Lunedì, Maggio 21, 2018

 

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Adriana Martini racconta l’archeologia

ia 35 01Il 3 gennaio scorso, presso la sede di GiuliaViva in Piazza Buozzi, si è tenuto il primo di una serie di appuntamenti a tema riguardanti l’archeologia, dal titolo Nell’immaginario femminile: dal mito della Dea Madre… alla Befana.
L’incontro è stato organizzato dalla nascente associazione culturale Gruppo archeologico del Medio Adriatico con finalità di conoscenza e sensibilizzazione rispetto al patrimonio archeologico, paesaggistico e culturale del territorio e che ha in programma altri quattro appuntamenti sul medesimo tema.
L’idea è nata grazie all’incontro di appassionati che hanno dato vita ad una vera e propria associazione i cui soci fondatori: Irene Lattanzi, Pasquale Tucci, Aldorino Di Gaetano e Valeria Cantarini hanno invitato, per il primo incontro che ha richiamato un folto pubblico, l’archeologa Adriana Martini, docente presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Ferrara e presidente del Forum Europeo Archeologico. “L’associazione nascerà” – spiega Irene Lattanzi – “grazie all’incontro e la passione di un gruppo di persone che ha a cuore quella che è la cultura a portata di tutti intendendo tutte quelle che sono le ricchezze del territorio, non soltanto l’archeologia ma anche l’ambiente, le tradizioni e tutto quello che fa parte della nostra storia”. Questi i prossimi appuntamenti organizzati dall’associazione:
sabato 2 febbraio Nozioni mediche e pozioni magiche a cura di Ferdinando Valle,
sabato 2 marzo Anfore, spezie e commerci antichi di Antonio Stievano,
sabato 4 aprile Racconto di uno scavo con Luisa Migliorati,
sabato 4 maggio La pratica di uno scavo: Ischia di Castro con il relatore Ilario Di Nardo.
I prossimi incontri si svolgeranno alle ore 15 a Giulianova Alta in Piazza Buozzi presso la sede di GiuliaViva con ingresso gratuito.

Polidoro da Lanciano, pittore misconosciuto e ritrovato

lpdc 35 01Vorrei segnalare la bella monografia di Vincenzo Mancini Polidoro da Lanciano (Rocco Carabba editore) finanziata dalla Banca Popolare di Lanciano e Sulmona, che getta luce su un esponente del tardo Rinascimento abruzzese e nazionale, attivo a Venezia intorno alla metà del ’500 e ingiustamente relegato fra i tanti minori che popolano la nostra ricca storia dell’arte. Lungi dall’essere un “madonnaro”, come venivano chiamati i pittori indigenti, esclusi per lo più dai ruoli pubblici e istituzionali, Polidoro si distinse, come ci ricorda Mancini, nell’ornamento di case e palazzi privati, al punto che quando la repubblica di Venezia decadde al rango di territorio occupato, nel periodo napoleonico, parecchie delle sue opere presero la via dell’Inghilterra in una diaspora che ne accentuava il carattere epigonico di “scolaro del Tiziano” e dell’arte veneta. Secondo alcuni critici sarebbe evidente la filiazione da Raffaello e Tiziano riconoscibile nel classicismo del primo e nel colore del secondo presenti nell’opera del lancianese; con ciò adottando la prospettiva che tiene conto, riduttivamente, dell’appartenenza di Polidoro a una “bottega”, che sostanzialmente ne scredita l’originalità. Ad esempio, in quadri come La sacra famiglia con angelo e Sacra Famiglia con S. Caterina e donatore - il primo di ubicazione ignota e il secondo oggi a Kassel - appare evidente il debito col Vecellio e con un quadro dello stesso soggetto di Bonifacio Veronese esposto al Louvre: mi riferisco al paesaggio, al disegno di soggetti naturali come alberi e foglie, ai volti e ai panneggi.
E tuttavia, fatta questa doverosa premessa, il pittore lancianese, è presente, secondo un elenco fornito da Modestino Romagnolo, nelle più autorevoli collezioni pubbliche e private europee (Kassel, Berlino, Dresda, Monaco, Londra, Cambridge, Zagabria, Vienna, Budapest, Parigi, Edimburgo etc., oltreché, naturalmente, alla galleria dell’Accademia di Venezia, Vicenza, Brescia, Napoli, Conegliano e Lanciano) e in altrettante americane a Baltimore, Cleveland, S. Francisco, Malibu (Getty Museum) etc., per dire di una fama postuma che ne riconosce il carattere inter pares con i più accreditati artisti del Cinquecento.
La sottovalutazione del pittore lancianese è avvertita già nel ’600 da uno storiografo come Carlo Ridolfi che scrive: “Ma tuttoché Polidoro fosse convenevole Pittore, fu di lui tenuto poco conto nel tempo suo, per esservi all’hora molti eccellenti Artefici…” [Mancini, p. 23], ma la rivalutazione più obiettiva arriva nel ’900 con diversi studi fra i quali Berenson, Robertson, Fletcher, Wethey, Merkel et alii, che sottolineano l’appartenenza del pittore alla grande stagione del “secolo d’oro” ricercatissimo da antiquari e conoscitori in ogni angolo del mondo.
Il bel libro di Mancini, in grande formato e carta patinata, si lascia apprezzare per l’ampio apparato iconografico e documentale, contenente 22 tavole a colori e 103 in bianco e nero, vale a dire quasi tutto il corpus conosciuto dell’autore. Il quasi è d’obbligo per un artista che ha disseminato le sue opere in centinaia di case private in Italia e all’estero.

Acciaio

IA 34 01Anna e Francesca, amiche quattordicenni di Piombino, crescono in casermoni respirando l’odore delle fabbriche. Tra padri violenti, madri depresse e fratelli rabbiosi sognano un giorno di poter cambiare il proprio destino. Magari trasferendosi all’isola d’Elba: un posto pensato solo per turisti.

Il documentarista Stefano Mordini torna dietro la macchina da presa dopo il film d’esordio Provincia meccanica e lo fa prendendo spunto dall’omonimo libro di Silvia Avallone. La sceneggiatura, curata dal regista e dalla stessa scrittrice, viene abbondantemente levigata e rivista, rispetto al libro, per essere trasposta su pellicola e dar vita ad una storia dove tutto viene meno. Se all’uscita del libro la scrittrice fu incolpata di aver dato un’immagine sbagliata degli operai di Piombino, in bilico tra adolescenti cupe e consumo di droga prima dei turni, il film di Mordini si concentra dapprima sul degrado sociale e poi sulla crisi adolescenziale delle due ragazzine Anna (Matilde Giannini) e Francesca (Anna Bellezza) che, seppur brave, non riescono nell’intento di dar vita ad un film, perché è proprio l’idea di cinema che manca all’opera di Mordini. Ecco allora che i protagonisti in carne e ossa diventano pian piano spiriti fluttuanti destinati a diventare figure marginali rispetto ai protagonisti di cemento (nel libro avviene l’esatto contrario) ed il peso delle fabbriche rischia di far passare in secondo piano anche la meravigliosa prova attoriale di Michele Riondino (fatta, non a caso, di poche parole e tanta gestualità) proprio per documentare lo stato d’animo degli operai e far sentire la puzza delle acciaierie che sovrasta anche la natura piombinese, dove la spiaggia si trasforma tristemente in una landa desolata capace di ospitare solo detriti industriali.
La crisi esistenziale delle ragazzine, adolescenza mischiata a sogni, poteva e doveva essere la strada giusta da seguire basandosi sulla promiscuità dei rapporti, il cambiamento esteriore e la scoperta della sessualità ma le tematiche sociali spostano il baricentro su di esse facendoci assaporare solo un po’ di ferro.
Mentre l’acciaio del libro era ben altra cosa.

Biblioteca e pinacoteca comunale

L’atmosfera delle casa-museo donata da Vincenzo Bindi violata da un restauro che lascia sgomenti.

LPDC 34 01Tutto qui? È la domanda che ogni giuliese si pone dopo aver visitato la biblioteca civica “Vincenzo Bindi” recentemente riconsegnata alla città di Giulianova dopo sette lunghi anni di ristrutturazione costata, complessivamente, 1.420.000 euro.
La cerimonia di riconsegna è avvenuta insolitamente sottotono; e si è compreso anche il perché. Al di là della decantata “sobrietà”, parola fortemente abusata e utilizzata spesso impropriamente, l’emozione di salire la vecchia scalinata di ingresso della dimora della famiglia Bindi è innegabile.
Ma dov’è la sobrietà? Nei nuovi pavimenti luccicanti? Nelle belle porte nuove della biblioteca che mal si accostano agli infissi dipinti di grigio? Occhi sbarrati, sguardi attoniti, ma cosa è successo? Dov’è quel profumo di Ottocento che i cittadini di Giulianova conoscevano tanto bene?
Certamente nella ristrutturazione dello stabile il rispetto delle norme legislative sulla sicurezza costituisce la priorità, una priorità che non è in contrasto con il concetto di “conservazione” ma che si sarebbe dovuta compenetrare con esso restituendoci un luogo “nuovo” sicuro, fruibile ma riconoscibile nella sua atmosfera, nei suoi segni principali, non “snaturato”.
Per sette anni la città di Giulianova è stata privata della sua biblioteca comunale, un fulcro di indubbia importanza per la sua crescita culturale. Ora si ricomincia, e si parte praticamente da zero nella riorganizzazione di tutti quei servizi che una biblioteca comunale deve assolvere come dovere nei confronti di tutti i cittadini.
Che dire poi della pinacoteca? Si apre uno scenario da trasloco non terminato: il mobilio è sistemato all’interno di un “cubo bianco” (pavimento bianchissimo e lucidissimo e mura bianche dipinte di fresco) che rende l’insieme molto, molto lontano dall’ambientazione originaria forse definitivamente persa.
Per quale motivo l’attenzione si sofferma sugli interventi strutturali? Semplicemente perché sono quelli irreversibili, quelli che, una volta compiuti, difficilmente si potranno correggere (e di esempi nella nostra città ce ne sono diversi) e che ci lasciano un forte sentimento di dispiacere e l’amarezza per un’altra occasione persa.

