Mercoledì, Gennaio 17, 2018

 

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Arte e vita di Frida Kahlo

IA 70Il 20 marzo scorso è stata inaugurata a Roma, alle Scuderie del Quirinale (e si chiuderà il 31 agosto) una mostra dedicata alle opere dell’artista Frida Kahlo (1907-1954). L’evento sta suscitando molto interesse soprattutto perché il 5 maggio, grazie al Gioco del Lotto in collaborazione con i Servizi Educativi Laboratorio d’arte dell’Azienda Speciale Palaexpo, c’è stata l’opportunità di conoscere le opere della pittrice, simbolo dell’avanguardia artistica e della cultura messicana del Novecento, con un’intera giornata di laboratori per famiglie e una visita serale gratuita.
Domenica 25 maggio, dalle 19,30 alle 21,30, verrà proposto il secondo e ultimo appuntamento con le “Serate dell’arte” per visitare gratuitamente la mostra, questo per continuare ad offrire la possibilità di partecipare ai grandi eventi culturali della città, come l’esposizione delle opere del Museo D’Orsay e la mostra sugli Etruschi.
La rassegna sull’artista messicana propone 50 tra le sue opere provenienti dalle più importanti raccolte pubbliche e private, il suo rapporto con le correnti artistiche dell’epoca: Modernismo messicano e Surrealismo, nonché una sezione dedicata alla natura psicologica del suo lavoro.
Per approfondire la conoscenza dell’arte e della personalità della Kahlo può essere utile anche la visione del film Frida (2002), girato da Julie Taymor con Salma Hayek nel ruolo della protagonista. Tra la pittrice e la Hayek c’è un’estrema somiglianza fisica, elemento in più che accomuna le due donne e regala alla narrazione un tocco di veridicità. La storia comincia con Frida giovane che frequenta l’università ed ha la passione per l’arte, e poi si sposta al giorno dell’incidente che cambia completamente la sua vita, l’autobus che la porta a casa da scuola va fuori strada e un corrimano si stacca e le trafigge un fianco. Questo avvenimento la segna profondamente, poiché oltre a costringerla diverso tempo con un gesso che le fascia quasi completamente il corpo, la induce a portare all’esterno il suo dolore e i suoi sentimenti con la pittura.
Una volta ristabilitasi cerca l’appoggio di Diego Rivera, già famoso in Patria e questi diventa il suo mentore e ben presto anche suo marito. Nella vita della donna, però, le sofferenze non sono terminate perché nel giro di pochi anni deve subire i tradimenti di Rivera, la perdita di un figlio, la prigionia con l’accusa di aver dato ospitalità ad un esule russo e altri gravi problemi di salute che la conducono alla morte.
La pittura della Kahlo, molto intensa, comunica sensazioni di dolore e solitudine, ma anche di grande forza, dignità e amore per la vita. La cinematografia sull’artista conta anche Frida Kahlo, un corto di 13 minuti girato in Messico nel 1971 dalla regista messicana Marcela Fernandez Violante, anche sceneggiatrice. Il cortometraggio è in b/n e colore, in lingua spagnola e la vita della Kahlo è raccontata da un narratore che illustra alcune immagini di repertorio in cui la pittrice descrive i vari aspetti della sua arte.

Buon compleanno Shirley

ia 69L’attrice Shirley MacLaine ha da poco raggiunto il traguardo di 80 primavere, ma ha la stessa grinta di quando, appena ventenne, faceva la sua prima apparizione cinematografica nel film La congiura degli innocenti  (1955) di Alfred Hitchcock. Notata da altri registi, ottiene ruoli anche per diverse commedie, tra cui Artisti e modelle accanto a Jerry Lewis e Dean Martin e Qualcuno verrà diretto da Vincent Minnelli. Negli anni ’60 lavora al fianco di Jack Lemmon in L’appartamento e Irma la dolce, entrambi diretti da Billy Wilder e i primi riconoscimenti non tardano ad arrivare, come il BAFTA assegnatole per le straordinarie interpretazioni in L’appartamento e Tutte le ragazze lo sanno. La grande capacità della MacLaine di calarsi nei ruoli più disparati le permette di lavorare anche con artisti del calibro di Audrey Hepburn e Clint Eastwood. E’ soltanto nel 1984, però, che conquista il Premio Oscar con il lungometraggio di James L. Brooks Voglia di tenerezza, in cui recita nel suo ruolo più famoso, Aurora Greenway, misurandosi con due tra gli attori più importanti del panorama cinematografico internazionale: Debra Winger e Jack Nicholson. Raggiunto il riconoscimento più ambito, l’attrice continua la sua scalata al successo e seguono numerosi altri film, quali: Oltre il giardino (1979) di Hal Ashby, Madame Sousatzka (1988) di John Schlesinger, Fiori d’acciaio (1989) di Herbert Ross, Cartoline dall’Inferno (1990) di Mike Nichols, I conflitti del cuore (1996) di Robert Harling, In Her Shoes – Se fossi lei (2005) di Curtis Hanson, Vizi di famiglia (2005) di Rob Reiner, Appuntamento con l’amore (2010) di Garry Marshall e I sogni segreti di Walter Mitty (2013) di Ben Stiller. L’attrice americana vanta anche diverse partecipazioni a serie tv di successo, come Downton Abbey in programmazione fino al 2013 e Il mondo di Shirley andata in onda nel biennio ’71-’72, ma è stata anche presente in miniserie per la televisione quali Coco Chanel  (2008) in cui interpreta Coco da anziana e Giovanna D’Arco (1999) diretto da Christian Duguay. Di tutte le pellicole in cui la MacLaine ha lavorato ce n’è una che si discosta un po’ dagli altri generi e che rientra nella black comedy; si tratta di Bernie diretta da Richard Linklater. Inedito in Italia, il film è basato sulla storia vera di Bernie Tiede, che nel 1996 uccise l’anziana compagna ottantunenne nascondendola in un freezer. Nonostante la trama possa far pensare ad un horror, la peculiarità è l’humor nero sostenuto dalla coppia formata dalla stessa MacLaine e dall’irresistibile Jack Black, garanzia di sicuro divertimento. Artista poliedrica e di indiscusso talento, la MacLaine non smette di affascinare lo spettatore con le sue meravigliose interpretazioni che speriamo ci facciano compagnia ancora per un po’.

La luna di Leopardi

lpdc 69Scrivere del poeta di Recanati in una paginetta è come distillare, concentrandolo, un elisir imbevibile, ma proverò a trattare un unico argomento, ricco di allusioni intorno alla sterminata serie di domande esistenziali che figurativamente trovano nel ‘notturno della luna’ una precisa collocazione metaforica. E’ di qualche decennio fa il bel saggio di Antonio Prete, che voglio segnalare, “La luna leopardiana” (in Il demone dell’analogia, Feltrinelli, 1986) che tratta ampiamente il tema in oggetto nei Canti, secondo un criterio che sviluppa una “poetica della luce” osservata al cospetto delle “forme vuote dell’invisibile”, vale a dire una dialettica fra immaginazione (il ‘caro immaginar’ di Leopardi) e la “sfida ai confini dell’immaginazione” che nichilisticamente vi si oppone. Si sa che la luna è uno dei luoghi letterari per eccellenza del romanticismo. Da Chateaubriand a Novalis, da Poe a Coleridge, fino alla sua versione ‘malata’ nel vampirismo di fine secolo e, perfino in musica, non sfugge a nessuno l’importanza dei ‘notturni’ di Chopin, Boccherini e Mozart (Eine Kleine Nachtmusik) fondati su un’estetica del silenzio e della quiete. Ma Leopardi è colui che utilizza il locus della luna, diremmo, con sistematica efficacia descrittiva e immaginativa secondo il suo ben noto cliché di un infinito che è di là da quello che ci è dato di vedere. Già in Ad Angelo Mai, ad esempio, traccia un profilo di questa facoltà che scema col passare del tempo: “O caro immaginar; da te s’apparta/ Nostra mente in eterno; allo stupendo/ Poter tuo primo ne sottragon gli anni;/ E il conforto perì dei nostri affanni”. Dell’immaginar è alleata la luna che mostra, con la sua luce, insieme alle bellezze della natura le rovine della condizione umana e della Storia, come scrive nel Bruto Minore: “Candida luna sorgi/ e l’inquieta notte e la funesta/ All’Ausonio valor campagna esplori (…) abietta parte siam delle cose.” L’apparenza ingannevole del mondo sembra essere rischiarata ulteriormente da quel “biancheggiar della recente luna” di cui parla nel Sabato del villaggio, dove il soggetto osservante è consapevole dell’inutilità dell’idillio derivante dall’attesa. Si direbbe che il ‘rischiaramento’, l’Aufklarung della luna, sia un alleato contro l’oscurità (‘regina benigna’la chiama Leopardi), un elemento per la contemplazione che si fa interrogazione del mondo, ma chi può negare, nella filosofia leopardiana, il carattere illusorio di questo secondo sole che al poeta insonne consente di vedere con maggiore nitidezza l’ampio spettro delle sciagure umane? E tuttavia un nesso formidabile collega la parabola lunare alla vita, sia pure nella consapevolezza di un ciclo contrapposto a un unicum: “Ciprigna luce alla deserta notte/ Con gli occhi intenti il viator seguendo/ Te compagna alla via, te dei mortali/ Pensosa immaginò”, scrive nella Primavera o delle favole antiche, concetto reiterato nell’Ultimo canto di Saffo:”Placida notte e verecondo raggio/ Della cadente luna; e tu che spunti/ Fra la tacita selva in su la rupe”… Qui il romanticismo di un paesaggio sublime si mescola al ‘verecondo raggio’ che deve illuminare in un’isola greca dell’Egeo la tragedia umana della poetessa dal “disadorno ammanto”. Ugualmente, nella Sera del dì di festa, la luna assurge a protagonista di una magica tranquillità contrapposta all’idea ricorrente nei versi del poeta di una ‘festa’ già consumata e intrisa di dolore: “ Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E questa sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna…”
La luna è densa di significati simbolici, dalla luce al silenzio, dalla femminilità alla possibilità di un paesaggio secondo (dopo quello diurno) velato dalla malinconia e dalla memoria dell’essere. Talvolta la luna è soggetto di un componimento, come in Alla luna, dove il vocativo la chiama in causa come compagna e respiro del mondo; per un momento si direbbe di dolce rimembranza del tempo giovanile “ancor che triste” ed elemento di speranza, sia pure per un affanno che duri insieme al “ rimembrar delle passate cose”: “O graziosa luna , io mi rammento/ Che or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti”. Nella Vita solitaria un elemento di perversione dell’ordine naturale sembrerebbe offerto dalla figura del cacciatore che insegue le lepri, ma anche qui la luna assolve a un compito protettivo e benigno, confondendo le orme degli animali: ”O cara luna al cui tranquillo raggio/ Danzan le lepri ne le selve e duolsi/ Alla mattina il cacciator che trova l’orme intricate e false,(…)”. Leopardi vede nella luna e nel paesaggio sub-lunare elementi primigeni e puri, ancorché in un contesto di atroce disillusione; si direbbe che tengano in vita il sogno che si accompagna all’idea di infinito, il di là di una barriera che è la natura fisica del corpo, l’ansia o la noia: in Al Conte Carlo Pepoli ad esempio scrive:” Sotto limpido ciel tacita luna/ Commoverammi il cor; quando mi fia/ Ogni beltade o di natura o d’arte/ Fatta inanime e muta”. Sicché una confidenza particolare mostra nel Canto notturno del Pastore errante dell’Asia quando l’elemento estremo della solitudine e quello geografico dell’infinity di cui in ambito preromantico parla Burke nel suo trattato sul bello e il sublime, si mescolano al chiarore misterioso della luna in una interrogazione retorica che sottende il destino umano come locus implicito:” Che fai tu luna in ciel? Che fai silenziosa luna/ Sorgi la sera e vai/ Contemplando i deserti indi ti posi.” Qui la luna è personificata e resa immagine dell’uomo come ‘essere per la morte’, sia pure, come nota Antonio Prete, in un destino della materia più lungo, da sembrare immortale.

