Martedì, Ottobre 24, 2017

 

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La leggenda svelata

IA 31 01Abbiamo incontrato il M° Galileo Di Ilio violoncellista e direttore artistico dell’associazione culturale “G. Braga” onlus per parlare della importante pubblicazione che lo vede autore insieme al prof. Giovanni Di Leonardo.
C’è un nuovo lavoro realizzato dalla tua associazione. Di che si tratta?
Abbiamo pubblicato un nuovo libro che illustra delle sorprendenti novità attorno alla famosissima Serenata Leggenda Valacca di Gaetano Braga, frutto degli ultimi studi e ricerche condotti dall’associazione culturale “Braga” onlus, più esattamente, dallo storico prof. Giovanni Di Leonardo e da me.
Il volume di 160 pagine dal titolo La Leggenda svelata. La Serenata, Leggenda Valacca di Gaetano Braga. Fonte letteraria, titolo e successo verrà presentato il prossimo 24 novembre presso la sala Trevisan della Piccola Opera Charitas, a partire dalle ore 17.00, con la partecipazione del M° Piero Di Egidio (docente di Storia della Musica e già vicedirettore presso L’I.S.S.M. “Braga” di Teramo), degli autori e il coordinamento della dott.ssa Marialuisa De Santis (responsabile della sala Trevisan).
Seguirà un concerto con le musiche di G. Braga che saranno interpretate dai maestri Amor Lilia Perez, (mezzosoprano del coro della Scala di Milano), Corrado Di Pietrangelo (al pianoforte) e me medesimo (al violoncello). Il libro è dedicato al compianto p. Serafino Colangeli, cittadino benemerito che tanto ha fatto per la cultura e il sociale a Giulianova, e che è stato socio fondatore e presidente onorario della nostra associazione.
Si può anticipare qualcosa sulle novità principali del libro senza togliere la sorpresa al lettore?
Come dice il titolo del libro si fa luce, finalmente, su alcuni aspetti della Serenata che risultavano poco chiari, a cominciare dallo stesso titolo Leggenda Valacca.
La novità più importante, infatti, riguarda la fonte letteraria. Di Leonardo col suo metodo d’indagine estremamente scientifico, che ci ha già mostrato nei suoi precedenti lavori, ha fatto una scoperta sensazionale, quella cioè che il testo poetico, musicato da Braga, da tutti e sempre attribuito a Marco Marcelliano Marcello, non era altro che una libera traduzione, sia pur reinterpretata e musicalmente ben resa, di una lirica di Ludwig Uhland, grande poeta del romanticismo tedesco.
Ci sono, inoltre, altri aspetti della composizione di Braga che vengono chiariti: dalla data esatta di composizione alla vicenda editoriale, a quella dei diritti d’autore, passando per le varie denominazioni, le numerose trascrizioni, le edizioni musicali e discografiche in ogni continente, che si sono susseguite per più di un secolo, attraverso i nomi di grandi interpreti del passato.
Stiamo parlando di un brano che, addirittura, anche oggi continua ad essere pubblicato da noti editori musicali.
Nella seconda parte del libro io, invece, mi sono addentrato nell’analisi della partitura, facendo notare oltre agli aspetti tecnici (più per gli “addetti ai lavori”), anche lo stretto legame che la musica ha col testo poetico e i significati metaforici che essa nasconde dietro le note, i quali sono a fondamento anche del racconto Il Monaco Nero di Anton Cechov. A proposito di quest’opera del famoso scrittore e drammaturgo russo, che molti conoscono per esservi menzionata la “nota Serenata di Braga”, faccio notare, infatti, come Cechov non si sia limitato a citare la Leggenda Valacca ma l’abbia resa parte integrante del proprio racconto.
Più avanti nel nostro libro il lettore scopre anche in che maniera entrambe le opere abbiano suscitato l’interesse del celebre compositore D. Šostakovic.
Come in un cerchio ideale i concetti metaforici nascosti dietro la partitura della Serenata di Braga ed il racconto Il Monaco Nero rimandano all’idea e al ruolo della musica nel pensiero dei filosofi romantici tedeschi e quindi rinviano ancora una volta, inequivocabilmente, all’origine della fonte letteraria: la cultura del primo romanticismo tedesco.

Alessandro Valignani missionario in Giappone


LPDC 31 01Il Giappone del XVI secolo è il teatro di lunghe e sanguinose lotte feudali, con eserciti personali che condizionano le scelte dell’imperatore e dei cosiddetti shogun, potentissimi signori in grado di controllare la stessa nomina imperiale. In un simile pericolosissimo clima istituzionale arriva dall’Italia un umile sacerdote di Chieti, gesuita della Compagnia di Gesù, per predicarvi la dottrina cristiana, dopo essere stato a Goa, Macao, in Malesia e alle Molucche. Si può dire che nella seconda metà del ‘500 l’attività religiosa coincida in larga misura con quella esplorativa tout court trattandosi di un lontano Oriente sul quale esistevano una scarsa cartografia e solo alcuni diari di precedenti viaggiatori. Valignani, figlio di Giambattista e di Isabella del Sangro, aveva avuto una giovinezza turbolenta: era stato accusato, forse ingiustamente, di aver pugnalato una donna e quindi rinchiuso in carcere a Venezia. La storia romanzesca di Valignani assomiglia strutturalmente a quella di padre Cristoforo nei Promessi Sposi di Manzoni in quanto anche nella biografia del chietino, ma stavolta in una versione realissima, interviene il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, per liberarlo dopo parecchi mesi di carcere duro. L’anno seguente entrò nel Collegio Romano per studiarvi teologia e quindi ordinato sacerdote dopo pochi anni. Nel 1572 fu incaricato come responsabile delle missioni nelle Indie Orientali, un termine generico per dire tutto ciò che riguardava i territori a est di Gerusalemme. Nella missione in Cina e in Giappone si divise i compiti con l’altro grande viaggiatore italiano in Oriente, Matteo Ricci di Macerata, che riuscì, nonostante l’ostilità dell’intellighentsija cinese, a fissare la sua residenza a Pechino. Valignano e Ricci compresero che per farsi accogliere a corte e penetrare nella coscienza degli abitanti bisognava mantenere in una grande considerazione la cultura locale, ragion per cui raccomandarono di apprendere usi e costumi dei paesi che li ospitavano, diventando essi stessi maestri della lingua, della storia e della filosofia della Cina e del Giappone. Inutile dire che si tratta di studi pionieristici che apriranno agli europei la possibilità di conoscere la ricca filologia di questi paesi, ritenuti geograficamente remoti e culturalmente impenetrabili.
Da un punto di vista più strettamente teologico, le gerarchie ecclesiastiche non capirono l’importanza di questo sincretismo fra religioni e culture diverse, l’ecumenismo “ante litteram” che faceva coesistere il buddismo e il confucianesimo col cristianesimo, la filosofia Zen con la Vulgata cattolica. In Giappone, la predicazione del Cristianesimo diede ottimi frutti, come scrive Vittorio Volpi nel suo Alessandro Valignani. Un grande maestro italiano in Asia (Milano, Spirali, 2011) e produsse una notevole comunità cristiana. Qui, “fondò chiese, collegi e ospedali”, e scrisse un “Cerimoniale per i missionari in Giappone”, ma lo sviluppo di tale proselitismo durò fino al 1587, quando si verificò la grande persecuzione contro i cristiani per mano dello Shogun Hydeyoshi.
Il numero dei martiri toccò 1200-1600 convertiti e la decadenza della comunità cristiana coincise con l’avversione di altri missionari più ortodossi (francescani e domenicani per lo più) per i metodi di Valignani, ritenuti idolatrici, in quanto rispettosi delle pratiche locali. Fino al punto che il papa Benedetto XIV proibì la pratica dei cosiddetti “Riti Cinesi”. Sicché, solo oggi si capisce l’intuizione di un grande uomo di cultura come Valignani, che aveva compreso la necessità dell’incontro e del rispetto reciproco fra i popoli.

James Bond. Pericoloso cinquantenne

IA 30 0150 anni suonati, e un po’ sbiaditi dall’abuso di alcool, bellissime donne e macchine superveloci (tutte cose che logorano col tempo), ma comunque portati bene. Era il 1962 quando sugli schermi cinematografici usciva il primo film di Bond (,James Bond!) l’agente segreto costretto a diventare l’icona più famosa della letteratura prima, e del cinema poi. Si, perché nasce dieci anni prima dalla penna britannica dello scrittore Ian Fleming che, a detta sua, logorato dalla noia coniugale, inventò un personaggio capace di ridargli vitalità.
Ora, che sono passati cinquant’anni da Dr. No – da noi conosciuto come Agente 007 Licenza di uccidere – esce nelle sale il nuovo capitolo: Skyfall. Ha cambiato volto più di una volta, dall’indimenticabile Sean Connery all’ultimo Daniel Craig, e nel portafogli la licenza di uccidere rischia di rimanere offuscata dalla carta d’identità ma rimane comunque un personaggio carismatico e fuori dagli schemi preferendo, dopo 50 anni, la birra al famoso Martini. “Ma non è vero che Bond ora beve solo birra – tranquillizza Daniel Craig – 007 beve di tutto: birra, Martini e Champagne. E anche se paga, Heineken non ci ha chiesto di fare smorfie di apprezzamento quando io bevo la sua birra.” Sarà, ma i fan più vicini al personaggio cartaceo si sono sentiti un po’ traditi, cosa passata subito in secondo piano dal contratto miliardario strappato dai produttori alla famosa ditta produttrice di birra.
D’altronde Daniel Craig non sarebbe piaciuto neppure al suo creatore vista la somiglianza con...Putin, dopo che Bond e Fleming stesso hanno combattuto i russi durante la guerra fredda, ma capirebbe che, nella nostra cultura attuale, lo scrittore è un modello svalutato. Critiche da marketing allora, perché non c’è tempo, durante i festeggiamenti per un compleanno così importante, di annoiare gli invitati con banali argomentazioni e così, biglietto alla mano, prendiamo posto nella sala buia. E’ qui che l’ospite d’onore non si fa attendere, ma scopriamo ben presto che la sua figura viene oscurata da quella di un personaggio che incarna il villain: Raoul Silva.
Il fratellastro cattivo e gay di Bond, interpretato da un magistrale Javier Bardem, ruba lo schermo al festeggiato che, per poco, non rischia di rimanere lontano perfino dalla Bond Girl di turno (la bellissima Bérénice Marlohe).
Poco importa però, perché finalmente arriva il momento tanto atteso: il brindisi con Champagne. Ah no, era birra.

