoso. Ora inizia il periodo di cura dell’orto e lo vedremo sviluppare. Spero che il prossimo anno ci possa essere una giornata scolastica che consenta di valorizzare l’impegno di tutti.”
“Voglio enfatizzare le collaborazioni gratuite di persone che credono in questo progetto, per recuperare i valori della tradizione.” E’ il prof. Di Cristofaro che parla “Abbiamo coinvolto anziani e diversamente abili, e il personale tutto della scuola. In alto il cuore vuole anche durare nel tempo, perché abbiamo predisposto figure di sostegno che cureranno anche in estate i doni della natura.
L’Alberghiero utilizzerà i prodotti per le iniziative che promuove periodicamente ed eventuali ricavati verranno destinati alla beneficenza o all’acquisto di piccoli accessori per le cucine. Ringrazio la prof.ssa Maloni e gli altri insegnanti per la sensibilità dimostrata”.

2 giugno 1946: la Repubblica dalla Resistenza alla democrazia

LPDC 45 01Dopo l’ingloriosa fine di una monarchia che aveva aperto le porte al fascismo e che tardivamente aveva posto fine a una guerra disastrosa per gli italiani - nei modi che sappiamo di una degradante fuga della Casa Reale dai luoghi dell’occupazione tedesca - col referendum istituzionale del 2 giugno 1946 si può dire che storicamente si assiste in Italia al tentativo di creare una reale democrazia che coinvolga l’intera popolazione nel primo grande esperimento parlamentare post-unitario.
Si tratta di un  ricongiungimento fra intellettuali e popolo, fra coloro che la resistenza l’avevano fatta nelle carceri e sulle montagne e coloro che si erano opposti al regime soffrendo le penurie e le tragedie della guerra, vale a dire un’intera nazione rappresentata da un arco costituente che va dall’area liberale e giolittiana ai cattolici, ai socialisti e ai comunisti.
Quando oggi si parla di “compromesso storico” non bisogna limitarsi alle circostanze relative all’elaborazione di Moro e Berlinguer ma riferirsi anche alla fase iniziale di una scelta democratica che vide il 13 giugno 1946 l’affidamento, da parte del Consiglio dei ministri al Presidente Alcide De Gasperi, delle funzioni di capo provvisorio dello Stato Repubblicano, a cui seguì lo stesso giorno l’esilio di Umberto II di Savoia e il 28 giugno la prima seduta dell’Assemblea Costituente.
Nel clima rovente del primo dopoguerra, fu eletto a capo provvisorio dello Stato Enrico De  Nicola, un grande avvocato napoletano di area giolittiana che era stato sottosegretario di Stato al Ministero delle Colonie nel governo Giolitti (1913-’14) e al Ministero del Tesoro nel governo Orlando (1919), senatore del Regno e presidente di commissione, per dire una figura di indubbio prestigio che incarnava la volontà delle diverse componenti dell’antifascismo di anteporre le ragioni istituzionali al dibattito politico vero e proprio.
Tale dibattito, vivacissimo nelle piazze e nelle manifestazioni elettorali per le amministrative, veniva rinviato in sostanza a un periodo successivo all’entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
A nessuno può sfuggire l’importanza di questo atto fondamentale che a partire dal risultato elettorale del referendum avallato dalla Corte di Cassazione (12.718.019 contro 10.709.423) poneva le basi per una dialettica democratica che sulla res-pubblica doveva  articolare il proprio sistema valoriale.
Le cose non sono andate esattamente così, poiché da quella data i partiti politici, reinvestiti delle proprie prerogative ideologiche, hanno giustamente applicato il quadro teorico che li vedeva schierati per il progresso o la reazione, per la lotta o la conservazione. In mezzo secolo, fattori di contingenza storica e geografica hanno posto l’Italia al centro di tensioni formidabili fra i due blocchi guidati dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, ma anche di uno sviluppo inarrestabile e concretamente valutabile in termini di qualità della vita.
Celebrare la data del 2 giugno vuol dire ricordare anche il ruolo che le massime cariche dello Stato dovrebbero avere alla luce di quell’inizio esaltante e tutt’altro che formale, direi che valgono per esse le parole che Norberto Bobbio riferiva alle caratteristiche dell’ ‘intellettuale mediatore’: “l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la  volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della  complessità delle cose.”

La prima volta che la Banda passò

lpdc 44 01Dagli studi fino ad oggi disponibili (cfr. F. Farias e F. Sanvitale, Le bande musicali in Abruzzo 1783-1984) risultava che la banda giuliese fosse stata fondata nel 1871.
Nell’ultimo numero della ricca e preziosa rivista de “La Madonna dello Splendore”, n.32 Aprile 2013, è presente un corposo e ben documentato saggio storico del prof. Giovanni Di Giannatale, “La banda musicale di Giulianova. Lineamenti storici” (pp. 32-44), in cui l’autore ha stabilito come le origini del complesso musicale giuliese siano più antiche, scoprendo, da infaticabile ricercatore e accurato scrutatore di fonti archivistiche qual è, due lettere dalle quali si evince l’esistenza di un corpo musicale sin dal 1837.
Le due carte, datate rispettivamente 25 e 26 febbraio 1837, sono missive inviate dal Sindaco di Giulia all’Intendente di Teramo, in cui si descrivono i festeggiamenti svoltisi per il passaggio dei reali borbonici, provenienti da Martinsicuro; nella relazione il Sindaco accenna alla locale banda musicale che “spandeva la sua armonia” accompagnando “felicemente” i canti di una nutrita schiera di “belle ed oneste donzelle della città”.
Un ulteriore documento attesta la presenza della banda nella festa patronale di Città S. Angelo nel 1857. Il prof. Di Giannatale, che ha all’attivo altri studi sull’argomento, ripercorre con competenza anche tecnica l’evoluzione del complesso giuliese dall’età unitaria, quando nel 1862, su proposta del sindaco Daniele Cavarocchi, diventò “municipale”, al 2012, allorché è stato ricostituito un piccolo pregiato complesso sinfonico. Nell’esposizione, agile e lineare, vengono delineati i regolamenti, la scuola musicale, l’organico strumentale, i principali eventi artistici, le figure dei maestri (tra i quali ricordiamo Luigi Leone, diplomato nel Conservatorio di S. Pietro a Majella di Napoli, autore di composizioni per camera e banda in genere, che diresse il complesso giuliese dal 1882 al 1914; e Francesco Tancredi di Francavilla al mare, direttore dal 1921 al 1925).
È stato perfino ricostruito il modello di divisa approvato dal competente Ministero nel 1882 ed è stata pubblicata la trascrizione per banda, eseguita dal maestro Leone, della “Marcia giuliese” di Gaetano Braga (1829-1907; spartito conservato nella Biblioteca Comunale “V. Bindi” di Giulianova), insigne violoncellista e compositore giuliese di valenza internazionale.
Il saggio rappresenta la prima preziosa sintesi storica sull’argomento e colma una lacuna nella storia culturale e sociale di Giulianova.

Il ritorno del grande Gatsby

ia 44 01Giovedì 16 maggio è uscito nelle sale Il grande Gatsby, la nuova trasposizione diretta da Baz Luhrmann dell’omonimo romanzo pubblicato da Francis Scott Fitzgerald nel 1925. Le prime tre versioni cinematografiche sono rispettivamente: un film muto di Herbert Brenon del 1926, una pellicola girata da Elliott Nugent nel 1949 e quella più famosa firmata Jack Clayton del 1974. È la storia di Jay Gatsby, un ragazzo povero innamorato di Daisy, una ricca ereditiera che viene convinta a sposare un uomo altrettanto benestante, dalla cui unione nasce una bambina. Gatsby, però non si arrende e dopo aver combattuto nella prima Guerra Mondiale, torna a Long Island e diventa gangster, riuscendo ad arricchirsi e ad avvicinarsi nuovamente a Daisy con lo scopo di riconquistarla. La trama è narrata da Nick Carraway, aspirante scrittore e amico di Gatsby, nonché testimone del suo amore impossibile. Tutti e quattro i lungometraggi riprendono fedelmente il racconto del libro di Fitzgerald, ma ognuno ha una caratteristica che lo rende al contempo diverso, non riuscendo a cogliere la vera anima tragica dell’opera dello scrittore americano.
L’America anni ’20 è una miscela di ricchezza e ostentazione che fanno da contraltare all’immoralità ed alla decadenza tipiche dell’epoca del proibizionismo, mentre i registi si sono soffermati soprattutto sull’esteriorità sontuosa delle ambientazioni, in particolare, Luhrmann mette in piedi una struttura scenica composta da apparenza più che da sostanza. All’inizio i personaggi sembrano addirittura secondari rispetto alla facciata, ricomparendo, con i loro drammi, soltanto nella seconda parte. Nugent ha dato più spazio degli altri al mondo interiore degli interpreti, descrivendo un Gatsby in abiti da gangster con tanto di pistola ma, come impone la tendenza anni ’40, la maggioranza dei film è di genere giallo-poliziesco. Gli anni ’70, invece, sono forieri di film sentimentali, ed ecco che Clayton dà vita ad un drammone strappa lacrime, stile Love Story. Torniamo a Luhrmann che si appoggia su di un’ambientazione troppo finta per avvicinarsi alla realtà del periodo di riferimento, tutto è fastoso all’inverosimile, anche se bellissimo da ammirare ed elogiare. A questo punto qualcuno si chiederà che ruolo hanno gli attori, famosi come Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire e Carey Mulligan, se non di tappezzeria, visto che le loro interpretazioni vengono ridotte, di molto, in nome di un estetismo a dir poco esagerato. Comunque la prova recitativa, specialmente di Di Caprio è eccellente, calato perfettamente nella parte incarna un Gatsby a dir poco esemplare. Forse Fitzgerald non immaginava che il suo lavoro potesse suscitare fin da subito tanto successo e magari ora potrebbe pensare, con una punta di autocompiacimento, che nessuno, per quanto abbia dimostrato impegno, sia  riuscito ad eguagliare il suo stile incredibilmente coinvolgente.