Nuovo appuntamento di Polis, con Marco Lodoli

Polis 34 01“Salve, mi chiamo Marco Lodoli, insegno in una scuola professionale di Roma e da circa vent'anni scrivo poesie, racconti e romanzi, perché da sempre penso che le parole possano avvicinarmi meglio ai miei limiti. Credo che, in fondo, sia proprio questo il senso della letteratura e di ogni attività umana: bisogna esplorare se stessi fino ai propri confini estremi per vedere che cosa c'è oltre [...]”. (Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche).

Marco Lodoli, giornalista e scrittore, è nato nel 1956 a Roma dove vive e lavora come insegnante di lettere in un Istituto professionale del tuscolano, popoloso quartiere della periferia romana. Ha esordito nel 1978 come poeta con Un uomo innocuo per proseguire nel 1986 con il romanzo Diario di un millennio che fugge. Il suo successivo lavoro romanzesco, Snack bar Budapest è stato anche ispiratore dell’omonimo film diretto da Tinto Brass.
Nel 1989  a partire dall’opera Le ragioni del cuore e la nudità dello sguardo sulla vita Marco Lodoli ha tenuto una serie di conferenze tra Roma, Torino, Bari e Firenze.
L’accorta analisi dei rapporti sussistenti tra l’io e gli altri, insieme al viaggio e alla morte, sono fra i temi più ricorrenti nelle sue opere, che hanno meritato nel 1990 i Premi Piero Chiara per Grande raccordo e nel 1992 il Grinzane Cavour. Vince il Premio Palazzo al Bosco nel ’96 con il romanzo Cani e Lupi; sette storie d’amore, sette confronti tra il cane e il lupo, l’uno ragionevole addomesticatezza l’altro incontrastabile ferocia. L’anno successivo si aggiudica di nuovo il Grizane Cavour con Il vento.
Da ricordare fra le sue opere più famose i nove racconti I professori e altri professori e Grande Circo Invalido appassionante storia di tre amici anarchici.
Lo scrittore da anni collabora con “la Repubblica”, trattando tematiche riguardanti scuola e insegnamento, quest’ultimo caposaldo della sua passione. Critico cinematografico del settimanale “Diario” le cui recensioni sono raccolte nel volume Fuori dal cinema.
Non limitandosi solo alla mera scrittura, esplora altre forme di comunicazione come La puntualità fu un mio capolavoro opera radiofonica.
Marco Lodoli sarà ospite del prossimo appuntamento di POLIS il 19 gennaio al Kursaal di Giulianova per presentare e dibattere sul tema della scuola e delle problematiche giovanili, prendendo spunto dal suo noto libro Il rosso e il blu.
Abbandonando la finzione narrativa attraverso brevi e illuminanti osservazioni, vengono affrontati nell’opera i molti “cuori ed errori”: limiti e passioni della scuola italiana.
Lo scrittore esprime il suo punto di vista sulla questione dell’educazione scolastica e le annesse problematiche quali bullismo, droga, gite d’istruzione ed esame di maturità. Tra gli altri temi, esposti con naturale familiarità, egli focalizza la sua attenzione sull’angoscia dei giovani per il loro futuro e sulla possibile sintonia studente- professore.
Si delinea così un percorso mai scontato, dove chiarezza espressiva e profondità giudizio trovano un perfetto equilibrio.

Fine del mondo permettendo

IA 33 01Il 23 dicembre il sottoscritto compie gli anni. Lo scorso anno i nati nel periodo natalizio dovevano fare i conti solo con la crisi economica e con un manipolo di tecnici che prometteva tasse e riduzione di stipendi e pensioni; quest’anno, pur continuando a ricevere le fortune di cui sopra, subiranno anche la beffa: oltre a non ricevere regali per mancanza di soldi, molto probabilmente non riusciranno a spegnere neppure le candeline. Eh già, perché il 21 dicembre 2012 il mondo finirà di girare. I Maya, popolo col pallino dei calendari, millenni fa finirono le loro scorte di carta e, lasciando incompiuto il loro ultimo calendario alla data 21.12.2012, passarono al più sano hobby delle farfalle (e non riuscirono a prevedere neanche la loro, di estinzione).
Ora, detto questo, tutti i più illustri personaggi nel campo della scienza, astrologia e fisica si sono avvicinati a tale teoria. Partiamo dall’esperto: Roberto Giacobbo, colui che ha organizzato le Crociate, colui che al dito non porta la Fede ma l’Unico Anello e che in vacanza va all’Area 51. Ogni puntata di Voyager ha come argomento principale gli alieni e la fine del mondo; d’altronde per partecipare come ospite d’onore alle sue trasmissioni basta dire di essere venuti dal futuro e conoscere tutti i film di Terminator. A lui non serve altro. Continuiamo con Roland Emmerich; il professore nel suo ultimo kolossal dal titolo brillante e fantasioso, 2012, ci spiega i fattori determinanti che causeranno forti devastazioni come l’innalzamento della crosta terrestre con successive crepe e deformazioni, crateri che erutteranno spargendo lava ovunque, tsunami altissimi che arriveranno fino alla vetta dell’Himalaya distruggendo l’unica casetta di un povero monaco tibetano; ma altri registi hanno continuato gli studi grazie a Lars von Trier con Melancholia e Lorene Scafaria con Cercasi amore per la fine del mondo.
Come se questo non bastasse Enzo Braschi, che dopo Drive In è diventato un astrofisico di fama mondiale, ha scritto un libro nel quale dichiara che fra qualche giorno alcune creature incorporee faranno la loro apparizione sulla Terra.
E se lo dice anche Braschi è indubbio che la profezia sia veritiera! Cosa rimane, allora, a noi poveri nati nel periodo natalizio? Privati dei regali e delle candeline non ci resta che smontare queste “fondate” tesi alla scoperta di qualche falla di sistema, oppure… cominciare a parcheggiare la macchina in strada e preparare in garage il bunker sotterraneo che ospiterà tutti gli invitati, festeggiare il compleanno il 20 dicembre visto che la mattina del 21 saremo troppo impegnati a trovare le chiavi del garage e convincere un alieno che Roberto Giacobbo non è umano (basterebbero pochi secondi).
In caso dovessimo risentirci: Buon Natale.

La grande abbuffata (per sopravvivere alla crisi)

IA 32 01Che il 25 dicembre fosse una giornata particolare ce lo avevano insegnato al catechismo. Che il periodo natalizio inizi a novembre, invece, lo scopriamo da anni nei supermarket o centri commerciali con pedane cariche di panettoni, pandori e addobbi tanto da arrivare a stento all’immancabile appuntamento con il pranzo di Natale. Per chi dovesse sopravvivere, infine, nessun problema: ci penserà la cena di Capodanno. Anche il cinema, così, si è calato nel meccanismo-sistema che vuole un periodo florido economicamente (!) in grado di far spendere con sorriso stipendi o addirittura tredicesime.
Ecco allora che il regista Alessandro Genovesi ha pensato bene di battere sul tempo la concorrenza uscendo con il film Il peggior Natale della mia vita addirittura il 22 novembre scorso (qualcuno aveva ancora i lumini-zucche a casa) continuando le avventure tragicomiche del protagonista Paolo dopo il film d’esordio La peggior settimana della mia vita. Il 29 novembre, invece, è stato il turno degli americani con il film d’animazione Le 5 leggende dove a sconfiggere il male è Babbo Natale in persona (affiancato dal coniglio Pasquale: gli americani si portano sempre più avanti di noi).
Si continua, la settimana prossima, con una commedia americana molto promettente di Julian Farino dal titolo Scusa, mi piace tuo padre che promette allegria senza sfociare troppo in facili sentimentalismi. La trama è semplice: la figlia dei coniugi Ostroff torna a casa per le vacanze e i genitori spingono per un suo avvicinamento verso il figlio dei loro amici vicini Toby Walling. Lei, invece, perderà la testa per il padre.
Il 13 dicembre comincia la scalata al botteghino con due titoli: il kolossal firmato Peter Jackson Lo Hobbit e il cinepanettone targato Neri Parenti Colpi di fulmine (che apre l’imbarazzante trittico italiano assieme ad Antonio Albanese con Tutto tutto niente niente e il duo Biggio-Mandelli con I 2 soliti idioti).
Il primo è il prequel della trilogia Il Signore degli Anelli tratto dall’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien mentre il secondo è il classico film natalizio che ogni anno ci regala De Laurentiis, quest’anno, però, condito con un nuovo ingrediente: Arisa. In rapida successione, inoltre, i titoli che affolleranno i cartelloni dei cinema nei giorni successivi: il film d’animazione Ralph Spaccatutto, Love is all you need della regista danese Susanne Bier e Ernest e Celestine, altro film d’animazione però francese. Gli unici titoli degni di nota, in mezzo a tutto questo marasma, sono due: Vita di Pi del regista taiwanese Ang Lee e La bottega dei suicidi del francese Patrice Leconte.
Il primo è un viaggio, quasi mistico, alla riscoperta della fantasia mentre il secondo è un cartoon fuori dagli schemi dove una famiglia per sopravvivere alla crisi decide di aprire un negozio che vende gli strumenti più adatti per futuri suicidi. La coppia ha tre figli Vincent, Marilyn e Alan (il primo come van Gogh, la seconda come la Monroe e il terzo come Mathison Turing: tutti personaggi morti suicidi) ma sarà il terzo a portare grane alla famiglia con il suo spirito solare e gioioso. Insomma, una commedia esilarante lontana dai soliti clichè.