Il favoloso mondo della Dreamworks

IA 68La DreamWorks SKG è uno studio cinematografico statunitense che sviluppa, produce e distribuisce film, cortometraggi, musica e programmi televisivi ed è stato fondato, tra tanti, da Steven Spielberg nell’ottobre del 1994, autore anche del logo della casa di produzione, rappresentato da un ragazzino seduto sulla luna e intento a pescare nell’oceano sottostante.
Dalla fine degli anni ‘90 iniziano ad essere prodotti e distribuiti film soprattutto nel campo dell’animazione e trattano vari argomenti, dalle storie della Bibbia ai racconti mitologici come: Il principe d’Egitto (1998), Giuseppe il re dei sogni e La strada per El Dorado del 2000 e Dragon Trainer (2010) e altri lungometraggi che raccontano di favole con protagonisti gli animali: Z la formica (1998), Spirit – Cavallo selvaggio (2002), Shark Tale (2004), La gang del bosco (2006) e Bee Movie (2007), ma è nel 2001 che viene prodotta la pellicola di maggior successo: Shrek. Il film, diretto da Andrew Adamson e Vicky Jenson e basato sulla fiaba omonima del 1990 di William Steig, racconta la storia dell’orco Shrek che vive da solo nella sua palude.
Sulla scia del successo di Shrek, seguono Shrek 2, Shrek Terzo e Shrek e vissero felici e contenti, ma gli ultimi due non raggiungono la popolarità del primo. Con Madagascar, del 2005, iniziano le vicende di un gruppo di animali bizzarri: la zebra Marty, l’ippopotamo Gloria, il leone Alex e la giraffa Melman, rinchiusi in uno zoo di New York che tentano di fuggire, con l’aiuto di quattro pinguini, per tornare in Africa. Sempre al 2005 risale Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, creato in stop-motion da Nick Park e dalla sua casa di produzione Aardman Animations in collaborazione con la DreamWorks Pictures, vincitore del premio Oscar 2006 come Miglior Film d’Animazione. Racconta le disavventure di Wallace e del suo cane Gromit che decidono di dedicarsi alla disinfestazione degli orti da conigli e altri parassiti delle verdure.
Un’altra pellicola molto famosa è quella di Kung Fu Panda, incentrata sulla storia di Po, un panda intento ad imparare le arti marziali. Il film ha ricevuto ben 10 Annie Awards, il premio rivolto alle pellicole d’animazione, dopo il primo è stato realizzato Kung Fu Panda 2 e anche una serie di cartoni che raccontano le avventure del Panda, sempre ispirate ai film.
Nel 2013 è uscito Turbo, altro lungometraggio singolare che narra la passione di una lumaca per il mondo delle corse, mentre l’ultimo lungometraggio, tuttora nelle sale, è Mr. Peabody & Sherman. Mister Peabody, cane parlante vincitore di un Premio Nobel, ha inventato una macchina del tempo che consente a lui e al figlio adottivo umano Sherman di vedere con i loro occhi gli eventi che hanno cambiato il mondo nel corso dei secoli. Il film è l’ennesima conferma dell’affermazione sempre crescente della casa di produzione americana che in pochi anni è riuscita a raggiungere, se non addirittura a superare, un colosso come la Disney.

Delawater, Open Book At Page Eleven Il nuovo album della band teramana

RI 68I DelaWater, teramani di nascita ma internazionali per formazione musicale, nascono dalle ceneri degli Orange Indie Crown, formazione degli anni ’90, influenzata dall’indie rock statunitense.
Al basso Andrea Marramà, alle tastiere Serafino Bucciarelli, alla batteria Stefano Di Gregorio, alle chitarre Pierluigi Filipponi e Paolo Marini, che dà anche la voce al gruppo, mostrando una certa personalità come autore e interprete dei testi.
Si sono imposti all’attenzione già nel 2012 con il loro maxiEP di debutto, che porta il nome del gruppo.
A gennaio di quest’anno hanno pubblicato un cd, intitolato Open Book At Page Eleven, prodotto da Mattia Coletti, che rivela l’evoluzione del gruppo rispetto al primo disco e ne conferma il valore artistico.
Già il titolo fa decollare la fantasia e lascia intuire la ricchezza immaginativa e la capacità evocativa della band.
Un album pop, Open Book At Page Eleven. Otto brani  suonati con la leggerezza che bisogna avere quando ci si muove in questo genere musicale e che esprimono l’intelligente ironia e le capacità musicali del gruppo. I suoni rivelano inequivocabilmente che la psichedelia e il pop rock sono - da tempo – pane quotidiano per la band.
La musica dissolve i confini della logica ordinaria e, nell’ascolto, le vie dell’immaginario si popolano di visioni, la percezione si dilata e la mente viaggia in un’atmosfera rarefatta, scivolando stupita e stregata tra sogno e rumore, melodia e sonorità acide, arpeggi e esplosioni.
Storie di cani parlanti, gatti ambiziosi, uccelli infami e gusto di un passato che annega negli occhi di un bambino.
They sound like “bam”, “boom”, “bang”, “oh my god!
Signs, colors and lines.
They don’t need more, nothing more.
Open Book At Page Eleven si è fatto notare e ha raccolto recensioni positive anche da parte di  testate nazionali, come  Rockit e SentireAscoltare.
E’ possibile ascoltare sia questo che il precedente lavoro dei DelaWater su Bandcamp (http://delawater.bandcamp.com/album/delawater), una delle piattaforme web più importanti per la promozione di musica emergente e indipendente, nella quale è possibile lo streaming gratuito, il download a offerta libera oppure l’acquisto sia sui tradizionali supporti fisici che in singoli mp3.
Assolutamente da vedere il video del singolo Playing Wipeout, girato dal bravissimo Ivan D’antonio e proposto in anteprima su Rockit, (http://www.youtube.com/watch?v=m-LoQiNsnew) e anche le straordinarie fotografie di Antonio Dragonetti.
Ricordiamo inoltre che il gruppo è stato scelto per due compilation; quella di Mescalina.it, Dritti & Rovesci – Sedici Canzoni Dolci-Amare Sul Dolceamare, con band come Green Like July e I Quartieri, e quella di Diaryofawittychick.com, dal titolo  ironico The Clash Of Titans, insieme a gruppi quali King Of The Opera, Hola La Poyana e Unepassante.
Concludiamo col dire che è un lavoro di Qualità quello dei DelaWater, che hanno tutte le carte in regola per essere degli Artisti. 
Tendete l’orecchio,  Bluebirds sing in the wind.

Lo specchio nell’arte

IA 67Nella storia della pittura e del cinema lo specchio è una presenza ricorrente impiegata per creare effetti di vertigine visiva dal forte impatto percettivo e psicologico. Nell’arte figurativa lo specchio, a partire dai fiamminghi, ha svolto una funzione di complicazione prospettica invece che di semplice oggetto di scena. Un esempio di questo utilizzo spiazzante dello specchio si vede nel celebre quadro di Jean van Eyck I coniugi Arnolfini (con lo specchio rotondo sulla parete di fondo che riflette anche l’aldiquà della scena rappresentata). A questo esempio va aggiunto quello costituito dal labirintico Las meninas di Velazquez, un caso spettacolare di meta -pittura in cui il vero oggetto della rappresentazione non è quello che vediamo in primo piano (l’infanta con le damigelle, ma è quello riflesso nello specchio in fondo al salone (il re e la regina). Il surrealismo ha visto nello specchio un oggetto inquietante capace di produrre rovesciamenti di senso, espressione di una logica dell’assurdo, come si vede nel quadro di Magritte La riproduzione vietata (dove un uomo in piedi davanti allo specchio vede riflesso se stesso non frontalmente ma da dietro). Ma, è stato nel cinema che lo specchio, dopo essere stato soltanto riflettente in pittura seppur in maniera spesso destabilizzante, ha acquistato un ruolo psichicamente perturbante nei confronti dello spettatore. Il fenomeno si spiega con il fatto che anche il cinema è uno specchio, ma è uno specchio che riflette non il nostro Io ma il nostro inconscio, come prova storicamente la presenza dello specchio in molti film che esplorano il lato oscuro di noi stessi. Ciò accade a partire dal celebre Dottor Jeckill e Mister Hyde di Mamoulian in cui lo specchio è il luogo deputato per la metamorfosi dell’uomo in mostro, per giungere ad altri titoli successivi dove esso rivela ciò che non si vede in una serie che annovera pellicole famose come Eva contro Eva di Mankiewicz (il finale in cui l’immagine dell’aspirante diva sognante la gloria viene riflessa da uno specchio che si moltiplica in dieci a significare la follia cui ella va incontro). Riflessi  di paura di Aja (dove gli specchi dentro il magazzino abbandonato portano ancora impresse le immagini terrificanti di un atroce evento svoltosi anni prima) e, ultimo in ordine di tempo, La verità nascosta  dello spagnolo Baiz (dove uno stesso specchio riflette la storia due volte da due prospettive diverse, quella della vittima e quella del carnefice, fino al finale rovesciamento dei ruoli). Diceva un maestro del cinema animista come Jean Epstein che “l’immagine cinematografica di un uomo non solo è diversa da tutte le sue immagini non cinematografiche, ma diventa continuamente diversa anche da se stessa”. Il cinema mette in dubbio l’unità stessa e la permanenza dell’Io, dunque gli specchi al cinema - inclinati o raddoppiati o infranti- non rifletteranno i vampiri ma riflettono molto bene il vampiro che è in noi.