A Giulianova si parlerà di nuova economia con Maurizio Pallante

sp 44 01Sabato 8 giugno, dalle ore 17.30, a Giulianova, presso il Kursaal, si parlerà di “nuova economia” con Maurizio Pallante, saggista, presidente e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice. Ma cos’è la decrescita e, soprattutto, quali ripercussioni potrebbe avere sulla vita di ognuno di noi?
Dalla fine della seconda guerra mondiale il concetto di sviluppo è sempre stato basato su criteri puramente economici, basandosi su realtà e teorie che pongono il proprio interesse sul consumo, inteso come vero e proprio motore dello sviluppo stesso.
L’utilizzo del PIL (Prodotto Interno Lordo: valore totale di beni e servizi prodotti in un Paese da parte degli operatori economici nel corso di un anno e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici e alle esportazioni) quale misuratore privilegiato dello “sviluppo” dimostra come, in realtà, non si tenga conto di altri tipi di evoluzione (culturale, scientifica, sociale, ecc.) non immediatamente valutabili in termini economici e/o finanziari.
Ma lo sviluppo in senso economico, seppure addolcito da termini come “sostenibile”, “equo”, “green”, non tiene conto della qualità della vita e ci ha portato a diventare “macchine per produrre e consumare” con la promessa di un futuro migliore che, in realtà, non è stata mantenuta, come dimostra l’attuale crisi economica, sociale e di valori che attanaglia il nostro Paese e non solo.
E’ proprio il fallimento delle varie teorie dello sviluppo che è alla base del concetto di decrescita serena o decrescita felice, teorizzata dall’economista e filosofo francese Serge Latouche, che nei suoi testi, riprendendo il pensiero di Erich Fromm (Avere o essere - 1976) e Ivan Illich (La convivialità – 1973), evidenzia come la teoria dello “sviluppo illimitato” si sia rivelata, negli anni, un grande inganno.
La “grande promessa” di una vita migliore per tutti, grazie all’aumento della produzione e al conseguente aumento dei consumi, come la storia recente insegna, non ha portato benessere diffuso né alle popolazioni di quello che viene definito “il primo mondo” né tantomeno a quei paesi del “terzo mondo”, che ci si illudeva di far progredire esportando i modelli di vita occidentali. In compenso si è progressivamente distrutto quel patrimonio di valori, di conoscenze, di relazioni, che caratterizzavano le nostre comunità, costituendo la vera ricchezza di ogni individuo che, nel rapporto con gli altri, nell’amore del proprio lavoro, nel rispetto del proprio territorio, fondava la sua identità come singolo e come comunità. Decrescita, quindi, in senso positivo, in contrapposizione ad una concezione di sviluppo che ci rende schiavi di bisogni, spesso indotti, rendendoci sempre più isolati, alla ricerca di una felicità che ci è negata dagli stessi meccanismi che promettono di donarcela. L’incontro con Maurizio Pallante, autore di numerosi saggi sui temi della decrescita, servirà a riflettere sul senso della nostra vita e su quali sono i valori sui quali è necessario fondare il nostro futuro e quello dei nostri figli, perché un’altra economia è possibile, e dipende solo da noi..

Il viaggio intorno al mondo di Elizabeth Marsh

lpdc 43 01Vorrei segnalare il bel libro di Linda Colley, L’odissea di Elizabeth Marsh (Einaudi, 2010) che, mentre rinnova il genere della biografia trasformandolo  in un vero e proprio romanzo, getta luce su una storia vera di “oceani, pirati e terre lontane” nella cornice  del mondo posteriore alla Guerra di Successione Spagnola, che, come si sa, è l’avvenimento che conferisce all’Inghilterra il ruolo di potenza egemone sui mari di tutta la terra.
Il personaggio (vero) nasce nel 1735 a Portsmouth, sede della Royal Navy britannica, figlia di un costruttore navale inglese e di una mulatta indigena della Giamaica.
Si tratta di una donna di singolare bellezza che conosce uomini di ogni genere (mercanti della Compagnia delle Indie, ufficiali, esploratori, pirati e perfino sultani), viaggiando attraverso quattro continenti e facendo, come si può capire, esperienze fuori dell’ordinario.
Infatti non c’è separazione fra vita personale - fatta di fidanzamenti, matrimonio e successivo scioglimento, rapimento di pirati maghrebini, prigionia presso il sultano del Marocco, successi e catastrofi in uno scenario che va dall’India alla Cina, al Golfo Persico - e quella che era, come scrive Burke, “la grande mappa dell’umanità” di una globalizzazione anticipata di due secoli dall’impero britannico.
La sua stessa nascita la esponeva, d’altronde, a viaggiare da Londra all’impero ottomano, da Livorno a Boston e Manila, in una famiglia allargata che la porta dall’infanzia nei Caraibi a un soggiorno a Minorca, colonia inglese insieme a Gibilterra dopo il 1704.
L’incontro con l’Islam avviene durante la vicenda esotica della sua prigionia presso la corte del sultano di Sidi Muhammad, che la vuole nel suo harem, mentre gli inglesi per difendere Gibilterra e Minorca armano dieci navi da guerra che dovranno combattere anche contro i francesi alleati del sultano.
La storia della coraggiosa  signora inglese, che si muove al di fuori di qualsiasi convenzione morale del tempo, è narrata attraverso l’intreccio con la professione famigliare (del padre, del marito, del fratello) riguardante la progettazione, la manutenzione e la riparazione delle navi, professione che la immergeva totalmente nel mondo cosmopolita della marina e dei cantieri sparsi in ogni angolo del globo.
Alla fine di una simile vita, il destino le riservò la prova più difficile: sopravvisse ad una operazione di mastectomia che, alla  fine del ‘700, voleva dire quasi sempre la morte, se non a causa della malattia, come conseguenza delle inenarrabili sofferenze di un intervento senza anestesia.
Fece in tempo a diventare nonna di “uno dei bambini più belli mai visti” e morì a Calcutta nel 1785 dove è seppellita nel South Park Street Cemetery. Suo zio George Marsh scrisse un Libro di famiglia dove il contesto, fatto di statistiche e fatti storici, supera le vicende personali, rivolto com’è a sottolineare “il mondo sempre più prepotentemente interconnesso in cui lui  e la nipote avevano vissuto”.
Il libro di Linda Colley, invece, denso di oltre 50 pagine di apparati, cartine e note, fa giustizia di un oblio immeritato dalla vita di una donna estremamente compenetrata con la civiltà materiale del tempo, oltreché di una biografia avventurosa degna della migliore letteratura.