Dalla scoperta dell’America alla creazione di Hollywood

IA 29 01Era il 3 agosto 1492, quando Cristoforo Colombo salpò dal porto spagnolo di Palos con tre caravelle ottenute dalla regina Isabella e il 12 ottobre dello stesso anno arrivò su una terra creduta la Cina. Solo sette anni più tardi, un altro italiano, Amerigo Vespucci, capì che quella terra era in realtà un continente sconosciuto e dalla sua descrizione accurata e minuziosa tutti cominciarono a chiamarle Terre di Amerigo e da qui America.
Furono italiani dunque, quelli che scoprirono il continente che da sempre è considerato una potenza sotto ogni profilo: economico, artistico e culturale. Il sogno americano, ricorrente in ogni opera che si rispetti, fu un concetto che lentamente contribuì ad alimentarne il desiderio e a crearne il mito ma finì per enfatizzare il benessere materiale e lentamente fu sgretolato, soprattutto in molte opere cinematografiche. Proprio il cinema, nella figura di Hollywood, è considerato l’artefice di tutti gli eccessi (nel bene e nel male) che l’America ha saputo creare. Proprio come successe per la sua scoperta, furono stranieri quelli che ne capirono le potenzialità e cominciarono a realizzare quella che ancora oggi è la più famosa fucina di sogni nonché fabbrica di soldi.
Gli ungheresi Adolph Zukor, fondatore della Paramount Picture, e William Fox, padre della 20th Century Fox, cominciarono a dar vita nei primi anni del ‘900 ad un’industria che non si sarebbe più fermata. Nel 1911 il polacco Samuel Goldfish si trasferisce in America fondando la casa di produzione più conosciuta (assieme ai fratelli Selwyn): la Metro Goldwyn Mayer, famosa come la casa cinematografica del leone. Fu invece un inglese, Charlie Chaplin, assieme a Mary Pickford e Douglas Fairbanks a fondare la casa di produzione United Artists, la prima che inventò lo star system.
Da allora gli attori, che fino a quel momento non erano neppure riportati nei manifesti dei film, cominciarono a uscire fuori dall’anonimato per essere osannati dal pubblico. I produttori cercarono di accaparrarsi, a suon di milioni, i nomi più gettonati del momento come l’italiano Rodolfo Guglielmi (in arte Rodolfo Valentino) e la svedese Greta Loyise Gustafsson (in arte Greta Garbo) contraria alla vita mondana e proprio allo star system. Nel 1927, agli albori del cinema sonoro, il regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau girò ad Hollywood il suo primo film americano: Aurora. Considerato il capolavoro di Murnau, il film fu premiato alla prima edizione degli oscar con due statuette e tutt’ora è classificato come il miglior film nella storia del cinema. Se consideriamo che l’altro grande cineasta che ha contribuito alla notorietà di Hollywood negli anni ‘40, Alfred Hitchcock, era inglese si può affermare che Hollywood sia una realtà americana dove hanno lavorato tutti i più grandi sognatori europei.

Francesco Paolo Tosti alla corte della regina Vittoria

LPDC 29 01Nato a Ortona nel 1846, al musicista abruzzese il destino riservò una delle vite più affascinanti, mondane e cosmopolite che un provinciale potesse attendersi. Diplomato al conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli si affermò rapidamente a Roma come insegnante di musica e creatore di romanze. Il genere era abbastanza inedito, dopo un secolo dominato dalla grande lirica di Verdi, Mascagni, Leoncavallo, Boito e Puccini, pieno di una drammaturgia solenne e altisonante. Si trattava di quella che i francesi chiamavano la petite chanson che tanta fortuna avrà nella canzonettistica italiana successiva, fatte le dovute differenze qualitative. Autore di circa 400 romanze in italiano, napoletano, inglese e francese, la sua fama raggiunse Londra sommata a quella della tradizione che vedeva negli italiani i maestri indiscussi nell’insegnamento musicale e nell’organizzazione di eventi aristocratici e della Corte. La romanza, diversamente dalla lirica, è un genere da salotto e gli inglesi fecero a gara per avere questo prestigioso italiano di bell’aspetto e sicuro talento.
Divenne docente al Royal College of Music e alla Royal Academy of Music con performances al Covent Garden e nelle dimore private di nobili e della stessa Corte. Come scrive Francesco Sanvitale in uno schizzo biografico, visse ininterrottamente a Londra dal 1880 fino alla prima Guerra Mondiale, avendo una particolare considerazione da parte della regina Vittoria e dall’erede Edoardo VII. La sua prima romanza in inglese Forever and forever fu osannata dalla stampa e pubblicata dagli autorevoli editori Ricordi e Chappell. Il successo di Tosti raggiungeva anche la sfera privata se pensiamo che negli stessi diari segreti della regina vi sarebbero lusinghieri giudizi sul compositore italiano. Grandi cantanti come Caruso, Ancona, Tetrazzini, Scotti, si avvicendarono sulla scena londinese interpretando le romanze di Tosti, che avevano titoli e contenuti dal sapore romantico e floreale: Good by, Come to my heart, Ask me no more, Yesterday (sic), We have loved, Back to the old love, Because of you etc. fino a un numero di 33 canzoni in inglese. Tosti scriveva in pieno clima liberty, in quella stagione estetica che Mario Praz chiama ‘agonia romantica’, e come retroterra culturale poteva vantare l’amicizia di D’Annunzio e Michetti che spesso lo ospitavano nel famoso Convento di Francavilla. Sicché il suo stile fin de siècle fu anche quello di un grande operatore culturale consapevole del rinnovamento in atto nei generi musicali e nel più vasto ambito del gusto e dell’estetica. Ma non sempre la critica è stata benevola con Tosti - vittima per alcuni decenni di un immeritato oblio - giudicato come un attore del passato estraneo al rinnovamento modernista (Tosti muore nel 1916) e delle avanguardie che in quegli anni stavano sovvertendo gli stessi strumenti della comunicazione e della fruizione del song amoroso.

Charlie Chaplin. Tempi odierni

IA 28 01Sono trascorsi ben 122 anni dal-la nascita di Charlie Chaplin, meglio noto come Charlot, ma l’attore protagonista di tante pellicole non smette di incuriosire e affascinare l’immaginario collettivo. Il “vagabondo” veste abiti fuori misura ma ha manie -re gentili ed è una persona per bene pur con le sue ingenuità, ciò nonostante deve subire le ingiustizie di una società sempre più fredda e materialista in cui il calcolo e l’opportunismo la fanno da padroni. Il caro Charlot non è calcolatore, non è opportunista, vive alla giornata, non ha ambizioni o mete da raggiungere, gli basta-no un fiore e un inchino per es-sere cortese e rimediare a certe defaillance. L’uomo moderno fa progetti e lavora per assicurarsi il futuro a cui agogna, Charlot invece è l’emblema del- la spontaneità, è un personaggio che è con- tento anche se non possiede nulla e non si pone obiettivi per il domani che fa paura il più delle volte, come in Tempi Moderni film capolavoro del 1936. Gli ingranaggi della fabbrica dove lavora l’operaio Chaplin a un certo punto vanno in tilt, non c’è modo di fermarli e la produzione impazzisce. Chaplin manomette il quadro-comandi e poi si “tuffa” letteralmente all’interno della macchina ma è ingoiato dalla catena di montaggio. Riesce finalmente a liberarsi e spruzza il lubrificante sui presenti che hanno assistito alla scena. Chaplin viene dichiarato pazzo e rinchiuso in una clinica. Dimesso dall’ospedale raccoglie una bandiera di segnalazione caduta da un mezzo transitato poco prima e la agita per richiamare l’attenzione dell’autista, senza accorgersi che un corteo di disoccupati sta marciando e brandisce delle bandiere come la sua. La polizia disperde i manifestanti e arresta Chaplin ritenuto capo dei dimostranti. Rinchiuso nel penitenziario ingerisce sen- za rendersene conto una sostanza dopante e fa fallire il tentati- vo di rivolta di alcuni galeotti. Alla fine guadagna la libertà con tanto di lettera di presentazione che attesta le sue qualità. La metafora della macchina con gli ingranaggi impazziti non è lontana dal turbinio della vita contemporanea, ci si sforza di stare al passo con l’evoluzione e lo sviluppo della società ma si rimane spesso intrappolati (come Chaplin nella macchina) dagli “ingranaggi” dello stress. Poi senza rendersene conto si è “fagocitati” dai problemi della massa, si cerca di rimanere fuori dal circolo chiuso ma la realtà che ci circonda è come un fiume in piena che trascina tutto quel- lo che incontra, non ci si può sottrarre alla sua potenza, fino a essere trattati come pupazzi, inermi di fronte alla superiorità degli eventi. Chaplin da gran- de interprete ci dà una grande lezione: l’uomo comune è una marionetta per la società, vorrebbe rispettare le regole invece è manovrato dalle regole stesse mentre il vagabondo è libero di gestire la sua esistenza come meglio crede perché non rispetta regole o leggi, sembra un emarginato ma non lo è, è bensì padrone della propria esistenza