I Passionisti a Giulianova, nel prossimo libro di Giovanni Di Giannatale

LPDC 32 01Forse sono in pochi oggi a sapere che l’area in cui sorge la chiesa dell’Annunziata, S.Maria a Mare, fu sede un tempo, dal 1858 al 1866, di un importante ritiro dei Passionisti, appartenenti alla provincia monastica di Maria SS. della Pietà. Un rigoroso e ampio studio del prof. Giovanni Di Giannatale, noto storico teramano, in corso di elaborazione, la cui pubblicazione è prevista per la primavera del 2013, a cura della predetta provincia, e col concorso dei Parroci di S.Flaviano e dell’Annunziata, ne ricostruisce le origini e gli sviluppi con ricchezza di dati attinti da vari archivi statali, privati ed ecclesiastici, tra cui quelli della Curia provinciale e Generale dei Passionisti.
La scoperta delle piante consente oggi di delineare la fisionomia del ritiro e di tutta la parte attigua alla “contrada Marina”, offrendo elementi conoscitivi finora poco noti della storia giuliese del XIX secolo. Fu edificato dal benefattore don Valentino Cozzi, Arciprete di S.Flaviano, che conobbe i Passionisti durante una missione popolare tenuta a Giulianova nel 1852.
Attratto dalla loro austerità e dallo stile di vita povero e penitente, chiese il permesso al Vescovo di Teramo e al Generale dei Passionisti, p.Antonio di S.Giacomo, che acconsentì nel 1854 alla fondazione del ritiro, dopo che il Re di Napoli ne aveva dato la preventiva autorizzazione, secondo la legislazione del tempo. I lavori , a spese del Cozzi, che mise a disposizione 3000 ducati, furono iniziati nel 1854, ma interrotti nel 1855, a causa di un’epidemia colerica, ripresi nel 1856 e parzialmente conclusi nell’ottobre del 1858, allorché il p.Fausto di S.Carlo ne prese il canonico possesso con altri tre religiosi. Dotato di un appezzamento di terra, donato dal Decurionato di Giulianova, che acclamò la loro presenza, ebbe una comunità fiorente, che dal 1860 contò in media 12 religiosi, amati dalla popolazione per lo spirito di carità mostrato, per l’attaccamento alla chiesa, per l’assiduità del servizio pastorale e per l’istruzione serale prestata ai fanciulli di contadini e pescatori, che non frequentavano la scuola pubblica. Sottoposto alla soppressione dal Prefetto di Teramo che, sospinto da liberali ostili ai passionisti (accusati ingiustamente di fomentare nel popolo l’avversione al governo nazionale), applicò la legge crispina dei “sospetti”, decretando l’espulsione dei religiosi il 28 maggio del 1866, prima che fosse approvata la legge di soppressione degli ordini religiosi (cosa che avvenne il 7 luglio 1866). Iniziò la diaspora dei Passionisti, nove dei quali furono “concentrati” a domicilio coatto nell’ex convento dei Liguorini di S.Angelo a Cupolo (BN) e tre autorizzati a tornare nelle città di origine. Il libro, in 5 capitoli, fornisce tante altre preziose informazioni sulla storia religiosa e civile della città, in gran parte inedite. Attendiamo perciò con desiderio la stampa del volume, auspicando che avvenga a Giulianova.
Da ultimo ci piace rilevare che l’appendice è dedicata alla Presenza di San Gabriele a Giulianova, in cui si spiega come vi arrivò, sostando per due notti (8 e 9 luglio 1859) nel ritiro della SS.Annunziata, nella cui chiesa pregò e recitò i “cori” prescritti dall’osservanza, compreso quello “notturno”, e come da Giulianova raggiunse Montorio al Vomano, passando per la “distrettuale”, che attraversava Teramo da Porta Reale al piazzale fuori le mura, ora denominato Piazza Garibaldi. Dunque il giovane Gabriele per una volta di passaggio poté ammirare, dopo Giulia, anche la città di Teramo.

La leggenda svelata

IA 31 01Abbiamo incontrato il M° Galileo Di Ilio violoncellista e direttore artistico dell’associazione culturale “G. Braga” onlus per parlare della importante pubblicazione che lo vede autore insieme al prof. Giovanni Di Leonardo.
C’è un nuovo lavoro realizzato dalla tua associazione. Di che si tratta?
Abbiamo pubblicato un nuovo libro che illustra delle sorprendenti novità attorno alla famosissima Serenata Leggenda Valacca di Gaetano Braga, frutto degli ultimi studi e ricerche condotti dall’associazione culturale “Braga” onlus, più esattamente, dallo storico prof. Giovanni Di Leonardo e da me.
Il volume di 160 pagine dal titolo La Leggenda svelata. La Serenata, Leggenda Valacca di Gaetano Braga. Fonte letteraria, titolo e successo verrà presentato il prossimo 24 novembre presso la sala Trevisan della Piccola Opera Charitas, a partire dalle ore 17.00, con la partecipazione del M° Piero Di Egidio (docente di Storia della Musica e già vicedirettore presso L’I.S.S.M. “Braga” di Teramo), degli autori e il coordinamento della dott.ssa Marialuisa De Santis (responsabile della sala Trevisan).
Seguirà un concerto con le musiche di G. Braga che saranno interpretate dai maestri Amor Lilia Perez, (mezzosoprano del coro della Scala di Milano), Corrado Di Pietrangelo (al pianoforte) e me medesimo (al violoncello). Il libro è dedicato al compianto p. Serafino Colangeli, cittadino benemerito che tanto ha fatto per la cultura e il sociale a Giulianova, e che è stato socio fondatore e presidente onorario della nostra associazione.
Si può anticipare qualcosa sulle novità principali del libro senza togliere la sorpresa al lettore?
Come dice il titolo del libro si fa luce, finalmente, su alcuni aspetti della Serenata che risultavano poco chiari, a cominciare dallo stesso titolo Leggenda Valacca.
La novità più importante, infatti, riguarda la fonte letteraria. Di Leonardo col suo metodo d’indagine estremamente scientifico, che ci ha già mostrato nei suoi precedenti lavori, ha fatto una scoperta sensazionale, quella cioè che il testo poetico, musicato da Braga, da tutti e sempre attribuito a Marco Marcelliano Marcello, non era altro che una libera traduzione, sia pur reinterpretata e musicalmente ben resa, di una lirica di Ludwig Uhland, grande poeta del romanticismo tedesco.
Ci sono, inoltre, altri aspetti della composizione di Braga che vengono chiariti: dalla data esatta di composizione alla vicenda editoriale, a quella dei diritti d’autore, passando per le varie denominazioni, le numerose trascrizioni, le edizioni musicali e discografiche in ogni continente, che si sono susseguite per più di un secolo, attraverso i nomi di grandi interpreti del passato.
Stiamo parlando di un brano che, addirittura, anche oggi continua ad essere pubblicato da noti editori musicali.
Nella seconda parte del libro io, invece, mi sono addentrato nell’analisi della partitura, facendo notare oltre agli aspetti tecnici (più per gli “addetti ai lavori”), anche lo stretto legame che la musica ha col testo poetico e i significati metaforici che essa nasconde dietro le note, i quali sono a fondamento anche del racconto Il Monaco Nero di Anton Cechov. A proposito di quest’opera del famoso scrittore e drammaturgo russo, che molti conoscono per esservi menzionata la “nota Serenata di Braga”, faccio notare, infatti, come Cechov non si sia limitato a citare la Leggenda Valacca ma l’abbia resa parte integrante del proprio racconto.
Più avanti nel nostro libro il lettore scopre anche in che maniera entrambe le opere abbiano suscitato l’interesse del celebre compositore D. Šostakovic.
Come in un cerchio ideale i concetti metaforici nascosti dietro la partitura della Serenata di Braga ed il racconto Il Monaco Nero rimandano all’idea e al ruolo della musica nel pensiero dei filosofi romantici tedeschi e quindi rinviano ancora una volta, inequivocabilmente, all’origine della fonte letteraria: la cultura del primo romanticismo tedesco.

Alessandro Valignani missionario in Giappone


LPDC 31 01Il Giappone del XVI secolo è il teatro di lunghe e sanguinose lotte feudali, con eserciti personali che condizionano le scelte dell’imperatore e dei cosiddetti shogun, potentissimi signori in grado di controllare la stessa nomina imperiale. In un simile pericolosissimo clima istituzionale arriva dall’Italia un umile sacerdote di Chieti, gesuita della Compagnia di Gesù, per predicarvi la dottrina cristiana, dopo essere stato a Goa, Macao, in Malesia e alle Molucche. Si può dire che nella seconda metà del ‘500 l’attività religiosa coincida in larga misura con quella esplorativa tout court trattandosi di un lontano Oriente sul quale esistevano una scarsa cartografia e solo alcuni diari di precedenti viaggiatori. Valignani, figlio di Giambattista e di Isabella del Sangro, aveva avuto una giovinezza turbolenta: era stato accusato, forse ingiustamente, di aver pugnalato una donna e quindi rinchiuso in carcere a Venezia. La storia romanzesca di Valignani assomiglia strutturalmente a quella di padre Cristoforo nei Promessi Sposi di Manzoni in quanto anche nella biografia del chietino, ma stavolta in una versione realissima, interviene il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, per liberarlo dopo parecchi mesi di carcere duro. L’anno seguente entrò nel Collegio Romano per studiarvi teologia e quindi ordinato sacerdote dopo pochi anni. Nel 1572 fu incaricato come responsabile delle missioni nelle Indie Orientali, un termine generico per dire tutto ciò che riguardava i territori a est di Gerusalemme. Nella missione in Cina e in Giappone si divise i compiti con l’altro grande viaggiatore italiano in Oriente, Matteo Ricci di Macerata, che riuscì, nonostante l’ostilità dell’intellighentsija cinese, a fissare la sua residenza a Pechino. Valignano e Ricci compresero che per farsi accogliere a corte e penetrare nella coscienza degli abitanti bisognava mantenere in una grande considerazione la cultura locale, ragion per cui raccomandarono di apprendere usi e costumi dei paesi che li ospitavano, diventando essi stessi maestri della lingua, della storia e della filosofia della Cina e del Giappone. Inutile dire che si tratta di studi pionieristici che apriranno agli europei la possibilità di conoscere la ricca filologia di questi paesi, ritenuti geograficamente remoti e culturalmente impenetrabili.
Da un punto di vista più strettamente teologico, le gerarchie ecclesiastiche non capirono l’importanza di questo sincretismo fra religioni e culture diverse, l’ecumenismo “ante litteram” che faceva coesistere il buddismo e il confucianesimo col cristianesimo, la filosofia Zen con la Vulgata cattolica. In Giappone, la predicazione del Cristianesimo diede ottimi frutti, come scrive Vittorio Volpi nel suo Alessandro Valignani. Un grande maestro italiano in Asia (Milano, Spirali, 2011) e produsse una notevole comunità cristiana. Qui, “fondò chiese, collegi e ospedali”, e scrisse un “Cerimoniale per i missionari in Giappone”, ma lo sviluppo di tale proselitismo durò fino al 1587, quando si verificò la grande persecuzione contro i cristiani per mano dello Shogun Hydeyoshi.
Il numero dei martiri toccò 1200-1600 convertiti e la decadenza della comunità cristiana coincise con l’avversione di altri missionari più ortodossi (francescani e domenicani per lo più) per i metodi di Valignani, ritenuti idolatrici, in quanto rispettosi delle pratiche locali. Fino al punto che il papa Benedetto XIV proibì la pratica dei cosiddetti “Riti Cinesi”. Sicché, solo oggi si capisce l’intuizione di un grande uomo di cultura come Valignani, che aveva compreso la necessità dell’incontro e del rispetto reciproco fra i popoli.