Da Oz a Salem: il cinema stregato

ia 43 01L’immagine della strega ha radici nel lontano Medioevo ed è legata alla considerazione molto umiliante della donna, sottomessa, se non addirittura ridotta in schiavitù dall’uomo che, a sua volta, è sospettoso verso qualsiasi rappresentante del genere femminile sola e magari bella, anche solo perché la scopre a raccogliere erbe e piante La malcapitata è tacciata di praticare incantesimi per avvelenare i suoi concittadini o rapire i bambini per i propri esperimenti. Con l’avvento del Tribunale dell’Inquisizione, la cosiddetta “Caccia alle streghe” è al suo culmine e tante anime innocenti vengono arse sul rogo dall’ignoranza e dall’ipocrisia della gente che vede le streghe dappertutto. Attraverso i secoli, ci sono state tramandate le favole dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen che delineano una figura di strega ben precisa, la cui arma più potente è la cattiveria. La strega è bellissima, ma perfida e può trasformarsi in vecchina, come in Biancaneve e i sette nani, oppure è una donna anziana dall’apparenza gentile, che si rivela crudele, come in Hansel e Gretel. Anche la strega del mare narrata nella Sirenetta di Andersen è senza scrupoli. Quindi, la strega è principalmente malvagia, ma nel corso degli anni, nel mondo della magia, si è aggiunta un’altra figura: la strega buona, complice anche il libro di Frank Baum, Il mago di Oz, in cui compaiono ben quattro streghe, due buone e due cattive. Anche il cinema ha elaborato il suo personale immaginario delle streghe e la scelta di titoli è molto vasta. Si parte dagli anni ’60, quando in Italia è apparsa la famosa serie televisiva Vita da Strega, con protagonista Samantha Stevens, una strega buona sposata con un uomo normale. Questo telefilm ha ispirato l’omonima pellicola di Nora Ephron, che però non ha avuto lo stesso successo della sitcom. Nel 1987 esce al cinema Le streghe di Eastwick di George Miller, che racconta il patto tra le streghe e il diavolo, mentre gli anni ’90 sono caratterizzati da Hocus Pocus, di Kenny Ortega, la storia di tre streghe cattive, e dalle serie tv Sabrina vita da strega e Streghe, che hanno portato in auge la strega buona. Anche Amori & incantesimi (1998) di Griffin Dunne e Kiki – Consegne a domicilio (2012) di Hayao Miyazaki ci parlano delle streghe buone. Mentre, negli ultimi anni c’è tutta una serie di film fantasy ispirati alle streghe cattive, come I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005) di Terry Gilliam, Stardust (2007) di Matthew Vaughn, Biancaneve e il cacciatore (2012) di Rupert Sanders e Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe (2013) di Tommy Virkola. Per gli amanti dell’horror va citato Le streghe di Salem (2013) di Rob Zombie, che riconsegna definitivamente, alla figura della strega cattiva, un ruolo predominante nel panorama cinematografico internazionale.

25 anni fa, RockRoads

NAS 42 01In una delle prime scene di Control, il bel film del 2007 dedicato da Anton Corbijn alla breve vita di Ian Curtis, cantante e figura carismatica dei Joy Division, compare John Cooper Clarke nel ruolo di se stesso. Un poeta punk. Per chi ha avuto il piacere di vivere gli anni ’70 e ’80 in età giovanile, e seguire con passione l’evoluzione della grande musica (ma non solo) di quegli anni, John Cooper Clarke può farci tornare alla mente RockRoads. Lui c’era al parco Chico Mendes. Lui si esibì a Giulianova in una di quelle calde serate estive.
Eh sì, sono passati 25 anni dalla terza ed ultima edizione di un festival che vorremmo amabilmente definire seminale. Tre edizioni in crescendo, per numero e qualità degli artisti coinvolti, ma anche per partecipazione del pubblico. Poi, nel momento in cui sembrava si potesse puntare ad un grosso sponsor per gli anni a venire, tutto finì. Si dice che pezzi della politica che inizialmente avevano sostenuto la manifestazione si tirarono indietro, probabilmente condizionati dal bilancio e da campagne di stampa negative. Era il 1988, vi immaginate che piacere per certi perbenisti locali poter affermare o scrivere che a Giulianova si erano raccolti solo gruppi di capelloni e drogati? Per chi viveva con i paraocchi “culturali” di Sanremo e dintorni, vi immaginate il gusto nel gettar fango su un festival di e per i giovani, che proponeva il combat folk dei Gang, il british pop degli Housemartins, il sound chitarristico dei Dream Syndicate, il reggae di Desmond Dekker, il soul-jazz di Carmel, la durezza east-coast dei Fleshtones, il rock d’autore di Elliott Murphy e l’ex-bambola di New York, Johnny Thunders? Non tutte, ma davvero molte le strade del Rock rappresentate. E dire che in sala Buozzi, alla conferenza stampa di presentazione di quell’ultima edizione, c’erano giornalisti di Repubblica, Mucchio Selvaggio, Melody Maker, New Musical Express. E subito dopo l’evento, recensioni molto, molto positive delle serate, qualcuna ancora rintracciabile in rete.
Seminare, si diceva: in realtà, per altri. Per Giulianova solo un’occasione sprecata, anche in prospettiva turistica. Basti vedere cosa è accaduto, molti anni dopo, in città come Arezzo e Pistoia, tanto per restare in Italia. Basti vedere lo splendido cartellone estivo di Lucca, per il 2013, ed il proliferare di Festivals un po’ dappertutto. A Giulianova, 25 anni fa, sono passate bands ed artisti che hanno contribuito a fare la storia della musica dell’ultimo quarto di secolo. E si sarebbe potuto continuare, facendo diventare RockRoads una manifestazione di grande richiamo, in risposta a tutti coloro che sostengono (anche giustamente) che la nostra è una città frequentata principalmente da anziani.
Eh sì, perché si suonava in luglio in uno scenario incantevole. Un bel parco con pineta di fronte al mare, ed il 90% del pubblico era forestiero. Alcuni ricordi sono inevitabilmente sfumati, altri rimangono sempre ben vivi. Specie il terzo anno la macchina organizzativa era diventata pregevole, e divertente per chi ne faceva parte. L’Assessore alla Cultura aveva coinvolto un bel gruppo di volontari, ventenni ma anche più stagionati, ognuno con proprie responsabilità; nei giorni del festival si dormiva non più di 3 ore a notte, tra la pizza obbligata dopo il concerto e la preparazione della serata successiva la mattina presto. Una goduria, per chi ha potuto vivere quell’esperienza.
Pillole di ricordi sparsi: “Il cantante dei Woodentops vuole la Gatorade, ma cos’è sta’ Gatorade?”. “Siamo OK con la miscela per chi va ad attaccare manifesti e locandine a tappeto da San Benedetto a Pescara?”. “Chi va a prendere i Wedding Present a Fiumicino? Bastano il pullmino e una Dyane?”. “Hanno fischiato Michelle Shocked, ma perché? E’ stata grande!”. “Che partita (di calcio, al Parco) tra Italiani e Weather Prophets/Primal Scream!”. “C’è un dipendente comunale che pretende di entrare gratis con moglie e suocera, che dobbiamo fare?”. “Dove si mette Remo a riprendere i concerti con la telecamera?”.
Per quest’ultimo ricordo, peccato che all’epoca non esistesse ancora You Tube.
I camerini erano costruiti con simil-tende da campo, dietro il palco del Chico Mendes. Lì potemmo apprezzare la gentilezza di Martin Stephenson, il carisma del grande John Martyn, la simpatia hip-hop di Norman Cook. Tranne qualche vivace atteggiamento di alcuni skinheads amanti di reggae, tutto filò liscio anche sul versante dell’ordine pubblico. L’edizione dell’88 vide oltre tremila paganti nelle tre serate. Non male.
Cosa rimane? Molto, se per esempio i Gang hanno deciso di mettere in copertina del loro album “Dalla polvere al cielo”, tra altri oggetti, anche il pass d’ingresso di RockRoads. Molto, se nel 2006 ad un concerto primaverile di Elliott Murphy al teatro Flaiano a Pescara, quasi la metà del pubblico era giuliese. Molto, se vedere John Cooper Clarke in un film, per pochi secondi, stimola il ricordo di sensazioni bellissime.

Precariato e altri disastri: il 1° Maggio al cinema

IA 42 01Mentre una nutrita schiera di giovani partecipa al Concerto del 1° Maggio a Roma per festeggiare i lavoratori, non si può non ricordare che sempre più persone, in questo periodo di crisi, perdono il lavoro o addirittura non riescono a trovarlo. Anche il cinema sottolinea questa tendenza ed ecco che escono sul grande schermo alcuni film in tema con l’argomento più scottante degli ultimi anni: il precariato. Il regista Paolo Virzì si è cimentato con una pellicola dal titolo decisamente profetico, Tutta la vita davanti , che, proiettato nel 2008, dà l’idea di una situazione non proprio rosea per i giovani in cerca della prima occupazione. Protagonista è Marta, una ragazza laureata in filosofia con 110 e lode che, nell’attesa dei risultati del concorso come ricercatrice all’università, si fa assumere come telefonista presso un’azienda di elettrodomestici. Marta viene, così, a conoscenza delle discutibili tecniche per fissare gli appuntamenti, allo scopo di vendere i prodotti. Il lungometraggio di Virzì fa luce su una realtà che ha preso sempre più piede nell’ambito lavorativo italiano e ci ha mostrato anche il lato oscuro del fenomeno, fatto di riunioni motivazionali esagitate, incontri che si avvicinano ai riti d’iniziazione delle sette e metodologie che utilizzano veri e propri ricatti emotivi nei confronti degli impiegati. Inoltre, per qualche tempo sono state portate avanti delle inchieste sul caso, raccontato da Virzì, che ha svelato una situazione a dir poco agghiacciante all’intero dei call center. Sempre nel 2008, Silvia Lombardo dirige La ballata dei precari, un film di denuncia, diviso in episodi, che racconta le difficoltà dei lavoratori precari a costruirsi una famiglia e ad entrare nel mondo del lavoro, nonché la necessità di portare avanti più lavori per arrivare ad uno stipendio dignitoso, le condizioni incredibili degli stage e il passaggio obbligato attraverso i master. Dal film della Lombardo, inoltre, è stato tratto l’omonimo libro, una vera e propria guida per i giovani alle prese con il mercato sempre più complesso del lavoro. Del 2012 è Disoccupato in affitto, un documentario di Luca Merloni e Pietro Mereu che affronta l’avventura di un disoccupato. Quest’ultimo, per trovare lavoro, gira ben nove città d’Italia portando addosso un cartello con la scritta “disoccupato in affitto”. La pellicola di Merloni e Merleu è un nuovo modo di raccontare il fenomeno dilagante della mancanza di lavoro ed è una sorta di sfida nei confronti del ben pensare comune. La riflessione più importante da compiere è capire dove ci stanno portando le attuali circostanze e come essere preparati al peggio. Il cinema dunque, con inventiva e originalità, ci offre dei singolari suggerimenti per affrontare la piaga sociale che stiamo vivendo.