Paolo De Lucia, storico e teorico della filosofia

LPDC 28 01Il giovane docente giuliese insegna     Storia della Filosofia all’università di      Genova dove svolge – dopo un periodo all’Università Cattolica di Milano – la propria attività didattica e      di ricerca.      Fin dai primi anni del suo impegno,      De Lucia si è fatto apprezzare dalla      comunità scientifica per una feconda attività nel campo della critica      storica e per la sua costante rivalutazione di una tradizione italiana,      di matrice cattolica, talvolta posta      ai margini dell’indagine speculativa      dell’accademia.      In realtà lo studioso, con evidente      specialismo, rintraccia, coerente-     mente con le proprie convinzioni      teologiche, un percorso sul pensiero degli hegeliani italiani – da Rosmini a Gioberti, da Sebastiano Maturi a Pasquale D’Ercole e allo stesso      Manzoni – secondo un filo rosso che      tiene conto dell’esistenzialismo, del      platonismo e della dualità kantiana.      Voglio segnalare tre libri dell’autore      che ho avuto il piacere di leggere e      che in pochi anni collocano De      Lucia fra gli studiosi più consapevoli del canone occidentale quale premessa al discorso      a tesi che sostiene: L’istanza      metempirica del filosofare, del      2005, La via verticale, del 2010      e La ragione nei limiti della pura      rivelazione, del 2012.      Nel primo l’autore partendo      dalle riflessioni di Bertrando      Spaventa, Gentile e Donato Jaja, so-     stanzialmente critiche, stabilisce una      originalità di Rosmini fondata sulla      sua concezione dell’ “essere ideale”      quale precondizione all’idea di un      soggetto infinito che vede la mente      separata dall’essere.      Nel La via verticale ugualmente si      sostiene una “sovraesistenza divina”      a partire dalle perfezioni ravvisabili nel creato, idea da cui far discendere una prospettiva teologica al      posto del nichilismo che tanta fortuna ha avuto nella filosofia con-     temporanea da Nietzsche a Sartre,      ai neopragmatisti. La “ricostruzione      verticale dell’esistenza” rappresenterebbe proprio questa consapevolezza escatologica. Il terzo libro, appena pubblicato con Aracne editore, è dedicato alla figura e alla filosofia      di Vincenzo Gioberti, il “prete di Torino” come lo chiamano confidenzialmente gli esegeti, che tanta parte ha      avuto nella elaborazione teorica del    Risorgimento italiano.      Partendo da una concezione classico-cristiana (Platone, Parmenide,      Rosmini, Vacherot) Gioberti, com’è      noto, stabilisce un “primato degli      italiani” fondato antropologicamente sulla continuità della stirpe e della Chiesa.      Inutile dire che una simile teoria,      ricostruita magistralmente da De      Lucia, crea le condizioni per un neoguelfismo italiano che porterà nei      tempi lunghi (dopo il fallimento moderato nel Risorgimento) al Concordato fra la Chiesa e lo Stato.      Non possiamo che rallegrarci con      Paolo De Lucia che onora la nostra      città con le sue approfondite ricerche sulla scia, fatte le dovute differenze teoretiche, di un altro eminente giuliese come Gaetano Capone      Braga, un post-hegeliano che definiva la sua posizione “realismo teistico      integrale”.          

Estetica del cinema 1

IA 27 01Nel 1918 Gyorgy Lukàcs, filosofo ungherese, definiva il cinema nuova forma del bello. Considerando che quegli anni erano caratterizzati esclusivamente da film senza sonoro, Lukàcs si serviva del cinema per studiare il teatro equiparando il primo come mera rappresentazione di una realtà che prendeva forma attraverso esseri umani e non da persone in carne e ossa, servendosi di vite senza presenza, senza destino o ragioni.
Gli estetismi cinematografici, insomma, presero piede non appena il cinema mosse le prime pedine. Le vedute dei fratelli Lumière o le fantasmagoriche rappresentazioni di Méliès sono forme espressive su cui ancora oggi si basa l’industria cinematografica. Si pensi a film come Il coltello nell’acqua (Polanski – 1962), Il tagliagole (Chabrol – 1970) o Un film parlato (Manoel de Oliveira – 2003) come evocativi di una realtà (di)storta dei Lumière e poi si prendano in considerazione film come Guerre Stellari (George Lucas – 1977), Alien (Ridley Scott – 1979) o Inception (Christopher Nolan – 2010) che hanno, invece, sposato l’essenza del fantastico, estrapolandone il cuore Mélièriano.
Dalla sua nascita, in fondo, il cinema è cambiato senza cambiare mai. Questo Lukàcs lo aveva pronosticato già alla fine degli anni ’10, quando ne decantava una semiotica fatta di codici che diventano eterni.
Sono gli estetismi, allora, a prendere parte nella rappresentazione di una realtà deviata dalle ottiche di una macchina dietro la quale si nasconde la verità: il colore, il sonoro, i movimenti di camera sono solo alcuni dei fattori che, se incollati tra loro da un montaggio artistico, fanno del cinema un’arte (come ultimamente lo è stato il Faust di Aleksandr Sokurov).
Lo psicologo Christian Mertz, nel 1977, propose con il saggio Linguaggio e cinema, una corrispondenza tra la semiologia e il mondo creato dall’immagine in movimento prendendo in considerazione i codici, il linguaggio e le figure del cinema e vedendo nello spettatore un prolungamento della macchina da presa nel seguire le vicende narrate dal regista.
Una sorta di complicità che si viene a creare quando il cinema si specchia nella realtà. Questa deve essere l’estetica che accompagna la visione: il regista deve cercare, con il linguaggio che il cinema gli mette a disposizione, di creare una realtà in cui lo spettatore possa prendere parte e non riducendo il tutto ad una semplice visione.
Ben vengano, dunque, effetti speciali o terze dimensioni se riescono ad incrementare quell’effetto di verità che sta alla base dell’imbroglio cinematografico.

L’Abruzzo ‘divertente’ di Edward Lear

LPDC 27 01Edward Lear (1812-’88) di cui ricorre il centenario della nascita, fu scrittore e illustratore finissimo con i suoi uccelli per la Royal Zoological Society e soprattutto i paesaggi dell’Abruzzo, la Calabria, la campagna romana, l’Egitto e il Medio Oriente dove viaggiò con l’aiuto del conte di Derby, dopo un’infanzia triste e insidiata dalle malattie. Fu anche autore di un Book of Nonsense che raccoglie i cosiddetti limericks, composizioni giocose scritte per i figli del conte, ma che anche in un lettore adulto queste filastrocche apparentemente semplici rivelano una vena anticonformista e uno humour di prim’ordine. Per la parte della sua produzione che ci interessa, è famoso un suo “Viaggio illustrato nei tre Abruzzi” edito in italiano dal Rotary Club di Sulmona nel 1974 (Illustrated Excursions in the Abruzzi, London 1846) dove l’autore descrive un viaggio compiuto fra il 1843 e il 1844 la cui caratteristica saliente è quella di accompagnare la prosa con illustrazioni, in bianco e nero per lo più, in grado di ricostruire con molto naturalismo la scena di un Abruzzo scomparso o in larga misura trasformato dalle successive costruzioni. Il libro, sulla scia di altri viaggiatori come Colt Hoare e Richard Keppel Craven, ha il pregio etnografico di rivelare gli usi e i costumi della regione ma anche le idiosincrasie di un inglese che osserva divertito le abitudini di una popolazione contadina gelosa delle proprie tradizioni. L’elemento costante in tutte le descrizioni fin qui osservate rimane quello della “genuine and cordial hospitality” degli abruzzesi che si premurano di rivolgere benedizioni ai viaggiatori con frasi del tipo: “Vi benedica Gesù”, “v’accompagni Maria”, e altre frasi tipiche della gentilezza ‘innata’, secondo Lear, dei pastori e dei contadini; come quando ad esempio dalle parti di Tagliacozzo un allevatore di maiali rimprovera duramente una delle bestie che si era avvicinata troppo ai ‘gentiluomini’ rischiando di inzaccherarli col suo fango misto a escrementi. Altro episodio che sollecita lo humour di Lear è quello in cui, intorno a Isola del Gran Sasso, un carabiniere insiste nel dire che il suo passaporto è intestato a un certo Palmerstoni equivocando il nome del ministro degli esteri (Palmerston) con quello del possessore. Gli aspetti più divertenti del suo soggiorno riguardano comunque il mangiare: a Trasacco, per esempio, nota come  non ci sia fine a una cena dove  i piatti venivano riempiti continuamente di ‘macaroni’ accompagnati da frasi come “bisogna mangiare”, “mangiate, mangiate”, anche dopo i dinieghi degli ospiti. Appare molto soddisfatto invece quando ad Antrodoco il principe Gardinelli gli offre una coscia di montone e patate bollite innaffiati da champagne. Spesso Lear trovava da ridire sul cosiddetto ‘vino cotto’ dei contadini che chiama “horrible beverage” infinitamente inferiore al Marsala, ma sovente ne accettava un bicchierino per far piacere alla amichevole disponibilità degli abitanti che, come nel caso di Don Stefano de’ Tabassi a Sulmona, offrivano anche frutta e cotolette d’agnello . Vale la pena di segnalare anche il dialogo fra Lear e il segretario del Barone Caccianini il quale con notevole ignoranza gli chiese “Siete Cristiani da voi?”, “Si signore, risposi” ed egli “Avevo un non so che l’idea che ci fossero dei Protestanti”.

I quadri macabri del romantico Antoine Wiertz

IA 26 01Come è noto, l’horror inteso come genere autonomo è nato con il cinema e da questo è stato formalizzato all’inizio degli anni Trenta negli Usa con le produzione Universal Dracula di Browning e Frankenstein di Whale, a loro volta influenzate da alcuni prototipi del precedente cinema espressionista tedesco tra cui il capolavoro di Murnau Nosferatu.
La matrice culturale del primo cinema horror va individuata nella narrativa inglese e tedesca a sfondo gotico del periodo romantico che ha i suoi maggiori esponenti in Mary Shelley, in Lewis, in Polidori e in Hoffman ed è a questa remota fonte che attingerà, con molteplici variazioni e contaminazioni, anche il cinema horror successivo (oscillando tra il classicismo della prima stagione, le trasposizioni di Poe compiute da Corman negli anni Cinquanta-Sessanta e l’estremismo cruento della produzione splatter anni Settanta, fino all’approdo postmoderno e metafilmico degli ultimi anni dei Craven e della coppia Tarantino-Rodriguez).
Esiste anche un altro modello che ha influenzato il cinema horror, un modello non letterario ma figurativo rappresentato dalla pittura a sfondo notturno-macabro in auge tra Settecento e Ottocento che ha tra i suoi massimi esponenti il Fussli del celebre Incubo (nelle sue tre differenti versioni) e il Goya delle “pitture nere” (quali Saturno che divora i figli e la serie delle streghe). Ma il pittore più horror di tutti resta il poco conosciuto belga Antoine Wiertz, un artista attivo intorno alla metà dell’Ottocento le cui opere sono esposte in un piccolo museo a lui dedicato situato a Bruxelles (nei pressi della moderna zona del Parlamento Europeo, quasi a fungere da salutare contrasto). Qui sono visibili i suoi quadri di dimensioni ciclopiche dal respiro michelangiolesco ispirati a scene bibliche e omeriche ma è possibile vedere soprattutto anche alcune piccole tele del suo ultimo periodo (dopo il 1850) dove l’orrore e il macabro si coniugano in figurazioni che sembrano fotogrammi di un film demoniaco girato da Bunuel o da Polanski. Una di queste tele si intitola L’inumazione affrettata e raffigura con realistica evidenza una catasta di misere bare di morti per peste, da una delle quali sporge fuori il braccio di una persona ancora viva il cui volto sconvolto si intravvede nella semioscurità di un angolo interno della cassa nell’atto di implorare di essere liberata (a confronto, il sepolto vivo di Buried è niente). In un altro quadro intitolato Fame follia e delitto vediamo una laida donna dall’espressione folle che tiene in grembo avvolto in fasce il figlioletto al quale ha appena staccato una gamba e l’ha gettata dentro un pentolone che ha al suo fianco dentro la lurida stamberga (una visione da far leccare i baffi al Roth di Hostel, per capirci).
È ad Antoine Wiertz che occorre risalire per trovare una delle fonti iconografiche del futuro cinema horror (e molto prima di lui ovviamente al quasi conterraneo protosurrealista Jeronimus Bosch). Come si vede i numerosi Nightmare del grande schermo vengono da lontano, da molto lontano, proprio come le nostre paure ancestrali. Freddy Krueger spaventava piccoli e grandi anche nel Medioevo aggirandosi tra le mille “danze macabre” affrescate a ogni cantone di città e di villaggio (e con lui la Morte con la falce, quella che viene a prendersi il cavaliere Antonius Blok in Il settimo sigillo di Bergman, ispirato al regista da una pittura su legno che da bambino vedeva sempre esposta in casa).