James Bond. Pericoloso cinquantenne

IA 30 0150 anni suonati, e un po’ sbiaditi dall’abuso di alcool, bellissime donne e macchine superveloci (tutte cose che logorano col tempo), ma comunque portati bene. Era il 1962 quando sugli schermi cinematografici usciva il primo film di Bond (,James Bond!) l’agente segreto costretto a diventare l’icona più famosa della letteratura prima, e del cinema poi. Si, perché nasce dieci anni prima dalla penna britannica dello scrittore Ian Fleming che, a detta sua, logorato dalla noia coniugale, inventò un personaggio capace di ridargli vitalità.
Ora, che sono passati cinquant’anni da Dr. No – da noi conosciuto come Agente 007 Licenza di uccidere – esce nelle sale il nuovo capitolo: Skyfall. Ha cambiato volto più di una volta, dall’indimenticabile Sean Connery all’ultimo Daniel Craig, e nel portafogli la licenza di uccidere rischia di rimanere offuscata dalla carta d’identità ma rimane comunque un personaggio carismatico e fuori dagli schemi preferendo, dopo 50 anni, la birra al famoso Martini. “Ma non è vero che Bond ora beve solo birra – tranquillizza Daniel Craig – 007 beve di tutto: birra, Martini e Champagne. E anche se paga, Heineken non ci ha chiesto di fare smorfie di apprezzamento quando io bevo la sua birra.” Sarà, ma i fan più vicini al personaggio cartaceo si sono sentiti un po’ traditi, cosa passata subito in secondo piano dal contratto miliardario strappato dai produttori alla famosa ditta produttrice di birra.
D’altronde Daniel Craig non sarebbe piaciuto neppure al suo creatore vista la somiglianza con...Putin, dopo che Bond e Fleming stesso hanno combattuto i russi durante la guerra fredda, ma capirebbe che, nella nostra cultura attuale, lo scrittore è un modello svalutato. Critiche da marketing allora, perché non c’è tempo, durante i festeggiamenti per un compleanno così importante, di annoiare gli invitati con banali argomentazioni e così, biglietto alla mano, prendiamo posto nella sala buia. E’ qui che l’ospite d’onore non si fa attendere, ma scopriamo ben presto che la sua figura viene oscurata da quella di un personaggio che incarna il villain: Raoul Silva.
Il fratellastro cattivo e gay di Bond, interpretato da un magistrale Javier Bardem, ruba lo schermo al festeggiato che, per poco, non rischia di rimanere lontano perfino dalla Bond Girl di turno (la bellissima Bérénice Marlohe).
Poco importa però, perché finalmente arriva il momento tanto atteso: il brindisi con Champagne. Ah no, era birra.

Dalla scoperta dell’America alla creazione di Hollywood

IA 29 01Era il 3 agosto 1492, quando Cristoforo Colombo salpò dal porto spagnolo di Palos con tre caravelle ottenute dalla regina Isabella e il 12 ottobre dello stesso anno arrivò su una terra creduta la Cina. Solo sette anni più tardi, un altro italiano, Amerigo Vespucci, capì che quella terra era in realtà un continente sconosciuto e dalla sua descrizione accurata e minuziosa tutti cominciarono a chiamarle Terre di Amerigo e da qui America.
Furono italiani dunque, quelli che scoprirono il continente che da sempre è considerato una potenza sotto ogni profilo: economico, artistico e culturale. Il sogno americano, ricorrente in ogni opera che si rispetti, fu un concetto che lentamente contribuì ad alimentarne il desiderio e a crearne il mito ma finì per enfatizzare il benessere materiale e lentamente fu sgretolato, soprattutto in molte opere cinematografiche. Proprio il cinema, nella figura di Hollywood, è considerato l’artefice di tutti gli eccessi (nel bene e nel male) che l’America ha saputo creare. Proprio come successe per la sua scoperta, furono stranieri quelli che ne capirono le potenzialità e cominciarono a realizzare quella che ancora oggi è la più famosa fucina di sogni nonché fabbrica di soldi.
Gli ungheresi Adolph Zukor, fondatore della Paramount Picture, e William Fox, padre della 20th Century Fox, cominciarono a dar vita nei primi anni del ‘900 ad un’industria che non si sarebbe più fermata. Nel 1911 il polacco Samuel Goldfish si trasferisce in America fondando la casa di produzione più conosciuta (assieme ai fratelli Selwyn): la Metro Goldwyn Mayer, famosa come la casa cinematografica del leone. Fu invece un inglese, Charlie Chaplin, assieme a Mary Pickford e Douglas Fairbanks a fondare la casa di produzione United Artists, la prima che inventò lo star system.
Da allora gli attori, che fino a quel momento non erano neppure riportati nei manifesti dei film, cominciarono a uscire fuori dall’anonimato per essere osannati dal pubblico. I produttori cercarono di accaparrarsi, a suon di milioni, i nomi più gettonati del momento come l’italiano Rodolfo Guglielmi (in arte Rodolfo Valentino) e la svedese Greta Loyise Gustafsson (in arte Greta Garbo) contraria alla vita mondana e proprio allo star system. Nel 1927, agli albori del cinema sonoro, il regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau girò ad Hollywood il suo primo film americano: Aurora. Considerato il capolavoro di Murnau, il film fu premiato alla prima edizione degli oscar con due statuette e tutt’ora è classificato come il miglior film nella storia del cinema. Se consideriamo che l’altro grande cineasta che ha contribuito alla notorietà di Hollywood negli anni ‘40, Alfred Hitchcock, era inglese si può affermare che Hollywood sia una realtà americana dove hanno lavorato tutti i più grandi sognatori europei.

Francesco Paolo Tosti alla corte della regina Vittoria

LPDC 29 01Nato a Ortona nel 1846, al musicista abruzzese il destino riservò una delle vite più affascinanti, mondane e cosmopolite che un provinciale potesse attendersi. Diplomato al conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli si affermò rapidamente a Roma come insegnante di musica e creatore di romanze. Il genere era abbastanza inedito, dopo un secolo dominato dalla grande lirica di Verdi, Mascagni, Leoncavallo, Boito e Puccini, pieno di una drammaturgia solenne e altisonante. Si trattava di quella che i francesi chiamavano la petite chanson che tanta fortuna avrà nella canzonettistica italiana successiva, fatte le dovute differenze qualitative. Autore di circa 400 romanze in italiano, napoletano, inglese e francese, la sua fama raggiunse Londra sommata a quella della tradizione che vedeva negli italiani i maestri indiscussi nell’insegnamento musicale e nell’organizzazione di eventi aristocratici e della Corte. La romanza, diversamente dalla lirica, è un genere da salotto e gli inglesi fecero a gara per avere questo prestigioso italiano di bell’aspetto e sicuro talento.
Divenne docente al Royal College of Music e alla Royal Academy of Music con performances al Covent Garden e nelle dimore private di nobili e della stessa Corte. Come scrive Francesco Sanvitale in uno schizzo biografico, visse ininterrottamente a Londra dal 1880 fino alla prima Guerra Mondiale, avendo una particolare considerazione da parte della regina Vittoria e dall’erede Edoardo VII. La sua prima romanza in inglese Forever and forever fu osannata dalla stampa e pubblicata dagli autorevoli editori Ricordi e Chappell. Il successo di Tosti raggiungeva anche la sfera privata se pensiamo che negli stessi diari segreti della regina vi sarebbero lusinghieri giudizi sul compositore italiano. Grandi cantanti come Caruso, Ancona, Tetrazzini, Scotti, si avvicendarono sulla scena londinese interpretando le romanze di Tosti, che avevano titoli e contenuti dal sapore romantico e floreale: Good by, Come to my heart, Ask me no more, Yesterday (sic), We have loved, Back to the old love, Because of you etc. fino a un numero di 33 canzoni in inglese. Tosti scriveva in pieno clima liberty, in quella stagione estetica che Mario Praz chiama ‘agonia romantica’, e come retroterra culturale poteva vantare l’amicizia di D’Annunzio e Michetti che spesso lo ospitavano nel famoso Convento di Francavilla. Sicché il suo stile fin de siècle fu anche quello di un grande operatore culturale consapevole del rinnovamento in atto nei generi musicali e nel più vasto ambito del gusto e dell’estetica. Ma non sempre la critica è stata benevola con Tosti - vittima per alcuni decenni di un immeritato oblio - giudicato come un attore del passato estraneo al rinnovamento modernista (Tosti muore nel 1916) e delle avanguardie che in quegli anni stavano sovvertendo gli stessi strumenti della comunicazione e della fruizione del song amoroso.