La gloriosa linea Giulianova-Roma della “Romanelli”

LPDC 42 01Giulianova è stata sempre un importate centro viario e commerciale fin da quando il suo litorale fu attraversato dalla strada “regia” o “consolare”, iniziata nel 1817 e terminata nel 1827, che collegava la sponda destra del Tronto a Pescara, e nel 1863 dalla ferrovia Ancona-Lecce, che comportò la costruzione della stazione di II classe. La sua importanza si accrebbe quando dal 1914 si costituì la prima linea automobilistica pubblica, che da Giulianova conduceva a San Benedetto, ad Ascoli, a Pescara e a Teramo. Il servizio di trasporto era effettuato dalla Società Trasporti Abruzzo (STA), che era subentrata alla Aemilia, alla quale il Ministero dei Trasporti aveva revocato la licenza d’esercizio per difficoltà finanziarie.
Mancava il collegamento con Roma, che i passeggeri erano costretti a raggiungere col treno, passando per L’Aquila e Rieti. Ad evitare i disagi all’utenza di Giulianova e della Valle del Tordino intervenne un geniale imprenditore, Domenico Romanelli (1900-1980), che dal 1927 gestiva la linea Teramo-Civitella del Tronto-Offida-Villa Lempa-Molino Vallone (oggi Valle Castellana)-Ascoli Piceno, e dal 1930 acquisì anche la linea Teramo-Ascoli in società con la Ditta Mazzanti e Orlandi.
Romanelli nel 1934 con un colpo geniale favorito direttamente da Mussolini, col quale aveva parlato, riuscì ad ottenere la linea Teramo-Roma, strappandola all’INT (che operava in Abruzzo e che sarebbe confluita nell’odierna ARPA), controllata nientemeno che da Galeazzo Ciano, e alla non meno potente Società Amiternum.
Il servizio sulla linea Teramo-Roma iniziò regolarmente il 1° settembre 1934. Le corriere partivano da piazza Vittorio Emanuele a Teramo (oggi Piazza Martiri della libertà) e aveva il capolinea in Via Marsala a Roma.
Nel primo anno c’erano due sole corse a settimana, dal 1935 tre e dal 1936 una al giorno. Secondo gli orari indicati in un manifesto dell’epoca, la corriera partiva alle 7 e arrivava a Roma alle 12; ripartiva alle 13 e arrivava a Teramo alle 18. Tutto dipendeva, ovviamente, dalle condizioni atmosferiche. D’inverno, a causa della neve, il tempo di percorrenza poteva essere anche di 10 ore, dovendo i mezzi transitare per Ascoli Piceno, Arquata del Tronto e Antrodoco, per evitare il valico delle Capannelle.
I giuliesi per prendere la “Romanelli” si recarono con la corriera dell’INT a Teramo fino al 1946, allorché il proprietario ottenne la concessione anche per la tratta Giulianova-Teramo. Sorse così la gloriosa linea Giulianova-Roma, che negli anni ‘60 effettuava ben tre corse giornaliere di andata/ritorno, portate a quattro nel periodo estivo. Dagli anni ‘70 effettuò regolarmente la quarta corsa in tutti i mesi dell’anno.
Diretta dal rag. Giorgio Pichini dal 1962 al 1979, quando fu assunta dall’ARPA con altre autolinee pubbliche e private, la “Romanelli” si distinse sempre per la puntualità del servizio e per la valentia degli autisti, tutti accuratamente selezionati (in genere ex autotrenisti), espertissimi sulla neve e sul ghiaccio.
Chi scrive ne ricorda alcuni di Giulianova, come Riziero Mastromauro, i fratelli Renato e Andrea Tribuiani, Alfonso Di Sante, Ernino Speca, Bruno Pimpini, Pierino Rastelli, Luciano Manari, Raniero Curioso ed Ezio De Ascentiis, che per le loro capacità davano sicurezza ai viaggiatori su strade strette e rese ancor più anguste da centinaia di tornanti.
Talvolta i viaggi diventavano imprese eroiche. Mi è rimasta scolpita nella mente una retromarcia sulla neve, in discesa, per far transitare un autocarro. La manovra riuscì perfettamente, e il tutto si concluse con un applauso liberatorio. Ulteriori autisti furono Alceo Venanzi e Giovanni Catasta di Roma, Pietro Merlini di Teramo, Sabatino Donnini di Roseto.

Jimmy Bobo – Bullet to the head

Il ritorno degli anni ’80, in tutta la loro freschezza.

IA 41 01Jimmy Bobo, killer a pagamento, è costretto a collaborare con la giustizia dopo l’uccisione del suo amico d’affari. Il poliziotto Taylor Kwon, infatti, lo invita a cooperare con lui per sgominare una gang malavitosa che ha ucciso anche il suo socio.
Dopo quasi 10 anni torna al cinema Walter Hill con un film violento, scurrile e sempre sopra le righe. Il regista de I guerrieri della notte e 48 ore, azzecca un film che, seppur danneggiato da imperfezioni e situazioni al limite, riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo grazie ad una sceneggiatura coinvolgente e ad un attore settantenne. Sylvester Stallone, infatti, nei panni di Jimmy Bobo ci sta benissimo, dopo le ultime pellicole passate ad ironizzare su se stesso, continua la sua carriera in modo diverso ma sempre su certi stilemi che hanno contraddistinto le sue performance. Non ci si possono aspettare ragionamenti filosofici né in Sylvester Stallone né nel film di Walter Hill, e questo il regista lo sa bene, confezionando una pellicola che mette in risalto i muscoli dell’attore americano e coinvolge lo spettatore con scene d’azione a non finire, fiumi di proiettili e, se tutto queste dovesse risultare ripetitivo, regalandogli qualche donnina disseminata qua e là, durante la visione. Chiaramente è un film per appassionati del genere, amanti delle battute al vetriolo di Stallone e invaghiti degli action movie hollywoodiani; il risultato è uno dei migliori film del genere negli ultimi anni: divertente, psicotico e altamente infuocato. Jimmy Bobo è un film che ha la capacità di ridare vita a due artisti che nel tempo si erano spenti: Walter Hill e Sylvester Stallone. Il primo, a distanza di anni, era ricordato per le sue pellicole anni ’80 dove tutto veniva preso troppo sul serio, mentre il secondo era perseguitato da ruoli predefiniti come Rambo o Rocky che esaltavano le sue doti fisiche (danneggiate poi da steroidi) riducendolo ad una macchina. Insieme sono riusciti a confezionare un film che rilancia le loro sorti. Jimmy Bobo, chiaramente, non è immune da difetti. Scene al limite del credibile, effetti speciali che riescono a far saltare in aria praticamente di tutto e una trama abbastanza scontata sono quelli che più vengono sottolineati durante la visione. Ma, la mano esperta del regista si vede e la scarsa originalità viene rimpiazzata dalle sue doti, come successe a John Carpenter con The Ward.