Il cinema che verrà

IA 25 01Passati i periodi vacanzieri di un’estate all’insegna di ristrettezze economiche, la nuova stagione cinematografica si appresta a mettersi in bella mostra nelle sale di tutta Italia.
Si comincia il 29 agosto con l’attesissimo ritorno del Cavaliere Oscuro Batman, ultimo film della trilogia sull’eroe mascherato da pipistrello targata Christopher Nolan.
Settembre è all’insegna dell’animazione con il ritorno della Pixar e la sua ultima fatica: The Brave - Ribelle, mentre la Blue Sky Studios risponde con il quarto episodio della saga interpretata dai simpatici animali preistorici de L’Era glaciale: Continenti alla deriva. Non solo cartoni, però, perchè il 14 settembre Ridley Scott tornerà al suo genere preferito con Prometheus grazie al quale il genere umano troverà le risposte alla sua esistenza (speriamo). Il mese di ottobre vede il ritorno nelle sale di Bernardo Bertolucci che con Io e Te tenta di rilanciare il genere italiano ripartendo da traumi esistenziali giovanili.
Il 31, sempre dello stesso mese, segna il ritorno della saga delle saghe: 007 Skyfall. Diretto da Sam Mendes (premio Oscar per American Beauty), l’agente segreto più famoso del mondo dovrà combattere tra presente e passato.
Novembre chiude la saga dei vampiri più belli di sempre, quelli di Twilight. Per la gioia delle ragazzine il 14 esce la seconda ed ultima parte di Breaking Dawn dove i Cullen dovranno difendere la figlia di Edward e Bella dalle grinfie dei Volturi. Il film è diretto dal premio Oscar Bill Condon. Sempre in tema di vampiri (ma da ridere) il 15 novembre è il giorno di Hotel Transylvania, film d’animazione molto promettente in cui il Conte Dracula è il proprietario di un resort a 5 stelle dove possono alloggiare solo mostri. Lo stesso giorno Abbas Kiarostami torna nelle sale con la sua ultima, imperdibile fatica Qualcuno da amare (grazie). Novembre è anche il mese dei ritorni: Clint Eastwood come attore in Trouble with the Curve diretto da Robert Lorenz e Gabriele Muccino come regista con Quello che so sull’amore, commedia romantica sul filone americano.
Dicembre, come al solito, è il mese più atteso dagli appassionati con il ritorno nella Terra di Mezzo grazie a Peter Jackson ed il suo The Hobbit, prequel de Il Signore degli Anelli. Si continua con Lo spirito degli Angeli di Ken Loach e l’atteso ritorno di Terrence Malick con To the wonder dopo il mezzo fiasco di The tree of life.
A chiudere l’abbuffata del 2012, prima dell’arrivo dei (cine)panettoni, ci pensa Ang Lee con Vita di Pi, basato sull’omonimo romanzo, racconta la storia di un ragazzo che attraversa l’Oceano Pacifico sognando una nuova America.
Se il 2012 finisce tra i panettoni il 2013 inizia coi botti: Django Unchained di Quentin Tarantino. Buone visioni.

Galaad, i libri nascono a Giulianova

LPDC 25 01A Giulianova c’è un’ “officina letteraria” creata alcuni anni fa e che pian piano s’è fatta conoscere in tutta Italia. È una casa editrice dal nome “colto”, Galaad. Il fiore del Balsamo di Galaad è citato nel Vecchio Testamento per le sue proprietà medicamentose (come dire: i buoni libri curano l’anima), ma Galaad è anche il nome dell’unico Cavaliere della Tavola Rotonda che riuscì a trovare il Sacro Graal, quindi del “cavaliere puro”.
La Galaad Edizioni è stata fondata a Giulianova nel 2006 da Paola Vagnozzi e Paolo Ruggieri, due giovani imprenditori della cultura innamorati dei libri e della letteratura.
Il primo importante risultato arriva nel 2007, con la pubblicazione di una nuova traduzione del romanzo “Il risveglio” di Kate Chopin, apparso per la prima volta nel 1899. La riproposizione di questo grande classico americano (tradotto dallo stesso Paolo Ruggieri, al quale si deve un denso e attento saggio introduttivo) inaugura la collana “Lumina mundi”, che prende nome dal primo verso del Carme 66 di Catullo e che si propone di dare nuova vita a classici dimenticati o poco conosciuti, e di diffondere opere di grandi autori mai pubblicate in Italia. Accanto a quella prima collana ne sono nate a poca distanza altre tre che formano il nucleo originario del catalogo Galaad: “Avalon”, “La porta magica” e “Golden lights”, espressamente riservata a opere prime di narratori esordienti.
Col tempo l’attività si è ramificata e il numero delle collane è aumentato arrivando ad annoverare volumi di saggistica, classici della poesia e biografie musicali. Tra i fiori all’occhiello c’è “Matemi”, una collana di filosofia e psicoanalisi curata da Marco Gatto, Antonio Lucci e Alex Pagliardini, con la direzione scientifica di Massimo Recalcati e Rocco Ronchi.
Un libro che ha avuto un eccellente riscontro di vendite è “One Train Later”, l’autobiografia di Andy Summers, il chitarrista dei Police, tradotta da Michele Piumini. Non minore successo ha riscosso un’altra chicca targata Galaad, “Il vento il riso il volo” di Katherine Mansfield: una raccolta di poesie curate e tradotte da Marcella Corsi e incentrate sugli elementi della natura. La traduzione è stata condotta sugli originali della Mansfield ricostruiti filologicamente anni dopo la sua morte e depurati dagli interventi postumi del marito John Middleton Murray.
Non si può poi dimenticare un gioiello come “L’uomo che vide il diavolo” di Gaston Leroux, autore fra l’altro del celebre “Il fantasma dell’opera”.
Il racconto, tradotto da Pietro Ruggieri, è la storia «di uno scellerato e irrevocabile patto col diavolo che avvicinerà quattro giovani sprovveduti alle soglie dell’occulto». Di Leroux, grandissimo scrittore e maestro del grottesco e della suspense, Galaad pubblicherà a breve un altro capolavoro, “Il castello nero”.
Dei settanta titoli gia pubblicati dalla Galaad si sono interessati giornali, televisioni, radio e riviste specializzate: «Con Parole Mie», condotta da Umberto Broccoli per Radio Rai Uno, «Mizar» del Tg2, «Stilos», «Il Mucchio», «Io Donna» e «Il primo amore».

Roseto opera prima

IA 24 01Arrivato alla 17a edizione, il Roseto Opera Prima si prefigge di sostenere e diffondere la passione cinematografica. In compagnia di Tonino Valerii, direttore artistico, chiediamo: quant’è dura, al giorno d’oggi, mantenere questa promessa?
Non è facile, mettendo però l’accento non tanto sulla durezza quanto sulle difficoltà. Ci vuole molta costanza nel programmare una manifestazione di questo genere. Per avere le opere, per avere gli autori che non sempre se la sentono di venire a presentare i film, per avere un pubblico che sia educato ad una visione del cinema non manichea ma dinamica, che sappia seguire l’evoluzione di un movimento cinematografico nel tempo.
Da 17 anni, una delle rarissime occasioni per vedere Cultura sulla costa abruzzese.
Non sono tanto presuntuoso da pensare di esser l’unico, ci sono altri operatori in direzioni e settori diversi. Mi indirizzo soprattutto sulla conoscenza del modo di giudicare un film. A mio parere è importante portare al pubblico un seme che indichi la strada per giudicare bene un film.
Al centro di Roseto Opera Prima c’è il linguaggio cinematografico, lo studio della materia cinema, grazie anche al lavoro fatto insieme al Centro Sperimentale e alla Lanterna Magica Aquilana che ha prestato quest’anno “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Bellissimo film. Questo stesso lavoro l’ho fatto anche in America, quando fui chiamato dal prof. Bitti, dell’Istituto di Cultura Italiano a tenere lezioni sul cinema. 32 lezioni in italiano seguite da ragazzi che studiavano italiano. Anche lì un bel riscontro e qualche soddisfazione.
Come è nata questa rassegna di cinema a Roseto?
Banalmente, incontrai il sindaco di Roseto, che mi chiese di fare qualcosa che potesse rimanere nella storia della città. Dopo 2 giorni ho pensato di proporre Opera Prima, un tipo di manifestazione che si è poi moltiplicata in tutta Italia.
Come ha risposto Roseto, come piazza?
Con grande cordialità, per chi ha collaborato con me e con grande interesse, da parte della popolazione. Anche la politica, nelle varie amministrazioni, è stata da elogiare. Tutti hanno continuato a dare fiducia a questa manifestazione, fornendo massima libertà e collaborazione.
Le opere in rassegna sono tutte di registi molto promettenti. Come le sceglie?
C’è un modo solo, andando al cinema. Abito a Roma, e durante l’anno quando mi viene segnalato un esordio, vado a vedere e poi segnalo a Roseto, a Mario Giunco, i film che mi sono piaciuti, da prenotare in tempo per il periodo della rassegna.
Un nome importante, Mario Giunco, altro artefice del successo di questa rassegna.
Direi il maggiore, perché opera sul posto, può saggiare gli umori e le reazioni della gente. Ogni anno, riflettiamo sui film e poi di comune accordo decidiamo quali scegliere. Poi tocca al pubblico.