Passeggiata nell’arte del Centro Storico

PDC 67Nella parte alta di Giulianova insistono ben cinque Musei Civici, vanto della città per il loro alto valore storico e culturale, che trascende i confini locali.
In Piazza della Libertà si possono visitare la Cappella gentilizia De Bartolomei e la Gipsoteca di Raffaello Pagliaccetti, quest’ultima ospitata in una delle stanze della scuola elementare “E. De Amicis”.
Nel Torrione “La Rocca”, all’incrocio di Via del Popolo e Via Acquaviva, è sito il Museo Archeologico, dove sono conservati i reperti dell’antico Castrum romano, rinvenuti nella zona del Bivio Bellocchio.
In Corso Garibaldi, infine, si incontrano la Casa Museo di Gaetano Braga, violoncellista di grande fama internazionale, e la Pinacoteca, in attesa di riapertura, nello stesso stabile della Biblioteca, dono dell’insigne giuliese Vincenzo Bindi. Il turista locale o “forestiero” ha modo, dunque, di scoprire la vivacità culturale e artistica della nostra cittadina attraverso un percorso che lo guida dall’antichità fino all’età moderna.
Soffermandosi un istante a osservare le opere in gesso della Gipsoteca, ad esempio, il visitatore entra nella Storia del XIX secolo grazie alla maestria di Raffello Pagliaccetti (1838-1900), che ha scolpito i volti e i busti dei protagonisti del panorama culturale, politico e religioso italiano ed europeo a lui contemporaneo. Vi si possono ammirare il busto del Maresciallo Moltke, vincitore della guerra franco-prussiana del 1870, opera con la quale nel 1873 lo scultore vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Vienna; la maestosa statua di Pio IX, pontefice dal 1846 al 1878, con la quale Pagliaccetti partecipò all’Esposizione Universale di Parigi, senza ricevere alcun riconoscimento ufficiale, se non quello “morale” della critica e della stampa italiane e francesi; i due bozzetti del monumento a Vittorio Emanuele II, che svetta in Piazza della Libertà, a ricordare il passaggio del re a Giulianova il 15 ottobre del 1860 durante il suo viaggio verso Teano. E poi ci sono il busto di Giannina Milli (1825-1888), la poetessa e improvvisatrice teramana, il volto bronzeo del compositore Gioacchino Rossini (1792-1868), amico carissimo di Gaetano Braga, e la statua ad altezza naturale del Duca di Aosta (1845-1890).
Tra i lavori in gesso, infine, esemplare è anche la magnifica statua del Sant’Andrea, la cui versione marmorea si trova sulla facciata di Santa Maria in Fiore a Firenze, città che il Pagliaccetti, peraltro, scelse come luogo di dimora e di lavoro.
Nella Cappella gentilizia, invece, lo scalpello del nostro artista, su commissione di Gaetano De Bartolomei, ha forgiato il Cenotafio marmoreo alla memoria dello zio Angelo Antonio Cosimo De Bartolomei e i due medaglioni all’ingresso che ritraggono Luigi e Giovanni De Bartolomei, rispettivamente fratello e padre del committente. Qui sono esposte anche alcune opere dello scultore giuliese Alfonso Tentarelli, che il Comune ha avuto in dono dagli eredi.

Quando i giuliesi cercarono di evitare l’isolamento commerciale

Storia 87In un precedente numero (Giuliaviva, 5/2013) abbiamo narrato la protesta di alcuni cittadini di Giulianova contro il governo borbonico, che non aveva accolto la richiesta di costruzione di una stradi di collegamento tra il paese e la strada “regia” o “consolare” che, iniziata nel 1817 e terminata nel 1827, attraversava la “marina” da San Benedetto del Tronto, nello Stato pontificio, fino a Pescara, nel Regno di Napoli.
In verità il Comune di Giulianova (di cui era sindaco facente funzione Filippo Castorani) aveva già protestato formalmente nel 1821, quando la strada era in costruzione, dichiarando, in un vivace esposto inviato al Consiglio provinciale di Teramo, che essa scorreva lontano dal paese in un litorale deserto e acquitrinoso, contravvenendo al principio secondo il quale le strade, essendo mezzi di comunicazione e di relazione, dovevano essere costruite il più possibile vicine ai centri abitati: “L’oggetto per lo quale si costruiscono le strade regie – scrivono i Decurioni di Giulia – dev’essere quello di facilmente transitare da un paese all’altro; di condurre, ove siavi necessità, negli Uffici doganali per adempirvi alle operazioni della finanza e di corrispondere alle facilitazioni de’ commerci e de’ passeggeri”.
Contro questo principio aveva operato, secondo i giuliesi, l’ingegnere progettista che, per il tratto dell’Abruzzo Ultra I, era Carlo Forti di Teramo: “Sia impreveggenza, sia qualunque altra cagione, l’architetto (sic) della nuova strada che si costruisce non ha corrisposto in nulla, o malamente a tale principio”.
Giulianova, pertanto, era stata condannata al più totale isolamento commerciale, senza tenere in nessun conto la presenza della Dogana di I classe, l’unica esistente tra Martinsicuro e Pescara. Da qui il dissenso dei Decurioni: “S. Benedetto nello Stato pontificio, e Pescara in provincia di Chieti, lontani l’uno dall’altro 36 miglia, sono i due paesi posti agli estremi di questo tratto di strada che in provincia non tocca nessun paese abitato. Eppure Giulia che è nel mezzo di questo tratto, centro del commercio provinciale, ove è stabilita la Dogana di frontiera del Regno, e dove il passeggero troverebbe tutt’i comodi, Giulia che per tutti questi comodi meritava di avere il beneficio della strada, Giulia che avrebbe dovuto essere presa di mira, si è voluta lasciar fuori di strada”.
I Decurioni nell’epilogo dell’esposto evidenziarono il grave errore compiuto dal progettista, che penalizzava una città nella quale gravitava tutto il traffico commerciale, sia per le mercanzie di importazione che per quelle di esportazione nello Stato pontificio. Per riparare il danno, si chiedeva al Consiglio provinciale di proporre a Re la costruzione di un “braccio” che evitasse l’isolamento al paese, distante dalla “consolare” solo un quarto di miglia. Era indicata al Forti, come luogo adatto all’ipotizzato “braccio”, una collina rocciosa, “copiosamente piantata (sic) da alberi di olivi, che fan fede di una lunga vita ad ogni triviale botanico, olivi che sono vegeti, antichi e nel loro posto, senza che siansi mai mossi”. Queste precisazioni erano esposte come obiezioni alla poca solidità del terreno mosse dal Forti in una relazione tecnica.
Il Consiglio provinciale deliberò di accogliere la petizione del Consiglio comunale di Giulianova, la quale però non oltrepassò la soglia dei buoni propositi, se nel 1848 i cittadini giuliesi inscenarono la protesta di cui si è detto in apertura, secando la “consolare” in due punti.

La straordinaria carriera di Ennio Flaiano

ia 66Sono trascorsi ben 104 anni dalla nascita di uno degli esponenti più illustri della cultura italiana del secolo scorso: Ennio Flaiano. Di origini pescaresi, ma romano d’adozione, a lui si devono alcune tra le migliori sceneggiature cinematografiche di sempre, basti pensare a La dolce vita di Federico Fellini vincitore, tra l’altro, di quattro Premi Oscar. Ennio Flaiano ha iniziato la sua lunghissima e splendida carriera come giornalista per numerose testate come Omnibus, Oggi, Quadrivio e Giornale di Sicilia, ma è stato anche scrittore fecondo ed autore di opere quali Tempo di uccidere, Un marziano a Roma e La valigia delle Indie, senza inoltre disdegnare il teatro, il lavoro più importante è sicuramente quello per il cinema data l’impressionante mole di sceneggiature da lui redatte. Con la collaborazione di alcuni tra i maggiori registi italiani del XX secolo come Longanesi, Girolami, Lattuada, Zampa, Monicelli, Antonioni, Rossellini, ma soprattutto Fellini (Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Giulietta degli spiriti, 8 e 1/2), Flaiano si è guadagnato, negli anni, un posto di tutto rispetto nel panorama cinematografico mondiale, oltre ad un teatro ed una piazza che recano il suo nome, e ad un premio in sua memoria. Tutta la sua opera è circondata da una vena di sottile umorismo misto a note di tragica realtà, andando ad evidenziare le caratteristiche principali del suo vissuto contemporaneo. Partendo dagli anni della Seconda Guerra Mondiale ha dapprima descritto con assoluta efficacia il dramma provato dalle famiglie italiane dell’epoca, per poi spostarsi al racconto del boom economico degli anni ’50 e ’60. Parlando di ritrovato benessere ha ideato, con una maestria fuori dal comune, la trama di Vacanze romane diretto da William Wyler, discostandosi dalle opere precedenti, che mostravano Roma nelle vesti di uno scenario post bellico, e mettendo finalmente in risalto tutto il fascino della città eterna, come avviene anche ne La dolce vita. Flaiano è rimasto affascinato, come molti suoi colleghi, dal western, dal poliziesco e dalla fantascienza, tanto da scrivere alcuni titoli come Vivi o preferibilmente morti, Colpo rovente e La decima vittima, ma il suo genere preferito è senza dubbio il dramma e, restando sempre fedele alla sua filosofia, non schierandosi mai né da una parte né dall’altra, riesce tuttavia ad immedesimarsi felicemente nei suoi personaggi, a farne parte di sé e a permettere anche allo spettatore di entrare nei suoi meccanismi e a rimanerne ogni volta meravigliato.
Eccezionale interprete dei suoi tempi Flaiano resta tutt’oggi uno dei massimi punti di riferimento della storiografia filmica mondiale, perché suoi sono i sentimenti, le emozioni, le immagini cardine del nostro passato che, come colonne portanti di intere generazioni, aprono la strada al futuro e ad un cinema fatto di buona volontà e passione.