L’Abruzzo selvaggio e pittoresco di Anne Mcdonell

LPDC 41 01Dopo il periodo pionieristico dei primi viaggiatori inglesi (Colt Hoare, Keppel Craven, Edward Lear) in un periodo più vicino alla modernità, nel 1907, arriva in Abruzzo una giovane studiosa londinese, Anne Macdonell, che viaggia insieme alla pittrice americana Amy Atkinson. L’anno successivo pubblica In the Abruzzi con 12 illustrazioni dell’amica e un ricchissimo corpus di riflessioni e note di viaggio su un territorio sostanzialmente ancora immerso in una realtà pre-moderna, segnata dall’analfabetismo e da un sistema produttivo più vicino al Medioevo che al Novecento europeo. Inutile dire che è proprio questo aspetto romantico e primitivo ad affascinare le due amiche in cerca di scenari romanzeschi ed epici dove i pastori sono sospettati di essere complici dei briganti e il paesaggio è quello sublime di una regione come dirà “al di sopra di ogni sospetto di malaria”. E tuttavia la scrittrice non può non notare la contraddizione fra tale natura salubre e incontaminata e la sua più alta percentuale di decessi in Italia, dovuti agli stenti e alla povertà. Negli anni del viaggio di Macdonell le comunicazioni con Roma sono decisamente migliorate rispetto alle precedenti descrizioni ottocentesche, poiché nel 1888 era stata inaugurata la ferrovia Terni-L’Aquila-Sulmona e la Via Valeria collegava la capitale fino al mare Adriatico. Da Roma, l’Abruzzo appare alle due amiche un luogo mitico, fra i più alti d’Europa, e perfettamente inseribile in una fantasticheria neogotica fatta di “storie su castelli fatati e manieri merlati” dai nomi esotici come Tagliacozzo, Roccacasale, Villalago, mentre en route si presentano sullo sfondo montagne come figure imprecise, “simili a nuvole immerse nel blu”. Non siamo tuttavia al cospetto di una psicologia ingenua e digiuna di cognizioni storiche e geografiche. Anne Macdonell è studiosa raffinata che ha tradotto da Benvenuto Cellini e San Francesco d’Assisi, perfettamente consapevole della storia dei luoghi visitati -- si pensi all’ampia descrizione della classicità e del Medioevo della Marsica, da Alba Fucens alle lotte fra Svevi e Angioini, alle considerazioni sull’inesistenza di qualsiasi custodia del patrimonio artistico e alla perfetta conoscenza di personalità come Pasquale de Virgilii, F.P. Michetti, D’Annunzio, i Rossetti e perfino dei “poderosi volumi di Bindi” citati per dire che l’Abruzzo “non è solo cielo, montagne e aria splendida”. Dagli acquerelli di Amy Atkinson che accompagnano il libro, notiamo anche la sostanziale alleanza fra scrittura e immagini che si completano in uno sforzo descrittivo teso a evidenziare il carattere “eccezionalmente pittoresco” di località come Roccaraso (che l’autrice distingue nettamente dall’imprenditorialità alpina degli albergatori svizzeri) e S. Stefano di Sessanio, Villalago, Pacentro, Scanno e Sulmona, per dire il piacere derivante da luoghi minacciati da una modernità incombente, come il prosciugamento del lago di Celano (così chiamato dagli inglesi anche dopo lo sforzo ingegneristico dei Torlonia) e l’inevitabile utilizzo – che l’autrice non si sente di escludere per il bene delle popolazioni poverissime – dell’energia idroelettrica proveniente dai numerosi corsi d’acqua. Nonostante queste considerazioni di una figlia del capitalismo di Manchester e dell’orgoglio, ogni tanto riaffermato, di appartenere a una civilissima e sviluppatissima nazione, prevale nel libro, ottimamente tradotto da Chiara Magni in versione digitale (www.viaggioadriatico.it), il tono di una continua ricerca dell’autenticità di una popolazione fatta di ‘improvvisatori’ e artisti spontanei come nelle ‘serenate’ e nei versi appassionati di pastori e contadini innamorati. Il luogo dove l’autrice raggiunge il massimo della condivisione lirica e del godimento intellettuale è nella Valle del Sagittario, “una valle selvaggia che suscita stupore e orrore”, con i suoi incantatori di serpenti e un territorio “che non sarà mai domato”. A Pacentro e Pettorano parla di romanzesche lotte feudali fra baroni provenienti dalla Provenza con Carlo d’Angiò, i Caldora e i Cantelmi, il Chronicon casauriense e le reliquie di San Domenico. Quando da Sulmona arriva al mare nota anche qui l’endemica povertà dei luoghi in una costa, dirà, che non ha un porto per novanta miglia e Castellamare Adriatico appare ai suoi occhi un posto senza alcuna attrazione turistica. Diverso il parere su Francavilla, che descrive come un cantuccio con delle potenzialità turistiche per la sua “aria fresca e il mare” coniugati alla presenza della collina e di attrazioni come il ‘convento’ di Michetti e D’Annunzio.

Intervista a Gaetano Torresi

IA 40 01In occasione della nona edizione della Passio Christi, che si terrà presso Casa Maria Immacolata sabato 23 e domenica 24 marzo, incontriamo il Presidente e organizzatore della manifestazione: il prof. Gaetano Torresi.
Quando e come è nata la Passio Christi a Giulianova?
E’ nata nel 2005 grazie all’incontro con alcuni amici. Durante una fredda serata in loro compagnia decidemmo di organizzare quella che fu la prima edizione della Passio Christi presso le scalette della salita Montegrappa. Negli anni le cose sono andate sempre meglio e la splendida cornice di Casa Maria Immacolata ora ospita anche l’edizione 2013, così gruppi più numerosi possono entrare ogni 15/20 minuti godendo di un panorama unico a Giulianova.
Quali sono le atmosfere di una rappresentazione sacra?
L’aria che si respira durante le due serate di rappresentazione è colma di rispetto e spiritualità. Tutto si svolge in toni soft e anche i canti dal vivo dei figuranti richiedono un interesse maggiore da parte del pubblico che si immedesima nella sacralità del racconto sia visivamente che acusticamente. Lo scenario che propone Casa Maria Immacolata ci agevola in tutto questo grazie al suo silenzio e ai suoi giochi di chiaroscuro.
Possono esserci dei cambiamenti nel riprodurre visivamente le Sacre Scritture?
I cambiamenti che possono essere apportati sono veramente minimi. A volte qualcuno muove delle considerazioni sulla staticità delle scene, ma è impossibile cambiarle dal momento che tutto è già stato scritto. In che modo si può cambiare una scena come l’ultima cena? Mettendoci 15 Apostoli? Oppure vogliamo eliminare la scena della crocifissione? Sono tutte cose impossibili. Le uniche novità verranno introdotte nella scena iniziale che quest’anno non sarà dedicata al Padre Nostro ma alla figura di San Tommaso. Per il resto solo qualche ritocco alle scenografie.
Oltre alla Passio Christi vengono allestite anche altre manifestazioni correlate al tema pasquale. Quali?
Sotto la Cripta di San Flaviano veniva messa in mostra una riproduzione ufficiale della Sacra Sindone, l’allestimento è stato spostato da due anni nella Cappella di Casa Maria Immacolata, avvenimento, quest’anno, che anticiperà l’ostensione della vera Sindone che si terrà a Torino la settimana successiva alla nostra Passio Christi. Come lo scorso anno, sarà presente il professor Bruno Barberis che terrà una conferenza proprio sulla Sacra Sindone dal titolo Un mistero ancora da svelare.
In tempi di crisi, come avviene la raccolta fondi per organizzare tutto questo?
La crisi, in tempi come questi, ti fa toccare con mano la realtà. Le difficoltà economiche riscontrate quest’anno stavano per far saltare la Passio Christi concentrando gli sforzi solo sulla conferenza di Bruno Barberis. Fortunatamente gli aiuti di amici e conoscenti hanno contribuito all’edizione 2013 di una manifestazione che se da un lato è povera economicamente, dall’altra è ricca di soddisfazioni.

Un’idea geniale…..