A Maria SS.ma del Portosalvo

 

LPDC 24 01Ave, Stella Maris
Giulianova, come ogni anno, si ritrova accomunata, nell’intento di dedicarti una festa, intrisa di Fede e di gioia. Essa “è un raccogliersi, per riprendere le energie necessarie per affrontare meglio i problemi”, come dice il nostro monsignore, don Ennio Lucantoni.
Ed io, che amo conoscerne la storia devo necessariamente viaggiare a ritroso nel tempo, sino ai suoi esordi. È il 1874 e la cosiddetta borgata “Marina” (futura Giulianova spiaggia) è una piccola comunità, desiderosa d’avere un luogo sacro, in cui esprimere le proprie esigenze spirituali.
Ne fece richiesta al vescovo, che, a sua volta, la comunicò all’Amministrazione comunale. I lavori della sua costruzione iniziarono solo nei primi anni del 1900 e s’interruppero allo stato rudimentale. Il vescovo, perciò, ne concesse la celebrazione della messa festiva, solo dopo essere resa più decorosa. Il 30 luglio del 1911, la chiesa, finalmente, fu consacrata e dedicata alla “Natività di Maria Vergine”; ma senza avere un sacerdote “ufficiale”. Intanto la borgata “Marina” richiedeva una statua della Madonna e, su un catalogo, ne fu scelta una denominata “del Portosalvo”, perché ritenuta consona alla realtà sociale del luogo: era di cartapesta e raffigurava la Vergine con il Bambino. Finalmente,il popolo poté organizzare la prima festa in Tuo onore, Maria SS.ma del porto salvo, nell’estate del 1912! Nel frattempo, la comunità, in continuo incremento, esigeva l’innalzamento a parrocchia della Chiesa della Natività, già nel 1918; ma, “quasi giocando a gatto e topo”, tra vescovi, Comune e Ministero, essa si ebbe solo il 2 maggio del 1927. Le celebrazioni in Tuo onore, cara Madonnina, si ripetevano ogni anno, ma un prete stabile si ebbe nel 1934, con don Raffaele Baldassarri. Nel 1942, egli lanciava l’appello per avere una nuova statua della Vergine, quella attuale, artisticamente scolpita su legno, adorna di una bella corona, come il Suo Bambino (ora si trova nella sagrestia). I primi ad offrire un obolo furono dei soldati marinai e, da allora, sussiste collaborazione tra la marineria, l’A.N.M.I. e la parrocchia per l’allestimento della Tua festa. Con il volgere del tempo, però, e le accresciute esigenze spirituali, don Raffaele pregava d’avere una chiesa più idonea, che si ottenne solo nel giugno del 1974, dedicata a san Pietro, quando ormai il vecchio prete fu sostituito da don Ennio Lucantoni, oggi monsignore, fervente ed instancabile sacerdote. La cosiddetta “Chiesetta”, pericolante, veniva ristrutturata ed arricchita e, l’anno scorso, se ne celebrò il Centenario. Nel frattempo, il 6 luglio del 2001, la comunità giuliese assisteva, commossa, all’ordinazione sacerdotale di don Franco Marcone, figlio adorato di Donato e di Anna Maria. Egli fu sempre presente alla tua Festa,Vergine Santa, ma sino a quella dell’8 agosto del 2010…Nella processione dell’anno seguente, don Franco non era più fisicamente presente tra noi; ma, mentre don Ennio, sulla banchina di riva lo nominava, presi da unanime commozione e, volgendo lo sguardo al Cielo, lassù oltre l’immenso, ci s’immaginava di scorgere il suo giovane viso, delicato e sorridente…
Ecco, cara Madonnina del Portosalvo, la festa in Tuo onore si ripete, tra eventi tristi e gioiosi. Io ho tentato di ricostruirne un po’ la sua storia e quella della Tua sacra Dimora giuliese.
Ora, T’imploro, elargisci le Tue sante benedizioni a tutti i popoli, ma (e Te lo chiedo con devota confidenza), rivolgi una particolare, benevola “strizzatina d’occhio” a noi Giuliesi, anche se siamo un po’(assai!) birichini.

Si può morire di cinema?

IA 23 01Gotham City, ore 24:00. Batman, l’eroe mascherato da pipistrello, è impegnato a sconfiggere il male. Bane, un terrorista mascherato, minaccia la città facendo sprofondare i suoi abitanti in un incubo di malvagità.
Denver, stessa ora. James Holmes, fanatico dell’uomo pipistrello, compie una strage travestito da Bane durante la prima mondiale del film Batman: The dark knight rises.
La prima notizia è pura finzione cinematografica. La seconda è pura realtà metropolitana. Un gesto folle nella sua assurdità che ha fatto il giro del mondo, rimbalzando tra giornali e internet, ferendo a morte anche chi non può morire: l’eroe del cinema.
Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 luglio James Holmes, un giovane fanatico di Bane, il nuovo cattivo presente nell’ultimo capitolo del Cavaliere Oscuro, ha fatto irruzione nel cinema Century Theater di Aurora, sobborgo di Denver nel Colorado, dove stava avvenendo, in anteprima mondiale, la proiezione de Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno, con un fucile e due pistole ha ucciso a bruciapelo 12 persone lasciandone ferite 50. Holmes, che è stato catturato subito dopo, indossava un giubbotto antiproiettile ed una maschera antigas, proprio come Bane, l’antagonista di Batman. L’omicida ha inoltre confessato di aver imbottito la sua casa di esplosivo, tanto da far evacuare l’intero quartiere circostante, anche se poi la notizia si è rivelata infondata. La tragedia, che si è consumata all’interno del cinema allo scoccare della mezzanotte, ha dell’incredibile, gli spettatori non si sono accorti da subito di Holmes che, dopo aver lanciato un fumogeno, ha iniziato a sparare all’impazzata. All’inizio gli ignari spettatori hanno confuso i colpi di pistola per gli effetti speciali del film, d’indubbio carattere realista, e solo le urla agghiaccianti che sono seguite hanno dato l’allarme e messo in fuga i malcapitati. La realtà si mischia con la finzione, ma è quest’ultima che ne esce sconfitta. Una serata al cinema che si trasforma in un incubo da film, l’eroe di turno che viene spazzato via dal cattivo in carne e ossa, con il primo che, impotente, sta a guardare. I ruoli che si ribaltano. Lo schermo del cinema diventa il teatro, il teatro che diventa il film. L’unicità del fatto non lascia spazio a riflessioni, diventiamo tutti vittime se il carnefice non esiste. James Holmes è un 24enne appassionato di cinema, un fanatico dell’uomo pipistrello, davanti ai giudici si è presentato con i capelli ancora tinti di rosso e confessando di aver preso 100 mg di Vicodin prima della strage (il Vicodin è un antidolorifico assunto dal Joker, l’altro acerrimo nemico di Batman interpretato da Heath Ledger nel precedente film della saga). Appassionati di cinema lo siamo tutti, chi più chi meno, ma è giusto morire per questo?

Serena Vallese: La bellezza che salva

LPDC 23 01“la bellezza cammina fra di noi/ come una giovane madre/ quasi intimidita dalla propria gloria./ La bellezza è una forza che incute paura/ come la tempesta scuote / al di sotto e al di sopra di noi/ la terra e il cielo./ La bellezza è fatta di delicati sussurri/ parla dentro al nostro spirito/ la sua voce cede ai nostri silenzi/ come una fievole luce che trema/ per paura dell’ombra”.
Così Khalil Gibran il poeta dell’armonia parla della bellezza; e la stessa delicata forza le attribuisce Alda Merini: “la bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”.
Su questo concetto di “disvelamento della bellezza” sembra lavorare costantemente l’artista giuliese Serena Vallese con le sue installazioni. Specializzatasi in arti visive all’Accademia di Brera, proprio a Milano inizia nel 2006 la sua attività espositiva che continua incessante negli anni seguenti.
Serena Vallese traccia e riscrive, in ogni lavoro, la bellezza del rapporto armonico tra uomo e natura avvalendosi dell’esaltazione delle dimensioni spaziali e temporali e di un uso avvolgente, quasi esclusivo del colore bianco, con evidente funzione di sublimazione della materia.
La sua preferenza va a materiali delicati e deperibili come sottili e preziose carte o minute forme di gesso. Nel 2008 a Palazzo Re costruì una stupefacente serra trasparente in cui fece crescere un fiore che “dialogava” con le corolle dell’ affresco liberty del soffitto; nel 2010 ad Ancona partecipò all’esposizione Mare Mostrum 2, creando una sorta di “segreta” stanza dalle pareti ovattate da candidi teli nella quale depositò, come fosse un tesoro, bianchi lucidi e cristallini blocchi di sale.
Difficile parlare in modo oggettivo delle sue opere poiché come tutte le installazioni presuppongono da parte di chi guarda non l’acquisizione più o meno passiva di un’immagine ma la messa in moto di un processo mentale che chiama in causa in prima persona, sollecitando il bagaglio culturale, esperienziale e personale di ognuno.
Attualmente al Museo d’Arte dello Splendore, all’interno della mostra Credere la luce è possibile vedere un suo lavoro dal titolo Primavera. L’opera nasce dal ripensamento dell’evento miracoloso dell’apparizione mariana di Giulianova. Davanti un pannello finemente lavorato ad ago, l’artista ha affastellato dei rami secchi di ulivo sui quali ha poggiato brillanti foglioline di gesso bianco. La Madonna è per i credenti l’occasione della nuova vita, della primavera dell’anima che arriva poiché tramite Lei, Cristo s’incarna e si sacrifica per gli uomini donando loro la possibilità della vita eterna, di una primavera non temporale ma spirituale.
Però la visione di rami affastellati e secchi, pure capaci di dare ancora vita alla bellezza del candore delle foglie, investe tutti, credenti e non credenti, di stupore e meraviglia. Il bianco corrisponde ad una pausa quasi metafisica che allontanandoci dalle pressioni quotidiane ci permette di indagarci più a fondo e poi ci richiama a compiti e responsabilità: tornare ai valori dimenticati è possibile, amore e solidarietà sono l’unica e ragionevole bellezza da imparare a perseguire.