Cos’è Spotify?

ri 66In questo numero parliamo del fenomeno Spotify, che si inserisce nel panorama delle nuove modalità di fruizione della musica; argomento che meriterebbe, per la complessità, ulteriori riflessioni.
Nel corso del tempo i cambiamenti nelle modalità di ascolto sono stati diversi.
Si parte alla fine del 1800 con il grammofono, che permette di ascoltare musica su un disco di ceralacca, per passare prima ai dischi in vinile - contenenti una maggiore quantità di musica ad una più alta qualità del suono – e poi ai 45 giri e alle audiocassette.
Nel 1979, la Philips e Sony brevettano il cd, supporto digitale che contiene fino a 80 minuti di musica, più pratico e meno usurabile per alcuni, totalmente mancante della magia dell’oggetto-vinile per altri.
Negli ultimi 10 anni, con la diffusione di internet e delle nuove modalità di comunicazione e veicolazione dei contenuti in rete, lo scenario dell’industria del disco e della fruizione della musica muta drasticamente.
Si assiste così all’avvento della musica liquida, cioè file (Mp3, Wave, Flac, Wma) scaricabili - legalmente e no – da Internet e, tra il 2007 e il 2008, nascono Deezer e Spotify, due siti che lanciano un nuovo servizio di streaming, funzionando praticamente allo stesso modo.
Spotify offre una selezione di brani, più ampia rispetto a Deezer, di varie case discografiche ed etichette indipendenti, incluse Sony, EMI, Warner Music Group e Universal.
Il servizio conta 20 milioni di utenti nel mondo, non tutti in possesso della versione a pagamento. E’ infatti possibile usufruire di 6 mesi di prova gratuita dall’iscrizione, durante i quali si può ascoltare una quantità illimitata di musica, grazie alla pubblicità visiva e simil-radiofonica. L’abbonamento Unlimited rimuove la pubblicità e i limiti di tempo, mentre quello Premium (al costo di circa €10 al mese) presenta ulteriori funzioni come lo streaming con maggiore bitrate (fino a 320 kb/s), l’accesso offline alla musica e le applicazioni mobili.
Come si accede a Spotify? Si scarica il programma/applicazione sul pc, tablet o smart-phone, si crea un account e poi si ascoltano i brani in streaming o si scaricano sul proprio supporto, pescando da un catalogo di oltre 20 milioni di canzoni.
Si possono anche creare playlist, cioè inserire una selezione di brani sotto un titolo a proprio piacimento ed ascoltarli in successione o si può attivare la funzione Radio che, sulla base della scelta dell’utente, segnala una serie di altri artisti affini a quello selezionato; sistema che consente la scoperta di novità musicali, in sintonia con i propri gusti.
Stefano Stella parla di immaterialità della musica futura, di passaggio da supporto a servizio e afferma: slegata dall’oggetto, la musica è divenuta un servizio multicanale e sta sempre più (ri)diventando quel linguaggio universale comune che accomuna(va) esseri umani totalmente diversi, quasi come fosse una sorta di grande coscienza collettiva. A differenza di prima, però, tutto all’insegna del capitalismo e consumismo tipico dei giorni nostri e del mercato globale che ogni cosa contiene.

Il documentario di Simone Del Grosso “La vera storia dell’Uomo Plasmon” ottiene il Premio speciale Visioni Doc

lpdc 66E’ stato attribuito il Premio, che si tiene a Bologna, al lavoro di Simone Del Grosso sulla storia personale di Fioravante Palestini (Gabriellino) che implicitamente parla del contesto italiano degli anni ’70-80, in un intreccio significativo fra micro e macrostoria – come recita la motivazione della giuria – che si avvale di “una minuziosa ricerca d’archivio delle fonti e un utilizzo di differenti linguaggi comunicativi”, il cui risultato è quello di offrire allo spettatore un pregevole prodotto di divulgazione culturale e storica. In una scheda tecnica, gli autori Simone Del Grosso e Albert Pepe ci mostrano lo sviluppo di un prodotto cinematografico che partendo da un’icona pubblicitaria degli anni ’60, l’uomo Plasmon appunto, racconta poi il lungo viaggio attraverso la sofferenza di una reclusione per tanti versi epica, se pensiamo al luogo e ai modi della prigionia di una persona fortunatamente in grado di sopravvivere e narrare la storia. Un giuliese dal corpo d’acciaio che i signori della Mafia e del traffico illecito hanno corteggiato e coinvolto in oscure vicissitudini e che alla fine ha pagato amaramente i suoi errori in un percorso “esemplare”, come scrivono gli autori, se pensiamo alla dilagante impunità di casi analoghi. Dal punto di vista della forma, il regista suggerisce che si tratta di una sorta di “realismo stilizzato”, da cui il bianco e nero e i colori lividi, il corpo che diventa oggetto surreale e inquietante e la stessa spiaggia deserta di Giulianova è posta al centro di una vicenda umana il cui ancoraggio risiede in quell’ambiente fatto di barche, pompe di benzina e gare col pattino che hanno visto Palestini adolescente e poi sessantenne reinserito in quel mondo. Il film è una testimonianza diretta del protagonista, insieme a quella di amici e parenti, autorità (si pensi ai giudici Ayala e Falcone) medici, avvocati, che ricostruiscono -- sia pure messi alla giusta distanza, come la voce autoriale e la macchina da presa peraltro -- l’ ”indeterminatezza morale” di un caso verificatosi in un paese africano distante dalla certezza del diritto e dall’equità della pena di una moderna democrazia.
La storia documentata si serve anche di illustrazioni e animazioni in grado di rendere le diverse fasi dell’istruttoria in cui lo stesso giudice Falcone spiega i dettagli della vicenda e delle fasi -- non sempre documentate-- della lunga carcerazione di Gabriellino.
A Onore del regista, l’opera compare anche fra i progetti finalisti del premio Solinas del 2009 (documentario per il cinema), e ha vinto il premio come miglior progetto al concorso Corto Dorico, 2010, e un premio agli Italian Doc Screenings, 2011, insieme all’acquisizione da parte della RAI per la trasmissione “La Storia siamo noi”.

La musica non passerà mai di moda

tdc 65 01“Le canzoni hanno un modo meraviglioso, misterioso e a volte bastardo di catturarti”. Così dice Luciano Ligabue in un libro nel quale si racconta, intervistato da Giuseppe Antonelli, professore di Storia della lingua italiana presso l’università di Cassino.
L’affermazione del cantautore è straordinariamente vera, perché la musica è una malattia, una droga, un pugno che però quando colpisce non fa male. Una dipendenza da cui non si può guarire, certe canzoni ti entrano dentro le vene, le ossa e ti smuovono l’anima. Le note si mescolano, danno vita ad accordi che a loro volta creano melodie, canzoni, messaggi. La potenza della musica è nel riuscire a trasformare il dolore in speranza, di incoraggiare chi non vede soluzioni o più semplicemente accompagna ogni nostra singola giornata. La musica per molti è una migliore amica, sempre vicina a noi, scandisce i nostri ricordi. Spesso alle immagini vengono associate canzoni significative, amplificandone le emozioni. La musica fa sempre il proprio dovere e non ci tradirà mai, riesce ad unire persone di tutte le età, perché non è selettiva, tutti possono amarla e viverla. Non a caso ho voluto iniziare con una citazione di Ligabue, il cantautore emiliano classe 1960 è uno degli artisti più amati, seguiti e apprezzati del panorama italiano. Dopo aver lavorato come ragioniere, metalmeccanico, commerciante e promoter, approda in radio dove conducendo vari programmi radiofonici si palesò la sua grande passione per la musica. Il rocker, scoperto da Pierangelo Bertoli, nel 1990 diede vita al suo primo album “Ligabue”, nel quale è contenuto uno dei suoi più grandi successi: “Piccola Stella Senza Cielo”. In 24 anni di carriera ha girato e conquistato tutta Italia, suonando in qualsiasi regione, passando per stadi, palasport, teatri, club, piazze, arena di Verona e Campovolo. Ha all’attivo 17 album, di cui 10 registrati in studio, 4 live, 2 raccolte e la colonna sonora del film “Radiofreccia”. Negli anni Ligabue ha dimostrato di essere un artista poliedrico, dirigendo i film “Radiofreccia” e “Da Zero A Dieci”. Oltre che musicista e regista è anche scrittore, autore di 4 libri: “Fuori E Dentro Il Borgo”, “Lettere D’Amore Nel Frigo”, “La Neve Se Ne Frega” e “Il Rumore Dei Baci A Vuoto”; ha sempre affermato di preferire la musica in quanto il contatto con il pubblico è più diretto e le emozioni trasmesse da un concerto non sono paragonabili ad un film o un libro. Il suo ultimo lavoro, “Mondovisione”, è un disco con 14 tracce, di cui 2 esclusivamente strumentali. Il singolo “Il Sale Della Terra”, ha subito fatto capire che “Mondovisione” sarebbe stato un viaggio all’interno di Ligabue: esprime indignazione, dolore, coraggio ma soprattutto amore; questo tema si palesa nel 2° singolo “Tu Sei Lei”, una vera e propria dichiarazione alla moglie Barbara. Il 3° singolo è “Per Sempre”, canzone nel quale il cantante fa un viaggio a ritroso nel tempo, ricordando la sua famiglia e i primi amori. Ligabue stesso ha dichiarato di sentire molto questo album poiché lo rappresenterebbe completamente. Il nuovo tour, “Mondovisione tour stadi 2014”, inizierà nello Stadio Olimpico di Roma il 30 maggio e si concluderà a Salerno presso lo Stadio Arechi il 23 luglio, dopo aver toccato anche Pescara. Del cantante emiliano viene apprezzata in primis la sua capacità di trasmettere emozioni e di rapportarsi con i fan; lo stesso De André disse “Mai visto un musicista comunicare col pubblico come sa fare Luciano”. La musica del “Liga” è rock, ma ha più volte dimostrato di essere anche pop, visto che le sue canzoni più amate sono ballads, come per esempio l’eterna “Certe Notti”.

Visioni per la Festa della Donna

ia 65Il tema della Festa della Donna dischiude numerosi argomenti importanti che fanno da sfondo ad altrettanti film i cui registi si sono cimentati con storie che hanno le donne come protagoniste esclusive. Dopo tutte le proteste e rivoluzioni femministe del ventennio ‘60-’70, all’inizio degli anni ‘80 escono vari film di denuncia, come Il colore viola (1985). Ispirato all’omonimo romanzo di Alice Walker, premio Pulitzer nel 1983, il lungometraggio racconta la storia di due sorelle legate da un profondo affetto che hanno una fitta corrispondenza epistolare. Diretta da Steven Spielberg, la pellicola ha come punti di riferimento l’emarginazione delle donne di colore e la forza delle stesse di superare le difficoltà per essere unite e solidali, anche se geograficamente distanti.
Nel 1991 esce il popolarissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno diretto dal regista Jon Avnet. Un’anziana signora affascina una casalinga in crisi esistenziale con il racconto dell’amicizia tra due donne che, negli anni ‘30, riescono ad avere la meglio su una mentalità gretta e maschilista grazie alla loro forza di volontà.
Il lungometraggio Vogliamo anche le rose (2007) di Alina Marazzi esce proprio in concomitanza con la Festa della Donna del 2008. Si tratta di un documentario che, tramite i diari di tre donne con un vissuto completamente diverso l’una dall’altra, propone la storia del movimento femminista narrata proprio attraverso le voci e le esperienze delle tre protagoniste, in tal modo vengono analizzati temi come il divorzio, l’aborto, la sessualità e il rapporto uomo-donna.
Altro film uscito l’8 marzo è 2 partite (2009). Diretto da Enzo Monteleone, 2 partite è l’adattamento dell’omonima sceneggiatura teatrale di Cristina Comencini. Ambientato negli anni ‘60, racconta le vicende di quattro donne che il giovedì pomeriggio si riuniscono per giocare a carte e parlare di sé e delle proprie esperienze. A distanza di trent’anni le figlie delle quattro donne s’incontrano per il funerale della madre di una di loro e decidono di darsi appuntamento sul tavolo da gioco, come facevano le madri, per raccontarsi e mettere a confronto le perplessità e le angosce dell’essere donna negli anni duemila, dubbi che non differiscono molto da quelli delle genitrici.
Passa un altro anno ed ecco ancora una pellicola con un cast interamente al femminile: For colored girls del regista Tyler Perry Mangles. La storia è basata sul dramma di Ntozake Shange Per ragazze di colore che hanno considerato il suicidio quando erano stufe dell’arcobaleno. Il film rappresenta uno sguardo sulla condizione delle donne afroamericane che vivono in America, attraverso il ritratto di personaggi che rappresentano una raccolta di 20 poesie sulle differenze sessuali in generale e su quelle legate alle donne di colore. L’opera è particolarmente intensa e stimola la riflessione su ciò che significa essere una donna di colore nel mondo.