LPDC 40 01…..l’ebbe P. Paolino Potalivo, del convento dei Frati Cappuccini di Giulianova. L’umile, ma lungimirante, frate, un bel dì pensò di realizzare la “Via Crucis”, presso il Santuario della Madonna dello Splendore e vi riuscì magnificamente. Per conoscerne l’evoluzione, gli ho rivolto delle domande, alle quali ha risposto di suo pugno, con la cortese collaborazione di P. Virgilio.
REV.mo P. Paolino, quando e come le balenò la geniale idea della “Via Crucis”?
L’idea mi venne nel Novembre del 1986: un giorno, mentre scendevo per Via Bertolino, con un sacerdote italiano missionario in Perù, lui mi dice: ”Ma questa è una Via Crucis naturale!” Lì per lì non diedi molto peso a questa frase; però si era accesa una luce nella mia mente, tanto che predicai di voler realizzare una Via Crucis, lungo V. Bertolino. Molti si misero a ridere, perché conoscevano bene la strada, tutta fossi e rovi! Qualche giorno dopo, però, una Giuliese mi consegnò 1 milione di lire e mi disse.” Questo è per la “Via Crucis”! Pensai: quest’opera si farà!
Certamente ha dovuto superare molti problemi!
Naturalmente! Poco dopo, però, si mosse la macchina organizzativa, per trovare i tecnici, l’artista e i fondi: il Signore, per intercessione della Madonna dello Splendore, fece trovare tutto: per l’opera muraria ci fu un grosso finanziamento statale e per le 15 sculture ci furono le offerte dei fedeli.
Quale criterio si seguì per realizzarle?
Non fu seguito un ordine, ma si realizzava il gruppo scelto dall’offerente.
Entro quali anni si completò la monumentale “Via Crucis”?
La prima stazione, ”L’incontro di Gesù con la Mamma”, si realizzò nel 1991; l’ultimo, ”L’incontro di Gesù con le pie donne” nel 2005.
Chi ne fu lo scultore?
Fu Ubaldo Ferretti, allievo del famoso Pericle Fazzini.
Concluse così le risposte, ringrazio P. Paolino per la cortese disponibilità riservatami e mi avvio per la “Via Crucis”, che si snoda su un’ampia strada panoramica, ricoperta da porfido e travertino di Tivoli. Dotata di ampie piazzole, per la collocazione dei gruppi scultorei, è ricca anche di scivoli e di panchine.Il tutto si sussegue in un contesto verdeggiante e altamente spirituale. Le figure, a grandezza più che naturale e pervase da intenso dinamismo, sprigionano sinceri sentimenti umani, in momenti quanto mai drammatici e si soffre, per l’ingiusta condanna di Gesù, per la Sua atroce sofferenza, per lo straziante dolore di Sua Madre, impotente a soccorrerLo… Ed ecco il Sepolcro, sul cui bordo poggia un Angelo, dal timido sorriso, che c’informa che Gesù non è più lì. Egli, infatti, squarciata la pietra tombale, rifulge di vivo splendore, sul piazzale antistante la Chiesa: Gesù è risorto!
È la vittoria della vita sulla morte!
L’emozione è intensa e invita a riflettere…ma io riesco anche a realizzare che, Lassù, Qualcuno ami veramente Giulianova che, inserita in un contesto naturale invidiabile, può vantare, sinora, anche tre guide spirituali speciali: P. Serafino, P. Paolino e Monsignor Lucantoni.

…e ancora primavera

IA 39 01Con l’allungarsi delle giornate e il progressivo aumentare delle temperature, sembrano sciogliersi anche pensieri e problemi legati alle conseguenze economiche/sociali che, speriamo temporaneamente, assillano le nostre menti. Purtroppo non è così. Distraiamoci, allora, con qualche intramezzo cultural/artistico che si leghi almeno all’arrivo della primavera, da sempre preludio della bella stagione.
Se il regista coreano Kim Ki-duk con il suo Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera ha un approccio filosofico verso i cambiamenti stagionali, sono molte le pellicole consigliate per accantonare il grigiore invernale e sciogliere cuore e mente attraverso vitalità e freschezza di idee. Lasciamoci alle spalle, quindi, film troppo impegnativi o cervellotici depennando dalla lista registi come David Lynch o Lars von Trier per ripescare, invece, un Marc Webb che con il suo (500) Giorni insieme riesce a mescolare sentimenti a fortunate vicissitudini vitali. Il film del regista statunitense, infatti, è un’altalena appassionante d’ironica brillantezza, sulla quale sedersi e lasciarsi cullare per estinguere debiti con l’amore perduto in inverno. Passando per la Francia, poi, terra da sempre riconosciuta culla di sentimenti amorosi ed affettivi, andiamo a ripescare un film del 2003 di Yann Samuell dal titolo propiziatorio Amami, se hai coraggio capace di aprire animo e corpo per riacquistare fiducia in noi stessi.
 Dialoghi brillanti e invenzioni effervescenti ci faranno uscire, almeno per un’ora e mezza, dalla scatola impolverata nella quale c’eravamo rinchiusi per proteggerci dalle torture dei governanti ed evitare nuove tasse.
Bene, conclusa la fila alle poste per pagare la bolletta del metano, con il quale ci siamo scaldati in inverno, rimettiamoci comodi in poltrona perché in questa breve lista di film primaverili non può mancare un film divertente come Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet, che fa star bene grazie a trovate fantasiose e colorate. Non crediate che faccia miracoli, certo, facendovi dimenticare le elezioni appena concluse, ma sicuramente vedere Amélie che passeggia per le strade di Parigi aiutando personaggi bizzarri o immaginari farà sicuramente bene al nostro ottimismo. Lo spazio stringe, e allora non mi resta che invitarvi al cinema (metaforicamente, non che paghi io) per consigliarvi un film che da poco è uscito nelle sale: Il lato positivo di David O. Russel.
Dietro una storia di malattie mentali si cela un racconto amoroso condito d’ironia.
Comunque sia, buona visione.
E buon inizio di primavera

Strada “secata” e ponte demolito in difesa del centro storico

LPDC 39 01La strada statale n.16, detta anche Nazionale Adriatica, un tempo, fino al 1861, fu denominata Regia o Consolare. Iniziava dalla riva destra del Tronto, che dal 1852 segnò l’inizio del Regno delle Due Sicilie (che prima si estendeva nel territorio limitrofo alla sponda sinistra, cioè a settentrione) e terminava nella sponda sinistra del fiume Pescara. Prima della costruzione dell’attuale variante, la strada Consolare scorreva nel litorale, parallela al mare, collegandosi alla strada Distrettuale che conduceva a Teramo in un punto a est dell’antica chiesa della SS. Annunziata e dell’annesso ritiro dei Passionisti la cui costruzione, iniziata nel 1856, era terminata nel1858.
Nei pressi dei fiumi Tordino e Vomano la viabilità era assicurata da ponti di legno. Un ponte era stato costruito anche nel tratto che attraversava la contrada giuliese di Terravecchia, a nord della predetta chiesa, poiché vi scorreva un piccolo torrente che alimentava il molino della famiglia Partenope. Sia la carrozzabile che il cavalcavia furono oggetto di manomissioni e danneggiamenti da parte di un gruppo di giuliesi che, armati di “schioppi” e di zappe, demolirono il ponte e “secarono”, cioè interruppero scavando un piccolo fossato, la strada in due parti per evitare ai “legni” (cioè ai carri e alle carrozze) di potervi transitare.
L’azione avvenne il 23 marzo 1848 ed era finalizzata a costringere tutti i mezzi a transitare per Giulianova alta, raccordandosi alla Consolare per mezzo della “Strada dei Cappuccini”, denominata anche “traversa”, che dal largo S. Flaviano si dirigeva verso la Distrettuale per Teramo e da qui, scendendo verso il litorale e costeggiando la chiesa della SS. Annunziata, proseguiva sulla Consolare.
L’obiettivo era quello di favorire “maggiore smercio di vettovaglie e commercio più animato” nella zona alta di Giulia scongiurando i timori di una sua possibile o futura perdita di centralità.
Tra i cittadini che parteciparono all’impresa, si segnalano Camillo Massei, Daniele Cavarocchi, e Gaetano Paolini, figlio di Ciriaco (fratello di Antonio Paolini, ”dottore fisico” che tra l’8 e il 9 luglio del 1859 molto probabilmente ospitò e curò San Gabriele). Sia costoro che gli altri conterranei appartenenti al gruppo dei “guastatori”, furono denunciati alla Procura del Re presso la Gran Corte Criminale di Teramo con l’accusa di distruzione di beni di pubblica utilità.
Il Tribunale, per quantificare l’entità dei danni, fece ispezionare i siti interessati dal perito giurato, il quale nella sua relazione dichiarò che erano stati effettuati i seguenti tagli per un danno di ducati 19 e grana 39:
a) uno di palmi 48 di lunghezza, 6 di larghezza e di 4 di profondità;
b) un altro di palmi 46 di lunghezza, 8 di larghezza e 3 di profondità.
Il processo fu celebrato a Teramo il 29 maggio 1850.
La sentenza ritenne colpevoli gli imputati che però furono rimessi all’autorità giudiziaria locale, esercitata dal Giudice Mandamentale di Giulia, al quale spettava convalidare o meno l’arresto degli imputati o convertirlo in libertà vigilata, secondo il codice penale borbonico.
Per un breve periodo, quello tra la denuncia, l’ispezione e la riparazione, l’azione sortì il suo effetto poiché la viabilità fu effettivamente deviata in direzione obbligata verso la parte alta di Giulia.