Norah Ephron: eterna romantica

IA 22 01Il patinato mondo di Hollywood ha recentemente detto addio ad una personalità profondamente sensibile, sognatrice ed irriverente al tempo stesso, tale regista, sceneggiatrice e scrittrice era conosciuta con il nome di Norah Ephron. In molti ricorderanno successi come “Harry ti presento Sally” (1989) sceneggiato dalla Ephron e diretto da Rob Reiner, “Insonnia d’amore” (1993) o “C’è posta per te” (1998) entrambi diretti dalla Ephron e soprattutto il connubio lavorativo con due attori come Tom Hanks e Meg Ryan che grazie a lei hanno raggiunto la notorietà.
La Ephron si è spenta all’età di 71 anni dopo una lunga degenza ospedaliera causata da una leucemia, ma a dispetto della malattia e di una vita sentimentale alquanto movimentata (si è sposata tre volte) non si è mai data per vinta ed ha tratto più di un insegnamento dalle proprie esperienze, in particolare il secondo divorzio dal giornalista Carl Bernstein dal quale ha avuto i due figli Jacob e Max, l’ha ispirata nella sceneggiatura di “Heartburn - Affari di cuore” film del 1986 diretto da Mike Nichols ed interpretato da Jack Nicholson e Meryl Streep.
La pellicola racconta la storia d’amore di due giornalisti, Mark e Rachel che in breve tempo decidono di sposarsi ed hanno due figli, ma la donna scopre l’infedeltà del marito, così lo lascia.
I due si riappacificano, per poco, perché Rachel scopre che Mark la tradisce di nuovo e si lasciano definitivamente. La regista statunitense ha anche contribuito alla realizzazione di “Silkwood” (1983) di Mike Nichols con Cher e Meryl Streep e “Avviso di chiamata” (2000) di e con Diane Keaton. Donna piena di talento e fascino, la Ephron con il suo lavoro, svolto soprattutto nella città di New York, ha delineato un profilo molto suggestivo della sua città guadagnando, nel tempo, il riconoscimento e la stima degli stessi newyorkesi.
Dalla penna di Nora Ephron sono usciti moltissimi lavori densi di romanticismo e buoni sentimenti, ma anche di sano realismo e verità indubbie. Può essere considerato un valido esempio il libro “Il collo mi fa impazzire. Tormenti e beatitudini dell’essere donna”, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice Feltrinelli, opera densa di autoironia e citazioni rivolte alla fase più delicata della vita di una donna: la vecchiaia.
La Ephron in un passo del suo libro scrive: “Odio la gente che sostiene che invecchiare è bello, che si diventa saggi e si capisce quali sono le cose importanti. Ci si ribella, ci si deve ribellare all’immagine contraffatta di sé che appare nello specchio. Anche perché dal collo all’anima il passo è breve. Invecchiare non è roba da rammolliti, tanto più se sei una donna”.
Ammettendo le sue debolezze, questa grande interprete della nostra società, ha dato un’immagine di sé umile ed umana, forse ha anche dato una svolta profetica alla sua vita, perché la vecchiaia da lei tanto aberrata non l’ha mai raggiunta, così da rimanere per sempre icona di stile nella memoria collettiva.

Le “Escursioni negli Abruzzi” dell’Onorevole Richard Keppel Craven

LPDC 22 01Nella sua introduzione al convegno teramano “Travellers in the Abruzzi and Molise” del 1976, Franco Cercone scrive  che sono stati più numerosi i viaggiatori francesi e tedeschi nell’Abruzzo del ‘700 - ‘800 a causa della cattiva fama della regione presso gli inglesi, fama che perdura fino al 1906 quando A. Steinitzer ancora la definisce “a land of brigands”. Tale reputazione è dovuta in massima parte alle particolari condizioni di arretratezza del Regno di Napoli, a un folklore fatto di sacrifici in odore di paganesimo e all’obiettiva presenza sul suo territorio di una guerriglia, antinapoleonica prima e antiunitaria più tardi, che mette a repentaglio le vite stesse dei viaggiatori. Ma l’Abruzzo si differenzia – come nota R. Colt Hoare nel resoconto del suo Grand Tour del 1819 – dal resto del Regno per una meravigliosa ospitalità dei suoi abitanti e per un paesaggio in linea con tutti i dettami del Romanticismo: vertigine delle altezze, boschi, laghi appeninici – fra cui quello di Celano,  menzionato da Anne Radcliffe nel suo The Italian – borghi pittoreschi e strade impervie. Keppel Craven, figlio cadetto del barone William  Craven, stabilitosi a Napoli fin dal 1806, intraprese intorno agli anni ’30 del secolo un’ampia escursione nelle province settentrionali del Regno di Napoli con intenzioni conoscitive e descrittive, non  senza godersi il brivido sublime del viaggio fra strade inesistenti e  “letti di fiume e ruscelli guadabili”, come scrive Luigi Lopez (Popoli 1976). Talvolta usava la carrozza, ma, più spesso, era costretto a fare lunghi  tratti a piedi o a cavallo. Arrivò così nelle province abruzzesi dalla Val Roveto e da Balsorano e si soffermò come prima tappa nello straordinario paesaggio del lago di Fucino e presso le rovine di Alba Fucens. Nel suo libro Excursions in the Abruzzi (Londra, 1837) parla della gentilezza degli abitanti di Avezzano e delle numerose chiese aquilane, delle Gole di Antrodoco e del lago di Cotilia. Da qui decise di raggiungere Teramo attraverso i passi del Gran Sasso, ma il tentativo si rivelò arduo, sia per le difficoltà del territorio sia per le condizioni atmosferiche, per cui preferì aggirare la barriera delle montagne passando da Popoli e Pescara. In queste zone pianeggianti egli nota  sul volto degli abitanti la presenza endemica della malaria, ma si rallegra anche della cortesia e disponibilità degli abruzzesi. A cavallo, lungo la costa, raggiunge le foci del Vomano e del Tordino e nel libro scrive che sulla destra si stagliava in alto sulla collina la vista di Giulianova “with its many towers and domes surrounded by the trees” per dire che vi erano torri e cupole (sic al plurale) immerse nel verde e sullo sfondo la vista ‘impressive’ del Gran Sasso. A Teramo visitò la cattedrale e le rovine romane ed ebbe un incontro con l’anziano Melchiorre Delfico. Il viaggio si conclude con una visita a Chieti e il ritorno a Napoli via Sulmona  e Venafro.  

Bradbury: il creatore di sogni

IA 21 01E’ morto lo scorso 6 giugno lo scrittore Ray Bradbury. Per chi, leggendo questa frase, non abbia avuto un sussulto, può passare al prossimo articolo. Gli altri continuino pure. Ray Bradbury cambiò le leggi della fantascienza scritta e, con il suo stile innovativo e visionario, quelle di fare cinema ispirando registi di fama mondiale.
Amante di letteratura, cinema e fumetti il vecchio Ray (91 anni) è stato capace di fondare una fantascienza umanistica, dove le metafore rivelatrici ben si adattano al mondo futuristico che viviamo oggi. Un mondo dove i libri non sarebbero più stati letti e quindi ne proclamava la fine in Fahrenheit 451, romanzo del 1953, nel quale tutti i testi venivano bruciati perché ritenuti pericolosi.
Il romanzo ebbe un successo planetario tanto che il poeta della Nouvelle Vogue, Francois Truffaut, ne ricavò una trasposizione cinematografica nel 1966 dall’omonimo titolo.
Film tuttora osannato dalla critica per le sue visioni di fantasocietà, che tanto fanta non sono, e per la capacità di descrivere un Potere che sa di dittatura.
L’altro capolavoro di Bradbury, Cronache marziane, mette in mostra tutto il suo fervore verso la scoperta di altri mondi, altre vite che sappiano spingerci verso la Pace.
L’umanesimo dello scrittore americano riuscì a creare uno stile tutto metaforico e rivelatore, lontano dalla scienza di Asimov o dallo stile apocalittico di Dick. Eppure, in una recente intervista, Bradbury affermò che in giro c’è troppa tecnologia: abbiamo troppi telefonini e troppo internet, dobbiamo liberarci da tutte queste macchine.
E non prese mai neppure la patente, perché riteneva le automobili una vera pestilenza capace di mietere più vittime di una guerra. Non solo scrittore di libri, Bradbury, ma anche scrittore di cinema, come quando, nel 1956, vinse l’impresa di sceneggiare il Moby Dick di Melville per il regista John Huston, oppure i copioni della serie tv cult Ai confini della realtà.
L’ennesimo omaggio alla settima arte lo troviamo, infine, in una delle sue ultime opere dal titolo L‘addio di Stanlio e Ollio ad Alpha Centaury (pubblicato nel 2006 nella raccolta dal titolo Tangerine) nella quale lo scrittore immagina i due comici ancora vivi che si aggirano per tristi galassie a regalare sorrisi.
Bene, ora andate a chiamare chi ha saltato quest’articolo sette minuti fa.
A volte bisogna buttarsi, e costruire le proprie ali mentre si cade: altrimenti nessuno, razionalmente, s’innamorerebbe mai. - R. Bradbury -