Toni Bruna. Formigole

ri 65Parliamo qui del disco Formigole di Toni Bruna. Un cantautore che arriva da Trieste, di mestiere falegname e che ama definirsi, artigiano della musica. Alla domanda ”Che genere di musica è la tua?” risponde “Folk Immaginario”. Disco pubblicato per la prima volta nel 2012, poi ristampato dall’etichetta indipendete Niegazowana con una splendida veste grafica nel 2013.
Canta in dialetto triestino, lingua che lui chiama “istroveneta”, per lui l’unica possibile per comunicare, quella parlata in casa fin da piccolo e che lui ritiene la lingua del popolo, sincera, mutante e aperta alle contaminazioni. Bruna è forse il primo ad aver usato questo dialetto in musica senza finalità goliardica, non per far ridere o per semplice folclore, ma per coinvolgere, commuovere, far riflettere.
Una scommessa, un azzardo che risulta vincente. Infatti il triestino si rivela esotico ed estremamente musicale e Formigole riesce a varcare i confini linguistici e geografici della terra d’origine.
Toni Bruna vive a Trieste, terra di confine, e canta dell’altra Trieste, quella di Borgo e Baiamonti. Quella che Mauro Covacich, descrive così: “Accanto alla Trieste austroungarica è sempre esistita un’altra Trieste. Accanto alla città dei caffè letterari, della composta amicizia di Svevo e Joyce, c’è sempre stata un’altra città, morbida, disinvolta, picaresca, dai connotati quasi carioca. E nei triestini c’è anche un vitalismo moderno un po’ easy-going, alla californiana. Trieste è una città meridionale, la città più meridionale dell’Europa del Nord.» (tratto dal libro “Trieste Sottosopra – quindici passeggiate nella città del vento”, Laterza)
Miti musicali Toni Bruna afferma di non averne, ma stima molto alcuni artisti: Victor Jara, Fela Kuti, Violeta Parra, Tom Waits, Caetano Veloso, il primo De André, i Radiohead, Eduardo Mateo, Tom Zé, i Tinariwen.
Ascoltando Formigole, le influenze sudamericane sono le prime a farsi notare, poi salgono i ritmi del deserto africano e quelli più moderni, e con i successivi ascolti si apre il testo in una sorta di decifrazione a singhiozzo; alcune parole si capiscono, altre no, è richiesto uno sforzo di comprensione e, come dice Andrea Rodriguez, quello che non capisci, quello che perdi dei testi, lo recuperi con l’anima. Il disco si fa divorare e fagocita ascolti ripetuti per la raffinata musicalità e la durata contenuta (10 brani) che consente l’ assimilazione di tutti i particolari.
L’audacia di Toni Bruna si estende anche ai suoi live: ispirandosi ai CCCP che sostenevano che l’ascoltatore deve fare uno sforzo quando va ad un concerto, Toni propone i suoi live in posti inusuali. Ecco allora i concerti in tram, nella galleria di un treno, in piccole sale, nel salotto di casa, alla ricerca di un contatto diverso con la gente, più intimo e umano. L’esperimento funziona e Toni Bruna, da solo o con la sua band, riesce a portare le sue Formigole da Trieste fino a Barcellona, Sacramento in California, San Francisco, New York. Il disco si può ascoltare su Spotify.

John Harrison e la scoperta della Longitudine

lpdc 65Fu grazie ad un orologiaio autodidatta inglese che i navigatori di tutto il mondo poterono, dalla metà del ’700 circa in poi, calcolare la loro posizione in mare con una precisione cronometrica. Oggi, nell’epoca del GPS e dei satelliti questo pioniere della misurazione dei meridiani è ricordato solo nel Greenwich Maritime Museum di Londra, dove mi recai alcuni anni fa per una ricerca sulle origini del romanzo di mare, e, recentemente, in una pubblicazione di Dava Sobel tradotta dalla B.U.R. dal titolo Longitudine. Certo, non si può pensare che fino ai primi decenni del ’700 la navigazione non avesse attraversato quasi tutti i mari della terra e gli europei non avessero colonizzato i quattro quinti del mondo, la storia ci dice che già i Fenici e i Greci di Tolomeo - con tutti i pregiudizi e le credenze assurde dell’epoca - osservando i moti dei corpi celesti si spinsero fino alle Canarie o “Isole Fortunate”, all’Africa nord-occidentale e all’Europa settentrionale. Ma ciò avveniva a costo di enormi sacrifici e perdite umane.
Ancora nel 1707, l’Ammiraglio Sir Clodisley Shovell di ritorno da Gibilterra, avvolto per 12 giorni dalla nebbia fece naufragio a poche miglia da casa alle isole Scilly, per aver calcolato male la longitudine: quattro navi su cinque andarono perdute e centinaia di marinai annegati. A questo aggiungiamo migliaia di episodi riguardanti la morte per l’incerta rotta verso la meta di viaggi che potevano comportare errori di 2000 miglia e orribili conseguenze, dopo la fine delle provviste a bordo, quali lo scorbuto e la sete fra le cause di morte più comuni; mentre non era infrequente (come ci ricordano in letteratura Coleridge e Poe) l’incontro con navi ridotte a relitti col sartiame cadente e il ponte coperto di cadaveri.
Tutto il ’700 è occupato dalla disputa fra gli “astronomi” e gli “orologiai”, per dire le enormi resistenze e opposizioni incontrate da John Harrison nell’ambito della Royal Society e della commissione istituita per l’assegnazione di un premio di 20.000 sterline a chi avesse fornito elementi concreti per la definizione della longitudine. L’establishment, per ovvie gelosie di casta, era contrario ad abbandonare il calcolo delle distanze lunari e l’osservazione delle stelle, le cosiddette “effemeridi”, che consentivano, nei giorni sereni, di calcolare con una certa approssimazione la posizione di una nave rispetto a un meridiano fondamentale (Londra o Parigi che fosse).
Harrison, un falegname con la passione della meccanica, costruì un primo orologio marino nel 1717 con legno di quercia e ruote dentate e il cosiddetto “scappamento a cavalletta” senza lubrificazione e confrontando con il movimento regolare delle stelle la precisione del meccanismo. Basti dire che questi cronometri del peso di 30-40 kg. funzionano ancora oggi, quando il custode li “carica” per i turisti.
Si sa, il segreto della Longitudine è il calcolo del tempo e, alla fine, questi geniali artigiani della famiglia Harrison ebbero la meglio sul fior fiore degli scienziati dell’epoca, attardati (è il caso di dire) su un’osservazione faticosa e affascinante del cielo che richiedeva però intere notti di calcolo sull’orologio grandioso dell’universo, superato da un sistema di poche aste di ottone, bilancieri e un quadrante numerato.

Maschere di celluloide

IA 64Carnevale è sicuramente la festa più colorata e pazza dell’anno e la scelta del costume da indossare è una vera e propria arte, specie per i più piccoli. Il cinema non fa eccezione e nel corso degli anni ha annoverato parecchi titoli di matrice carnevalesca.
Come non ricordare la celeberrima festa in maschera di Animal House (1978) che segna per sempre la carriera di John Belushi. La pellicola è l’inizio dell’amicizia tra John Belushi e John Landis (il regista) e racconta la ribellione di un gruppo di studenti del college contro il divieto del rettore ad organizzare feste. Gli studenti non solo preparano una festa, ma le danno un tema: toga party. Il risultato è a dir poco sconvolgente.
The Mask - Da zero a mito è un film comico del 1994 diretto da Chuck Russell e tratto dall’omonimo personaggio dei fumetti creato nel 1989 da John Arcudi e Doug Mahnke. Stanley Ipkiss è un modesto impiegato di banca innamorato di un’affascinante rapinatrice che non lo ricambia. Ma, la vita di Stanley viene rivoluzionata da una maschera magica che lo trasforma in un personaggio dei fumetti capace di qualunque peripezia.
Scream è un film horror del 1996 diretto da Wes Craven e scritto da Kevin Williamson che riprende le caratteristiche dei vecchi film horror (Nightmare o Halloween, la notte delle streghe) e fa parte di una quadrilogia composta da Scream 2, Scream 3 e Scream 4. Scream ha come protagonista la giovane Sidney Prescott che viene sconvolta da alcuni brutali e misteriosi omicidi. Sembra che il responsabile sia un ragazzo con una maschera di Halloween (Ghostface), il cui personaggio è ispirato ad un vero serial killer di nome Danny Rolling.
La maschera di Zorro è un film del 1998, diretto da Martin Campbell, girato tra il Messico e la Florida, che ha avuto un notevole successo soprattutto di critica, tanto che nel 2005 è stato realizzato un sequel dal titolo La leggenda di Zorro.
Nel 1999 Stanley Kubrick dirige la sua ultima, famosissima opera dal titolo Eyes Wide Shut, tratta dal romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Famosissima la scena del protagonista che si reca in una villa con una maschera intarsiata e un lungo mantello nero. Nel 2001 esce sul grande schermo il musical Moulin Rouge! del regista Baz Luhrmann. La pellicola è considerata atipica nel suo genere perché i testi cantati non sono opere originali, ma rivisitazioni di alcuni brani di musica pop interpretati dal cast. Oltre alle bellissime musiche il film ha avuto successo anche per gli splendidi costumi. La maschera di cera (2005), film horror diretto da Jaume Collet-Serra, è il remake di una pellicola del 1953 diretta da Andrè de Toth che, a sua volta, è il remake di un film del 1933 di Michael Curtiz. Il film è caratterizzato da immagini di forte impatto visivo, in particolare le scene della città dove i protagonisti incontrano il serial killer; le scenografie, infatti, sono realizzate interamente di cera.