Charlie Chaplin. Tempi odierni

IA 28 01Sono trascorsi ben 122 anni dal-la nascita di Charlie Chaplin, meglio noto come Charlot, ma l’attore protagonista di tante pellicole non smette di incuriosire e affascinare l’immaginario collettivo. Il “vagabondo” veste abiti fuori misura ma ha manie -re gentili ed è una persona per bene pur con le sue ingenuità, ciò nonostante deve subire le ingiustizie di una società sempre più fredda e materialista in cui il calcolo e l’opportunismo la fanno da padroni. Il caro Charlot non è calcolatore, non è opportunista, vive alla giornata, non ha ambizioni o mete da raggiungere, gli basta-no un fiore e un inchino per es-sere cortese e rimediare a certe defaillance. L’uomo moderno fa progetti e lavora per assicurarsi il futuro a cui agogna, Charlot invece è l’emblema del- la spontaneità, è un personaggio che è con- tento anche se non possiede nulla e non si pone obiettivi per il domani che fa paura il più delle volte, come in Tempi Moderni film capolavoro del 1936. Gli ingranaggi della fabbrica dove lavora l’operaio Chaplin a un certo punto vanno in tilt, non c’è modo di fermarli e la produzione impazzisce. Chaplin manomette il quadro-comandi e poi si “tuffa” letteralmente all’interno della macchina ma è ingoiato dalla catena di montaggio. Riesce finalmente a liberarsi e spruzza il lubrificante sui presenti che hanno assistito alla scena. Chaplin viene dichiarato pazzo e rinchiuso in una clinica. Dimesso dall’ospedale raccoglie una bandiera di segnalazione caduta da un mezzo transitato poco prima e la agita per richiamare l’attenzione dell’autista, senza accorgersi che un corteo di disoccupati sta marciando e brandisce delle bandiere come la sua. La polizia disperde i manifestanti e arresta Chaplin ritenuto capo dei dimostranti. Rinchiuso nel penitenziario ingerisce sen- za rendersene conto una sostanza dopante e fa fallire il tentati- vo di rivolta di alcuni galeotti. Alla fine guadagna la libertà con tanto di lettera di presentazione che attesta le sue qualità. La metafora della macchina con gli ingranaggi impazziti non è lontana dal turbinio della vita contemporanea, ci si sforza di stare al passo con l’evoluzione e lo sviluppo della società ma si rimane spesso intrappolati (come Chaplin nella macchina) dagli “ingranaggi” dello stress. Poi senza rendersene conto si è “fagocitati” dai problemi della massa, si cerca di rimanere fuori dal circolo chiuso ma la realtà che ci circonda è come un fiume in piena che trascina tutto quel- lo che incontra, non ci si può sottrarre alla sua potenza, fino a essere trattati come pupazzi, inermi di fronte alla superiorità degli eventi. Chaplin da gran- de interprete ci dà una grande lezione: l’uomo comune è una marionetta per la società, vorrebbe rispettare le regole invece è manovrato dalle regole stesse mentre il vagabondo è libero di gestire la sua esistenza come meglio crede perché non rispetta regole o leggi, sembra un emarginato ma non lo è, è bensì padrone della propria esistenza

Paolo De Lucia, storico e teorico della filosofia

LPDC 28 01Il giovane docente giuliese insegna     Storia della Filosofia all’università di      Genova dove svolge – dopo un periodo all’Università Cattolica di Milano – la propria attività didattica e      di ricerca.      Fin dai primi anni del suo impegno,      De Lucia si è fatto apprezzare dalla      comunità scientifica per una feconda attività nel campo della critica      storica e per la sua costante rivalutazione di una tradizione italiana,      di matrice cattolica, talvolta posta      ai margini dell’indagine speculativa      dell’accademia.      In realtà lo studioso, con evidente      specialismo, rintraccia, coerente-     mente con le proprie convinzioni      teologiche, un percorso sul pensiero degli hegeliani italiani – da Rosmini a Gioberti, da Sebastiano Maturi a Pasquale D’Ercole e allo stesso      Manzoni – secondo un filo rosso che      tiene conto dell’esistenzialismo, del      platonismo e della dualità kantiana.      Voglio segnalare tre libri dell’autore      che ho avuto il piacere di leggere e      che in pochi anni collocano De      Lucia fra gli studiosi più consapevoli del canone occidentale quale premessa al discorso      a tesi che sostiene: L’istanza      metempirica del filosofare, del      2005, La via verticale, del 2010      e La ragione nei limiti della pura      rivelazione, del 2012.      Nel primo l’autore partendo      dalle riflessioni di Bertrando      Spaventa, Gentile e Donato Jaja, so-     stanzialmente critiche, stabilisce una      originalità di Rosmini fondata sulla      sua concezione dell’ “essere ideale”      quale precondizione all’idea di un      soggetto infinito che vede la mente      separata dall’essere.      Nel La via verticale ugualmente si      sostiene una “sovraesistenza divina”      a partire dalle perfezioni ravvisabili nel creato, idea da cui far discendere una prospettiva teologica al      posto del nichilismo che tanta fortuna ha avuto nella filosofia con-     temporanea da Nietzsche a Sartre,      ai neopragmatisti. La “ricostruzione      verticale dell’esistenza” rappresenterebbe proprio questa consapevolezza escatologica. Il terzo libro, appena pubblicato con Aracne editore, è dedicato alla figura e alla filosofia      di Vincenzo Gioberti, il “prete di Torino” come lo chiamano confidenzialmente gli esegeti, che tanta parte ha      avuto nella elaborazione teorica del    Risorgimento italiano.      Partendo da una concezione classico-cristiana (Platone, Parmenide,      Rosmini, Vacherot) Gioberti, com’è      noto, stabilisce un “primato degli      italiani” fondato antropologicamente sulla continuità della stirpe e della Chiesa.      Inutile dire che una simile teoria,      ricostruita magistralmente da De      Lucia, crea le condizioni per un neoguelfismo italiano che porterà nei      tempi lunghi (dopo il fallimento moderato nel Risorgimento) al Concordato fra la Chiesa e lo Stato.      Non possiamo che rallegrarci con      Paolo De Lucia che onora la nostra      città con le sue approfondite ricerche sulla scia, fatte le dovute differenze teoretiche, di un altro eminente giuliese come Gaetano Capone      Braga, un post-hegeliano che definiva la sua posizione “realismo teistico      integrale”.          

Estetica del cinema 1

IA 27 01Nel 1918 Gyorgy Lukàcs, filosofo ungherese, definiva il cinema nuova forma del bello. Considerando che quegli anni erano caratterizzati esclusivamente da film senza sonoro, Lukàcs si serviva del cinema per studiare il teatro equiparando il primo come mera rappresentazione di una realtà che prendeva forma attraverso esseri umani e non da persone in carne e ossa, servendosi di vite senza presenza, senza destino o ragioni.
Gli estetismi cinematografici, insomma, presero piede non appena il cinema mosse le prime pedine. Le vedute dei fratelli Lumière o le fantasmagoriche rappresentazioni di Méliès sono forme espressive su cui ancora oggi si basa l’industria cinematografica. Si pensi a film come Il coltello nell’acqua (Polanski – 1962), Il tagliagole (Chabrol – 1970) o Un film parlato (Manoel de Oliveira – 2003) come evocativi di una realtà (di)storta dei Lumière e poi si prendano in considerazione film come Guerre Stellari (George Lucas – 1977), Alien (Ridley Scott – 1979) o Inception (Christopher Nolan – 2010) che hanno, invece, sposato l’essenza del fantastico, estrapolandone il cuore Mélièriano.
Dalla sua nascita, in fondo, il cinema è cambiato senza cambiare mai. Questo Lukàcs lo aveva pronosticato già alla fine degli anni ’10, quando ne decantava una semiotica fatta di codici che diventano eterni.
Sono gli estetismi, allora, a prendere parte nella rappresentazione di una realtà deviata dalle ottiche di una macchina dietro la quale si nasconde la verità: il colore, il sonoro, i movimenti di camera sono solo alcuni dei fattori che, se incollati tra loro da un montaggio artistico, fanno del cinema un’arte (come ultimamente lo è stato il Faust di Aleksandr Sokurov).
Lo psicologo Christian Mertz, nel 1977, propose con il saggio Linguaggio e cinema, una corrispondenza tra la semiologia e il mondo creato dall’immagine in movimento prendendo in considerazione i codici, il linguaggio e le figure del cinema e vedendo nello spettatore un prolungamento della macchina da presa nel seguire le vicende narrate dal regista.
Una sorta di complicità che si viene a creare quando il cinema si specchia nella realtà. Questa deve essere l’estetica che accompagna la visione: il regista deve cercare, con il linguaggio che il cinema gli mette a disposizione, di creare una realtà in cui lo spettatore possa prendere parte e non riducendo il tutto ad una semplice visione.
Ben vengano, dunque, effetti speciali o terze dimensioni se riescono ad incrementare quell’effetto di verità che sta alla base dell’imbroglio cinematografico.

L’Abruzzo ‘divertente’ di Edward Lear

LPDC 27 01Edward Lear (1812-’88) di cui ricorre il centenario della nascita, fu scrittore e illustratore finissimo con i suoi uccelli per la Royal Zoological Society e soprattutto i paesaggi dell’Abruzzo, la Calabria, la campagna romana, l’Egitto e il Medio Oriente dove viaggiò con l’aiuto del conte di Derby, dopo un’infanzia triste e insidiata dalle malattie. Fu anche autore di un Book of Nonsense che raccoglie i cosiddetti limericks, composizioni giocose scritte per i figli del conte, ma che anche in un lettore adulto queste filastrocche apparentemente semplici rivelano una vena anticonformista e uno humour di prim’ordine. Per la parte della sua produzione che ci interessa, è famoso un suo “Viaggio illustrato nei tre Abruzzi” edito in italiano dal Rotary Club di Sulmona nel 1974 (Illustrated Excursions in the Abruzzi, London 1846) dove l’autore descrive un viaggio compiuto fra il 1843 e il 1844 la cui caratteristica saliente è quella di accompagnare la prosa con illustrazioni, in bianco e nero per lo più, in grado di ricostruire con molto naturalismo la scena di un Abruzzo scomparso o in larga misura trasformato dalle successive costruzioni. Il libro, sulla scia di altri viaggiatori come Colt Hoare e Richard Keppel Craven, ha il pregio etnografico di rivelare gli usi e i costumi della regione ma anche le idiosincrasie di un inglese che osserva divertito le abitudini di una popolazione contadina gelosa delle proprie tradizioni. L’elemento costante in tutte le descrizioni fin qui osservate rimane quello della “genuine and cordial hospitality” degli abruzzesi che si premurano di rivolgere benedizioni ai viaggiatori con frasi del tipo: “Vi benedica Gesù”, “v’accompagni Maria”, e altre frasi tipiche della gentilezza ‘innata’, secondo Lear, dei pastori e dei contadini; come quando ad esempio dalle parti di Tagliacozzo un allevatore di maiali rimprovera duramente una delle bestie che si era avvicinata troppo ai ‘gentiluomini’ rischiando di inzaccherarli col suo fango misto a escrementi. Altro episodio che sollecita lo humour di Lear è quello in cui, intorno a Isola del Gran Sasso, un carabiniere insiste nel dire che il suo passaporto è intestato a un certo Palmerstoni equivocando il nome del ministro degli esteri (Palmerston) con quello del possessore. Gli aspetti più divertenti del suo soggiorno riguardano comunque il mangiare: a Trasacco, per esempio, nota come  non ci sia fine a una cena dove  i piatti venivano riempiti continuamente di ‘macaroni’ accompagnati da frasi come “bisogna mangiare”, “mangiate, mangiate”, anche dopo i dinieghi degli ospiti. Appare molto soddisfatto invece quando ad Antrodoco il principe Gardinelli gli offre una coscia di montone e patate bollite innaffiati da champagne. Spesso Lear trovava da ridire sul cosiddetto ‘vino cotto’ dei contadini che chiama “horrible beverage” infinitamente inferiore al Marsala, ma sovente ne accettava un bicchierino per far piacere alla amichevole disponibilità degli abitanti che, come nel caso di Don Stefano de’ Tabassi a Sulmona, offrivano anche frutta e cotolette d’agnello . Vale la pena di segnalare anche il dialogo fra Lear e il segretario del Barone Caccianini il quale con notevole ignoranza gli chiese “Siete Cristiani da voi?”, “Si signore, risposi” ed egli “Avevo un non so che l’idea che ci fossero dei Protestanti”.