Il patrimonio culturale: un’occasione di crescita

LPDC 21 02LPDC 21 03Il primo giugno 2011 è entrata in vigore la Convenzione Quadro sul valore del patrimonio culturale per la società.
Il passaggio è fondamentale in quanto sposta l’attenzione dall’oggetto al soggetto e riconosce il diritto e la responsabilità del cittadino di partecipare all’eredità culturale, di contribuire e di beneficiare del suo arricchimento.
Si tratta di un processo di valorizzazione partecipativo, fondato sulla sinergia di competenze fra tutti gli attori in campo culturale: pubbliche istituzioni, privati cittadini e anche quei soggetti, detti Comunità di eredità, che per definizione della Convenzione “sono costituite da persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che essi desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future” (ad esempio l’Archeoclub, Italia Nostra).
Pochi sanno che la nostra città è una zona ad alto potenziale archeologico. La nostra identità che viene da ben più lontano del 1452, ci giunge dalla Roma repubblicana del 300 a.C. circa o forse da un tempo ancora precedente che ci consegna Castrum colonia di Roma e ancora porto di un impero; ma… cosa siamo stati?
I pochi scavi effettuati presso il bivio Bellocchio, in via Turati e nelle zone circostanti, ci hanno fatto balenare qualche idea ma tutto sembrava circoscritto in quei pochi metri quadrati. E poi le scoperte in via Parini dove qualcuno, si diceva, avesse rinvenuto qualcosa, cosa abituale perché si sa che in Italia quando si scava è frequente trovare una ricchezza, ma chi ha visto ha tenuto per sé la scoperta evitando ritardi, noie, interruzioni nei lavori.
Si potrebbe affermare che quello che capita a Giulianova capita un poco ovunque ma questo non dovrebbe “consolarci”. Ci piace invece ciò che accade in altri luoghi, neanche troppo lontani, dove scoprire i resti di una strada, di un edificio, di pavimentazioni, significa avere una occasione di arricchimento culturale per tutta la città, significa apportare significativi elementi per la ricostruzione della propria storia; ogni piccola scoperta diventa richiamo turistico e perciò occasione di lavoro soprattutto per i giovani (la creazione di un parco archeologico, di laboratori didattici, pubblicazioni di ricerche, percorsi archeologici …).
Siamo stanchi di vedere reperti scavati nella nostra città fare bella mostra nelle vetrine di Musei di altre città o peggio, raccogliere polvere nei loro magazzini!
Il momento certamente è difficile e le carte da giocare non sono molte ma si potrebbe puntare su un turismo di qualità che è quello che ruota attorno ad una città che, vivendo serenamente il suo divenire quotidiano, lucida e lustra i suoi gioielli magari unendo le forze di quanti hanno a cuore le sorti della città e dei suoi cittadini: enti, fondazioni, associazioni culturali . . .
Il guaio è che si continua a pensare che ai turisti basti mangiare e bere bene, fare dei bei bagni ricambiando con ciò che, non per merito, la natura ancora ci concede: il mare, la spiaggia che provvediamo a nascondere sotto gli stabilimenti e il paesaggio che abbiamo scoperto come far magicamente sparire sotto colate di cemento.

Le opere di Carlo Levi al Museo d’Arte dello Splendore

LPDC 21 01Dopo quarant’anni le opere di Carlo Levi tornano a Giulianova in una mostra antologica che ordina 38 suoi dipinti, datati dal 1926 al 1973. I dipinti provengono tutti dalla Fondazione Carlo Levi di Roma che, sorta nel 1996, un anno dopo la morte dell’artista, ha come scopo la conservazione e la valorizzazione di una collezione costituita da 800 dipinti e da un archivio di manoscritti e di materiale documentario dell’artista dichiarato di interesse nazionale con decreto ministeriale.
L’occasione di guardare e “gustare” dell’ottima pittura figurativa, caratterizzata da un segno morbido e avvolgente, talvolta dalla pennellata quasi sensuale e sempre introspettiva, può e deve diventare anche occasione di riflessione sul nostro presente attraverso le opere e il pensiero di un intellettuale del secolo scorso, che ha raggiunto fama internazionale con la pubblicazione del romanzo Cristo si è fermato ad Eboli ma che è stato molto più di un pittore, di uno scrittore, di un medico, di un politico: è stato soprattutto un uomo libero che non ha mai barattato, neanche da giovanissimo, il suo personale pensiero per un miglior trattamento da parte del regime fascista prima e, in generale, da parte di qualsiasi potere negli anni seguenti della democrazia.
Vero talento poliedrico, Carlo Levi si laurea in medicina a pieni voti, a ventidue anni, e sempre nel 1924, è invitato alla Biennale di Venezia. Ma la sua attività espositiva era già iniziata con grande successo l’anno prima alla Quadriennale di Torino. Suoi amici sono dagli anni della giovinezza: Natalino Sapegno, Massimo Mila, Giacomo Debenedetti, Leone Ginsburg, Mario Fubini, i fratelli Rosselli e Piero Gobetti, che, pur maggiore di solo un anno, diventerà per lui, come per molti della sua generazione, un “faro” intellettuale, morale e politico che non si spense neanche con la fine della sua giovanissima esistenza causata dal fascismo.
Levi rifiuta la pittura retorica del regime ed espone con “ I sei di Torino” sostenuti da Persico e Venturi e continua nell’impegno politico per il quale sarà incarcerato e mandato al confino. Proprio dall’esperienza sconvolgente per lui, intellettuale benestante del nord, del confino ad Aliano, in Basilicata, nascerà il romanzo Cristo si è fermato ad Eboli in cui denuncia la situazione meridionale. Da questo momento il cuore di tutta la sua attività di pittore, di scrittore e di politico resta il Mezzogiorno. Nel dopoguerra infatti, sempre occupandosi della “questione meridionale” continua a dipingere virando verso una pittura di taglio neorealista, collabora con La Stampa di Torino, scrive altri importanti romanzi come per esempio Le parole sono pietre, viene eletto per due volte senatore della Repubblica nelle liste del Partito Comunista Italiano come indipendente. “Non siamo giunti alla politica per natura, ma quasi a malincuore, per il dovere dei tempi”. Questo richiamo al senso civico che ci “costringe” all’impegno politico è ben altro rispetto alla scandalosa cosa a cui assistiamo oggi: la politica piegata al vantaggio del singolo e non al bene comune.
Difficile sintetizzare la vita tanto piena e ricca di questo intellettuale che ebbe come compagne d’esistenza figure di donne dalla personalità ben definita e affascinante e come amici, personaggi famosi come Cesare Pavese o Anna Magnani e insieme, gente semplice e comune e i tanto amati “poveri cristiani di Aliano”. Per volontà testamentaria, proprio vicino a questi ultimi, nel cimitero di Aliano, è stato seppellito Carlo Levi, uno dei più raffinati intellettuali italiani.

“Tra terra e mare … uno sguardo intorno a noi”

PS 20 01“Tra terra e mare … uno sguardo intorno a noi” è il titolo scelto per il progetto educativo proposto, per l’anno scolastico 2011/12, ai bambini di tre, quattro e cinque anni delle scuole dell’infanzia, via Gobelli, Bivio Bellocchio e Colleranesco, sotto la guida della dottoressa Berarda Ciccocelli, Dirigente del I° circolo Didattico di Giulianova.
La convinzione che le conoscenze apprese attraverso esperienze concrete e coinvolgenti rafforzano il legame con la comunità di appartenenza e con il contesto sociale in cui si vive, ha fatto sorgere l’esigenza di creare, attraverso una progettazione mirata, situazioni formative e di apprendimento. L’interazione tra la conoscenza del passato familiare, del proprio territorio e del linguaggio locale, stimolando la sfera emotivo-affettiva, avvia il bambino ad una maggiore consapevolezza ed autostima di sé e comincia a dare vita al cittadino di domani che può andare incontro al futuro sapendo da dove viene.
Nel corso dell’anno scolastico il progetto ha previsto momenti d’incontro per raccontare la storia dei quartieri e di Giulianova, racconti che, oltre ad essere “scuola di vita” per i piccoli, hanno sicuramente procurato momenti di piacevoli ricordi agli adulti; le visite in giro per la città hanno permesso sicuramente una salutare e gradevole passeggiata, una lezione diversa, la scoperta di luoghi nuovi o visti con uno sguardo diverso. Poi, i momenti di riflessione in sezione hanno segnato i passaggi più importanti per il raggiungimento delle competenze, facendo ricorso a tutte le “intelligenze” di cui ciascun bambino è portatore.
Le manifestazioni di fine anno scolastico, previste a conclusione del progetto nei singoli plessi, sono state per i bambini non solo un momento ludico, ma una situazione altamente formativa in cui certamente si è sviluppato il loro senso di appartenenza al gruppo, si sono rafforzate le prima relazioni extra familiari delineandosi sempre più chiaramente l’ identità di ciascuno.
Il momento di festa, apparentemente momento specifico di divertimento, è diventato l’occasione per condividere le scoperte, le esperienze, il riconoscimento della solidarietà e della collaborazione. La partecipazione entusiasta e commossa di mamme, papà e nonni ha creato un momento di partecipazione forte nel racconto delle attività, delle esperienze vissute assieme nel corso dell’anno scolastico.
Nei “quadretti” nati dallo svolgimento del progetto, i piccoli hanno fatto apparire come per magia contadini, casalinghe, marinai, tifosi di calcio, suonatori di organetto, signorine alla moda così come una serie di vecchi giochi, forse dimenticati; e in tutto questo, il nostro dialetto parlato dai piccoli, ve lo assicuro, è stato davvero divertente.

Cinema italiano: che commedia !

IA 20 01Monicelli, Germi, Risi, Steno. Zalone, Pieraccioni, AldoGiovanni e Giacomo. La differenza c’è. Se gli anni ’50\’60 ci hanno resi famosi per titoli come I soliti ignoti, Il vedovo, Divorzio all’italiana il confronto con le recenti pellicole non può reggere la qualità artistica e tecnica di un genere che ha reso il cinema italiano una commedia da rimpiangere.
Gli incassi record di Che bella giornata sono solo uno specchio, di quella controcultura, in cui si guarda un’Italia ormai dominata dagli sketch zelighiani. Pensare che l’incasso record del film vincitore (l’unico negli ultimi anni) dell’Oscar come miglior film straniero La vita è bella di Benigni sia stato ampiamente superato dal cabarettista barese, fa pensare, non solo, ad una caduta dalle nubi, ma che non vedremo mai più il cinema italiano – almeno in questo senso – riprendersi da certi show teatrali tanto cari alle televisioni.
Ridere è diventata un’arte non più seria, mentre prima veniva affiancata un pezzo di storia italiana, e di un popolo che nel dopo guerra cercava espedienti, diventati comici, per sbarcare un lunario che comico non era. Lo spettacolo popolare di quei tempi ha perso.
Ha ragione Zalone nel suo fortunatissimo film d’esordio, quando nella sequenza finale afferma ‘Checco funziona perché è meravigliosamente mediocre’, ed è tutta qui la rappresentazione artistica di una nazione basata su reality e comedy show. Produzioni come Io & Marilyn, Il cosmo sul comò, Qualunquemente sono diventate lo standard di una risata che sa più di presa in giro che di divertimento, ma la nuova arma con la quale ci propinano certi titoli è la furbizia.
Hanno capito che il pubblico vuole solo aprire la bocca per chiudere il cervello, bloccando così ogni possibilità di riconoscimento in una società che è tornata a lottare, come nel ’50, contro una crisi economica inevitabilmente figlia di quei tempi. Se le commedie brillanti di Germi e Monicelli nascondevano contenuti profondi ed attuali (anche tuttora) riflettendo sull’evoluzione della società, tramite una pungente satira di costume, le commedie nostrane firmate Albanese o i cinepanettoni confezionati da Parenti sono invece un misero surrogato di quel senso di cinema che gonfiava l’immaginario collettivo nel periodo ‘commedia all’italiana-neorealismo’ che ci ha resi famosi in tutto il mondo, e che ora, invece, siamo costretti ad importare.
Il francese Giù al nord, l’americano Una notte da leoni, l’inglese Funeral Party o il belga vincitore al Festival di Roma Kill me please, sono solo alcuni dei titoli che affollano (fortunatamente) le nostre sale cinematografiche.
Al contrario, i nostri cavalli di battaglia non riescono a correre oltre i confini nazionali. Dicono che le commedie natalizie, prodotte da De Laurentiis, rispecchino la vera società odierna. Dicono che gli italiani abbiano i volti di Boldi e De Sica nella vita quotidiana.
E purtroppo, il pubblico, con i 25 milioni d’incasso ogni anno, glielo lascia dire. Sipario.