Nouvelle Vague forever

ia 63Di recente è tornata alla ribalta la Nouvelle Vague, il movimento nato in Francia sul finire degli anni ’50, di cui Godard fu uno dei capofila assieme a Truffaut, a Chabrol e a Rohmer, destinato a cambiare la storia del cinema e di cui è utile compiere una riflessione critica. L’interesse dello spettatore dimostra l’importanza verso quel fenomeno cinematografico che all’epoca influenzò i registi di tutto il mondo e che ancora oggi fa sentire la sua onda lunga nelle opere prime di molti esordienti delle più diverse nazionalità.
A rendere sempre attuale la Nouvelle Vague sono la sua pratica e la sua poetica, entrambe finalizzate ad esaltare la pura e semplice “scrittura filmica” affidata ad una cinepresa non più soltanto “riproduttiva”, ma capace di elaborare un senso autonomo in base alla nozione della camera-stylo formulata dal teorico del gruppo Alexander Astruc. Una pratica resa possibile dall’avvento sul mercato di mezzi leggeri e di nuove pellicole ultrasensibili, ma anche da favorevoli condizioni produttive, una poetica che si avvale di tali risorse per scrivere con le immagini in prima persona i film come il poeta fa con la penna. Il vero manifesto di questa “poetica dell’istante” resta il poco fortunato DESIDERI nel sole, girato tra mille difficoltà da Jacques Rozier nel 1959 ed uscito soltanto tre anni dopo, quando si erano già imposti Godard, Truffaut e Chabrol con le rispettive opere d’esordio. Ma, è agli altri tre che è toccata la gloria, per motivi concorrenti ma diversi. Al “destrutturatore” Godard per l’intelligenza, al “romantico” Truffaut per la tenerezza, al “moralista” Chabrol per la perfidia e a tutti e tre per aver saputo fare un cinema a suo modo “popolare” ricalcato sul modello dei grandi “generi” del vecchio cinema hollywoodiano, un cinema da loro amato e studiato da quando erano giovani critici estremisti dei Cahiers du cinéma.
Il desiderio di cogliere lo “splendore del vero” induce questi registi a diventare “autori” senza tradire l’istanza spettacolare del cinema e nel fare questo essi riprendono e rielaborano in modo originale le soluzioni tecnico-formali del grande cinema muto applicandole ad una rilettura di maestri del sonoro come Lang, Hitchcok, Hawks, Renoir, tutti filtrati attraverso la lezione del neorealismo italiano da loro amato grazie al magistero di André Bazin. La sintesi di istinto e cultura  e la convinzione che “il cinema è il cinema“ spiega il fascino esercitato ancora oggi da film come Fino all’ultimo respiro o I Quattrocento colpi e sta alla base del culto che ad essi riservano registi post-moderni come Tarantino o Tsai Ming- Liang o Rob Zombie, anch’essi “figli del linguaggio cinematografico” ma di seconda generazione. Se aveva ragione Godard quando disse che “il cinema non è arte, non è tecnica, è un mistero”, allora vuol dire che la Nouvelle Vague non è stata soltanto una delle tante correnti della storia del cinema, ma  è l’unico modo di essere del cinema.

Fabrizio De Andre’, Crêuza de mä

ri 63Il 18 Febbraio 1940 Faber nasce a Genova, nel quartiere di Pegli.
Il 6 Febbraio 1984, esce Crêuza de mä.
Per affetto, riconoscenza e stima verso Faber e per quella bella parte della nostra anima che ha saputo nutrire, onoriamo queste ricorrenze parlando di Crêuza de mä.
L’equipaggio musicale, capitanato da Mauro Pagani, comprende artisti come Franco Mussida, Mario Arcari, Francois Bedel e Francis Biggi.
Una ciurma d’eccezione che pesca nella tradizione popolare mediterranea oud e saz (liuti arabi e turchi), bouzooki (strumento greco a 3 corde) e zarb (tamburo persiano).
Strumenti che vogliono esprimere la fratellanza di tutte le città di mare del Mediterraneo.
Il risultato è quel respiro world che spinge l’album oltre ogni confine e lo inserisce, secondo l’autorevole parere di David Byrne, nella classifica dei 10 dischi più importanti degli anni 80.
Un disco senza tempo e senza confini, fuori da ogni regola del mercato discografico.
Testi in dialetto genovese, lingua che ha in sé  la musica, il profumo e la storia della città, ma anche lingua popolare universale della sventura e della miseria, dell’emarginazione e della sconfitta, che chiedono riscatto e dignità.
Crêuza de mä ci porta in mare aperto. Nella barca del vino navigheremo anche sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi...
E-anda, e-e-anda, e-e-e-anda, e-oh.... ci riporta fino a Genova, di cui ci offre una visione ancora più ampia rispetto agli album precedenti.
La gente per le vie della Città Vecchia, dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, è quella da sempre cara al nostro. Poveri, emarginati, vittime. Vittime della guerra che porta via i figli (Sidun), prostitute schernite nella loro passeggiata domenicale da uomini per bene, loro clienti abituali nei giorni feriali (Â duménega), esattori per conto degli usurai, carnefici e vittime allo stesso tempo (‘Â pittima).
Ascoltiamo e percorriamo con la fantasia Sant’Ilario, Boccadasse e le sue facce de mainé, il mercato del pesce di via Cavour arrivando fino a via del Campo.
Crêuza de mä nella mente e nel cuore e fra le mani, a guidarci, il libro Le strade di De Andrè, 11 percorsi per conoscere la città sulle orme di Faber. Un gruppo di giornalisti, genovesi doc, ci prende per mano e ci porta per le strade care a De André; le sue canzoni a far da sottofondo.
Un libro che racconta ma non è un romanzo. Accompagna ma non è una guida turistica. Insegna ma non è un saggio.
Un libro che invita anche a star zitti, a trattenere il fiato mentre si osservano, si odorano e si gustano posti, in bilico tra poetica nostalgia e ordinaria bellezza, come il quartiere di Pegli, il cimitero di Staglieno, cui De André ha donato  immortalità.
E al termine, ebbri di emozioni e ricordi, salutiamo Genova e Fabrizio.
Non altre parole se non le sue, in D’ä mæ riva.
Ti me perdunié u magún ma te pensu cuntru su e u so ben t’ammii u mä (tu mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole e so bene stai guardando il mare).

Siamo tutti Sherlock Holmes

00010.mtsRuben Castillo, un giudice federale dell’Illinois, ha stabilito che il personaggio di Sherlock Holmes, il celebre investigatore scozzese, in America non sia più coperto dai diritti d’autore, divenendo in tal modo di proprietà pubblica. Sicuramente Sir Arthur Conan Doyle, il creatore del famoso personaggio, non sarebbe contento di questa decisione e anzi rabbrividirebbe al pensiero che da oggi in poi chiunque può liberamente raccontare le vicende del suo eroe, apparso per la prima volta nel romanzo Uno studio in rosso del 1887. Ma se la letteratura perde il suo fascino, altrettanto non si può dire del cinema che ora più che mai risente positivamente di questa svolta poiché nelle televisioni di tutto il mondo proliferano i titoli che raccontano le gesta di Holmes, che siano vecchi o recenti. Come non ricordare i primi lungometraggi Le avventure di Sherlock Holmes girato nel lontano 1905 da James Stuart Blackton, Il mastino di Baskerville diretto nel 1939 da Sidney Lanfield o Piramide di Paura di Barry Levinson del 1985 che vede fare la sua comparsa sul grande schermo uno Sherlock giovane e inesperto alle prese con un caso molto misterioso.
Tutti questi film hanno segnato la storia cinematografica e i cui eredi, soprattutto film per la televisione, non hanno avuto il medesimo successo; infatti solo negli ultimi anni il detective di Baker Street ha trovato nuova linfa vitale, grazie alla saga di Sherlock Holmes iniziata nel 2009 con l’omonimo film e con il suo seguito Sherlock Holmes – Gioco di ombre del 2011. Entrambe le pellicole, la cui sceneggiatura è tratta dal fumetto scritto appositamente da Lionel Wigram, sono dirette da Guy Ritchie ed interpretate da Robert Downey Jr. nel ruolo di Holmes e Jude Law nella parte del dottor John Watson. Se i nuovi film danno al personaggio un’immagine più dinamica e sagace dell’originale, le serie tv salgono al livello successivo con l’ausilio della tecnologia e di un intelletto fuori dal comune del protagonista. Si tratta di Sherlock il serial britannico partito nel 2010, creato da Steven Moffat e Mark Gatiss e interpretato da Benedict Cumberbatch (Holmes) e Martin Freeman (Watson). Tuttora in programmazione, Sherlock vanta numerosi fan in tutto il mondo e si contende il primato di audience con l’avversario americano Elementary. Il telefilm, ideato da Rob Doherty, è basato su una rilettura in chiave moderna del personaggio in completo scozzese con la pipa e la lente d’ingrandimento, riambientando a New York le indagini di Holmes interpretato da Jonny Lee Miller, con Lucy Liu nei panni della versione femminile di Watson. Gli episodi di Elementary, pur essendo scollegati gli uni con gli altri, hanno un filo conduttore che prosegue lungo l’intera storia e rispetto alle precedenti trasposizioni hanno  un elemento in più: le debolezze di Sherlock.
Proprio il lato umano rende questa figura più intrigante agli occhi del pubblico. Ma, che sia del 1887 o del 2014 Sherlock non smette di affascinare intere generazioni con le sue straordinarie vicende e, nonostante l’attuale facilità di divulgazione, resta e resterà sempre una creatura di Arthur Conan Doyle.

Bruce Springsteen, High Hopes

ri 62Questa nuova rubrica - che parla di musica, di artisti famosi e di altri che speriamo lo diventino - si apre con un pezzo da novanta, The Boss e il suo nuovo High Hopes, uscito il 14 Gennaio scorso.
In 8 pezzi su 12 è presente Tom Morello, chitarrista dei mai dimenticati Rage Against the Machine.
Il fatto che il disco non contenga solo inediti  fa storcere il naso a molti fan. Contestano appunto la presenza di materiale già pubblicato e privo di omogeneità.
Bruce spiega in varie interviste le motivazioni che lo hanno portato a trovare una casa appropriata a brani, spesso scartati da lavori precedenti.
Mai restio ai cambiamenti,  il Boss ha modificato nel tempo il modo di comporre e registrare. Negli anni ‘70-’80 entrava in studio con la E-Street, registrava tantissimi pezzi e poi sceglieva con i collaboratori  quelli  più adatti al disco che aveva in mente, arrivando a scartare fino a 30 pezzi pronti. Solo da The Rising in poi,  è il nuovo produttore Brendan O’Brien, a decidere i provini da registrare, cosi che i brani finiti scartati si riducono a 2 pezzi al massimo.
In High Hopes  intende riunire canzoni alle quali riteneva di non aver ancora dato una adeguata sistemazione, non si tratta certo di scarti.
Down in the hole, ad esempio, rimasta fuori da The Rising, è una ballata dal ritmo sostenuto e impreziosita dal cantato sussurrato, dal controcanto femminile e dai cori dei suoi tre figli.
La cover che apre l’album e gli dà il titolo è un brano degli Havalinas (1990), dal ritmo vivace, che dà a Bruce la possibilità di un’apertura con la band, fiati in primo piano, come in un Carnevale di New Orleans.  
The Ghost of Tom Joad,  già  nell’omonimo cd del 2002 in versione acustica, è ora registrata insieme alla E Street  e  Tom Morello, che col suo stile assolutamente inconfondibile, la rende esplosiva.
Dream baby dream è una rendition di un oscuro pezzo dei Suicide, band di avanguardia proto-punk newyorchese degli anni ’70. Bruce la trasforma in preghiera, in accorato  invito a mantenere la fiamma accesa. Le tastiere sintetiche, che entrano ad un certo punto a sostituire l’harmonium, fanno decollare il pezzo, esprimendo un pathos di elevata intensità.
Da noi apprezzatissima anche la cover dei The Saints, gruppo punk australiano per eccellenza (il loro I’m Stranded del 1977 è un must). Bruce ripropone Just Like Fire Would,  pezzo della loro carriera più matura, che gli calza a pennello.
The Wall arriva da una session con la band del ’98 e ci fa ritrovare alle tastiere Danny Federici, venuto a mancare nel 2008;  in  Harry’s Place e Down in the Hole  ritroviamo anche lo storico sassofonista Clerence Clemonce, anch’egli scomparso nel 2011.
Dunque, un disco per noi con una sua coerenza musicale e molto rock.  I pezzi degli anni ‘90 suonano benissimo accanto a quelli degli anni 2000.
Bruce con la E-Street Band riparte per l’ennesimo tour e a chi gli chiede se è stanco di lavorare, risponde: musicians don’t call it working; they call it playing.