I quadri macabri del romantico Antoine Wiertz

IA 26 01Come è noto, l’horror inteso come genere autonomo è nato con il cinema e da questo è stato formalizzato all’inizio degli anni Trenta negli Usa con le produzione Universal Dracula di Browning e Frankenstein di Whale, a loro volta influenzate da alcuni prototipi del precedente cinema espressionista tedesco tra cui il capolavoro di Murnau Nosferatu.
La matrice culturale del primo cinema horror va individuata nella narrativa inglese e tedesca a sfondo gotico del periodo romantico che ha i suoi maggiori esponenti in Mary Shelley, in Lewis, in Polidori e in Hoffman ed è a questa remota fonte che attingerà, con molteplici variazioni e contaminazioni, anche il cinema horror successivo (oscillando tra il classicismo della prima stagione, le trasposizioni di Poe compiute da Corman negli anni Cinquanta-Sessanta e l’estremismo cruento della produzione splatter anni Settanta, fino all’approdo postmoderno e metafilmico degli ultimi anni dei Craven e della coppia Tarantino-Rodriguez).
Esiste anche un altro modello che ha influenzato il cinema horror, un modello non letterario ma figurativo rappresentato dalla pittura a sfondo notturno-macabro in auge tra Settecento e Ottocento che ha tra i suoi massimi esponenti il Fussli del celebre Incubo (nelle sue tre differenti versioni) e il Goya delle “pitture nere” (quali Saturno che divora i figli e la serie delle streghe). Ma il pittore più horror di tutti resta il poco conosciuto belga Antoine Wiertz, un artista attivo intorno alla metà dell’Ottocento le cui opere sono esposte in un piccolo museo a lui dedicato situato a Bruxelles (nei pressi della moderna zona del Parlamento Europeo, quasi a fungere da salutare contrasto). Qui sono visibili i suoi quadri di dimensioni ciclopiche dal respiro michelangiolesco ispirati a scene bibliche e omeriche ma è possibile vedere soprattutto anche alcune piccole tele del suo ultimo periodo (dopo il 1850) dove l’orrore e il macabro si coniugano in figurazioni che sembrano fotogrammi di un film demoniaco girato da Bunuel o da Polanski. Una di queste tele si intitola L’inumazione affrettata e raffigura con realistica evidenza una catasta di misere bare di morti per peste, da una delle quali sporge fuori il braccio di una persona ancora viva il cui volto sconvolto si intravvede nella semioscurità di un angolo interno della cassa nell’atto di implorare di essere liberata (a confronto, il sepolto vivo di Buried è niente). In un altro quadro intitolato Fame follia e delitto vediamo una laida donna dall’espressione folle che tiene in grembo avvolto in fasce il figlioletto al quale ha appena staccato una gamba e l’ha gettata dentro un pentolone che ha al suo fianco dentro la lurida stamberga (una visione da far leccare i baffi al Roth di Hostel, per capirci).
È ad Antoine Wiertz che occorre risalire per trovare una delle fonti iconografiche del futuro cinema horror (e molto prima di lui ovviamente al quasi conterraneo protosurrealista Jeronimus Bosch). Come si vede i numerosi Nightmare del grande schermo vengono da lontano, da molto lontano, proprio come le nostre paure ancestrali. Freddy Krueger spaventava piccoli e grandi anche nel Medioevo aggirandosi tra le mille “danze macabre” affrescate a ogni cantone di città e di villaggio (e con lui la Morte con la falce, quella che viene a prendersi il cavaliere Antonius Blok in Il settimo sigillo di Bergman, ispirato al regista da una pittura su legno che da bambino vedeva sempre esposta in casa).

Il cinema che verrà

IA 25 01Passati i periodi vacanzieri di un’estate all’insegna di ristrettezze economiche, la nuova stagione cinematografica si appresta a mettersi in bella mostra nelle sale di tutta Italia.
Si comincia il 29 agosto con l’attesissimo ritorno del Cavaliere Oscuro Batman, ultimo film della trilogia sull’eroe mascherato da pipistrello targata Christopher Nolan.
Settembre è all’insegna dell’animazione con il ritorno della Pixar e la sua ultima fatica: The Brave - Ribelle, mentre la Blue Sky Studios risponde con il quarto episodio della saga interpretata dai simpatici animali preistorici de L’Era glaciale: Continenti alla deriva. Non solo cartoni, però, perchè il 14 settembre Ridley Scott tornerà al suo genere preferito con Prometheus grazie al quale il genere umano troverà le risposte alla sua esistenza (speriamo). Il mese di ottobre vede il ritorno nelle sale di Bernardo Bertolucci che con Io e Te tenta di rilanciare il genere italiano ripartendo da traumi esistenziali giovanili.
Il 31, sempre dello stesso mese, segna il ritorno della saga delle saghe: 007 Skyfall. Diretto da Sam Mendes (premio Oscar per American Beauty), l’agente segreto più famoso del mondo dovrà combattere tra presente e passato.
Novembre chiude la saga dei vampiri più belli di sempre, quelli di Twilight. Per la gioia delle ragazzine il 14 esce la seconda ed ultima parte di Breaking Dawn dove i Cullen dovranno difendere la figlia di Edward e Bella dalle grinfie dei Volturi. Il film è diretto dal premio Oscar Bill Condon. Sempre in tema di vampiri (ma da ridere) il 15 novembre è il giorno di Hotel Transylvania, film d’animazione molto promettente in cui il Conte Dracula è il proprietario di un resort a 5 stelle dove possono alloggiare solo mostri. Lo stesso giorno Abbas Kiarostami torna nelle sale con la sua ultima, imperdibile fatica Qualcuno da amare (grazie). Novembre è anche il mese dei ritorni: Clint Eastwood come attore in Trouble with the Curve diretto da Robert Lorenz e Gabriele Muccino come regista con Quello che so sull’amore, commedia romantica sul filone americano.
Dicembre, come al solito, è il mese più atteso dagli appassionati con il ritorno nella Terra di Mezzo grazie a Peter Jackson ed il suo The Hobbit, prequel de Il Signore degli Anelli. Si continua con Lo spirito degli Angeli di Ken Loach e l’atteso ritorno di Terrence Malick con To the wonder dopo il mezzo fiasco di The tree of life.
A chiudere l’abbuffata del 2012, prima dell’arrivo dei (cine)panettoni, ci pensa Ang Lee con Vita di Pi, basato sull’omonimo romanzo, racconta la storia di un ragazzo che attraversa l’Oceano Pacifico sognando una nuova America.
Se il 2012 finisce tra i panettoni il 2013 inizia coi botti: Django Unchained di Quentin Tarantino. Buone visioni.

Galaad, i libri nascono a Giulianova

LPDC 25 01A Giulianova c’è un’ “officina letteraria” creata alcuni anni fa e che pian piano s’è fatta conoscere in tutta Italia. È una casa editrice dal nome “colto”, Galaad. Il fiore del Balsamo di Galaad è citato nel Vecchio Testamento per le sue proprietà medicamentose (come dire: i buoni libri curano l’anima), ma Galaad è anche il nome dell’unico Cavaliere della Tavola Rotonda che riuscì a trovare il Sacro Graal, quindi del “cavaliere puro”.
La Galaad Edizioni è stata fondata a Giulianova nel 2006 da Paola Vagnozzi e Paolo Ruggieri, due giovani imprenditori della cultura innamorati dei libri e della letteratura.
Il primo importante risultato arriva nel 2007, con la pubblicazione di una nuova traduzione del romanzo “Il risveglio” di Kate Chopin, apparso per la prima volta nel 1899. La riproposizione di questo grande classico americano (tradotto dallo stesso Paolo Ruggieri, al quale si deve un denso e attento saggio introduttivo) inaugura la collana “Lumina mundi”, che prende nome dal primo verso del Carme 66 di Catullo e che si propone di dare nuova vita a classici dimenticati o poco conosciuti, e di diffondere opere di grandi autori mai pubblicate in Italia. Accanto a quella prima collana ne sono nate a poca distanza altre tre che formano il nucleo originario del catalogo Galaad: “Avalon”, “La porta magica” e “Golden lights”, espressamente riservata a opere prime di narratori esordienti.
Col tempo l’attività si è ramificata e il numero delle collane è aumentato arrivando ad annoverare volumi di saggistica, classici della poesia e biografie musicali. Tra i fiori all’occhiello c’è “Matemi”, una collana di filosofia e psicoanalisi curata da Marco Gatto, Antonio Lucci e Alex Pagliardini, con la direzione scientifica di Massimo Recalcati e Rocco Ronchi.
Un libro che ha avuto un eccellente riscontro di vendite è “One Train Later”, l’autobiografia di Andy Summers, il chitarrista dei Police, tradotta da Michele Piumini. Non minore successo ha riscosso un’altra chicca targata Galaad, “Il vento il riso il volo” di Katherine Mansfield: una raccolta di poesie curate e tradotte da Marcella Corsi e incentrate sugli elementi della natura. La traduzione è stata condotta sugli originali della Mansfield ricostruiti filologicamente anni dopo la sua morte e depurati dagli interventi postumi del marito John Middleton Murray.
Non si può poi dimenticare un gioiello come “L’uomo che vide il diavolo” di Gaston Leroux, autore fra l’altro del celebre “Il fantasma dell’opera”.
Il racconto, tradotto da Pietro Ruggieri, è la storia «di uno scellerato e irrevocabile patto col diavolo che avvicinerà quattro giovani sprovveduti alle soglie dell’occulto». Di Leroux, grandissimo scrittore e maestro del grottesco e della suspense, Galaad pubblicherà a breve un altro capolavoro, “Il castello nero”.
Dei settanta titoli gia pubblicati dalla Galaad si sono interessati giornali, televisioni, radio e riviste specializzate: «Con Parole Mie», condotta da Umberto Broccoli per Radio Rai Uno, «Mizar» del Tg2, «Stilos», «Il Mucchio», «Io Donna» e «Il primo amore».