Casa- Museo Gaetano Braga

IA 19 01

In occasione della riapertura estiva della Casa/Museo Gaetano Braga, il direttore artistico Galileo Di Ilio e il Presidente Giovanni Di Leonardo dell’Associazione culturale dedicata al compositore giuliese, presentano i nuovi progetti ricordando il passato.

Come e quando nasce l’Associazione Gaetano Braga?

Galileo Di Ilio: l’Associazione nasce nel 1993 fondata da Alessandra Franchi, allieva del famoso pianista Bruno Canino, insieme a Padre Serafino Colangeli. Il punto fermo dello statuto è sempre stato quello della ricerca su Gaetano Braga e altri musicisti abruzzesi. Dal ’93 ad oggi, grazie al comodato gratuito del comune, l’Associazione ha allestito nella sede di Corso Garibaldi, un vero e proprio museo raccogliendo opere, dipinti e ritratti riguardanti Gaetano Braga.
Che esiti ha avuto la ricerca nel tempo?
G.D.I.: siamo riusciti a rintracciare, ad oggi, più di 120 musiche non più eseguite dall’800, alcune inedite discograficamente, grazie alle quali nel ’98 abbiamo allestito un concerto, con alcune di esse, al Museo dello Splendore. In seguito, dopo una lunga e accurata selezione, abbiamo registrato due cd, uno musicale e l’altro musicale e canto, con etichette discografiche di livello nazionale. Inoltre abbiamo ritrovato 260 lettere originali o in copia, oltre 100 dischi prevalentemente a 78 giri, 140 spartiti originali, cilindri Edison in cera e rulli in carta per pianoforti automatici, 1 disco in metallo per music box. Insomma, un vero gioiello tra i tanti musei della nostra regione.
Come sono strutturati i due cd?
G.D.I.: il primo di rilevanza musicale, mentre il secondo comprende anche il canto a testimonianza del fatto che Braga cominciò a studiare canto e solo successivamente scoprì il violoncello. Pubblicazione importante perché raccoglie poesie di noti poeti italiani e stranieri tra i quali ricordiamo Prudhomme, primo Premio Nobel per la letteratura, e Giacomo Leopardi con L’infinito, opera molto particolare perché raramente musicata, forse più interessante della famosa serenata Leggenda Valacca. I cd possono essere acquistati anche direttamente presso il Museo.
Come ha risposto Giulianova a questo richiamo musicale?
Giovanni Di Leonardo: la città ha risposto benissimo ai concerti dal vivo, dove i cittadini sono accorsi numerosi facendoci percepire un nucleo culturale molto importante. Il problema sta nell’allestimento dei concerti legato al pagamento dei musicisti e nelle spese che si si hanno per ogni manifestazione. Il contributo del comune è valido ma, con i tempi che corrono, insufficiente a coprire l’intero budget. La speranza è che i cittadini possano aiutare l’Associazione, anche economicamente, a diventare un veicolo commerciale, promozionale e turistico per l’intera città.
Progetti per il futuro?
G.D.L.: a luglio ci sarà l’apertura estiva nel fine settimana che terminerà ad agosto, ma ricordiamo che il museo è aperto tutto l’anno su prenotazione. Molte, infatti, sono le visite che riceviamo da ricercatori e studenti di facoltà universitarie. A settembre uscirà un saggio sulla Leggenda Valacca seguito da un concerto e da un convegno dove interverranno vari studiosi, mentre abbiamo in cantiere la pubblicazione di circa 120 lettere ritrovate in questi anni oltre a 3 diari personali del musicista. Io sto anche terminando una nuova biografia di Gaetano Braga che, nel giro di un anno e mezzo, sarà terminata.

L’ing. Carlo Forti e le origini della Teramo-Giulianova

LPDC 19 01Traggo queste notizie dal bel libro di Franco Eugeni e Edoardo Ruscio, Carlo Forti allievo di Nicolò Fergola, ingegnere sul campo (Teramo, Edigrafital, 2004, pp. 252), un volume prezioso per la comprensione della storia culturale del regno di Napoli, della nostra provincia e della civiltà materiale che ha contraddistinto nel sud d’Italia lo sviluppo della viabilità, la tecnologia e l’evoluzione scientifica stessa nella prima metà dell’Ottocento.
L’ingegnere Carlo Forti (Teramo 1766-1845) fu allievo del matematico napoletano Nicolò Fergola - già noto per le sue applicazioni nel campo dell’architettura e dell’ottica - suo mentore all’inizio della carriera nella Scuola dei Ponti e Strade istituita dai francesi durante il periodo napoleonico. Il ruolo degli ingegneri in quegli anni non veniva conferito da una facoltà universitaria, ma era sommata a quella dell’architetto, distinguendosi per le sue conoscenze matematiche, scienze applicate e tecniche.
Forti, inoltre, fu socio dell’Accademia di Belle Arti a Napoli e Ispettore del Dipartimento dei Tre Abruzzi nel “Corpo di Ponti e Strade”. Dal 1805 fece ritorno in Abruzzo (come scrive anche il Crugnola nel suo La viabilità in Provincia di Teramo, 1893) rivolgendo il suo impegno professionale al miglioramento delle pochissime strade esistenti, “pressoché mulattiere e fiumi da attraversare a guado”, dopo il decreto del 18 novembre 1808 di Gioacchino Murat che istituiva appunto tale Corpo. Col ritorno dei Borboni, il Corpo dei Ponti e Strade continuò a esistere e Carlo Forti fu confermato nella sua carica di ingegnere in capo e nel 1814 gli fu affidata la progettazione della Teramo-Giulianova e del ponte sul Vezzola “la cui costruzione richiese trent’anni e fu ultimata nel 1847”. A nessuno sfuggiva d’altronde l’importanza economica di tale arteria se pensiamo alle sei ore di viaggio richieste dal precedente collegamento attraverso il letto del Tordino.
Come sempre accade ci furono proteste dei contadini che dovevano cedere una porzione delle loro terre e notevoli resistenze burocratiche, ma le argomentazioni dell’ing. Forti, (che sembrano modernissime) convinsero il Ministro dell’Interno; a tale proposito riportiamo parte della citazione tratta dal libro: “La strada vecchia offriva continui ondeggiamenti, mentre la nuova sarebbe passata per luoghi quasi piani e, inoltre, che la spesa per la riattazione della strada vecchia sarebbe stata superiore a quella che si richiedeva per la costruzione della nuova, essendo la prima più tortuosa e lunga” (p. 105). La strada fino a Giulia avrebbe permesso il collegamento con la strada consolare nord-sud e per il primo tratto la costruzione fu iniziata partendo dall’esterno delle mura di Teramo fino al torrente Cartecchio e l’Osteria di Ripattoni. Contestualmente, per evitare ai viaggiatori di dover attraversare il letto del fiume Vezzola, Forti propose la costruzione del ponte S. Ferdinando e quest’opera, per quei tempi imponente, richiese un lungo periodo dalla progettazione alla realizzazione che coincise con l’inaugurazione della strada.
A nessuno sfuggì che la strada Teramo-Giulia prolungata verso i monti offriva anche al Governo una sorta di vantaggio strategico, in quanto si sarebbe potuto trasportare il legname da costruzione e il carbone fino al mare. Nelle lettere tra Forti e l’Intendente della Provincia si allude anche alla possibilità di coinvolgere la provincia dell’Aquila in questo scambio di derrate, facendola uscire da un penoso isolamento che minava la sussistenza stessa degli abitanti. Se ne può concludere che questo periodo pionieristico del nostro sviluppo fece passare in pochi decenni l’Abruzzo dalla feudalità più povera a una morfologia del territorio in grado di tracciare le premesse per una economia meno angusta e primitiva.

Che bella età la terza età!

Impressioni e testimonianze di una universitaria “di ritorno”

IA 18 01Nella realtà di una cittadina quale Giulianova, da sempre promotrice di cultura, spicca una “risorsa” per noi appartenenti a quella che viene definita terza età, che ci permette di vivere questo periodo della nostra vita in modo proficuo e spesso gioioso.
Non per altro la risorsa cui accennavo si chiama Università della terza età e del tempo libero.
Sono ben quattordici anni che la “nostra” università, malgrado i vari tagli alla cultura, tiene alta la bandiera ed offre a tutti noi un ottimo modo per impiegare il tempo e riempire alcuni vuoti della nostra vita.
Basti dare uno sguardo al programma che vanta fra i docenti nomi di spicco della cultura abruzzese.
L’argomento delle materie è vario ed interessante e spazia da temi classici ad altri più attuali permettendoci di approfondire le nostre conoscenze e di acquisirne di nuove.
Tutti partecipiamo (elogiati dagli stessi docenti) con spirito vivace e motivato, stimolati dal Direttivo che si è impegnato negli anni con dedizione e competenza, offrendoci il meglio sia sul piano strettamente culturale che su quello aggregativo e ricreativo.
Nel corso degli anni non sono mancate visite guidate in luoghi che da soli non saremmo mai riusciti a raggiungere, ascolto di concerti, musical, balletti, spettacoli di prosa, viaggi all’estero, partecipazione ad opere nei luoghi sacri della lirica quali la Scala di Milano, la Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli ed altre.
Si sono svolti inoltre alcuni laboratori che hanno prodotto una serie di raccolte guidate sui nostri ricordi e sulle nostre esperienze.
Quello di Giulianova è un polo culturale che resiste negli anni in un crescendo di offerte e di stimoli che ci fanno sentire ancora giovani, ancora con lo zaino a tracolla o, come si diceva ai nostri giorni, con la cartella sotto braccio e ci permettono di esclamare:
Che bella età la terza età

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