Quando la politica siede al cinema

IA 38 01Le campagne elettorali si svolgono nelle piazze, certo, ma è nei cinema che vengono raccontate le storie più vicine alla realtà, con cineasti che non hanno dimestichezza con la vita politica ma che vogliono comunque portare il loro contributo (ri)aprendo capitoli di storie passate e spesso dimenticate. È questa la strada intrapresa negli ultimi anni dal cinema, non solo italiano, che nutre una certa affezione a tal proposito, ricucendo strappi polemici, portando a galla verità nascoste o taciute e presentando biografie di politici che furono o che sono. Seppur il cinema sia un mezzo di finzione, non sono pochi i registi che scambiandosi per reporter agguerriti e in cerca di notizie realizzano pellicole portando alla luce fatti di cronaca o pagine insanguinate della storia italiana. L’ultimo nato sotto questa stella è Diaz - Non pulire questo sangue di Daniele Vicari che, dopo aver studiato gli atti dei processi e visionato centinaia di ore tra interviste e materiale visivo, riesce a ricostruire una delle pagine più sanguinose della protesta contro la politica e i suoi artefici (in attesa di vedere The Summit di Franco Fracassi che tratta gli stessi argomenti). Ora, nelle sale, è uscito il nuovo film di Roberto Andò Viva la libertà, tratto dal suo libro Il trono vuoto, dove un Toni Servillo sempre pronto alla causa (vedi Il Divo o La Bella Addormentata), sostituisce il fratello gemello, sottosegretario di partito, caduto in crisi politica, tornando a gremire le piazze. Negli anni passati sono stati molti i titoli che hanno affrontato, al cinema, il discorso politico tra film di denuncia spietata (Francesco Rosi) o civile (Carlo Lizzani) e schede di personaggi che ne hanno caratterizzato gli anni come Il Divo di Paolo Sorrentino (biografia di Giulio Andreotti) o Il Caimano di Nanni Moretti (incentrato su Silvio Berlusconi), regista, quest’ultimo, considerato il principale fautore e fruitore di questo filone. Lasciando le coste italiane, anche all’estero si trovano titoli che indagano su fatti strettamente legati alla politica o ai suoi personaggi. Nel 2008 Oliver Stone presentò W. con tono denigratorio sull’ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, mentre qualche anno prima riaprì il discorso sulla morte di Kennedy con JFK - Un caso ancora aperto (1991). Ron Howard continua la carrellata sui fautori della politica americana con Frost/Nixon - Il duello incentrato sullo scandalo Watergate.
Questa breve carrellata di titoli (ripescati a caso nel mare della memoria) non sarebbe completa se non venissero riportati alla luce altri capolavori che con il tema politico hanno fatto successo, ed è per questo che piace ricordare le figure di Totò con il candidato Antonio La Trippa in Gli Onorevoli (Sergio Corbucci, 1963) o di Antonio Albanese che interpreta Cetto La Qualunque in Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011).
E se a vincere fossero loro?

Zombie, cioccolatini e San Valentino

ia 37 01San Valentino è alle porte e già si sente l’atmosfera romantica di questa festa tanto cara a innamorati e commercianti, senza dimenticare che rose rosse e cuori imbottiti di cioccolatini abitano da sempre il grande schermo che vanta numerosi titoli di pellicole romantiche. Ma i tempi cambiano e i costumi sociali si evolvono creando nuovi stili e conformazioni impensabili, così anche il concetto di romanticismo, che all’inizio era legato a Via col vento o Casablanca, assume aspetti differenti modellandosi attraverso i periodi storici e trasformandosi di conseguenza. Di decennio in decennio il pensiero di un sentimento che al cinema riscuote sempre consensi, perché spesso legato anche alla commedia (Harry ti presento Sally, Se mi lasci ti cancello, 500 giorni insieme), cambia col cambiare delle abitudini giovanili e delle mode che la tv crea. Così, arrivati ai giorni nostri, abbiamo faticato nel vedere che vampiri e licantropi potessero combattersi una ragazza umana per amore, oppure che i classici cioccolatini o mazzi di fiori, legati alla tradizione festaiola, sono stati soppressi da mondi apocalittici e zombie.
Proprio questa sembra essere l’ultima frontiera che unisce cinema e sentimento, grazie anche all’uscita (proprio degli ultimi giorni) del film Warm Bodies, di Jonathan Levine. I produttori della saga di Twilight con Warm Bodies alzano il tiro raccontando una storia con gli esseri verdi, putrefatti e barcollanti che tanti anni fa imparammo ad amare grazie al loro papà cinematografico George A. Romero. Ora sono loro che amano noi, in particolare R (Nicholas Hoult) che aggirandosi tra aeroporto e città incontra la vivente Julie (Teresa Palmer). Sboccia, così un sentimento forte che li porterà ad innamorarsi e a contrastare le ostilità del padre di lei, interpretato da John Malkovich, e il contagioso virus di lui. Levine confeziona un film intelligente partendo dall’omonimo romanzo di Isaac Marion, che ha curato la sceneggiatura assieme al regista, mettendo in scena divertimento, amore e zombie, equilibrando gli elementi in un mix riuscito e mai banale, dove la sensazione straniante di uno spettatore incredulo viene accantonata già dalle prime sequenze, nelle quali il giovane infetto, a modo suo, gli si presenta.
Un film sull’amore, a differenza dei (pochi) precedenti L’alba dei morti dementi e DeadHeads, dove gli zombie fanno da corollario ad un sentimento capace di risvegliare cuori addormentati o addirittura apparentemente morti. L’amore visto anche come rappresentazione e salvezza di un certo disagio giovanile, come nella sequenza iniziale in cui R si sente perso e solo in un mondo che non è poi così diverso da quello “reale” e dal quale si può fuggire grazie all’incontro con la persona giusta. Sostanzialmente è un teen movie dedicato ai più giovani, come lo era la trilogia di Twilight, ma anche quelli che hanno superato la fase adolescenziale sapranno divertirsi grazie ad una rilettura fresca e intelligente di un vecchio classico qual è R(omeo) e Julie(t).

La pittura di Lorenzo Di Lucido

lpdc 37 1Il giovane pittore pennese, attualmente impegnato in una mostra a Lissone e con precedenti interventi a Bagnacavallo, Rimini, al “Celeste Prize” e finalista del premio “Combat” a Livorno,  è certamente uno dei più maturi artisti contemporanei operanti nella sfera di un tradizionalismo dei supporti e nell’uso materico di pigmenti misti. Se pensiamo alla incontrollabile diaspora dell’arte contemporanea verso una nebulosa di media e approdi semantici spesso oscuri e apodittici, non possiamo che rallegrarci di una pittura che non perde l’ancoraggio al voler dire del segno sulla tela, sia pure al cospetto di un figurativismo inafferrabile e inquietante. La pittura di Di Lucido, mentre rifiuta la smaterializzazione di altri media, insiste su un tipo di iconicità che occulta la rivelazione del tratto naturalistico, deformandone la comunicazione immediata, ma alludendo a una comunicazione seconda pertinente a un messaggio implicito, vale a dire il rifiuto di un’arte gastronomica e narcisistica di stretta rilevanza mercantile. I suoi quadri hanno l’obiettivo di disturbare una tranquilla fruizione inseribile nel vasto campo delle ri-scritture e dell’accademia, per abbracciare un nichilismo che deve negare l’originale, deformandone ai limiti dell’illeggibilità i contorni e gli stessi contenuti. Ecco allora figure senza volto, o con volti deformati, che sembrano ectoplasmi e mere concessioni all’arte dell’abbozzo e del disegno. Questo per dire che Di Lucido in fondo non nega la storia dell’arte, dalla quale riprende temi classici come ‘la sacra famiglia’, la ritrattistica e una addolcita e più enigmatica versione di Francis Bacon, ma proprio perché la conosce può trarne una personalissima vena sconsolata e denegante che riduce la pittura a una serie di cancellazioni e di omissioni, all’affermazione del non-detto e del perturbante. Se in un quadro come “Puppeturgy” di Francis Bacon il volto deforme, non esente da qualche influenza cubista, appare mostruoso, colorato e tuttavia riconoscibile, nei volti di Lorenzo Di lucido invece si osserva una sorta di non-essenza che ne cancella l’identità e l’anima si direbbe. Solo in pochissime tele compare il colore come macchia, pura e minimale concessione a una estetica, di solito disperata, la cui gamma cromatica non concede che qualche rosso, grigio, bianco e carta da zucchero a un osservatore ansioso di conoscerne la portata discorsiva. Considerando che si tratta di un giovane meno che trentenne, non possiamo che augurarci esiti ancora più interessanti e intellettualmente coinvolgenti

La lunga strada delle donne verso il diritto di voto

mds 37 1È mia intenzione ricordare con questo contributo la vicenda dell’affermazione del suffragio universale per sottolineare il valore degli strumenti della partecipazione democratica e caldeggiarne l’esercizio.