Roseto opera prima

IA 24 01Arrivato alla 17a edizione, il Roseto Opera Prima si prefigge di sostenere e diffondere la passione cinematografica. In compagnia di Tonino Valerii, direttore artistico, chiediamo: quant’è dura, al giorno d’oggi, mantenere questa promessa?
Non è facile, mettendo però l’accento non tanto sulla durezza quanto sulle difficoltà. Ci vuole molta costanza nel programmare una manifestazione di questo genere. Per avere le opere, per avere gli autori che non sempre se la sentono di venire a presentare i film, per avere un pubblico che sia educato ad una visione del cinema non manichea ma dinamica, che sappia seguire l’evoluzione di un movimento cinematografico nel tempo.
Da 17 anni, una delle rarissime occasioni per vedere Cultura sulla costa abruzzese.
Non sono tanto presuntuoso da pensare di esser l’unico, ci sono altri operatori in direzioni e settori diversi. Mi indirizzo soprattutto sulla conoscenza del modo di giudicare un film. A mio parere è importante portare al pubblico un seme che indichi la strada per giudicare bene un film.
Al centro di Roseto Opera Prima c’è il linguaggio cinematografico, lo studio della materia cinema, grazie anche al lavoro fatto insieme al Centro Sperimentale e alla Lanterna Magica Aquilana che ha prestato quest’anno “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Bellissimo film. Questo stesso lavoro l’ho fatto anche in America, quando fui chiamato dal prof. Bitti, dell’Istituto di Cultura Italiano a tenere lezioni sul cinema. 32 lezioni in italiano seguite da ragazzi che studiavano italiano. Anche lì un bel riscontro e qualche soddisfazione.
Come è nata questa rassegna di cinema a Roseto?
Banalmente, incontrai il sindaco di Roseto, che mi chiese di fare qualcosa che potesse rimanere nella storia della città. Dopo 2 giorni ho pensato di proporre Opera Prima, un tipo di manifestazione che si è poi moltiplicata in tutta Italia.
Come ha risposto Roseto, come piazza?
Con grande cordialità, per chi ha collaborato con me e con grande interesse, da parte della popolazione. Anche la politica, nelle varie amministrazioni, è stata da elogiare. Tutti hanno continuato a dare fiducia a questa manifestazione, fornendo massima libertà e collaborazione.
Le opere in rassegna sono tutte di registi molto promettenti. Come le sceglie?
C’è un modo solo, andando al cinema. Abito a Roma, e durante l’anno quando mi viene segnalato un esordio, vado a vedere e poi segnalo a Roseto, a Mario Giunco, i film che mi sono piaciuti, da prenotare in tempo per il periodo della rassegna.
Un nome importante, Mario Giunco, altro artefice del successo di questa rassegna.
Direi il maggiore, perché opera sul posto, può saggiare gli umori e le reazioni della gente. Ogni anno, riflettiamo sui film e poi di comune accordo decidiamo quali scegliere. Poi tocca al pubblico.

A Maria SS.ma del Portosalvo

 

LPDC 24 01Ave, Stella Maris
Giulianova, come ogni anno, si ritrova accomunata, nell’intento di dedicarti una festa, intrisa di Fede e di gioia. Essa “è un raccogliersi, per riprendere le energie necessarie per affrontare meglio i problemi”, come dice il nostro monsignore, don Ennio Lucantoni.
Ed io, che amo conoscerne la storia devo necessariamente viaggiare a ritroso nel tempo, sino ai suoi esordi. È il 1874 e la cosiddetta borgata “Marina” (futura Giulianova spiaggia) è una piccola comunità, desiderosa d’avere un luogo sacro, in cui esprimere le proprie esigenze spirituali.
Ne fece richiesta al vescovo, che, a sua volta, la comunicò all’Amministrazione comunale. I lavori della sua costruzione iniziarono solo nei primi anni del 1900 e s’interruppero allo stato rudimentale. Il vescovo, perciò, ne concesse la celebrazione della messa festiva, solo dopo essere resa più decorosa. Il 30 luglio del 1911, la chiesa, finalmente, fu consacrata e dedicata alla “Natività di Maria Vergine”; ma senza avere un sacerdote “ufficiale”. Intanto la borgata “Marina” richiedeva una statua della Madonna e, su un catalogo, ne fu scelta una denominata “del Portosalvo”, perché ritenuta consona alla realtà sociale del luogo: era di cartapesta e raffigurava la Vergine con il Bambino. Finalmente,il popolo poté organizzare la prima festa in Tuo onore, Maria SS.ma del porto salvo, nell’estate del 1912! Nel frattempo, la comunità, in continuo incremento, esigeva l’innalzamento a parrocchia della Chiesa della Natività, già nel 1918; ma, “quasi giocando a gatto e topo”, tra vescovi, Comune e Ministero, essa si ebbe solo il 2 maggio del 1927. Le celebrazioni in Tuo onore, cara Madonnina, si ripetevano ogni anno, ma un prete stabile si ebbe nel 1934, con don Raffaele Baldassarri. Nel 1942, egli lanciava l’appello per avere una nuova statua della Vergine, quella attuale, artisticamente scolpita su legno, adorna di una bella corona, come il Suo Bambino (ora si trova nella sagrestia). I primi ad offrire un obolo furono dei soldati marinai e, da allora, sussiste collaborazione tra la marineria, l’A.N.M.I. e la parrocchia per l’allestimento della Tua festa. Con il volgere del tempo, però, e le accresciute esigenze spirituali, don Raffaele pregava d’avere una chiesa più idonea, che si ottenne solo nel giugno del 1974, dedicata a san Pietro, quando ormai il vecchio prete fu sostituito da don Ennio Lucantoni, oggi monsignore, fervente ed instancabile sacerdote. La cosiddetta “Chiesetta”, pericolante, veniva ristrutturata ed arricchita e, l’anno scorso, se ne celebrò il Centenario. Nel frattempo, il 6 luglio del 2001, la comunità giuliese assisteva, commossa, all’ordinazione sacerdotale di don Franco Marcone, figlio adorato di Donato e di Anna Maria. Egli fu sempre presente alla tua Festa,Vergine Santa, ma sino a quella dell’8 agosto del 2010…Nella processione dell’anno seguente, don Franco non era più fisicamente presente tra noi; ma, mentre don Ennio, sulla banchina di riva lo nominava, presi da unanime commozione e, volgendo lo sguardo al Cielo, lassù oltre l’immenso, ci s’immaginava di scorgere il suo giovane viso, delicato e sorridente…
Ecco, cara Madonnina del Portosalvo, la festa in Tuo onore si ripete, tra eventi tristi e gioiosi. Io ho tentato di ricostruirne un po’ la sua storia e quella della Tua sacra Dimora giuliese.
Ora, T’imploro, elargisci le Tue sante benedizioni a tutti i popoli, ma (e Te lo chiedo con devota confidenza), rivolgi una particolare, benevola “strizzatina d’occhio” a noi Giuliesi, anche se siamo un po’(assai!) birichini.

Si può morire di cinema?

IA 23 01Gotham City, ore 24:00. Batman, l’eroe mascherato da pipistrello, è impegnato a sconfiggere il male. Bane, un terrorista mascherato, minaccia la città facendo sprofondare i suoi abitanti in un incubo di malvagità.
Denver, stessa ora. James Holmes, fanatico dell’uomo pipistrello, compie una strage travestito da Bane durante la prima mondiale del film Batman: The dark knight rises.
La prima notizia è pura finzione cinematografica. La seconda è pura realtà metropolitana. Un gesto folle nella sua assurdità che ha fatto il giro del mondo, rimbalzando tra giornali e internet, ferendo a morte anche chi non può morire: l’eroe del cinema.
Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 luglio James Holmes, un giovane fanatico di Bane, il nuovo cattivo presente nell’ultimo capitolo del Cavaliere Oscuro, ha fatto irruzione nel cinema Century Theater di Aurora, sobborgo di Denver nel Colorado, dove stava avvenendo, in anteprima mondiale, la proiezione de Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno, con un fucile e due pistole ha ucciso a bruciapelo 12 persone lasciandone ferite 50. Holmes, che è stato catturato subito dopo, indossava un giubbotto antiproiettile ed una maschera antigas, proprio come Bane, l’antagonista di Batman. L’omicida ha inoltre confessato di aver imbottito la sua casa di esplosivo, tanto da far evacuare l’intero quartiere circostante, anche se poi la notizia si è rivelata infondata. La tragedia, che si è consumata all’interno del cinema allo scoccare della mezzanotte, ha dell’incredibile, gli spettatori non si sono accorti da subito di Holmes che, dopo aver lanciato un fumogeno, ha iniziato a sparare all’impazzata. All’inizio gli ignari spettatori hanno confuso i colpi di pistola per gli effetti speciali del film, d’indubbio carattere realista, e solo le urla agghiaccianti che sono seguite hanno dato l’allarme e messo in fuga i malcapitati. La realtà si mischia con la finzione, ma è quest’ultima che ne esce sconfitta. Una serata al cinema che si trasforma in un incubo da film, l’eroe di turno che viene spazzato via dal cattivo in carne e ossa, con il primo che, impotente, sta a guardare. I ruoli che si ribaltano. Lo schermo del cinema diventa il teatro, il teatro che diventa il film. L’unicità del fatto non lascia spazio a riflessioni, diventiamo tutti vittime se il carnefice non esiste. James Holmes è un 24enne appassionato di cinema, un fanatico dell’uomo pipistrello, davanti ai giudici si è presentato con i capelli ancora tinti di rosso e confessando di aver preso 100 mg di Vicodin prima della strage (il Vicodin è un antidolorifico assunto dal Joker, l’altro acerrimo nemico di Batman interpretato da Heath Ledger nel precedente film della saga). Appassionati di cinema lo siamo tutti, chi più chi meno, ma è giusto morire per questo?