Homo Viàtor, Sui sentieri dell’Assoluto

lpdc 62 01

Ascensioni, emozioni, soliloqui, colloqui sul Gran Sasso d’Italia

I Sentieri dell’Assoluto, di cui parla il volumetto dell’anonimo Homo Viàtor, sono quelli fisici o materiali che conducono sulle vette della catena del Gran Sasso, ma anche e soprattutto quelli metafisici o spirituali che, nell’alta montagna, sollevano spesso lo spirito verso l’Altissimo.
L’autore, mentre compie le sue ascensioni, è preso dal fascino della montagna e dal linguaggio spirituale che da essa promana e prova emozioni che si tramutano in elevazioni dello spirito e si esprimono ora in soliloqui pensosi, ora in intimissimi colloqui con Dio.
Mentre sale verso le vette, l’autore in realtà va alla ricerca dell’Assoluto verso il quale si sente attratto come il pellegrino (l’homo viàtor) che “va in cerca del santuario, dove entrare nella sfera del divino”. Egli infatti dichiara espressamente di sentirsi “come ogni povero uomo, un pellegrino dell’Assoluto, attingibile in qualche modo sui sentieri della montagna, ai vertici della natura, nei silenzi del cosmo”. Per questo “la stessa montagna gli si profila come un santuario in cui palpita la presenza di Dio; la vetta infine come un altare su cui salire per celebrare le lodi del Creatore e proiettarsi misticamente verso l’Assoluto”.
Nella Premessa all’inizio del volumetto, l’autore molto modestamente dichiara di non essere né un poeta né un mistico, ma un semplice filosofo “abituato certamente a pensare, ragionare, argomentare, ma anche a riflettere, ascoltare, intuire e far emergere le cosiddette ragioni del cuore, ossia le profonde intuizioni dello spirito umano, che coinvolgono la stessa sfera emotiva, di fronte allo spettacolo della natura, allo scenario immenso del cosmo, al mistero insondabile della nostra breve esistenza terrena”. In realtà, nelle dense pagine del volumetto, non mancano momenti intensamente poetici e, a volte, di mistica elevazione.
Questa singolare pubblicazione costituisce certamente un forte stimolo per lo spirito degli amanti della montagna che siano atti a percepire il linguaggio spirituale che da essa promana. Le descrizioni dei luoghi sono opportunamente abbellite dalle foto, ad essi relative, per agevolare la comprensione dei sentimenti e delle riflessioni che essi hanno concorso a generare.
La vivezza delle emozioni, la profondità delle riflessioni e la bellezza delle foto a colori fanno sì che il volumetto di questo Homo viàtor risulti veramente pregevole e fortemente gratificante per chi non disdegni di salire in alto, di percorrere le vie dello spirito, sulle tracce dell’Assoluto.
Chi desiderasse acquistare il volumetto (pp. 57, euro 5.00) si può rivolgere presso le varie librerie di Giulianova.‘

I Sinfonici 1994 - 2014 venti anni di musica

aic 62Nel lontano 1994 nacque l’Associazione Musicale Orchestra Giovanile I Sinfonici.
Fin dal suo primo giorno di vita, l’obiettivo dell’Associazione fu quello di dare grande impulso all’attività musicale, in particolare quella concertistica-orchestrale che negli anni 90, nella nostra provincia, miseramente languiva. Parallelamente in quegli anni, si registravano forti segnali di un rinnovato interesse verso la musica colta: i Conservatori accoglievano tanti nuovi iscritti, gli Auditorium ed i Teatri vedevano crescere le presenze di giovani ed adolescenti. Da qui l’idea di fondare un’Orchestra Giovanile con il precipuo scopo di un importante e qualificata attività di promozione artistica, di formazione del pubblico e di promozione di nuovi talenti, nella scuola, nel territorio e nel tessuto sociale, anche “al servizio” delle più qualificate attività delle istituzioni pubbliche e private del settore.
Ma chi mai avrebbe creduto in questa idea “folle”? Eppure qualcuno ci fu...
L’Amministrazione comunale di Mosciano Sant’Angelo all’epoca guidata dal Sindaco Di Marcello, accolse entusiasticamente l’idea e fece di più: stipulò una convezione con la nascente Orchestra, il Teatro “Acquaviva” divenne la  sede stabile ed assegnò un cospicuo finanziamento. Da qui iniziò un’intensissima attività concertistica: tanti giovani diplomandi, diplomati e docenti di Conservatorio diedero il loro prezioso contributo di idee, competenze e tante ore di studio per far crescere e conoscere questa nuova realtà musicale, che in quegli anni rappresentò una novità assoluta, tanto da meritare l’attenzione di testate giornalistiche specializzate di livello nazionale. Il Maestro Ennio Morricone, il quale mi onora della Sua amicizia e stima, volle dare  anch’egli un grande e meraviglioso contributo: dal 1994 è Presidente Onorario dell’Orchestra Giovanile I Sinfonici. Dall’anno 2009, grazie all’interessamento e disponibilità del Sindaco Mastromauro, la sede artistica è a Giulianova presso la Scuola Media quartiere Annunziata, dove si tengono da anni corsi strumentali quali: pianoforte, violino, violoncello, contrabbasso, flauto, oboe, clarinetto, sassofono, corno, tromba, trombone, percussioni, chitarra, canto, canto corale per adulti e bambini, corsi musicali per adulti.
Nel consultare l’archivio, passaggio necessario per stilare questo intervento, ho riletto articoli, programmi di sala, appunti, lettere. Varie centinaia di giovani studenti e docenti, hanno partecipato in questi venti anni alle attività concertistiche de I Sinfonici, si è creato un tessuto di “veterani” che sono cresciuti con questa esperienza e lavorano per promuovere la musica nella scuola, nel sociale ed a livello professionale. Giovani musicisti appassionati ed intelligenti, che sono attivi in varie regioni d’Italia, in importanti attività di promozione della cultura musicale. Da allora ad oggi l’Orchestra è cresciuta, ha realizzato tantissime attività, ha avuto il piacere di vedere molti allievi diventare professionisti, ospitare tanti musicisti-concertisti di chiara fama, diventando sempre di più un riferimento per appassionati, professionisti e amici. Mi piace ricordare una data: 16 marzo 2008.  Quel giorno presso la Sala del Kursaal, l’Orchestra Giovanile I Sinfonici tenne un concerto per le classi elementari IV e V “Don Milani”. Ci fu un meticoloso lavoro di preparazione all’ascolto grazie alla disponibilità ed alla collaborazione delle maestre, in particolare di Irene Lattanzi, la quale si prodigò tantissimo per la riuscita dell’evento. Fu un concerto particolarmente emozionante: non dimenticherò mai gli occhi, gli sguardi, dei tanti bambini presenti al concerto; lo stupore, la meraviglia, l’emozione che provarono all’ascolto dal vivo dei tanti strumenti musicali: violini, viole, violoncelli, contrabbassi, flauto, oboe, clarinetto, sassofono. Dei tanti, ma veramente tanti concerti tenuti dall’Orchestra, questo è stato uno dei più belli ed entusiasmanti.  Chiudo ringraziando di cuore  tutti quelli che in questi anni hanno partecipato con noi facendo diventare l’Orchestra quella che è oggi. Un luogo professionale ma sempre pronto ad entusiasmarsi per la scoperta di nuovi talenti che amano come noi questo bellissimo lavoro. 

Virzì e “Il capitale umano”

IA 61È in programmazione in questi giorni Il capitale umano, il nuovo  film di Paolo Virzì (La bella vita, Ovosodo, Tutti i santi giorni) tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Stephen Amidon e co-sceneggiato insieme a Francesco Piccolo e Francesco Bruni.
Il libro di Amidon è ambientato nel Connecticut e racconta la cinica storia della borghesia locale, mentre il lungometraggio di Virzì  è stato adattato in un paese della Brianza dove alla vigilia di Natale un ragazzo in bicicletta viene investito da un Suv il cui guidatore non gli presta soccorso. Da qui si dipana il racconto di due famiglie, una altolocata di Giovanni Bernaschi, l’altra meno benestante di Dino Ossola, che tentano entrambe la scalata al successo.
Il tentativo del regista, come ha affermato lui stesso nella conferenza stampa per lanciare il suo lavoro, è stato fin dall’inizio quello di proporre un soggetto discutibile senza però giudicarlo o condannarlo, lasciando piuttosto che sia lo spettatore a trarre le sue conclusioni, avvicinandosi un pochino all’opportunismo di alcuni personaggi dei precedenti film come La bella vita o Tutta la vita davanti, discostandosi all’opposto per quello che concerne le locations o il genere, che in questo caso è drammatico con risvolti noir, mentre negli altri, di cui descriveva le terre di Toscana e del Lazio compariva almeno un accenno di commedia.
Il capitale umano ha il merito di sviscerare la reale natura di un particolare tipo di persone interessate unicamente ai soldi e al potere, che tralascia completamente i sentimenti e l’umanità, appunto, da qui capitale inteso proprio come accumulo di beni. Il nero della locandina, in cui campeggia un codice a barre, lo ritroviamo senz’altro nelle atmosfere cupe, nella durezza dei dialoghi, nel freddo e arido inverno della pianura Padana nonché degli animi dei protagonisti. La regia di Virzì è esemplare, come sempre, ma anche la prova del cast è notevole, formato da attori di primo piano come Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni e Luigi Lo Cascio che mettono in piedi un’opera imperdibile sia per chi apprezza i film italiani di peso, sia per chi vuole approfondire le dinamiche che racconta.
Il lento decadimento della borghesia è dovuto principalmente alle scelte dettate dall’interesse economico, perché laddove non c’è cuore, ma solo mero egoismo, il rovescio della medaglia non tarda ad arrivare. Tutto questo può sicuramente tradursi nelle recenti vicissitudini del nostro Paese governato per troppo tempo da una classe arrivista e senza scrupoli che l’ha condotto inevitabilmente alla rovina. Virzì ha decisamente fatto centro con il suo ultimo film ed ha inaugurato alla grande il nuovo anno del cinema italiano.