“Se temeste che il suffragio universale delle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il confessionale, il catechismo nelle scuole e…la democrazia opportunista!!”  Immaginate con quanto coraggio Anna Maria Mozzoni, nell’anno 1881, ha pronunciato quest’accorata perorazione  del suffragio femminile.
Sul pianeta Terra in ogni epoca, ad ogni latitudine e longitudine ci sono state e ci sono delle donne che fronteggiano violenze, soprusi e pregiudizi e che lottano per affermare i loro diritti, per il cambiamento.
Se guardiamo alla storia dell’emancipazione femminile, in Italia, quella del godimento dei diritti politici è stata per decenni la più vasta e radicale delle questioni. Nell’Italia unita le donne vennero sin dall’inizio escluse dal voto: nonostante il dibattito fra i sostenitori ed i contrari fosse già acceso, la Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta dell’onorevole Morelli volta a modificare la legge elettorale che escludeva dal voto politico e amministrativo le donne “al pari degli analfabeti, interdetti, detenuti…”. Seguirono anni in cui le istanze delle donne trovarono forma anche in associazioni orientate al raggiungimento dei diritti politici e civili: ma il conseguimento del titolo di studi non garantiva l’accesso alle professioni e l’autorizzazione maritale era ancora in vigore.
Nel 1912 in occasione della discussione del progetto di legge per la concessione del voto agli analfabeti maschi fu proposto un emendamento in favore del voto alle donne, ma Giolitti trovò il modo di rimandare la questione. Nel 1919 Papa Benedetto XV dichiarò pubblicamente che i tempi erano maturi per estendere il voto alle donne, aprendo così nuove discussioni a livello istituzionale; nello stesso anno fu abrogata l’autorizzazione maritale con una norma sulla capacità giuridica della donna che innovò il quadro sociale dell’Italia nel primo ’900.  Ma la strada verso il voto era ancora lunga: sempre nel 1919 iniziò l’iter per l’approvazione della legge sul suffragio femminile che, però, non si concluse.
Con l’avvento del regime fascista ogni speranza di emancipazione svanì; e le suffragiste che avevano appoggiato Mussolini attribuendogli una capacità di rinnovamento dovettero ben presto riconoscerne il tratto reazionario e illiberale. Bisognerà attraversare gli orrori della guerra e della dittatura perché il risultato fosse raggiunto: il 31 gennaio del 1945, con l’Italia divisa e il nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne.
Il 2 e il 3 giugno del 1946 ebbe luogo il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica: le cittadine e i cittadini italiani votarono con il suffragio universale; già nelle elezioni amministrative fra marzo e aprile 1946 le donne avevano esercitato il diritto all’elettorato attivo e passivo, con un apprezzabile numero di elette nei consigli comunali.

Il Grand Hotel Don Juan apre le porte al teatro Brunella Cinquegrana e Leonardo Buttaroni intervistati da Pietro Carrozzieri

IA 36 01In occasione del quarantennale il Grand Hotel Don Juan ha ospitato una rassegna teatrale con tre appuntamenti denominata “Don Juan Theater” e apericena con gli artisti.
Siamo con la direttrice dell’hotel Don Juan, Brunella Cinquegrana. Come è nata l’idea di abbinare l’ospitalità di un grande albergo con il teatro?
(BC) E’ nata perché quest’anno abbiamo festeggiato i 40 anni del Grand Hotel Don Juan e avevamo detto che avremmo aperto l’albergo al territorio. La mia grande passione per il teatro mi ha portato ad ideare queste serate, che abbinano l’aperitivo ad una rappresentazione teatrale.
Parli di amore per il teatro. Vieni da una città, Chieti, in cui il teatro è una realtà importante.
(BC) E’ vero, a Chieti abbiamo il teatro Marrucino, famoso nel mondo. Ha una storia importante e rassegne teatrali bellissime. Abituata ad andare a teatro fin da piccola, per me è stato un dolore il momento in cui a Giulianova hanno chiuso il teatro Ariston. Non vogliamo certo sostituirci all’ATAM, però il teatro è vita, il teatro è bello, il teatro è cultura, e ciò che vogliamo fare è mettere a disposizione gli spazi del Don Juan per riportare il teatro a Giulianova. Per tale motivo abbiamo voluto chiamare questa piccola rassegna “Don Juan Theater”.
Sicuramente un’idea valida. Condividiamo il fatto che una comunità senza un teatro è una comunità povera. Ci auguriamo che la vostra iniziativa possa decollare.
(BC) La nostra è una piccola rassegna, ma crediamo di qualità. Dopo “Horsehead”, che ha vinto il Fringe Festival di Roma e poi andrà anche a New York, ci sarà “Vivo nel vuoto” fatto con ragazzi disabili, e poi la replica di Horsehead. Ma se il territorio risponderà bene, siamo prontissimi ad andare avanti.
Al regista della compagnia Cattive Compagnie, Leonardo Buttaroni, chiediamo: come siete arrivati a questa rappresentazione?
(LB) L’idea è partita dalla signora Brunella, e ci siamo trovati d’accordo nel creare un teatro all’interno dell’hotel Don Juan. Penso che anche l’effetto finale sia piacevole a vedersi. Lo spettacolo è andato bene, e siamo contenti.
E’ la prima volta in un palcoscenico così insolito?
(LB) All’interno di un hotel è la prima volta, ma ci adeguiamo a tutti i palchi ed alle situazioni che ci si presentano. Siamo del teatro off, flessibile verso qualsiasi situazione. Non ci spaventa nulla.
Il prossimo spettacolo al Don Juan?
(LB) Sarà di una compagnia di Giulianova, e parlerà del famoso trapezista funambolo che passò tra i due grattacieli, le Torri Gemelle. Sarà uno spettacolo improntato sul sociale. Avremo in scena persone con handicap, insieme ad attori professionisti. Credetemi, sarà uno spettacolo molto commovente.

La Chiesa della Santissima Annunziata in una relazione inedita del canonico Niccola Palma

LPDC 36 01Prima che fossero avviati i tentativi di restaurare l’antica Chiesa di Santa Maria a mare, denominata anche della SS. Annunziata, tra il 1840 e il 1841, due componenti della Deputazione delle Opere Pubbliche di Giulianova, Francesco Ciafardoni e Lino De Dominicis, decisero di tagliare corto, proponendone nel 1834 al Sindaco, Francesco Comi, la demolizione, poiché era stata ridotta dal “barbarismo dei contadini” (che avevano asportato dalle pareti “pietre conce” e altro materiale) ad uno stato di turpe e irreparabile degrado.
I due deputati suggerivano al Sindaco di preservare solo il magnifico portale, “capo d’opera, d’ordine corinzio”, estraendolo dalla facciata e portandolo, insieme con la pregevole campana di bronzo, nella chiesa di San Francesco, un tempo officiata dai Minori Conventuali. Aggiungevano, con una genialità degna di miglior causa, che i laterizi conseguenti alla demolizione potevano essere impiegati per costruire canali di scolo e sistemi di drenaggio dell’acqua piovana che con il ristagno procurava un fastidioso intralcio alla viabilità, soprattutto pedonale; essi infine affermavano che il Decurionato avrebbe dovuto edificare un’altra Chiesa, di analoghe dimensioni, nei pressi della strada “Consolare” (oggi SS16). Per fortuna la balzana proposta, che pur aveva convinto il Sindaco Comi, fu respinta dall’Intendente (oggi Prefetto) di Teramo, Bonaventura Palamolla, che sospese la deliberazione adottata dal Decurionato l’8 aprile 1834. Prima di assumere la decisione, l’Intendente prese tempo, consultandosi con il Vescovo Alessandro Berrettini (1830-1849) e con il noto storico, canonico Niccola Palma (1777-1840), il quale aveva visto la Chiesa come “convisitatore” nel corso della visita pastorale eseguita a Giulianova il 10 agosto1834, redigendo una breve relazione storico-artistica. Il Palma fornisce le seguenti informazioni: 1. La chiesa fu donata da San Berardo di Pagliara al Capitolo aprutino che ne deteneva la proprietà, istituendovi una “rettoria” e talora dei “prebendati”; 2. Della chiesa si appropriarono i duchi di Atri nel sec. XV, dichiarando che era stata costruita sul loro dominio; 3. Il vescovo Montesanto aveva tentato di rivendicarne la proprietà senza riuscirvi; 4. L’estinzione della dinastia ducale acquaviviana, con la morte di Rodolfo XVII, comportò il passaggio dei suoi beni al Regio Fisco, cioè alla Corona, e successivamente ai sovrani che si alternarono sul trono del Regno di Napoli.
Degna d’interesse è l’interpretazione artistica del portale, necessariamente parziale a causa dei guasti che ne rendevano difficile la lettura, prima che fossero rese visibili le diciotto formelle dal restauro iniziato nel 1918, al quale accennò il vescovo Alessandro Beniamino Zanecchia Ginnetti nella visita pastorale compiuta il 21 agosto dello stesso anno.
(anticipazione tratta dal libro I Passionisti a Giulianova (1858-1866), di prossima pubblicazione, S. Gabriele edizioni, ndr).

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