Serena Vallese: La bellezza che salva

LPDC 23 01“la bellezza cammina fra di noi/ come una giovane madre/ quasi intimidita dalla propria gloria./ La bellezza è una forza che incute paura/ come la tempesta scuote / al di sotto e al di sopra di noi/ la terra e il cielo./ La bellezza è fatta di delicati sussurri/ parla dentro al nostro spirito/ la sua voce cede ai nostri silenzi/ come una fievole luce che trema/ per paura dell’ombra”.
Così Khalil Gibran il poeta dell’armonia parla della bellezza; e la stessa delicata forza le attribuisce Alda Merini: “la bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”.
Su questo concetto di “disvelamento della bellezza” sembra lavorare costantemente l’artista giuliese Serena Vallese con le sue installazioni. Specializzatasi in arti visive all’Accademia di Brera, proprio a Milano inizia nel 2006 la sua attività espositiva che continua incessante negli anni seguenti.
Serena Vallese traccia e riscrive, in ogni lavoro, la bellezza del rapporto armonico tra uomo e natura avvalendosi dell’esaltazione delle dimensioni spaziali e temporali e di un uso avvolgente, quasi esclusivo del colore bianco, con evidente funzione di sublimazione della materia.
La sua preferenza va a materiali delicati e deperibili come sottili e preziose carte o minute forme di gesso. Nel 2008 a Palazzo Re costruì una stupefacente serra trasparente in cui fece crescere un fiore che “dialogava” con le corolle dell’ affresco liberty del soffitto; nel 2010 ad Ancona partecipò all’esposizione Mare Mostrum 2, creando una sorta di “segreta” stanza dalle pareti ovattate da candidi teli nella quale depositò, come fosse un tesoro, bianchi lucidi e cristallini blocchi di sale.
Difficile parlare in modo oggettivo delle sue opere poiché come tutte le installazioni presuppongono da parte di chi guarda non l’acquisizione più o meno passiva di un’immagine ma la messa in moto di un processo mentale che chiama in causa in prima persona, sollecitando il bagaglio culturale, esperienziale e personale di ognuno.
Attualmente al Museo d’Arte dello Splendore, all’interno della mostra Credere la luce è possibile vedere un suo lavoro dal titolo Primavera. L’opera nasce dal ripensamento dell’evento miracoloso dell’apparizione mariana di Giulianova. Davanti un pannello finemente lavorato ad ago, l’artista ha affastellato dei rami secchi di ulivo sui quali ha poggiato brillanti foglioline di gesso bianco. La Madonna è per i credenti l’occasione della nuova vita, della primavera dell’anima che arriva poiché tramite Lei, Cristo s’incarna e si sacrifica per gli uomini donando loro la possibilità della vita eterna, di una primavera non temporale ma spirituale.
Però la visione di rami affastellati e secchi, pure capaci di dare ancora vita alla bellezza del candore delle foglie, investe tutti, credenti e non credenti, di stupore e meraviglia. Il bianco corrisponde ad una pausa quasi metafisica che allontanandoci dalle pressioni quotidiane ci permette di indagarci più a fondo e poi ci richiama a compiti e responsabilità: tornare ai valori dimenticati è possibile, amore e solidarietà sono l’unica e ragionevole bellezza da imparare a perseguire.

Norah Ephron: eterna romantica

IA 22 01Il patinato mondo di Hollywood ha recentemente detto addio ad una personalità profondamente sensibile, sognatrice ed irriverente al tempo stesso, tale regista, sceneggiatrice e scrittrice era conosciuta con il nome di Norah Ephron. In molti ricorderanno successi come “Harry ti presento Sally” (1989) sceneggiato dalla Ephron e diretto da Rob Reiner, “Insonnia d’amore” (1993) o “C’è posta per te” (1998) entrambi diretti dalla Ephron e soprattutto il connubio lavorativo con due attori come Tom Hanks e Meg Ryan che grazie a lei hanno raggiunto la notorietà.
La Ephron si è spenta all’età di 71 anni dopo una lunga degenza ospedaliera causata da una leucemia, ma a dispetto della malattia e di una vita sentimentale alquanto movimentata (si è sposata tre volte) non si è mai data per vinta ed ha tratto più di un insegnamento dalle proprie esperienze, in particolare il secondo divorzio dal giornalista Carl Bernstein dal quale ha avuto i due figli Jacob e Max, l’ha ispirata nella sceneggiatura di “Heartburn - Affari di cuore” film del 1986 diretto da Mike Nichols ed interpretato da Jack Nicholson e Meryl Streep.
La pellicola racconta la storia d’amore di due giornalisti, Mark e Rachel che in breve tempo decidono di sposarsi ed hanno due figli, ma la donna scopre l’infedeltà del marito, così lo lascia.
I due si riappacificano, per poco, perché Rachel scopre che Mark la tradisce di nuovo e si lasciano definitivamente. La regista statunitense ha anche contribuito alla realizzazione di “Silkwood” (1983) di Mike Nichols con Cher e Meryl Streep e “Avviso di chiamata” (2000) di e con Diane Keaton. Donna piena di talento e fascino, la Ephron con il suo lavoro, svolto soprattutto nella città di New York, ha delineato un profilo molto suggestivo della sua città guadagnando, nel tempo, il riconoscimento e la stima degli stessi newyorkesi.
Dalla penna di Nora Ephron sono usciti moltissimi lavori densi di romanticismo e buoni sentimenti, ma anche di sano realismo e verità indubbie. Può essere considerato un valido esempio il libro “Il collo mi fa impazzire. Tormenti e beatitudini dell’essere donna”, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice Feltrinelli, opera densa di autoironia e citazioni rivolte alla fase più delicata della vita di una donna: la vecchiaia.
La Ephron in un passo del suo libro scrive: “Odio la gente che sostiene che invecchiare è bello, che si diventa saggi e si capisce quali sono le cose importanti. Ci si ribella, ci si deve ribellare all’immagine contraffatta di sé che appare nello specchio. Anche perché dal collo all’anima il passo è breve. Invecchiare non è roba da rammolliti, tanto più se sei una donna”.
Ammettendo le sue debolezze, questa grande interprete della nostra società, ha dato un’immagine di sé umile ed umana, forse ha anche dato una svolta profetica alla sua vita, perché la vecchiaia da lei tanto aberrata non l’ha mai raggiunta, così da rimanere per sempre icona di stile nella memoria collettiva.

Le “Escursioni negli Abruzzi” dell’Onorevole Richard Keppel Craven

LPDC 22 01Nella sua introduzione al convegno teramano “Travellers in the Abruzzi and Molise” del 1976, Franco Cercone scrive  che sono stati più numerosi i viaggiatori francesi e tedeschi nell’Abruzzo del ‘700 - ‘800 a causa della cattiva fama della regione presso gli inglesi, fama che perdura fino al 1906 quando A. Steinitzer ancora la definisce “a land of brigands”. Tale reputazione è dovuta in massima parte alle particolari condizioni di arretratezza del Regno di Napoli, a un folklore fatto di sacrifici in odore di paganesimo e all’obiettiva presenza sul suo territorio di una guerriglia, antinapoleonica prima e antiunitaria più tardi, che mette a repentaglio le vite stesse dei viaggiatori. Ma l’Abruzzo si differenzia – come nota R. Colt Hoare nel resoconto del suo Grand Tour del 1819 – dal resto del Regno per una meravigliosa ospitalità dei suoi abitanti e per un paesaggio in linea con tutti i dettami del Romanticismo: vertigine delle altezze, boschi, laghi appeninici – fra cui quello di Celano,  menzionato da Anne Radcliffe nel suo The Italian – borghi pittoreschi e strade impervie. Keppel Craven, figlio cadetto del barone William  Craven, stabilitosi a Napoli fin dal 1806, intraprese intorno agli anni ’30 del secolo un’ampia escursione nelle province settentrionali del Regno di Napoli con intenzioni conoscitive e descrittive, non  senza godersi il brivido sublime del viaggio fra strade inesistenti e  “letti di fiume e ruscelli guadabili”, come scrive Luigi Lopez (Popoli 1976). Talvolta usava la carrozza, ma, più spesso, era costretto a fare lunghi  tratti a piedi o a cavallo. Arrivò così nelle province abruzzesi dalla Val Roveto e da Balsorano e si soffermò come prima tappa nello straordinario paesaggio del lago di Fucino e presso le rovine di Alba Fucens. Nel suo libro Excursions in the Abruzzi (Londra, 1837) parla della gentilezza degli abitanti di Avezzano e delle numerose chiese aquilane, delle Gole di Antrodoco e del lago di Cotilia. Da qui decise di raggiungere Teramo attraverso i passi del Gran Sasso, ma il tentativo si rivelò arduo, sia per le difficoltà del territorio sia per le condizioni atmosferiche, per cui preferì aggirare la barriera delle montagne passando da Popoli e Pescara. In queste zone pianeggianti egli nota  sul volto degli abitanti la presenza endemica della malaria, ma si rallegra anche della cortesia e disponibilità degli abruzzesi. A cavallo, lungo la costa, raggiunge le foci del Vomano e del Tordino e nel libro scrive che sulla destra si stagliava in alto sulla collina la vista di Giulianova “with its many towers and domes surrounded by the trees” per dire che vi erano torri e cupole (sic al plurale) immerse nel verde e sullo sfondo la vista ‘impressive’ del Gran Sasso. A Teramo visitò la cattedrale e le rovine romane ed ebbe un incontro con l’anziano Melchiorre Delfico. Il viaggio si conclude con una visita a Chieti e il ritorno a Napoli via Sulmona  e Venafro.  

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