Ercole Vincenzo Orsini, per non dimenticare L’intellettuale-artista cui è intestato il più bel viale di Giulianova

LPDC 61 0213 dicembre 1943, piazza centrale di Montorio. Una colonna fascista del Battaglione “M” ferma al bar, un uomo del luogo, noto come oppositore del regime. Egli fugge, si difende attaccando, viene inseguito. Uno contro venti. Un mulino e la campagna circostante saranno l’ultima cosa che vedrà da vivo. Il suo corpo maltrattato verrà portato in giro per il paese, su un carretto, come monito per i compaesani.
Ercole Vincenzo Orsini aveva 42 anni. Un apprezzatissimo artista, ebanista e liutaio molto ricercato in quel periodo, e le opere ancora visibili ne stanno a testimoniare il valore. Un democratico, una persona ricca di idee e coraggio, un leader diremmo oggi. La sua bottega era diventata luogo di incontri per tutti quelli che non avevano paura di esporsi, fossero essi laici o cattolici. Qualche mese prima di morire era stato tra i principali organizzatori della battaglia di Bosco Martese, mettendo in fuga i tedeschi, in quella che fu definita da Ferruccio Parri la prima azione campale partigiana in Italia.
Il ‘43, anno terribile e caotico della storia italiana. Chi non ricorda l’indimenticabile tenente Alberto Sordi che in Tutti a casa (di Comencini) telefona al proprio comandante: “signore, i tedeschi ci sparano contro, sono passati con gli americani!”. In quel clima di totale incertezza c’erano uomini (e donne) che avevano ben capito cosa fare. E a loro tutti noi dobbiamo molto. Magari ogni tanto proviamo a chiedere ai nostri genitori e nonni, a chi c’era in quegli anni, di raccontarci qualcosa. Ne saremmo arricchiti.
Il 13 dicembre scorso, in una Montorio al Vomano fredda ma piacevolmente pre-natalizia, Ercole Vincenzo Orsini è stato ricordato con un interessante convegno. Nella bella sala del Convento degli Zoccolanti è intervenuta tanta gente, anche tanti giovani, ad ascoltare vicende accadute oltre 70 anni fa. In mattinata erano state coinvolte le scuole, e questo forse è uno degli aspetti più importanti della celebrazione e del ricordo. La direttrice del polo museale di Teramo ha ricordato l’Orsini artista (alcune opere erano visibili nella rassegna fotografica del convegno), evidenziando come egli, pur vivendo a Teramo, aveva una visione fortemente rivolta all’arte europea. Altri ne hanno raccontato le idee politiche e i fatti della Resistenza. In alcuni momenti l’emozione in sala era tangibile: i fatti narrati riguardavano tutti, e in cuor nostro servivano a spazzar via anche tutte le menzogne che negli ultimi vent’anni abbiamo ascoltato in tv da chi vorrebbe ancor oggi cambiare i libri di storia. Orsini era comunista, pieno di onestà politica, morale, intellettuale. Ed era dalla parte giusta.
Sul finire del convegno, sono state proposte video-interviste a donne e uomini di Montorio che avevano conosciuto Orsini o erano presenti il 13 dicembre del ‘43. A loro veniva anche chiesto di raccontare quegli anni. Storie che sembravano rimandare a melodia e versi di Eurialo e Niso dei Gang (una canzone, una poesia, una dedica a tanti giovani combattenti per la libertà). Sul finire, una donna ha concluso il suo racconto, in modo sincero e accorato, e senza possibilità di smentita: “Orsini per noi era un mito e soprattutto, per le nuove generazioni, l’importante è non dimenticare”. Applausi.

L’Abruzzo illustrato di Basilio Cascella

LPDC 61Con il sostegno economico della Caripe è stato pubblicato un bel catalogo delle cartoline di Basilio Cascella, a cura di Franco Battistella, che raccoglie parecchie serie di litografie, cromolitografie e zincotipie del pittore pescarese (1860-1950), grande e prolifico illustratore, autodidatta e perfino deputato nel 1928.
Le cartoline non rappresentano l’unica produzione dell’artista che, ad esempio, dalla fine degli anni ’10 si dedicò alla ceramica dipingendo i grandi pannelli in maiolica dello Stabilimento Termale Tettuccio di Montecatini, l’oleografia della Madonna dei Sette Dolori a Pescara, la grafica delle riviste “L’Illustrazione abruzzese” e “L’illustrazione meridionale” e tanti altri aspetti dell’arte decorativa sia sul versante verista sia, con maggiore evidenza, nel campo di un simbolismo scoperto che appartiene verosimilmente all’allegoria edificante e celebrativa.
L’Abruzzo che emerge dai suoi bozzetti e pitture preparatori, poi in forme seriali di 12 cartoline uscite dai torchi del suo stabilimento pescarese, è quello di una terra vergine e primitiva, laboriosa e ancestrale dove l’amore si intreccia con una natura rigogliosa, nei modi floreali di una esuberanza vitalistica piena dei segni della fecondità e di una natura benigna. Frutti e fiori si accompagnano quasi sempre con una tipologia femminile incline alla maternità e alla vita agricola secondo un cliché che sarà fatto proprio dal bagaglio iconografico del ruralismo fascista e in forme più stilizzate già presenti nell’Art Nouveau. Inoltre si affacciano sulla scena marina elementi (si veda la serie Nudi al mare) tipici della incipiente moda balneare rivisitata in una luce mitica alquanto naturalistica, dove la carnale bellezza di giovani madri con figli viene sottolineata in chiave pagana si direbbe, distante dal modello dell’Angelo della vita di Giovanni Segantini o dalle madonne di Gaetano Previati, dove prevalgono il misticismo della maternità e l’assenza quasi totale del sesso. Cascella che vendeva queste immagini alla pubblicità di una Centerbe si contentava di suscitare sentimenti inneggianti alla vita istintiva e riproduttiva; i suoi nudi avvolti nei tralci di girasoli e nell’edera mirano all’immaginario maschile e, nelle forme più industrializzate, in seguito finiranno nei calendari, negli emblemi delle locandine, specialità alimentari, etichette ed ex-libris.
Siamo al cospetto di un artista che aveva appreso a Roma e Milano l’arte innovativa delle cartoline illustrate nel periodo che va dal 1898 al 1917 - e si capisce come quest’ultima data segni l’affermarsi della fotografia e la fine del genere - riprendendo il motivo fondamentalmente liberty dei viticci e delle piante, di una natura ipertrofica che avvolge corpi femminili iperdeterminati nella carnagione e nelle forme opulente. Ma Cascella è decoratore versatile e annovera fra le sue serie Le mietitrici, Le eruzioni del Vesuvio, Il bacio (una tricromia del 1915 che sembra anticipare, insieme a Il primo amore e Sogno e realtà i fotoromanzi dei decenni successivi), Innamorati in costume abruzzese, dove ai costumi si aggiungono alcuni mestieri decisamente primitivi come la pastorizia, la tessitura a mano, l’idillio nei campi ecc.
Talvolta si cimenta con la storia meridionale illustrando una “storia banditesca” con quadri policromi dal titolo Il combattimento, L’arresto, L’ultimo bacio, La sete, Preghiera, La spia, Sequestro, Una vendetta, per dire gli argomenti melodrammatici in grado di collegarsi alle tematiche regionali ma apprezzate anche su scala nazionale e internazionale con riconoscimenti importanti, come ad esempio nella Mostra d’Arte internazionale d’Arte decorativa moderna di Torino del 1902 e a quella di Livorno dello stesso periodo.

Un Natale molto Animato

ia 60La programmazione cinematografica natalizia, si sa, è sempre ricca di titoli interessanti, quest’anno in particolare di film d’animazione, per la gioia dei più piccoli.
Già dal 12 dicembre si contano numerose pellicole, come Il segreto di Babbo Natale, diretto da Leon Joosen e Aaron Seelman. Il magico mondo di Babbo Natale è in pericolo e solo l’elfo combina-guai Bernard può salvarlo. Distribuito dalla M2 Pictures, sia in 2 che 3D promette una piacevole serata farcita da divertentissime gag.
A seguire, il 19 dicembre, è nelle sale Frozen – Il regno di Ghiaccio della Disney Pictures, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee. Tratto dalla fiaba La regina delle nevi di Hans Christian Andersen, ha per protagonista la piccola Anna alle prese con le mire di potere della sorella Elsa che vuol trasformare Arendelle in un luogo perennemente ghiacciato. Con l’aiuto di Kristoff e della renna Sven, Anna riuscirà a riportare pace ed armonia nella sua famiglia e nel suo regno.
Il 25 dicembre è la volta di Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi della Warner Bros. Diretto da Cody Cameron e Kris Pearn, il film racconta la storia di Flint Lockwood, personaggio del primo Piovono polpette, che lavora presso la The Live Corp Company per il suo idolo Chester V. Quando Flint scopre che quest’ultimo continua ad operare con la macchina sforna alimenti nocivi per animali, decide di licenziarsi ed ostacolarlo in tutti i modi. Scenari favolosi e morale ecologista per un lungometraggio davvero imperdibile. Ma, Natale al cinema non termina a dicembre ed ecco che il 1° gennaio è in programmazione Il castello Magico, diretto da Jeremy Degruson e Ben Stasser e distribuito dalla Notorius Pictures. Tuono è un gattino abbandonato in cerca di un rifugio, durante una notte tempestosa. Per caso arriva nel palazzo dove un vecchietto, con la passione per la magia, abita con un coniglio, un topolino ed i favolosi giocattoli utilizzati durante gli spettacoli. Tuono entra a far parte della bizzarra combriccola magica, ma ben presto dovrà aiutare i suoi nuovi amici a salvare la casa del mago, messa in vendita dai suoi parenti. Per due ore all’insegna del buonumore e della magia.
Ai bambini sicuramente non sfuggirà anche un film in uscita in anteprima l’11 gennaio, la versione cinematografica del cartone del momento: Peppa Pig.  La serie animata britannica, arrivata ormai alla 5a stagione, propone ora i primi dieci episodi della 6a stagione ognuno di 5 minuti, per una durata complessiva di 50 minuti, dal titolo: “Peppa, vacanze al sole ed altre storie”. Continua il divertimento con Peppa e la sua famiglia formata da papà, mamma e fratellino che vanno in vacanza e giocano insieme agli amici di sempre.  
Ce n’è veramente per tutti i gusti e per tutti i propositi per un Natale e un dopo festività davvero, è il caso di dirlo, Animato.

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